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Archivio per la ‘Interviste’ Categoria

Cose che succedono alla fine delle interviste

Lunedì, Ggennaio 23rd, 2012

Mi è successo di nuovo. Ho lasciato una telecamera accesa alla fine di un’intervista, e l’intervistato si è messo a guardarla senza sapere che stava ancora girando. C’è un qualcosa nelle facce che fanno personaggi famosi quando sono incuriositi dalla tecnologia…

In questo caso, James Taylor (che aveva appena suonato una canzone per Rockol, che pubblicheremo domani), si è avvicinato alla GoPro, piccola ma potente telecamera fissata con una ventosa ad un tavolo, per una ripresa laterale di contorno.

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Mi era già successo qualche tempo fa, con David Byrne, incuriosito dall’iPhone, messo su un cavalletto…

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Ma il meglio è questo: sempre un iPhone messo di lato. E quell’istrione di Bublè che fa finta di niente per tutta l’intervista, salvo esibirsi in un siparietto ad uso e consumo del telefonino, sempre a fine intervista. Questo video è stato girato nel 2009, l’ho caricato e lasciato lì. Negli ultimi due mesi, improvvisamente, è finito nei raccomandati di YouTube ed ha raccolto 25.000 visioni in qualche settimana

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Fare il manager (e il migliore amico) di Bruce Springsteen

Giovedì, Novembre 4th, 2010

Certe volte incontrare chi sta dietro le quinte può essere persino più interessante di parlare con sta sotto i riflettori: questo ho pensato prima, durante e dopo l’intervista con Jon Landau, il manager di Springsteen.

Me lo sono detto un po’ per consolarmi del fatto che Springsteen non sono riuscito ad incrociarlo da vicino, nella due giorni romana – ma d’altra parte lunedì sera all’Auditorium era caos puro. Un po’ perché è bello sentirsi dire un “grazie per la bella chiacchierata” da uno come Landau ha fatto la storia rock, anche se in maniera defilata.

Sia quel che sia, ho già riferito abbondantemente di quello che è successo a Roma, qui e qui. Oltre alla videointervista ufficiale a Landau, quella dove parla di “The promise”, qua sotto ci sono due “bonus tracks”. Due spezzoni da “addetti ai lavori”, in cui Landau racconta in cosa consiste il suo lavoro di manager, e spiega qual è il metodo di lavoro di Bruce.

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In questo secondo video noterete che Landau parla di tre fasi nel lavoro di Springsteen: writing, recording, touring. Ai miei studenti racconto sempre che c’è una quarta parte del lavoro di un artista: la promozione. Springsteen non ne ha bisogno o quanto meno la riduce al minimo. Ecco perché ho intervistato Landau, e non lui.

Adesso giuro che per un po’ smetto di scrivere sul Boss. Almeno fino a quando esce “The promise” (che, per inciso, si può ascoltare in streaming qua).

Jon Landau, ‘The promise’: “L’album che Springsteen avrebbe pubblicato nel ‘77′

Martedì, Novembre 2nd, 2010

(Da Rockol)

E’ l’uomo della famosa frase: “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. E’ Jon Landau, che dopo aver scritto quella frase divenne il suo manager e lo è ancora, a 36 anni di distanza. Dopo la presentazione del film “The Promise” ieri sera alla Festa del Cinema, Landau questa mattina ha incontrato la stampa – da solo, senza Springsteen, reduce dal bagno di folla di ieri sera.
tutto su: Jon LandauLandau è una di quelle figure leggendarie che stanno dietro le quinte, come alcuni produttori e altri  manager come Paul McGuinness degli U2. Appena entrato alla Casa del Cinema a Roma – la sala è piena non solo di giornalisti, ma anche di fan che ingannano l’attesa parlando ovviamente di Bruce – inizia raccontando un paio di aneddoti. “Io e Bruce stavamo parlando ieri sera, ricordando la prima volta in cui non suonammo in Italia”, esordisce. “Era il primo tour importante, nel 1980: ci dissero che i promoter italiani erano disorganizzati. Ma suonammo in Svizzera: i fan italiani ci inseguirono per darci una petizione per venire in Italia. Tornammo in Italia nell’85 per il famoso concerto di Milano: fu uno dei nostri migliori concerti di sempre, forse il pubblico migliore che abbiamo mai avuto. E Bruce mi disse: ‘non andremo mai più in tour senza passare dall’Italia’. Poi gli viene chiesto della famosa frase: “Quando ho scritto quella frase, conoscevo già un poco Bruce. Era in difficoltà, sembra stesse per essere scaricato dalla casa discografica, e io ero molto considerato – ero tra i critici più famosi del periodo. Scrissi quella frase sull’onda dell’emozione di un concerto e per aiutarlo, perché volevo sentire il suo prossimo disco”.
Quindi si inizia a parlare di “The promise”, e Landau spiega: “Sono due uscite diverse: c’è un cofanetto; e poi c’è un CD di 21 canzoni inedite. Qualcuna è nota o è circolata in qualche bootleg,  molte Bruce le scrisse e le incise senza terminarle. Al tempo si stufava in fretta… Quest’estate Bruce le ha terminate e la abbiamo messe insieme come se fossero un disco vero. Non è una raccolta di outtakes, ma un album che rimarrà parte della discografia vera e propria di Bruce: speriamo che rimanga a lungo, non scomparendo come spesso capita ai box. Volevamo rendere il tutto disponibile ad un prezzo accessibile”.
Le 8 canzoni che vengono fatte ascoltare alla platea – a luci spente, con i testi proiettati sullo schermo – confermano l’idea espressa da Landau: si parte con una versione alternativa di “Racing in the streets”, proseguendo con “Gotta get that feelin”, “Outside looking in”, “Someday (We’ll be together)”, “Because the night”, “Ain’t good enough for you”, “Talk to me”. Si chiude ovviamente con “The promise”, il santo graal di ogni fan – per dire, quando uscì il cofanetto “Tracks” nel 1998, prima la escluse, poi scelse di reinciderla da capo, facendo arrabbiare i fan. “The promise” è ancora oggi, una delle più belle canzoni mai scritte da Springsteen, una ballata malinconica sulla fine dell’innocenza. Il suono è “vintage Bruce” – “è il suono del disco che avrebbe pubblicato tra ‘Born to run’ e ‘Darkness’, spiega Landau – con brani volutamente diversi tra loro per rappresentare l’album, e con un tono decisamente più romantico rispetto all’introspezione delle canzoni poi scelte per “Darkness on the edge of town” .
“Bruce ha lavorato da solo alle canzoni, e non mi ha voluto dire quanto è intervenuto sulla musica originale. Ha l’impressione di avere realizzato una commistione tra passato e presente e vuole che sia considerato come un tutt’uno”, spiega Landau.Si passa quindi alla visione dei materiali video: un estratto dal concerto a porte chiuse dell’anno scorso, in cui venne risuonato per intero “Darkness on the edge of town”  – di cui colpisce il suono, furioso e chitarristico – ed alcuni estratti dal concerto del ’78 di Houston e dai video d’archivio inclusi nel terzo DVD del box: “Volevamo un filmato della E Street Band oggi, per fare un paragone con il materiale d’archivio. Nell’ultimo tour abbiamo riproposto diversi dischi per intero, ma le riprese davano un’atmosfera che non era in linea con il progetto. L’idea di risuonarlo in quel modo, a porte chiuse, è stata di Bruce; ma il merito va anche a Thom Zimny, il regista, le cui luci e fotografia catturano perfettamente l’austerità e la durezza del disco originale”, spiega Landau.
Le ultime battute sono sul personale: “Conosco Bruce dal ’74. Abbiamo lavorato assieme, ma in 36 in anni di conoscenza devo dire che è il miglior amico. Ho avuto tanti dubbi su molte cose in questi anni, ma non ho mai dubitato di continuare a lavorare con lui”. E poi un inevitabile domanda sul futuro delle attività: “Non abbiamo progetti al momento, e non posso dire quando li avremo. Ma come dicevo prima, quando andremo in tour passeremo dall’italia. Decide il Boss, non io…” Nei prossimi giorni pubblicheremo una videointervista a Landau, in cui racconta il “Making of” di “The promise”, nonché il metodo di lavoro di Springsteen e che cosa sta facendo in questo periodo.

Foto decadenti (2)

Martedì, Ottobre 19th, 2010

Ieri ho intervistato Phil Collins. Per dirla con uno “scaruffismo”, io i Genesis non solo non li ho mai potuti soffrire, ma penso pure che fossero inutilmente pomposi come buona parte del “prog”. Ma Phil Collins da solo, per contrappasso,  ha sempre fatto del buon semplice pop, e questo disco dedicato alla Motown è davvero piacevole.

Aperitivo decadente con l’Avvocato

Martedì, Ottobre 12th, 2010

Ieri sono stato alla conferenza stampa di presentazione del nuovo disco di Paolo Conte. Tutto  un po’ decadente, come si conviene per una (bella) musica come quella di “Nelson”: La Villa Necchi, sorta di maniero nascosto nel centro di Milano; il pubblico di giornalisti – età media decisamente alta. E poi c’è lui, un distinto e gentile signore piemontese, uno dei pochi italiani di cui si possa dire che è un “mito” senza timore di usare di usare un aggettivo abusato.

Per rimanere in tema con l’atmosferà agé, ho scattato alcune foto con l’iPhone, invecchiandole con un po’ di effetti….

La musica anticoncezionale di Ben Folds (e Nick Hornby)

Venerdì, Settembre 24th, 2010

(da Rockol)

“La verità è che a voi europei del sud piace la musica sexy e la mia è perfetta per il controllo delle nascite. Quanti bambini non sono stati concepiti perché coppie si sono messe ad ascoltare le mie canzoni…”. La zampata ironica arriva alla fine dell’intervista, quando gli si chiede perché in America e in Inghilterra è un personaggio di culto, e da noi se lo filano in pochi. Gli artisti che fanno dell’ironia e del sarcasmo la loro identità spesso sono assai seri, di persona. E così è con Ben Folds. Il piano-rocker con la faccia da nerd sta per pubblicare “Lonely avenue”, nuovo disco a quattro mani con Nick Hornby:  lo scrittore di “Altà fedeltà” e “Tutta un’altra musica” ha scritto le liriche, Folds le ha messe in musica.

Rockol lo raggiunge al telefono a Venezia (è in Italia per qualche giorno per un matrimonio, ci spiega). Ed è serio e preciso, nel raccontare la genesi del disco. “Hornby aveva scritto un bel pezzo su di me, in un suo libro”, dice riferendosi a “31 canzoni”, dove si parlava di “Smoke”. “Peccato che le parole di quella canzone non le avessi scritte io, così gli ho mandato una mail. Poi abbiamo lavorato assieme ad una canzone del disco di William Shatner”, ovvero dell’attore famoso come il Capitano Kirk di Star Trek.  “Lonely avenue”, ci spiega, è stato un esempio di telelavoro: “Abbiamo fatto tutto via email. La mattina mi mandava un testo, io durante il giorno lo mettevo in musica e la sera gli mandavo la canzone finita. Quando per lui era mattina, si trovava tutto”.<br>

Il risultato è un piccolo gioiello, un disco da altri tempi, inciso in analogico e da ascoltare con i testi in mano, leggendo le storie, che vanno dal registro comico – il ragazzotto di provincia che scopre di stare con la figlia di Sarah Palin, in “Levi Johnston’s blues” – a quello malinconico in “Picture window”, storia di un capodanno visto da una camera d’ospedale. Folds è riuscito a dare vita ai testi mantenendo il suo stile: un rock a base di piano, che ricorda il primo Elton John (non a caso, gli arrangiamenti sono di Paul Buckmaster, suo collaboratore storico): “Mi sono dato una politica di non revisione”, ci spiega. “Non ho toccato le sue parole, perché il ritmo di un racconto è importante per un scrittore, e chi sono io per cambiarlo? Sono affascinato dal modo in cui parole e musica lavorano assieme. Il mio compito questa volta è stato di trovare una musica che rendesse giustizia alle parole, che le facesse essere quello che sono. E’ facile rovinare delle belle parole con della brutta musica. Sapevo che se avessi fatto emergere le parole, avremmo avuto delle buone canzoni. Per me si trattava di guardare la pagine, e vedere se la melodia veniva fuori”.<br>

Anche per questo motivo il disco è stato inciso completamente in analogico: “Mi sono stufato un po’ del digitale: lo uso da anni, ma ti offre troppe opzioni, troppe scelte. Il processo di registrazione di questo album doveva essere più immediato e veloce, quindi abbiamo scelto di inciderlo su nastro. Così alla fine della giornata ti trovi con tre versioni, di una canzone e scegli quella che ti piace di più. Con il digitale hai molte più scuse per suonare meno bene, perché ti permette di aggiustare le cose, ed è un processo molto noioso e lungo”.

“Lonely avenue” deve il titolo alla canzone dedicata a Doc Pomus, bluesman e paroliere di Elvis (“titolo perfetto per una foto in copertina), e uscirà la prossima settimana, anche in una versione deluxe dove le bonus tracks non saranno canzoni ma quattro racconti inediti di Hornby. Non c’è in programma un tour congiunto, ci spiega. Ma un tour da solo si – forse anche in Italia a marzo.  E magari solo qualche altro video: Folds è diventato uno dei più apprezzati creativi musicali di YouTube – la sua parodia del pianista incappucciato di Chatroulette è uno “cult”, come si dice in gergo. E per promuovere l’album ha realizzato un video di “The things that you think”, in cui compare effettivamente Hornby, che dice appunto cosa pensa, e ci sono i Pamplemoose, altro apprezzatissimo nome della videomusica in rete:

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“Mi piace quello che fanno, e il loro posto è sul web, non sui dischi. Così abbiamo fatto un video assieme, che facesse vedere anche Nick, e l’abbiamo messo solo in rete, non sul disco. Così la gente vedrà il tipo che ha scritto i testi del disco. C’è stato un tempo in cui si spendeva anche mezzo milione di  dollari per un video, solo per passare su MTV. Pensavo fosse una follia allora, figurati adesso. Ogni cosa che facciamo per YouTube è basso costo, quasi per divertimento. Ci sarà un video più o meno regolare per ‘From above’, fatto in animazione; e per un’altra canzone , “Saskia Hamilton”, ho incaricato un ragazzino inglese di 19 anni. Chissà cosa tirerà fuori: lui e i suoi amici correranno per il loro campus con la videocamera e si divertiranno”.

Il finale della chiacchierata è appunto dedicato all’Italia: “Ho suonato da queste parti, quando facevo l’università, nel 1987 a Venezia. Ma mai da professionista. Comunque, facendo un po’ di interviste con gli europei per questo disco, mi è venuta voglia di suonare da voi, perché ascoltate le canzoni senza preconcetti. Voglio dire, gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono la mia patria musicale, ma ogni volta mi chiedono cosa stavo pensando mentre ho scritto questo e quello… Spero di venire il prossimo anno, o comunque prima di essere su  una sedia a rotelle”.

Intervista ai Gaslight Anthem: ‘Noi americani non sappiamo cosa sia l’America’

Giovedì, Agosto 5th, 2010

(Da Rockol) Se amate il rock americano, i Gaslight Anthem sono la band da ascoltare in questo momento. Se vi piacciono le chitarre, e se vi piace sentire raccontare storie sulle peripezie del sogno americano dovete ascoltare Brian Fallon. Rockol lo ha raggiunto al telefono a Philadelphia, per farsi raccontare il nuovo disco “American slang”, il terzo di questa band del New Jersey di cui si sta parlando molto oltremanica e oltreoceano, ancora poco da noi.

Se ne parla perché hanno prodotto un gran disco, meno sanguigno e spensierato del precedente “The ’59 sound”, ma anche più maturo. E se ne parla inevitabilmente perché Fallon ha avuto l’onore di vedere un suo duetto con Bruce Springsteen pubblicato nel recente DVD “London Calling”.

“Si, è vero: sembra che negli ultimi due anni non si sia mai smesso di parlare di noi, e ovviamente questo non ci fa che piacere”, ci racconta Fallon. “Sembra che tra un disco e l’altro non ci sia stata tregua. In realtà le canzoni di ‘The ’59 sound’ le avevo scritte molto tempo fa, quelle di ‘American slang’ sono venute fuori molto in fretta, lo scorso inverno, quando abbiamo terminato il tour e sono tornato a casa per un paio di mesi”.

Fallon, che ora si è trasferito dal New Jersey a New York, spiega che proprio l’aver scritto le canzoni in tempi recenti ha inevitabilmente trasformato i temi delle storie, che parlano sempre della ricerca del proprio posto nel mondo, ma ora dal punto di vista di qualcuno che è cresciuto e deve affrontare la vita reale: “ Ho usato il titolo ‘American Slang’ perché è un’espressione che si interroga su cosa sia l’ ‘American life’, la struttura sociale del nostro paese. C’è gente molto ricca e gente molto povera, e poi c’è ovviamente gente nel mezzo. Quella canzone, e in generale il disco, parla della ricerca di una collocazione, della ricerca di un posto tra le gente, in quella che qualcuno chiama la middle class”.

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“American slang” è stato anche il primo singolo estratto dal disco, supportato da un bel videoclip che Rockol vi ha mostrato in anteprima poco tempo fa: “Anche con le immagini abbiamo cercato di mostrarare come vivere in America ti possa sopraffare, ti possa far sentire perso”, continua Brian. “Con tutto quello che ti succede attorno, hai sempre la sensazione che dovresti fare qualcosa di meglio, anche se non sai bene cosa dovresti fare di preciso. Ovviamente non è come a Hollywood o su Internet, dove tutti ti ripetono che in America puoi e devi diventare una star. Quando cresci, devi uscire là fuori e trovarti un lavoro vero, metter su famiglia, e spesso ti rendi conto che non hai una direzione. Per di più noi americani non abbiamo tradizioni a cui appigliarci: me ne rendo conto ogni conto che vengo in tour in Europa. Noi americani non sappiamo cosa sia l’America. Forse non abbiamo neanche un vero linguaggio, ma solo uno slang…”.

Dal punto di vista narrativo, Fallon ha fatto una scelta ben precisa, nell’ultimo album: evitare ogni citazione o riferimento ai suoi eroi musicali e non, che spuntavano copiosi tra le righe di “The ’59 sound”: “Le nuove canzoni parlano della ricerca della propria identità, e anche noi stiamo cercando la nostra…. In precedenza volevo semplicemente far capire alla gente da dove venivamo. Ora non credo ne avessimo più bisogno”.

Tra le citazioni preferite di Fallon nel disco precedente c’è l’artista a cui i Gaslight Anthem vengono paragonati più spesso. Proprio lui, l’uomo del New Jersey per eccellenza… “E’ strano vedere il proprio nome accostato così spesso a quello di qualcun altro. Voglio dire, ti può capitare di peggio di essere paragonato a Bruce Springsteen. Lui è un eroe, e non solo del New Jersey, che è la nostra terra. Lui è un grande, è una gran persona, è uno che non ha dato di matto nonostante il successo”, spiega ridendo Brian.

“Ma noi non abbiamo iniziato a suonare per emularlo. Abbiamo messo in piedi una band perché pensavamo che potevamo farlo da soli. Io ero l’unico della band a cui piaceva… Per di più, mentre incidevamo ‘American slang’ abbiamo ascoltato soprattutto rock inglese degli anni ’70, di quello che finalmente si era sganciato dal pop e dai Beatles, come gli Stones di quel periodo e i Clash. E, per dirla tutta, la mia band preferita sono i Pearl Jam, ma nessuno lo nota mai… Tutti continuano a dire: venite dal New Jersey, come Bruce Spingsteen… Ma il New Jersey è un posto terribile”.

Per vedere i Gaslight Anthem non ci sarà bisogno di andare così lontano, per altro: saranno in Italia il 18 agosto per suonare al Festival di Radio Onda D’Urto a Brescia.

Wine ‘n’ roll

Giovedì, Giugno 17th, 2010

Poi un giorno bisognerà aggiornare l’elenco di tutti i cantanti che producono vino, che amano il vino, che scrivono del vino. E sono tanti.

In questo mare magnum di bottiglie e musica, l’idea di Omar Pedrini mi sembra davvero bella: il suo nuovo disco “La capanna dello zio rock” viene venduto anche nelle enoteche, in  confezione con  una magnum di Montebruna, una barbera di Braida sulla cui etichetta c’è una sua poesia.

Omar è un amico storico della cantina della famiglia Bologna, e oggi ha presentato il disco proprio lì, a Rocchetta Tanaro, nell’astigiano.

Ammetto il conflitto di interessi: Omar è un amico, l’ho portato ad insegnare  al Master in Comunicazione Musicale, ed ero all’incontro i giornalisti, dove ci hanno fatte bere molto e molto bene. Però dico  che mi sembra una bella iniziativa, anche inedita: il vino è buono, la musica è bella, la confezione molto curata. Come si dice? Un  bel modo di dare valore aggiunto a due prodotti.

Il teschio nell’armadio di Slash

Giovedì, Giugno 10th, 2010

Incontri uno come Slash, e pensi che abbia qualche scheletro nell’armadio di cui non voglia parlare. Pensi che sia una rockstar, bizzosa e suscettibile. Magari pensi che ti salterà addosso se solo gli nomini Axl Rose (come le proverbiali interviste telefoniche del suo ex collega nei Velvet Revolver Scott Weiland, che insultava o sbatteva giù la cornetta ad un accenno di domanda sbagliata).

Invece Slash è una dei musicisti più simpatici ed easy che mi sia capitato di incontrare. Lontano mille miglia dallo stereotipo della rockstar, se non fosse per il camerino dove ci ha accolto, in cui troneggiava la sua chitarra (vedi foto) e un fantastico armadio portatile, pieno di vestiti di scena.

Ad un certo punto ha aperto un cassetto dell’armadio per cercare un pennarello, e non c’era uno scheletro, ma un teschio sì…

I PGR, Ferretti, Battiato e la musica disidratata

Mercoledì, Maggio 26th, 2010

Alla fine i PGR non sono esattamente tornati insieme, come avevo scritto l’altro giorno: “ConFusione”, il disco che hanno presentato ieri, è un lavoro di Battiato, che ha messo mano e remixato – disidratato, dice lui – 9 vecchie canzoni del gruppo. Il risultato è una sorta di “best of” sui generis che dà nuova vita alla musica dei PGR.

Però è stato bello vedere di nuovo assieme, anche se solo per una conferenza stampa, Canali, Maroccolo e Ferretti. E soprattutto è bello vedere Ferretti parlare di musica, anche se ormai i suoi interessi sono rivolti da un’altra parte. Soprattutto ai cavalli, dice. E  lo si può capire, perché spesso gli animali danno molte più soddisfazioni degli umani…

Comunque, l’atmsofera rilassata che c’era ieri alla presentazione del disco la potete cogliere in questa videointervista che ho girato ieri:

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Continuo a pensare che sia davvero un peccato che Ferretti non faccia più musica assieme ai suoi compari. Si può essere d’accordo o meno con lui, ma rimane davvero una grande persona, con un carisma incredibile e una visione unica del mondo.

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