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Archivio per la ‘Nuova musica’ Categoria

Indie Jazz sotto il Portico

Lunedì, Ffebbraio 6th, 2012

Io non so se l’indie-jazz esista davvero e il fatto che qualcuno associ queste due parole un po’ mi preoccupa: l’idea di uno snobismo al quadrato mi fa venire l’orticaria.

Però sarà questa preoccupazione, sarà la curiosità: ma quando ho visto un’etichetta con quelle parole su un disco, volevo capire cosa conteneva. E’ così che ho conosciuto i Portico Quartet: sbirciando una fascetta su un disco con una copertina un po’ alla Radiohead, in un negozio iper-snob di Parigi (Harmonia Mundi, dove trovi solo classica e jazz, praticamente).

Ho scoperto che i Portico Quartet sono inglesi, ma devo il loro nome all’Italia, perché una volta si sono rifugiati a suonare sotto un portico per ripararsi dalla pioggia. Sono nati come busker, ma il loro primo disco “Knee-deep in the north sea” è stato addirittura nominato al Mercury Prize nel 2008.

La loro musica, poi, è tutt’altro che snob, anzi persino molto facile per essere “jazz”. Nelle melodie mi ricorda un po’ la Penguin Café Orchestra, con un bell’uso della ritmica e questo strano strumento che si chiama “Hang”, che è una steel drum rovesciata. Il loro nuovo disco, il terzo, non è niente male. C’è un po’ più di elettronica, in alcuni passi è fin troppo melodico, al limite dello stucchevole.

Ma questa “Ruins” da sola vale l’acquisto. Anzi, la potete scaricare aggratis qua.

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L’inevitabile classifica del 2011

Giovedì, Dicembre 22nd, 2011

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

We all go to where we belong

Giovedì, Ottobre 13th, 2011

In rete da qualche tempo è emerso un po’ di materiale inedito e interessante dei R.E.M., pubblicato da questo blog.

1)la primissima cassettina dei R.E.M., che contiene uno strano mix (“Dub”) di “Radio Free Europe”, assieme a quello originario che sarebbe poi finito sul primo 45 giri del gruppo (che ancora oggi è l’oggetto più ricercato da collezionisti)

2)I primissimi demo di “Murmur”. Lì in mezzo tra cui una delle cose più cercate e temute: un famigerato demo di “Catapult” inciso con Stephen Hague (New Order, Pet Shop Boys). Si può capire perché si sia fatto di tutto per nasconderlo in questi anni: i R.E.M. in salsa new wave, con tanto di sintetizzatori. Una roba veramente trash, tanto che Peter Buck ha più volte detto che è la peggior cosa mai incisa dal gruppo. La potete sentire anche qua sotto, e farvi due risate.

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In rete, da qualche giorno, si può vedere anche un trailer della raccolta dei R.E.M. Se andate alla fine, poco prima di un bel montaggio con la trasformazione del logo della band negli anni,  si sente anche un frammento del nuovo singolo…. L’ho sentita per intero, è una canzone stra-classica, malinconica come solo sanno essere i R.E.M., che inevitabilmente suona come un commiato, con quel titolo e quel tono… Comunque, sarà disponibile da lunedì: andrà in radio dalle 15 e dovrebbe andare in vendita più o meno in contemporeaneamente, per cui c’è poco tempo da aspettare per farsi un’idea.

Anche alla fine i R.E.M. hanno fatto le cose a modo loro. Le altre due canzoni inedite, “Hallelujah” (non è una cover, garantito) e “A month of saturdays” sono due canzoni particolari, strane, inaspettate per una raccolta di fine carriera. Forse solo la prima ricorda altre cose già fatte dalla band, ma non di quelle che ti aspetti in un contesto del genere…

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The silence of the lambs

Martedì, Agosto 30th, 2011

“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”

Questa canzone è poetica ed intensa  quanto “Thunder Road”, per me.

E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto  quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.

Da quel DVD Hanno messo in rete il video di  “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.

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(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?

This Is Radio Soulwax

Martedì, Luglio 5th, 2011

Se vi piace la musica, dovete andare a questo indirizzo: http://www.radiosoulwax.com/. Se non conoscete già David e Stephen Daewele, in arte Soulwax e/o 2ManyDJs, potreste rimanere ipnotizzati. E anche se li conoscete rimarrete a bocca aperta.

I due hanno messo on line dei mix di un’ora – e altri ne metteranno nelle prossime settimane. ma definirli così è riduttivo: “We call them mixes, but in reality they are more like musical films based on the record sleeves”, dicono loro. Non sono semplici mix e mash-up di canzoni, genere per altro in cui sono bravissimi (i migliori?). Le canzoni sono mixate con le rispettive copertine animate. E vi assicuro che anche detto così non rende l’idea: il risultato è spettacolare, a dir poco.

E infatti è lo spettacolo che i due portano in giro da diversi anni, ormai. E metterlo in rete, così, è una bella scommessa.

Instead of releasing another 2manydjs mix album, we’ve tried to come up with something different, a new way to share music we love with you. Besides, we had too many ideas to put into one compilation and too many records to not do something more, something outrageous!

Il modo migliore per farvi ipnotizzare da questi mix – “Introversy” contiene 420 “incipit” di canzoni!-  è scaricare l’app per iPad, che vi permette anche di scaricare il mix e vederlo off-line.

Il mio momento preferito, per ora, è il passaggio in cui mixano i Nirvana con i Sonic Youth (sotto trovate la versione audio, ma quella visiva è un’altra cosa). Ma nei loro mix si trova di tutto, da Celentano a Tullio DePiscopo, dalla musica giapponese, alla disco, al classic rock. A dimostrazione che la musica è una sola, quando si hanno buone orecchie e buone idee. E, in questo caso, buoni occhi.

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Artisti “bruciati” ma tutt’altro che bolliti

Lunedì, Maggio 30th, 2011

Come tutti quelli che ascoltano musica da tanto tempo, ho una serie di artisti che amo, che consiglio a ripetizione agli amici, certe volte fino alla noia. Anche se sono artisti, per certi versi, “bruciati”. Badate bene, non “bolliti”. Semplicemente bruciati: fanno buona musica ma non sono (più) abbastanza “cool”

Sono artisti che ha anno passato il climax della carriera senza sfondare, artisti che in Italia non hanno mai avuto visibilità e/o hanno suonato poco. Continuano a fare ottimi dischi, ma sono difficili da raccontare, non hanno vere e proprie particolarità, non hanno appigli. Artisti che si fa fatica a trasformare in una “good story” per una recensione o per una chiacchierata con amici.

Del Amitri/Justin Currie, Mark Kozelek, Matthew Sweet…. Potrei andare avanti all’infinito con i miei amati artisti bruciati. Ma in cima alla lista ci sono i James. Li seguo da più di 20 anni, li amo da quando pubblicarono “Laid”, capolavoro di pop elettroacustico prodotto da Brian Eno (1993).

Si sono riformati non molto tempo fa, nel 2007, e hanno fatto un paio di dischi più che dignitosi. Quindi tutto mi aspettavo meno che imbattermi in un disco solista del loro cantante, Tim Booth. L’ho recuperato quasi di malavoglia e per affetto. Aveva già fatto un paio di cose fuori dalla band: Booth and The Bad Angel, un disco con Angelo Badalamenti (quello della musica di “Twin Peaks”) e uno nel 2004, “Bad bone”.

E invece: “Love life” è un piccolo gioiello. Grandi canzoni, grandi melodie. E’ un disco tipico da artista narrativamente bruciato: non ha granché da raccontare. E’ semplicemente bello. Vi pare poco?

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E’ bravo, ma non si applica: che fine ha fatto Damien Rice?

Mercoledì, Maggio 4th, 2011

Il suo ultimo disco, “9″ è di cinque anni fa.  Il suo unico altro disco, “O”, è del 2002. Damien Rice ha un talento enorme. Probabilmente è il miglior cantautore uscito nell’ultimo decennio. Ma quel dubbio, quel “probabilmente” non ci sarebbe neanche se avesse pubblicato un po’ di più, se avesse avuto un po’ di continuità. Per lui vale quella frase che le maestre o lo professoresse dicono ai genitori al ricevimento:”Se solo si impegnasse di più…”.

Si dice che non si sia mai ripreso dalla rottura con la sua metà musicale e di vita, Lisa Hannigan (che ha inciso un disco, e ne sta incidendo un altro niente meno con Joe Henry). Qualche tempo fa aveva annunciato che il suo nuovo disco sarebbe nato in un viaggio di 10 giorni, una canzone al giorno, ma non se ne è fatto niente. Ogni tanto la sua “vecchia musica” riaffiora nelle serie TV.

Ma Damien continua a fare musica nuova, anche se in maniera irregolare… Ogni tanto fa qualche concerto, ogni tanto viene avvistato ai concerti altrui, dove presenta nuove canzoni (l’ultima è questa, “Wild and free”: la si può vedere/sentire questo video, dove Damien è trasandato come al solito, ma anche molto ingrassato).

Ma al di là delle registrazioni amatoriali, Damien ha sparso un po’ di canzoni ufficiali qua e là, negli ultimi tempi. Proviamo a fare un po’ d’ordine.

1)L’uscita più recente è di qualche giorno fa: “En t’attendant”, il disco di Melanie Laurent, l’attrice di “Inglorious basterds”. Damien ha prodotto 5 brani e canta in due, uno più bello dell’altro. (A proposito: domenica il Corriere ha intervistato la Laurent, ma del disco neanche una parola. Ma le attrici cantanti non facevano notizia, una volta?)

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2)”The connoseiur of grand excuses”, pezzo uscito alla fine dell’anno scorso su una compilation benefica per il disastro nel golfo del messico:

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3) “Under the Tongue”, canzone incisa per un documentario della PBS sulla musica irlandese:

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4)Nel 2007 ha pubblicato anche una cover di Creep, che suona(va) spesso dal vivo. Non è una canzone nuova, ma la riporto perché mi sono innamorato della sua musica sentendogli cantare questa canzone ad un concerto nel 2003:

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5) “Look at me”,  incisa per una compilation argentina di canzoni i cui testi sono stati scritti da bambini e interpretati da cantanti adulti:

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6)”What If I’m wrong”, canzone incisa per un documentario sul Tibet. Si trova solo in una versione live, eseguita alla prima del film a Santa Barbara

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7)E ci sono molte apparizioni dal vivo, con canzoni nuove riprese in video amatoriali… Questo è un punto di partenza per recuperarne alcune.

Insomma, dai, Damien, fai il bravo scolaro. Applicati e vedrai che sarai il primo della classe degli anni zero. Ammesso che tu ne abbia voglia…

My Morning Jacket appreciation society

Giovedì, Aprile 21st, 2011

Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.

A me è capitato qualche volta. Per esempio,  con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.

E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.

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Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.

I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono  di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:

The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”

L’ukulele misterioso di Eddie Vedder

Lunedì, Marzo 21st, 2011

UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.

In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.

Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.

Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.

Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire.  Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.

Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…

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Alcune cose che mi piacciono del disco dei R.E.M.

Martedì, Marzo 8th, 2011

Ho aspettato un po’ a scrivere un po’  in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.

Alla fine, la montagna ha partorito il topolino:  su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.

In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:

  • Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
  • La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
  • Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
  • A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
  • Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
  • La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
  • Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
  • Il crescendo di “It happened today”.
  • Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
  • La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
  • Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
  • Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…

Cosa non mi piace tanto:

  • Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
  • La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
  • Non sempre mi piace  la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
  • La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
  • Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
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For those about to blog
Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla