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Archivio per la ‘Industria Musicale’ Categoria

Buona musica, buona comunicazione (e idee vecchie)

Lunedì, Ggennaio 24th, 2011

Le notizie che arrivano da Cannes sono per certi versi confortanti e per certi versi disarmanti.

E’ sconfortante che al Midem – la fiera della musica più importante del mondo – ci sia ancora gente che sostiene che la soluzione ai mail dell’industria sia la logica del controllo totale, come il CEO della Vivendi-Universal Bernard Levy. Come se dieci anni non avessero insegnato niente.

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Ma la notizia confortante è che le posizioni di Levy sono sempre più isolate, a giudicare dalle reazioni al suo intervento. Mi dicono che i commenti che arrivavano via Twitter al suo intervento (proiettati in sala) erano impietosi.

Ma, soprattutto, dal Midem arrivano tante storie di artisti e imprenditori che, nel loro piccolo o nel loro grande, cercano nuovi modi di far arrivare la musica alla gente, di fare business e di reinventare un modello. Tra i tanti video che il canale del Midem sta postando in questi giorni per chi, come me, non è stato a Cannes, c’è anche questo.

E’ un po’ lungo, ma c’è la storia di due artisti come gli OK Go e Imogen Heap che a loro modo hanno fatto innovazione.Magari non tanto nella musica in sé, ma nel modo di comunicarla. Perché serve anche questo, oggi: non solo fare buona musica, ma anche buona comunicazione. Comunicazione in spazi diversi dai media tradizionali, quelli che una buona parte dell’industria – la stessa di Levy – continua a ritenere gli unici veramente importanti.

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The waiting is (not) the hardest part

Mercoledì, Ggennaio 19th, 2011

Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.

Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610″… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.

Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione  della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.

Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.

Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.

Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora  figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.

Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.

Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.

Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi  un po’ di attesa.

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Mettersi un paio di Air Jordan sulle orecchie

Lunedì, Novembre 22nd, 2010

“I said, ‘Dre, fuck sneakers. Let’s sell speakers,’ “”, disse Jimmi Iovine.

Le cuffiette bianche fanno schifo. Non la musica, non gli iPod che la riproducono digitalizzata e compressa. Poprio le cuffiette, quelle che la Apple ha usato come simbolo per molto tempo. Se ne avete un paio vecchie in casa, diciamo di 4-5 anni fa – tiratele fuori, mettete su qualcosa e vi chiederete “ma come ho fatto ad ascoltare musica con queste robe qua?”. Quelle attuali sono un po’ meglio, ma insomma.

Jimmy Iovine è una vecchia volpe del music biz, fin dagli anni ‘70 – quando esordì come ingegniere del suono con gente come Springsteen e Tom Petty. E’ stato ed è un importante produttore, ora è a capo della Interscope. E assieme a Dr.Dre ha costruito un altro impero basato su questa intuizione, quella che le cuffie bianche fanno schifo. L’impero delle “Beats by Dre”, cuffie di alto profilo. C’è un bel pezzo su Billboard che ne racconta la storia e l’evoluzione.

“I felt it was the weakest link. With a bad file and a bad-sounding computer, you have at least a shot at pumping the emotion back with a good pair of headphones”.

Questa  citazione di Iovine racconta bene come il tutto sia partito da un’esigenza giusta -preservare la qualità di almeno una parte del modo in cui la musica ci arriva – e poi si sia evoluta come un’operazione di marketing come tante altre. Il che non è un male, ovviamente, ma l’altra citazione, quella messa in apertura del post, spiega bene quale fosse il modello di riferimento dell’operazione: le Air Jordan, le scarpe su cui la Nike costruì un impero, sfruttando l’immagine del più forte giocatore di basket di sempre.

“Do Beats by Dre really sound as good as they look?”, si chiede Billboard? Si, abbastanza. E comunque il trucco è sempre il solito: pompare i bassi. Perché i bassi nella musica vendono, e sono come la maionese per i cuochi e l’edera per gli architetti: coprono qualsiasi cosa.

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A hard disk’s night – i Beatles il giorno dopo

Mercoledì, Novembre 17th, 2010

Ieri doveva essere un giorno da ricordare, almeno secondo la Apple. Il giorno in cui i Beatles sono arrivati su iTunes.

In realtà, si tratta di una sconfitta di Steve Jobs mascherata da evento, gestita con la solita abilità mediatica della Apple: il teaser il giorno prima, all’improvviso, poi le indiscrezioni, l’annuncio.

Ora, che i Beatles siano su iTunes è bello, ma che non ci siano stati per tutti questi anni… La loro presenza ora semplicemente fa emergere il sommerso, legalizza (finalmente) quello che molti avevano già fatto, ovvero digitalizzare i propri CD dei Beatles, o scaricarli (illegalmente). E, peraltro, dopo i Beatles ci sono ancora alcuni artisti che resistono alle lusinghe di iTunes…

Il carisma persuasivo di Jobs non è riuscito a convincere quel che resta dei Beatles e, per una volta, si è trovato in posizione di debolezza nella contrattazione, dopo anni in cui ha continuato a sostenere di avere rivoluzionato la musica. Ma le promesse di rivoluzione non hanno funzionato, di fronte al catalogo di quattro artisti che la rivoluzione in musica l’hanno fatta sul serio.

E comunque, il carisma di Jobs ha avuto poca presa anche sulla rete: ieri i commenti che si leggevano in giro sull’operazione erano molto scettici, sia da parte degli addetti ai lavori, sia a da parte dei semplici utenti.

Una delle cose più divertenti (e dissacranti) viste ieri è questo trend su Twitter, #NewBeatlesSongTitles, in cui ci si divertiva a riscrivere i titoli delle canzoni dei Fab Four in chiave informatica: “For the benefit of Mr. Jobs”, “When I’m 64 bit”, “And your bird can ping”, “A hard disk’s night”….

Fare il manager (e il migliore amico) di Bruce Springsteen

Giovedì, Novembre 4th, 2010

Certe volte incontrare chi sta dietro le quinte può essere persino più interessante di parlare con sta sotto i riflettori: questo ho pensato prima, durante e dopo l’intervista con Jon Landau, il manager di Springsteen.

Me lo sono detto un po’ per consolarmi del fatto che Springsteen non sono riuscito ad incrociarlo da vicino, nella due giorni romana – ma d’altra parte lunedì sera all’Auditorium era caos puro. Un po’ perché è bello sentirsi dire un “grazie per la bella chiacchierata” da uno come Landau ha fatto la storia rock, anche se in maniera defilata.

Sia quel che sia, ho già riferito abbondantemente di quello che è successo a Roma, qui e qui. Oltre alla videointervista ufficiale a Landau, quella dove parla di “The promise”, qua sotto ci sono due “bonus tracks”. Due spezzoni da “addetti ai lavori”, in cui Landau racconta in cosa consiste il suo lavoro di manager, e spiega qual è il metodo di lavoro di Bruce.

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In questo secondo video noterete che Landau parla di tre fasi nel lavoro di Springsteen: writing, recording, touring. Ai miei studenti racconto sempre che c’è una quarta parte del lavoro di un artista: la promozione. Springsteen non ne ha bisogno o quanto meno la riduce al minimo. Ecco perché ho intervistato Landau, e non lui.

Adesso giuro che per un po’ smetto di scrivere sul Boss. Almeno fino a quando esce “The promise” (che, per inciso, si può ascoltare in streaming qua).

Motorhead vs. Irene Grandi (ovvero musicisti vs. pubblicità)

Giovedì, Ottobre 28th, 2010

Guardate questo spot:

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e poi guardate questo:

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Si dice che i cantanti non devono fare spot, a differenza di personaggi TV o attori. Si dice che è perché i cantanti devono rimanere “autentici”, e svendersi alla pubblicità distrugge la loro credibilità. Se lo fai ti esponi a critiche per il solo averci provato (come in quel famoso video di Neil Young, che massacrava i colleghi rei di aver prestato nome e immagine a delle bibite).

In realtà il problema non  è “se”, ma “come”: lo spot dei Motorhead rappresenta bene la band, la sua musica, la loro canzone più famosa. E si, lega tutto ad un prodotto. Lo spot della Ferrero  – cha costruito un impero su pubblicità didascaliche tipo “Mi vuoi tutta ciccia e brufoli” -  fa la stessa cosa, ma male: Irene è una bravissima cantante, ma la storia è costruita male, e raccontata peggio, in maniera davvero irreale. Mi chiedo chi abbia scritto quei dialoghi…

Archeologia del walkman e dell’iPod

Mercoledì, Ottobre 27th, 2010

Ieri è stata presentata l’annuale ricerca sull’economia della musica in Italia, curata dallo IULM per conto delle associazioni di settore.

Il dato è che il sistema musica “tiene”, dice il sunto della complessa ricerca (un analisi più approfondito la trovate qua, mentre la ricerca la potete scaricare qua). La musica nel 2009 valeva complessivamente 3,7 miliardi di euro, contro i 3,9 del 2008.

Cala la vendita dei supporti fisici (-25% rispetto al 2008), cresce – ma non di molto la musica digitale – e la musica dal vivo.

Crolla, ancora di più del 2008, l’elettronica di consumo: un -25% secco rispetto all’anno prima. Davvero? I lettori MP3 hanno saturato il mercato e non vendono più? Paradossalmente questa notizia arriva quasi in contemporanea al 9° anniversario della nascita dell’iPod e alla notizia che Sony non produrrà più il caro vecchio Walkman a cassette.

La realtà è che, come ha specificato il responsabile della ricerca Luca Barbarito, questo dato sull’elettronica di consumo comprende solo i lettori MP3 puri, gli iPod e simili. Non comprende quelli ibridi, come gli iPhone, gli iPod Touch, i tablet.

Insomma: siamo qui a celebrare la morte del Walkman e il compleanno dell’iPod, ma il mercato degli strumenti di consumo è già da un’altra parte. L’iPod è già un oggetto di mordernariato….

Il mondo musicale in cui viviamo

Lunedì, Ottobre 11th, 2010

Volevo linkare questo articolo  nei “Music link del giorno” che metto nella colonna qua a destra. Poi l’ho letto, e questa sequenza di fatti ed eventi dell’ultima settimana mi sembra una fotografia perfetta delle contraddizioni della musica e della sua industria, oggi: divisa tra innovazione e conservatorisimo estremo. Da Digital Music News.

Pandora reached its 65 million registered user, an 8 percent jump since late July.

Vevo finalized an inclusion deal with Google TV.

Creative Commons launched a $550,000 “Superhero” fundraiser.

Issues were hashed, re-hashed and double-dissected at a pair of music conferences this week – the Future of Music Coalition’s Policy Summit (#FMC10) and Digital Music Forum West (#DMFW).   FMC10 notes here, DMFW notes here (right side).

Gene Simmons criticized the music industry for lacking the balls to sue every single file-swapper.  But the discussion soon shifted to some other things major labels would do if they really had the balls

T. Bone Burnett advised artists to “stay completely away from the internet”.

Interscope Geffen A&M revenues are now 70% digital.

NPD Group presented 9 reasons why consumers don’t purchase downloads.  The industry picked-apart and criticized the findings.

Scary stat: The anti-cholesterol drug Lipitor outsold the entire US-based recording industry in 2009.

Oh, and TuneCore CEO Jeff Price blew his lid.

The Echo Nest scored a $7 million funding round.

Aggiungo, a commento della sparata di Gene Simmons (tieni ferma quella dannata linguaccia!), un altro articolo di Digital Music News: 7 Things the Majors Would Do Right Now, If They REALLY Had the Balls…

Il grado Zero della musica

Giovedì, Settembre 9th, 2010

La FIMI ha pubblicato la lista dei dischi più venduti dall’inizio 2009 ad oggi. Un solo diamante (oltre 300.000 copie), 18 multiplatino (oltre 120.000 copie), 29 platino (60.000 copie) e 46 ori (30.000). Qua sotto c’è l’elenco completo. Leggete, fatevi un’idea e traete voi le conclusioni…

Le professioni della musica

Mercoledì, Luglio 7th, 2010

Su questo blog non mi piace parlare e celebrare le cose che faccio quando non sono attacato a qualche periferica digitale o quando non scrivo per Rockol.

Però, per una volta chiedo una deroga: il Master in Comunicazione Musicale compie dieci anni, e abbiamo messo in piedi un canale youtube per raccontare le professioni della musica, attraverso la testimonianza di qualche ex-studente che orma da anni lavora nel settore.

Al di là dell’aspetto promozionale (in autunno parte la nuova edizione del Master), secondo me è venuta fuori una cosa comunque interessante che spiega cos’è un ufficio stampa, come funziona il booking dei concerti, la programmazione musicale in tv, la promozione discografica… Ma sono di parte, ovviamente.

Qua sotto c’è un riassunto di quello che abbiamo pubblicato finora. Sul canale Youtube ci sono le interviste intere, e ne pubblichermo regolarmente nelle prossime settimane.

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla