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Archivio per la ‘Industria Musicale’ Categoria

Guardare negli occhi le prime file

Lunedì, Luglio 30th, 2012

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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Guida galattica per pirati digitali e discografici

Venerdì, Luglio 20th, 2012

Gli alieni esistono, ma fanno musica di merda. Sono bravi in tutte le arti conosciute nell’universo, ma da quando hanno sentito una nostra canzone – neanche delle più belle – han capito che non ce n’è: gli umani sono i migliori in questo campo.  Gli alieni hanno scroccato per decenni la nostra musica, ascoltandola e copiandola di nascosto.  La loro etica impone di rispettare le leggi locali: quindi vogliono prendere in licenza tutta la musica mai prodotta dall’umanità, per poterla riprodurre, copiare, scaricare in tutto l’universo. E sono disposti a pagare. Ma viste le leggi americane, che prevedono pene di 150.000 dollari per ogni canzone piratata, e vista la litigiosità dei discografici, sarà tutt’altro che semplice.

Le premesse di “Year zero”, libro di Rob Reid appena uscito, fanno già sorridere. Il resto del libro ancora di più: è una “Guida galattica per autostoppisti” rivisitata nell’era della musica digitale, del copyright e del file sharing.

Due alieni si rivolgono ad un avvocato terrestre (Nick Carter, scelto perché scambiato per uno dei Backstreets Boys, che adorano) e gli chiedono di adoperarsi per ottenere le licenze. Carter si troverà a fronteggiare altri alieni che, pur di non pagare tutta la ricchezza dell’universo alla terra, pensano di distruggerla per risolvere il problema.

Potete immaginare il resto: che è paradossale e parodistico nello stile di un Douglas Adams rivisitato in salsa musicale, con citazioni e battute dal mondo dei dei suoni. Ma anche molto reale. Rob Reid è stato uno dei fondatori di Rhapsody, e sa come girano le cose nel sistema, come l’industria della musica tenda ad ammazzare ogni innovazione difendendo con i denti  un modello superato dagli eventi, quello dell’inscatolamento controllato dei suoni nei supporti fisici.

Se volete capire Rob Reid, guardatevi il suo TedTalk, dove esibisce le sue doti in una materia che si è inventato, la Copyright Math: fare qualche calcolo a partire dalla catastrofiche (e manipolate, per non dire false) cifre fornite dall’industria dell’intrattenimento e vedere le conseguenze paradossali a cui portano se prese sul serio.

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Per quanto riguarda il libro: lo sto leggendo e non è davvero niente male, divertente e tragico allo stesso tempo. Lo trovate su iTunes BookStore e su Amazon. Qua c’è il book trailer:

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20enni contro 40enni

Mercoledì, Giugno 20th, 2012

Nei giorni scorsi ha fatto parecchio discutere una lettera aperta di una stagista della NPR – la radio pubblica americana: Emily White è la fotografia di come ragionano certi giovani 20enni rispetto alla musica. La tesi, riassunta brutalmente è questa: “Ho 11mila canzoni sul mio iPod, non scarico musica illegalmente, ma ho comprato solo 15 CD in vita mia”. Tradotto: il possesso non interessa a questa generazione, ed è il caso di farsene una ragione. Vogliono l’accesso. L’abbonamento, quando non scaricano illegalmente. Sono cresciuti così, e non cambieranno.

Apriti cielo: che abbia torto o ragione, la lettera aperta ha suscitato una quantità di reazioni che levati. La più interessante è quella di David Lowery (chi è David Lowery?) (E’ il fondatore dei Camper Van Beethoven e dei Cracker) (ah be) (No, davvero: due band stimatissime nel rock americano) (ah be) (Ora insegna pure all’Università) (ah be).

Lowery fa due cose: snocciola dati, spiega la posizione della sua generazione, di chi la musica la fa e prova a camparci. E si lamenta, come si lamentano molti musicisti della sua (e della mia) generazione. Il digitale ci ha tolto il pane di bocca, dice.

Ho sentito tanti musicisti lamentarsi del digitale, in questi termini. Il “sudiamo facendo dischi e quelli ce li rubano” è una frase classica, verissima per descrivere quello che sta succedendo. Ma anche molto ideologica – nel senso di “parte per il tutto”, perché il problema non è solo quello.

Lowery però va oltre questa ideologia: arriva a collegare (indirettamente, ma lo fa), il suicidio di due grandi artisti con la crisi finanziaria musicale causata dal digitale: Vic Chesnutt e Mark Linkous degli Sparklehorse. A proposito invito a leggere il bel commento di Fabio De Luca, che dice tutto quello che c’è da dire su questo ignobile collegamento.

E poi c’è questo commento di Digital Music News, che invece snocciola i problemi sollevati da questo botta e risposta. Li riassumo:

  • Gli artisti non possono semplicemente andare in tour e vendere magliette
  • Le registrazioni oggi valgono zero
  • Spotify non funziona per gli artisti
  • Il crowdfounding funzionerà, ma solo per pochi artisti
  • Il Do It Yourself funziona poche volte
  • Molti artisti stanno peggio ora dell’era fisica
  • I giovani non comprano la musica, ma comprano l’hardware e l’accesso
  • I più anziani comprano meno musica di prima e comprano più hardware e accesso
  • Google è una grande parte del problema
  • Voi (noi) siete (siamo) una grande parte del problema
  • Google e gli internet providers hanno vinto
  • Tutti mentono a proposito del rubare
  • Il meccanismo successo di massa continuerà a funzionare per una quota ristretta di artisti
  • Questo non è il miglior momento per l’industria musicale
Tutto necessiterebbe di paginate e paginate di discussione che vi risparmio: prendetelo per quello che è, una lista della spesa di problemi irrisolti, di ferite aperte che la nuova situazione ha creato (e che peraltro non riguardano solo la musica).
Ma ancora una volta manca il punto centrale: lamentarsi e rimpiangere il passato non serve a nulla.
Caro Lowery, tirare in ballo i morti è la stessa cosa che fanno i discografici quando usano i terremotati per far sentire una merda chi scarica canzoni per beneficenza (è successo ai tempi di “Domani”, la canzone incisa per L’Aquila, giuro).
Non è così che si ragiona su cose serie, spostare il problema su questo piano non serve.
Quello che so è che dopo una lettera del genere ascolterò molto meno volentieri i Cracker, anche se hanno scritto una delle mie canzoni preferite: “Turn On, Tune In, Drop Out With Me”.

Welcome to the jungle

Domenica, Aprile 15th, 2012

Insomma, dopo tutte le polemiche, la cerimonia della Rock ‘n’ Roll Hall of Fame è stata noiosa, si legge tra le righe dell’articolo del New York Times. I Guns ‘n’ Roses si riformano. No, non si riformano. Forse sì, però. Ma Axl non vuole. Axl non viene ed è incazzato. Axl scrive una lettera e insulta tutti. Almeno lo avesse fatto durante la serata, di fronte alle telecamere…

In realtà, la R ‘n’R Hall of Fame è molto più che un baraccone di gossip e notizie fatte per attirare attenzione. E’ una macchina da soldi, ed arrivarci (ci vogliono 25 anni di carriera dal primo disco, e poi essere scelti da una giuria di 500 addetti ai lavori) vuol dire rilanciare una carriera, o farla decollare, con indotti da manicomio: lo racconta bene questo bellissimo articolo di qualche tempo fa del NYT, che spiega tutti i meccanisimi e i retroscena che si mettono in moto ogni anno. Le cerimonie in sé, poi, sono spettacoloni dove gli artisti suonano, cantano assieme, duettano come se non ci fosse un domani (ne han tratto dischi e DVD con performance davvero memorabili).

Un genere a parte di queste cerimonie sono gli “induction speech”, i discorsi in cui gli artisti ammessi nella Hall of Fame vengono presentati e celebrati da artisti più giovani, che sono loro debitori. E’ in uno degli speech di quest’anno che è venuta fuori una cosa bella, poche parole in grado di dare un senso alla serata.  Billie Joe Armstrong ha presentato i Guns ‘N’ Roses, che erano presenti tutti tranne Axl. E ha celebrato Slash, così

“The opening riff of ‘Welcome to the Jungle’ is a descending trip into the underworld of Los Angeles. Misfits, drug addicts, paranoia, sex, violence, love and anger in the cracks of Hollywood.”
“It was a breath of fresh air”.
Ora provate a riascoltarvi quella canzone (andate al 1° minuto di questo video) e ditemi se questa definizione non è bellissima.
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Anatre all’arancia

Giovedì, Aprile 5th, 2012

Volevo fare un’analisi semiotica di quelle che mi hanno insegnato all’università, e che per anni ho inflitto ai miei studenti. Avevo trovato l’oggetto perfetto: il nuovo spot antipirateria. Sai che bello scomporre il tutto, analizzando il ruolo dei tesitmonial, le persone giuste per far capire il problema al target; spiegare perché il linguaggio è quello giusto, perché il concetto è corretto, non mischia cose diverse ma anzi è espresso in maniera coerente e lineare. Sottolineare il ruolo  dell’atmosfera e della giusta dose di mistero suscitata dall’arancia che ha in mano una delle protagoniste.

Insomma, mi sarei potuto esercitare in una bella scomposizione linguistica e tutte quelle cose lì, su cui potrei scrivere lenzuolate accademiche.

Ci ha pensato PopTopoi, tirando in ballo pure il diagramma di Venn, per cui mi limito a linkare il suo post ed embeddare l’imperdibile video.

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Neil Young, Spotify, Steve Jobs: qualcuno ascolta gli artisti, ogni tanto?

Venerdì, Ffebbraio 3rd, 2012

Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.

Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.

Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ‘70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.

E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti:  Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.

Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free;  per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità  bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.

Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.

Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.

Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se  Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.

Buon senso digitale

Venerdì, Novembre 4th, 2011

“Non è possibile determinare il danno e la compensazione corrispondente dovuta alla perdita di benefici per il detentore dei diritti, per la semplice ragione che quando qualcuno compra copie piratate di musica e film, non pensa alla decisione di non comprare musica o film originali, così non ci sono profitti che si sarebbero potuto ottenere.

In altre parole, questi fruitori o comprano copie piratate a basso prezzo, o non comprano l’originale, a prezzi tra i 15 e i 20 euro.

In ogni caso, invertendo il ragionamento legale, è possibile che, dopo aver visto o ascoltato la copia pirata, il cliente possa decidere di comprare l’originale, apprezzandolo, così che la vendita delle copie pirata non solo non danneggia, ma addirittura incentiva il mercato degli originali.”

Sono le recenti parole di un giudice spagnolo, che con un po’ di buonsenso, dice quello che molti pensano e che i discografici si ostinano a non capire. Le associazioni, da anni combattono  la pirateria non facendo causa non solo a chi mette in circolazione  fisico e digitale copie pirata – giustissimo –  ma anche agli utenti finali. Fare causa al proprio target, che bella trovata intelligente.

Ovviamente la questione è molto più complicata di così, e non tutto è bianco e nero. Ma l’equivalenza “1 copia piratata=1 copia non venduta= soldi persi dall’industria” è una delle più grosse stupidate mai sentite in questo campo. Una scemenza che purtroppo si sente ancora spesso, nonostante la nostra esperienza – quella pre-digitale  e quella post-digita – ci insegni che la musica spesso si prova e basta.

(via Tech Dirt e Deathandtaxesmag)

La musica che gira intorno (dal 2009 ad oggi)

Lunedì, Ottobre 10th, 2011

La FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, oggi ha annunciato che finalmente la classifica di vendita degli album includerà anche le vendite in digitale: meglio tardi che mai.

C’è un’altra cosa interessante che la FIMI fa, da qualche tempo a questa parte: pubblicare le certificazioni dei dati di vendita complessivi dei dischi e delle canzoni, a partire dal gennaio 2009. Non i dati di vendita dei singoli dischi, ma il fatto che siano dischi d’oro, platino, etc. Insomma, che abbiamo superato una certa soglia.

Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa: nel settembre 2009 venne pubblicata la prima lista delle certificazioni. Quella lista da qualche tempo viene aggiornata ogni settimana, con gli stessi meccanismi: i dischi di diamante (oltre 300.000 copie) adesso sono 5 (un anno fa c’era solo Renato Zero), 26 multiplatino (oltre 120.000 copie), 53 platino (60.000 copie) e 114 ori (30.000). Qua sotto trovate l’elenco dei 5 album Diamante e dei Multiplatino (a questi 25 va aggiunta anche Noemi, che non sono riuscito a incollare nell’immagine).

Sotto trovate una parte dell’altra lista di certificazioni che la FIMI compila, quella dei Download delle singole canzoni. In questo caso ho riportato solo i Multiplatino (più di 60.000 download). Le altre certificazioni sono Platino (+ di 30.000) e Oro (Più di 15.000 unità. Entrambi le cassifiche partono da gennaio 2009 e sono aggiornate alla 39° settimane del 2011.  Potete trovare le liste complete a questo indirizzo.

Vale la pena darci un’occhiata, perché si vedono cose impensabili. Le prime 5 posizioni non stupiscono, Ma stupisce  la presenza tra i dischi d’oro di una raccolta di Julio Iglesias del 1991 (“Da Manuela a Pensami”), per fare un esempio. O il fatto che  “My life in the bush of ghosts”, che il mio amico Paolo Madeddu rinviene settimanalmente da mesi nella sua The Classifica su Macchianera, non è neanche disco d’oro.  O che ci sono solo due dischi stranieri nelle prime 20 posizioni degli album (Michael Jackson, 8° e gli U2, 15° – Lady Gaga è 21°), mentre nelle canzoni gli stranieri vanno meglio (anche se il secondo brano estero più scaricato è “Danza Kuduro”, dopo “Bad Romance”). O che la canzone più scaricata dei R.E.M. dal 2009 è, indovinate un po’, “Losing my religion” (datata 1991).

Potrei andare avanti all’infinito con questi dettagli che sembrano quasi aneddotti più che dati: è la musica che gira intorno nei canali di vendita tradizionali. Perché poi c’è tutta un’altra musica che in queste classifiche non si vede: è quella che gira sulle radio, sui social network e in generale in rete. Ma questa è un’altra storia.

Never Die Young

Giovedì, Ottobre 6th, 2011

Stamattina mi è tornata in mente questa canzone di James Taylor, che forse c’entra poco. Però a me in questo momento spiace per l’uomo, che se n’è andato a 56 anni, gli ultimi 7 convissuti con una terribile malattia.

E mi fa ancora più impressione pensare alle cose che ha fatto non tanto nella sua vita, ma anche solo in quest’ultimo periodo.

Poi, non sono convinto che abbia rivoluzionato la nostra vita, né in generale né quella quella di ascoltatori di musica. L’ha cambiata profondamente, quello sì. Perché senza l’iPod – figlioccio stiloso del walkman – il modo in cui consumiamo le canzoni non sarebbe lo stesso. Si può discutere all’infinito se tutto questo ha fatto bene o no alla musica, sicuramente il processo – che però era stato innestato da Napster, non da Apple – ha fatto tanti danni quante migliorie.

Però Jobs era un appassionato vero di musica. E ci credeva. Andate al minuto 8′47″ di questo video, quello della presentazione del primo iPod, nel 2001. Steve dice “Boom” e c’è qualche attimo di imbarazzo vero. Poi scatta un applauso di circostanza. All’inizio della saga musicale di Apple era l’unico a crederci. Indovinate un po’ chi ha avuto ragione….

Alla fine, i geni dell’industria culturale sono quelli che sanno davvero unire questi due termini, che spesso, soprattutto nella musica, sono un ossimoro: sanno che lavorano su oggetti frutto del talento, lo rispettano, lo valorizzano. Sanno inserirli in un processo di produzione che crei dei profitti e che assicuri la loro sopravvivenza. E tengono sempre in mente chi quegli oggetti li userà. E’ stato l’elemento umano della macchina, parafrasando le parole di Jovanotti.

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30 anni di musica registrata e venduta in una gif

Mercoledì, Agosto 24th, 2011

Ogni tanto le gif raccontano meglio di mille parole: questa spiega l’evoluzione del mercato discografico negli ultimi 30 anni, sovrapponendo torte e dati ufficiali della RIAA, l’associazione dei discografici americani. La fonte è Digital Music News (che ha le singole immagini, se qualcuno ha bisogno di vederle con calma), mentre qua c’è una breve ma ben fatta analisi.

(Grazie a PopTopoi per la segnalazione)

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla