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Archivio per la ‘Libri’ Categoria

La buona biografia rock di una volta

Lunedì, Novembre 19th, 2012

E’ uscita una nuova biografia rock. Non un’autobiografia – di quelle ce n’è fin troppe. No, la buona biografia rock di una volta.

Ok, anche di biografie di Springsteen ce ne sono fin troppe, e ce ne sono un paio di quelle monumentali e inarrivabili, quelle di Dave Marsh, il primo a scrivere su di lui (“Born to run”, libro su cui siamo cresciuti in molti: in Italia lo pubblicò GammaLibri…); quello che ne ha scritto di più (altri due libri, di cui uno sui tour), quello con l’accesso maggiore alle fonti (è sposato con Barbara Carr – la co-manager e socia di Jon Landau). Però i suoi lavori si fermano soprattutto agli anni ‘70 e ‘80, con poca roba sui periodi successivi.

“Bruce”, così lo chiama Peter Ames. Carlin, uno che ha scritto biografie di Brian Wilson e Paul McCartney. Uno che ci sa fare.

Non è il solito libro da fan (ce ne sono di ottimi, peraltro). E non è la solita biografia di seconda mano che scriviamo noi italiani, lavorando su ritagli di giornale, interviste e dichiarazioni prelevate dalla rete.

O meglio: ha iniziato così. Poi si è messo ad intervistare gente attorno al Boss – cercando fonti di prima mano. Poi, ha ricevuto una telefonata, da Jon Landau: “Cosa ti serve?”. Ha avuto la possibilità di parlare con chi voleva, con Springsteen in diverse occasioni. Che non ha voluto approvare nulla: “L’unica cosa che mi devi è raccontare tutto con onestà”.

Il risultato è un libro non per i fan – che conoscono già ogni storia, che troveranno qualche chicca inedita comunque, come Janis Joplin che voleva una ‘one night stand’ con il giovane rocker, che si diede alla macchia.

E’ un libro soprattutto per tutti gli altri, scritto ottimamente, su basi solide e rigorose e completo, che traccia un ritratto non agiografico – ma neanche volutamente scandaloso. Un libro equilibrato, che traccia in un 400 pagine circa una delle parabole più interessanti del rock.

Per il momento solo in inglese. Pur non essendo bollata come una “biografia ufficiale” (anche se quasi lo è), non disperiamo di una pubblicazione italiana.

Uff, le biografie rock (Neil Young. La noia)

Martedì, Ottobre 16th, 2012

E’ tutta colpa di Keith Richards. Che ci ha regalato il più bel libro rock di tutti i tempi, la spettacolare autobiografia “Life”. Come notava il New York Times qualche tempo fa, quel libro – una sequenza di fuochi d’artificio linguistici e aneddotici – ha spiegato ai musicisti che raccontare la propria storia può aumentare il profilo, può generare benefici economici e d’immagine.

Insomma, Keith Richards ci ha regalato anche  il diluvio delle biografie ufficiali. Apriti cielo. Ne sono uscite due particolarmente attese, in questo periodo. “Waging heavy peace” di Neil Young e “Who I am” di Pete Townshend. Pare che quest’ultima sia sul livello di quella di Richards (“Mick Jagger è l’unico uomo che mi sarei scopato”, è una delle frasi più citate per promuoverla e spiegare il linguaggio diretto del chitarrista degli Who).

Io, nel frattempo, ho letto quella di Neil Young. Lo dico?

Altro che Le Noise. La noia.

L’ho detto.

E’ come ascoltare uno di quei dischi fuori di testa che Neil Young ha spesso prodotto. “Trans” o “Everybody’s rockin”. Capisci perché l’ha fatto. Capisci che c’è un’idea, magari anche bella. Ma lo consumi con l’amaro in bocca e alla fine ti dici: cazzo, con tutto quel talento, doveva proprio tirar fuori una roba così?

Eppure Neil Young è esattamente questo. Uno che fa tutto a modo suo, e ci piace anche per i suoi colpi di testa. Ma questo libro…

Non aspettatevi coerenza,  non aspettatevi storie. Ce ne sono, certo. Ma molte meno di quelle che ci si potrebbe aspettare da uno che calca le scene da quasi 50 anni. E comunque sono perse in un flusso di coscienza di divagazioni sulle sue passioni.

Per dire: le prime 50 pagine sono per metà dedicate ai trenini elettrici – il vecchio Neil si è pure comprato un’azienda che produce riproduzioni in scala. Buona parte delle altre pagine sono dedicate alla sua passione per le macchine (tra cui la LincolnVolt – macchina sperimentale) e a quella – un’ossessione, in realtà – per la qualità dell’audio. Young si sta impegnando nel lanciare un sistema hardware-software di distribuzione consumo di musica a livello dei master di studio. Ne ha mostrato anche un prototipo da Letterman, di questo sistema Puro.

Young sostiene che gli MP3 sono la radio – buoni per la scoperta della musica, ma pessimi perché riproducono appena il 5 percento delle sfumature cui un musicista lavora in studio – e ha ragione a condurre questa battaglia. Gli auguriamo tutta la fortuna possibile, ma nel libro questa cosa ritorna una quantità di volte impressionante. Gli stessi concetti sono ripetuti allo sfinimento.

In mezzo qualche dettaglio sui suoi rapporti con Stephen Stills, David Crosby e Graham Nash, aneddoti su Dylan e Springsteen, sulla scena californiana in cui è cresciuto.

Molta introspezione – è bello, questo sì, entrare nella mente ostinata e un po’ contorta di un grande come Young, vedere i suoi processi mentali. Questo è il lato positivo del libro, che però non arriva alle vette letterario delle oniriche “Chronicles” di Bob Dylan.

Se vi accontate, bene.

Se no, passate oltre, alla prossima bio, o al prossimo disco con i Crazy Horse.

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Come funziona la musica

Lunedì, Ottobre 1st, 2012

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia appena uscita: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione, dice Young.

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.

Non tutti, però. Il libro musicale di quest’anno non è la biografia di Neil Young (bella, poco storica e molto riflessiva/piscologica; ma questa è un’altra storia, ne parlerò un’altra volta). Non è una delle tante autobiografie ufficiali di questo periodo – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne (si trova in digitale su iTunes e Amazon a 11€).

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice  all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale,  meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:

Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambi le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.

Il primo capitolo (se ne può leggere un estratto qua) è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. Byrne ha fatto qualche tempo fa un TED talk su come l’architettura dei locali ha dato forma alla musica.

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Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni (“Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza:  racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.ooo dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne ssamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.

Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta,  ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.

E poi esamina i modelli di contratto (riprendendo quest’articolo che aveva scritto per Wired), esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).

Chissà se “How music works” verrà mai tradotto in Italiano – Bompiani aveva pubblicato i suoi “Diari della bicicletta”, tempo fa. Sia quel che sia, anche in inglese – molto scorrevole, poco tecnico – questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

Guida galattica per pirati digitali e discografici

Venerdì, Luglio 20th, 2012

Gli alieni esistono, ma fanno musica di merda. Sono bravi in tutte le arti conosciute nell’universo, ma da quando hanno sentito una nostra canzone – neanche delle più belle – han capito che non ce n’è: gli umani sono i migliori in questo campo.  Gli alieni hanno scroccato per decenni la nostra musica, ascoltandola e copiandola di nascosto.  La loro etica impone di rispettare le leggi locali: quindi vogliono prendere in licenza tutta la musica mai prodotta dall’umanità, per poterla riprodurre, copiare, scaricare in tutto l’universo. E sono disposti a pagare. Ma viste le leggi americane, che prevedono pene di 150.000 dollari per ogni canzone piratata, e vista la litigiosità dei discografici, sarà tutt’altro che semplice.

Le premesse di “Year zero”, libro di Rob Reid appena uscito, fanno già sorridere. Il resto del libro ancora di più: è una “Guida galattica per autostoppisti” rivisitata nell’era della musica digitale, del copyright e del file sharing.

Due alieni si rivolgono ad un avvocato terrestre (Nick Carter, scelto perché scambiato per uno dei Backstreets Boys, che adorano) e gli chiedono di adoperarsi per ottenere le licenze. Carter si troverà a fronteggiare altri alieni che, pur di non pagare tutta la ricchezza dell’universo alla terra, pensano di distruggerla per risolvere il problema.

Potete immaginare il resto: che è paradossale e parodistico nello stile di un Douglas Adams rivisitato in salsa musicale, con citazioni e battute dal mondo dei dei suoni. Ma anche molto reale. Rob Reid è stato uno dei fondatori di Rhapsody, e sa come girano le cose nel sistema, come l’industria della musica tenda ad ammazzare ogni innovazione difendendo con i denti  un modello superato dagli eventi, quello dell’inscatolamento controllato dei suoni nei supporti fisici.

Se volete capire Rob Reid, guardatevi il suo TedTalk, dove esibisce le sue doti in una materia che si è inventato, la Copyright Math: fare qualche calcolo a partire dalla catastrofiche (e manipolate, per non dire false) cifre fornite dall’industria dell’intrattenimento e vedere le conseguenze paradossali a cui portano se prese sul serio.

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Per quanto riguarda il libro: lo sto leggendo e non è davvero niente male, divertente e tragico allo stesso tempo. Lo trovate su iTunes BookStore e su Amazon. Qua c’è il book trailer:

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Storiografia minima del rock: Ahmet Ertegun, New York ‘73-’77, 1970

Venerdì, Ggennaio 6th, 2012

A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.

Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist)  o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.

E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.

Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini.  Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ‘70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin. Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.

Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ‘73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ‘60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.

Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.

Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.

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Retromania: perché alla musica manca un David Foster Wallace e ci accontentiamo degli Arcade Fire (e di Simon Reynolds)

Venerdì, Settembre 2nd, 2011

(premessa: è un post lungo, probabilmente noioso, che un po’ discute di lana caprina, un po’ fa pseudo polemica, ma davvero pseudo. Per cui, a) potete leggere i primi paragrafi, fino alla pseudo-polemica sugli Arcade Fire b) siete ancora in tempo a fare un “back” per tornare alla pagina da cui siete venuti) (Alllora ci vediamo più avanti) (forse)

Perché noi amanti della musica siamo così ossessionati dalla celebrazione del passato? Perché la musica attuale sembra guardare più indietro che avanti?

C’è un bel libro che prova a dare un senso a tutto questo fiorire di musei, celebrazioni, cover version, cover album, box set, sample, mash-up e quant’altro. E’ un libro di cui si parla parecchio da qualche mese e sta per uscire anche in Italia per ISBN. Si intitola “Retromania”: lo ha scritto Simon Reynolds, stimato “critico” musicale inglese, autore di diversi stimati libri.

Il libro è una cavalcata di ricordi, elenchi e fenomeni legati al “retro”, evoluzione moderna della nostalgia. La nostalgia, ricorda Reynolds, nasce come sentimento spaziale (la mancanza di casa); il “retro” è una sua evoluzione, che però ha a che fare con il tempo, con gli artefatti di ere passate, che nel presente diventano dei feticci da riattualizzare.

La tesi di Reynolds è che il problema della musica dell’ultimo decennio è l’aver smesso di guardare avanti, l’essere conservatrice perché troppo orientata al celebrare la tradizione.
Colpa, secondo Reynolds, delle tecnologie del “tutto e subito”, dall’iPod a YouTube, che hanno appiattito il presente, azzerando le prospettiva di artisti e pubblico. Il “critico” lo dice da estremista della nostalgia, da teorico del “si stava meglio quando si stava peggio”, accusa la musica di essere di non essere più rivoluzionaria, ma reazionaria. Alla fine, però, il più reazionario è proprio Reynolds, che rimpiange i faticosi tempi della  accessibilità ridotta della musica (lo nota giustamente anche Matteo Bittanti nella  bella ed esaustiva analisi sul suo blog: qui e qui).

L’idea che mi sono fatto leggendo questo libro è che Reynolds ha fatto un bellissimo elenco di fenomeni, ma non ha centrato la questione. Il problema vero non è la tendenza “retro”, come sostiene Reynolds.
Il problema vero è che per la musica nessuno che ha fatto quello che un David Foster Wallace ha fatto per la letteratura: ovvero prendere generi preesistenti – il reportage, la satira, la narrativa nel suo caso – e reinventarli ad un livello talmente alto da renderli una cosa nuova.

Nella musica ci accontentiamo – si fa per dire – degli Arcade Fire. Che sono bravi, bravissimi. Ma sono una band che non (re)inventa nulla; giustappone musica derivata, e lo fa con grande carica e stile. La loro è una musica di frizione, più che di reinvenzione. A me piacciono, e molto; ma concettualmente non sono tanto diversi dai mash-up (che però citano direttamente le fonti).

Se gli Arcade Fire sono la band più importante di questa generazione (e probabilmente lo sono), significa che la musica attuale guarda sì al passato, ed è di ottimo livello. Però non ha ancora avuto un genio vero. Non ha un DFW, ma neanche un J.J. Abrams, che ha dato “Lost” alla televisione, per intenderci.
Ma questo non è un problema causato dalla nostra ossessione per il passato, come cerca di spiegarci Reynolds. Perché Abrams e DFW sono legatissimi al passato ed estremamente immersi nel presente. Però hanno una scintilla in più.

Paradossalmente, la scintilla geniale nella musica non è arrivata nei contenuti, ma nelle tecnologie, quelle che Reynolds aborre (che in un’anticipazione del libro uscita  su Wired italiano definisce “catostrofiche” e “tettoniche”).

Il fatto è che passiamo più tempo a discutere di come ci arriva la musica che ad ascoltarla, perché le nuove tecnologie della musica sono spesso più geniali della musica stessa.

(Ok, fine della pseudo-polemica; qua inizia la parte veramente pallosa. Forse è il momento di schiacciare quel tasto “back”)  (vi aiuto: qua c’è un link alla homepage di Rockol: ci trovate cose più interessanti e meno pallose) (non l’avete cliccato? buona fortuna, ci vediamo alla fine se siete sopravvissuti ad un po’ di cara vecchia teoria)

Tornando al saggio di Reynolds, è interessante, è da leggere. Ma ritengo che sia da prendere con le molle per la sua chiave interpretativa, figlia di pregiudizi antichi di certa “critica” ancorata al passato.
Ha un paio di seri, serissimi problemi. Uno è culturale, l’altro (forse ancora più grave) è di metodo. Per quello ho messo la parola “critico” tra virgolette: sono convinto che che uno dei problemi culturali del pop è che non sia stato in grado di sviluppare una critica vera, che abbia strumenti, metodo e autorevolezza. Il saggio di Reynolds ne è la dimostrazione.

Partiamo dalla questione culturale. Reynolds ce l’ha a morte con la “museificazione” del rock – tra le pagine più cattive ci sono quelle dedicate all’ “ascesa dei curatori” del rock. Reynolds ricorda che “museo” ha la stessa radice di “mausoleo”. Per fare un esempio, dice che, secondo lui, i box set assomigliano a delle bare che disseppelliscono musica che non avrebbe dovuto vedere la luce.

La ragione della museificazione del rock ha un’altra radice, secondo me. Reynolds la accenna ma non la approfondisce: la musica ha fatto molto più fatica ad avere riconoscimenti istituzionali rispetto ad altri settori della popular culture.

Quello che Reynolds fa finta di non vedere è che la musica usa il “retro” per affermare la propria identità, per ottenere un riconoscimento sociale più ampio. Auto-celebra una tradizione, laddove altri settori della cultura ritengono ancora il rock una questione di solo intrattenimento.
(Ok, la tradizione  è in contraddizione con i principi stessi rivoluzionari del rock delle origini – “hope I die before I get old”, etc etc. Ma che la rivoluzione permanente sia un’utopia impraticabile non lo scopriamo oggi. Bisogna crescere, anche rivendicando le proprie radici – ce lo insegnavano già i Clash con la stupenda copertina di di “London Calling” che citava Elvis Presley: quello è il momento in cui il Punk è cresciuto).

Il secondo problema del libro di Reynolds è quello più serio: il metodo. Reynolds è un bravissimo narratore, ha una scrittura fluida ed evocativa anche quando fa solo elenchi di fenomeni – per una buona parte del libro. E’ bravo ad interpretare i fenomeni, a trovare chiavi di lettura pescando in numi tutelari come Benjamin, Derrida, Attali, Barthes, (ma anche i più recenti Lanier e il controverso Nicholas Carr). Ma lo fa in maniera disordinata, senza citare direttamente le fonti, mai.

Ora: per essere rigorosi non bisogna necessariamente scrivere un saggio pallosamente accademico (ve lo dice uno che lo stile pallosamente accademico lo ha usato spesso, talvolta per scelta, talvolta inconsapevolmente).

Però, per dirla in modo oxfordiano, non si può citare definizioni importanti e dati, così, a cazzo, senza uno straccio di riferimento diretto. Non si può riportare virgolettati senza dire da dove arrivano, semplicemente cavandosela con “secondo tizio” o “dice caio”, come Reynolds fa in tutto il libro.
Mettere una bella bibliografia in fondo non basta, perché poi si finisce comunque per scrivere delle citazioni sbagliate nella fonte e nella sostanza (esmpio: la “remediation”, concetto citato in modo sbagliato, attribuito agli autori sbagliati).

Insomma, il metodo è (quasi) tutto.

O si è DFW – ancora lui: si è capaci di parlare di TV, cinema, navi da crociera, tennis, trigonometria e quant’altro con intuizioni talmente geniali ed originali che non hanno bisogno di sostegni esterni. O si è degli scrittori più o meno bravi, ma comunque normali. A diversi livelli, lo siamo tutti: giornalisti, critici, blogger, scrittori di tweet, status e commenti.  E tutti dovremmo avere l’umiltà di fare i nani sulle spalle dei giganti, citando a dovere quando peschiamo da idee altrui.

Insomma: questo è il saggio musicale più importante dell’anno. Ma non è necessariamente una bella notizia, perché è vecchio, più vecchio dei fenomeni che cerca di criticare. Ed ecco perché la “critica” musicale finisce spesso per rimanere tra virgolette: spesso ha ottime idee e intuizioni. Me le vende male, finendo per non essere mai davvero autorevole.
“Retromania” ti fa rimpiangere che Lester Bangs sia morto da troppi anni e che non sia mai arrivato un David Foster Wallace a scrivere di musica. Dobbiamo accontentarci di Simon Reynolds, e pazienza se siamo retrò.

(Bonus track: se siete arrivati fin qui, vi meritate un video di David Foster Wallace che legge un suo articolo sulla convention di Majorette. “They can do some serious twirling” è la frase che avrei voluto scrivere io)
(Già che ci sono e doverosamente: un ringraziamento a Paolo Madeddu, a cui ho rubato l’uso delle parentesi negli intermezzi di questo post)

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Dischi, panda e varia umanità

Lunedì, Aprile 11th, 2011

Questa settimana si celebra il Record Store Day, la giornata in cui  nostalgicamente si cerca di rivitalizzare il negozio di dischi. Ovvero un luogo in fase di estizione, ucciso della grande distribuzione (come è capitato a innumerevoli altri tipi di negozi) e dalla crisi del supporto fisico (come è capitato alla musica e sta capitando al video).
Non ha tutti i torti chi dice che questa festa sa di giornata contro l’estinzione del panda. Una cosa un po’ anacronistica, di cui non si può parlar male. E si può anche capire che ci siano persone (di generazioni più giovani, ma non solo), che non hanno vissuto la magia del negozio di dischi, di trovare quella varia umanità che viveva solo da quelle parti.<br>
Ecco, celebrare i negozi di dischi non significa necessariamente celebrare la qualità sonora del CD o del vinile rispetto all’MP3 (superiore la prima, comodissimo il secondo), né significa necessariamente essere anacronistici o nostalgici. Insomma, il modello non deve essere per forza il Nick Hornby di “Alta fedeltà”. Celebrare i negozi di dischi può semplicemente mirare a ricordare la storia, nostra e altrui, di come la musica ci arrivava, e di come la dimensione sociale abbia sempre fatto parte del consumo dei suoni. I negozi di dischi sono e rimangono una fucina di storia e di storie. Di umanità, appunto.
Lo dimostra un bel libro uscito qualche mese fa, perfetto da rispolverare questa settimana. Ok, il titolo non è felicissimo, la copertina è brutta e lasciano perplessi alcuni altri dettagli di quelle che  Genette chiamava le “Soglie” del libro,  ovvvero i testi che ci accompagnano alla lettura (tipo la frase in quarta di copertina “L’incredibile? Esiste e vive rock’n'roll”…). Però “L’ultimo disco dei mohicani” racconta bene quel sottobosco umano che solo la musica ha saputo creare. Maurizio Blatto lavora a Backdoor, storico negozio torinese dedicato al collezionismo: in quel luogo ha visto passare gente che voi umani non potreste immaginare… Questo libro le racconta, con piglio da affabulatore consumato, in maniera empatica ma non accondiscendente o nostalgica. Vi imbatterete nel Signor Franco, il collega di Blatto,  riverito e temuto, una figura aleggiante in molti negozi di dischi. O nelle storie di dipendenti dal vinile che consumano dischi di nascosto dalle mogli, nascondendoli in garage affittati per l’occasione. Storie bizzarre che in alcuni casi sono così poco verosimili da essere sicuramente vere.
Insomma, celebrate pure i negozi di dischi se volete. O non celebrateli, se non ve ne frega niente e se le vostre modalità di consumo sono già da un’altra parte, come quelle della maggior parte degli ascoltatori. Ma non dimenticate l’importanza che hanno avuto.

(da Rockol)

La pirateria, una storia antica

Venerdì, Ffebbraio 25th, 2011

La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.

Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.

Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.

Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il  tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.

(da Rockol)

La santificazione di DFW e i “meccanismi” della critica

Lunedì, Ggennaio 24th, 2011

Poi ci lamentiamo che scrivere di musica è come danzare di architettura. Ma le discussioni della “critica” letteraria (ovvero l’ambito in cui l’idea stessa di “critica” è nata) non sono molto meglio di quelle che si fanno in campo musicale

Sul Sole24ore si ragiona sul perché si parli tanto di David Foster Wallace, prendendo spunto da questo articolo del Chronicle, citato incidentalmente e neanche linkato. Si parla dei meccanismi della “santificazione” letteraria, facendo una sequenza di nomi che con DFW non c’entrano veramente nulla, soprattutto quelli italiani.

Ve la immaginate una discussione del genere con qualcuno che si lamenta perché Kurt Cobain e Johnny Cash sono stati “santificati” troppo presto, in cui magari li si paragona a cantanti italiani di medio livello, scomparsi dopo un primo disco di successo?

E poi, a chi fa questi ragionamenti, non viene il sospetto che non si tratti soltanto di marketing, ma di qualcuno che ha fatto, detto, scritto o cantato qualcosa che ha davvero lasciato il segno, qualcosa che ha incarnato lo spirito del tempo?

Nel caso di DFW, basterebbe leggere una sua pagina a caso per capire perché tanta gente lo ama e ha voglia di parlarne…

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Una cosa divertente che non farò mai più

Venerdì, Ggennaio 7th, 2011

In rete ho letto di molti amici che raccontavano qual era la prima canzone che avevano ascoltato quest’anno. Io ho iniziato l’anno ascoltando l’hully gully. Nel continente nero. Paraponziponzipò.

Sono andato a rilassarmi in un meraviglioso paesino della Val D’Orcia. In un hotel “Wellness & charme”, con una SPA (che vuol dire “Salus per acqua”, ho scoperto), con tanto di piscina termale.  Vacanza bellissima, e posto scelto anche per evitare tutta la noiosa liturgia del capodanno. Ma avrei dovuto capire subito che c’era qualcosa che non quadrava in quel’hotel. Qualche trascuratezza nei confronti dei clienti. E poi la musica: alta, in quasi ogni luogo. Soprattutto nel ristorante (ottimo, peraltro).

Jazz di pessima qualità a cena, e pessima musica la mattina a colazione; seriamente: chi, ha voglia di ascoltare “Candle in the wind” o “All by myself” appena alzati? Per non parlare della musica nelle aree relax della sauna, anche se lì te lo aspetti. Diffusa con un avanzatissimo sistema Sonos, era quella banalizzazione della già banale ambient music di Brian Eno, tutta piano e rumori di animali. Una volta ho provato a carpire il titolo di un brano e l’ho messo su iTunes, e ho scoperto che “Balancing” è un’espressione usatissima nella musica new age e da meditazione e compare in almeno 50 titoli diversi.

Poi, eccola lì la  conferma del lato trash di quel posto apparentemente raffinato. La sera di capodanno c’è il cenone. Inizia con un aperitivo a bordo piscina. Tutti sono impegnati ad accettare il fatto che passeranno la sera del 31 con una manica di sconosciuti. E per semplificare la situazione, nell’angolo ci sono due tastiere, una cassa e due persone.

Il. Piano. Bar.

In quel momento ho sentito davvero la mancanza di David Foster Wallace (a cui ho immeritatamente rubato il titolo di questo post), che una cosa del genere avrebbe saputo raccontarla, tirando fuori qualche frase come quel “They did some serious twirling” per descrivere un raduno di majorette.

Ecco, quei due “did some serious singing”, o almeno ci provavano: una coppia, anche abbastanza giovane, lei che suona le tastiere e canta – ogni tanto guardando l’orologio, anche durante un acuto, per vedere se sta rispettando i tempi della serata. Lui in piedi a fianco a lei, provando a fare qualche controcanto. L’aperitivo è scivolato via tra un “Paese mio che sei sulla collina” e qualcos’altro che ho rimosso, tutto regolarmente seguito da un applauso. (che poi un applauso al piano bar è come un applauso al cinema o all’atterraggio di un aereo, diciamolo…).

Il piano bar ha anche una sua dignità. Una sua tradizione. Ma non c’è nessuna canzone che resiste ad un piano bar pretenzioso, con assoli stonati, pessime basi che sembrano MIDI da balera degli anni ‘80.

Il meglio è venuto dopo mezzanotte, comunque: l’hully gully o “Mi vendo” hanno aperto le danze. E lì si è vista gente che riusciva a prendere persino sul serio il piano bar: c’è l’inevitabile donna belloccia che si sente super-sexy e si muove come se lo fosse davvero. C’è chi balla come non ci fosse un domani. C’è chi prova a far partire il trenino, sull’immarcescibile sequenza meu-amigo-CharlieBrown-AEIOU-Y e quelle cose lì. Io mi sono consolato vedendo un tipo, che era il sosia di un mio stimatissimo collega rockettaro, che ballava l’hully gully. Pensare al mio collega che ballava il piano bar (secondo me l’avrebbe fatto davvero) mi ha consolato del fatto che io non ce l’ho fatta. Solo qualche passo, giuro. Poi è stato più forte di me.

Per il resto, tra un giro in macchina, una bicchiere di vino e un bagno nelle terme mi sono letto la bellissima autobiografia di Keith Richards: forse mi faceva illudere di essere un po’ più rock ‘n’ roll. Dovrebbero renderlo libro di testo, per tutte le storie che racconta, e per come le racconta.  La sera del piano bar, oltre a DFW, sarebbe servito Keef, la sua chitarra e la Malaguena: un paio di accordi ed è fatta.


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