Blog

Archivio per la ‘Nuova musica’ Categoria

L’ukulele misterioso di Eddie Vedder

Lunedì, Marzo 21st, 2011

UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.

In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.

Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.

Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.

Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire.  Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.

Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…

Immagine anteprima YouTube

Alcune cose che mi piacciono del disco dei R.E.M.

Martedì, Marzo 8th, 2011

Ho aspettato un po’ a scrivere un po’  in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.

Alla fine, la montagna ha partorito il topolino:  su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.

In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:

  • Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
  • La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
  • Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
  • A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
  • Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
  • La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
  • Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
  • Il crescendo di “It happened today”.
  • Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
  • La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
  • Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
  • Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…

Cosa non mi piace tanto:

  • Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
  • La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
  • Non sempre mi piace  la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
  • La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
  • Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
Immagine anteprima YouTube

E uscimmo ad ascoltar le stelle

Giovedì, Marzo 3rd, 2011

C’è un posto, a Milano, dove tutti dovrebbero andare almeno una volta: il Planetario. E’ un posto dove un proiettore ti riproduce le stelle del cielo, cosi come apparirebbero in qualsiasi momento e senza l’inquinamento luminoso che offusca le nostre città.

Ieri sera, mentre il resto del mondo guardava l’ennesima risurrezione di Steve Jobs e la nascita dell’iPad 2, qualche centinaio di persone ha guardato le stelle al Planetario ascoltando la musica di una nuova band, i Deproducers; ovvero Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci, Riccardo Sinigallia.

Non è la prima volta che dei musicisti usano quel luogo: Vinicio Capossela e Jovanotti, negli anni passati, hanno presentato lì dei loro dischi. E anche la connesione tra astronomia e musica non è nuovissima: Joan As Police Woman ha intitolato il nuovo disco “The Deep Field” citando una regione di cielo esplorata dal telescopio Hubble che contiene diverse galassie che ci appaiono giovani. E, anche dal lato astronomico, il legame è forte: consiglio “La musica del big bang” di Amedeo Balbi, astrofisico romano (e divulgatore sul bel blog Keplero). Però nessuno aveva pensato di fare un disco e un tour a partire dai planetari.

Ora, io ho una passione neanche troppo segreta per l’astronomia. Una volta sono andato al Planetario e, superata la cervicale che mi hanno causato le scomodissime sedie (sono le stesse di 80 anni fa, quando Hoepli lo donò alla città), sono tornato talmente incantato da tutto che mi sono messo a leggere un po’ di libri sulla questione, anche se ho sempre avuto un’allergia per la matematica e per la fisica. Quando ho ricevuto l’invito per la serata, ho fatto un salto sulla sedia: musicisti che stimo raccontano il cosmo.

Non sono rimasto deluso: i quattro – con l’aiuto di Howie B – hanno fornito un’anticipazione di quello che sarà un disco che uscirà in estate, e un tour nei teatri e nei planetari: musica tra rock ed elettronica,  suonata al buio, guardando il cielo muoversi, le costellazioni apparire sulla volta, filmati che spiegano le dimensioni del Cosmo. La vera sopresa è stata la presenza di quello che loro chiamano frontman: Fabio Peri, astrofisico, direttore del planetario, raccontava storie delle stelle, tra un brano strumentale e l’altro: un bravo affabulatore, con una bella voce, concetti chiari e suggestivi.

Insomma, bello davvero. Ho visto amici che non erano mai stati al planetario uscire dallo spettacolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia. Fate un giro al Planetario, una volta. Se poi ci saranno i Deproducers, lo spettacolo sarà assicurato.

Forma e sostanza (a proposito della sopravvalutazione odierna dei Radiohead)

Venerdì, Ffebbraio 18th, 2011

Oggi tutti parlano dei Radiohead.  E tutti ne parlano bene. Ma siamo sicuri che non ci stiamo perdendo dietro più alla forma che alla sostanza?
Oggi è arrivato in rete “The king of limbs” e sui social network è tutto un lodare il gruppo e la sua ennesima rivoluzione. Così mi esercito anche io in qualche considerazione, dopo un primo ascolto del disco in una pausa di Sanremo, seduto su una panchina a godermi il primo raggio  di sole della settimana e la prima musica non festivaliera.
Bello è bello, questo disco. Ma non è nulla di nuovo. E’ meno dritto di “In rainbows”, con diverse cose simili alle cose simil-elettroniche alla “idioteque”. Ma la mia personale sensazione è che, quando si tratta dei Radiohead, ci si perda, abbagliati dai loro modi.
Musicalmente i Radiohead hanno “scavallato”: sono un gruppo che, come altri della stessa levatura, ha già raggiunto e superato il punto massimo della propria creatività, e oggi si “limita” a ripetere bene quello che ha già fatto, vivendo anche un po’ di rendita. Come i R.E.M., come Springsteen, come tanti altri.

Ogni mossa dei Radiohead, mi sembra, suscita isterismi di quelli che neanche i Take That dei tempo d’oro. “In rainbows” era un disco bello, onesto, nulla più. Ma diffuso con un’idea forte. Un’idea che non è un modello replicabile, tantomeno una rivoluzione, ma una modalità che andava benissimo per i Radiohead e forse per pochissimi altri; un’idea che capitalizzava la credibilità costruita in anni di duro lavoro.

“In rainbows”  è un disco di cui si è parlato più per la forma che per la sostanza. E così avverrà anche per “The king of limbs”, anche se parzialmente segna un’inversione rispetto a quel modello apparentemente rivoluzionario dell’offerta libera, che tanto ha fatto discutere. Il disco è stato annunciato a sorpresa dopo settimane di depistaggi, e messo in download in anticipo sulla data inizialmente comunicata. E questa volta si paga.
Insomma: i Radiohead sono stati dei geni della musica, oggi sono degli ottimi artigiani del genere che loro stessi hanno creato. Oggi, i Radiohead sono soprattutto dei geni della comunicazione. Sono il simbolo di quest’era, in cui passiamo più tempo a scaricare la musica e a cericarla sui nostri ammennicoli che ad ascoltarla, di questo tempo in cui ci occupiamo più della forma e delle scatole che delle sostanze e dei contenuti.

Immagine anteprima YouTube

Valentine day (is over)

Lunedì, Ffebbraio 14th, 2011

Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.

Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.

Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E  arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…

Immagine anteprima YouTube

La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…

Immagine anteprima YouTube

A case of a bad cover version

Venerdì, Ffebbraio 11th, 2011

Fino a poco tempo fa non conoscevo James Blake. Ne avevo letto molto bene da qualche amico e collega di cui mi fido, e tanto mi bastava per interessarmene. Così ho ascoltato il disco, che mi sembra un buon disco d’esordio, forse non il capolavoro di cui ho letto, ma tant’è.

Poi ieri mi sono imbattuto in questa cosa. Blake è andato ad un programma della BBC dove fanno suonare live gli artisti, e gli chiedono di scegliere una cover. Lui cosa ha scelto? “A case of you”, di Joni Mitchell.

Joni Mitchell la cantava con un’intensità ed un pathos che ancora oggi fanno venire i brividi. Tori Amos, un’altra che ad intensità non scherza, ne fece una bella versione per piano e voce. Poi ci furono versioni che ancora oggi gridano vendetta, come quella di Diana Krall, algida, gelida e formale. E adesso arriva lui, con questa versione qua…

Ci sono canzoni che bisognerebbe avere l’umiltà di non toccare. Perché ne esiste una versione inarrivabile, e a rifarle rischia di fare brutte figure.  Non ho ancora capito se questo James Blake sia un bravo artista sfrontato o uno che si è montato la testa, ma propendo per la seconda ipotesi.

Immagine anteprima YouTube

R.E.M.IX

Martedì, Ffebbraio 8th, 2011

I remix hanno un po’ rotto le scatole. Sono un espediente promozionale ormai abusato, nell’era dello User Generated Content: quanti gruppi hanno chiesto ai loro fan di manipolare una canzone, un video o qualcosa del genere?

Però quando puoi mettere le mani sui materiali originali di un oggetto capisci sempre delle cose.  Ieri i R.E.M. hanno messo in rete le tracce di “It happened today” in formato GarageBand e AIFF e hanno aperto un gruppo su Soundcloud dove condividere i remix.

Vedere un brano diviso in tracce ti fa capire il grande lavoro in studio che si fa su una canzone, e in questo i R.E.M.  sono veramente dei grandi artigiani. Nella versione in download, “It happened today” è divisa in una quindicina di tracce. Quelle reali erano più di cento, ma anche solo vedendo questa versione ridotta intuisci la complessità ed il mondo sonoro che c’è nel crescendo che parte a metà canzone.

Quando ho sentito la canzone per la prima volta ho pensato: “dove diavolo è Eddie Vedder?”. Era nascosto nell’impasto. Non sono un musicista ne un DJ, remixare una canzone non è il mio mestiere e – sinceramente -  alcuni remix che ho sentito in rete sono un po’ tamarri. Così  ho semplicemente provato a fare un nuovo mix, in cui ho levato più cose possibili – in onore alla teoria che dice che se una canzone è buona, regge anche quando è poco prodotta.

Il risultato del mio esperimento è questo “Stripped brass mix” che potete sentire cliccando qua: la prima parte è un po’ vuota, ma nella seconda ho lasciato solo le voci di Stipe e Vedder, ho messo in primo piano la chitarra elettrica e i fiati (chi li aveva sentiti, nella versione originale?). Ho tolto le tastiere, le altre voci, il mandolino (basta!) e ogni altra roba. L’ho fatto sentire ad un amico, che dice che ha Milano avrebbero definito tutti quei vocalizzi una “sinfonia dell’ungia incarnada”, e forse non ha tutti i torti. Ma tant’è: a me non dispiace, perché c’è quello che voglio sentire in una canzone dei R.E.M….

Qua sotto comunque, c’è la versione originale, per chi volesse fare un (impietoso) confronto.

Immagine anteprima YouTube

The waiting is (not) the hardest part

Mercoledì, Ggennaio 19th, 2011

Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.

Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610″… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.

Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione  della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.

Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.

Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.

Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora  figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.

Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.

Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.

Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi  un po’ di attesa.

Immagine anteprima YouTube

Part time man of rock

Mercoledì, Ggennaio 12th, 2011

C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ‘90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco

Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.

Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).

Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ‘80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio  la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.

A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.

L’inevitabile playlist di fine anno – il meglio del 2010

Lunedì, Dicembre 20th, 2010

Tempo di riassunti musicali, tempo di inevitabili playlist: massì, prestiamoci ancora una volta al gioco….

Qua c’è la mia classifica di fine anno per Rockol, qua sotto trovate la playlist con le canzoni più suonate dai miei vari ammeniccoli digitali. Il mio disco dell’anno è quello di Josh Ritter. Dalla classifica di Rockol ho lasciato fuori per qualche strano motivo “Infinite arms” dei Band Of Horses: se i numeri non mentono, “Laredo” è la canzone che ho ascoltato più volte quest’anno.

In questa lista c’è quasi tutto quello che secondo me è uscito di buono quest’anno, tra canzoni, artisti e dischi. Riguardandola, mi viene da pensare che alla fine, il 2010 è stato un buon anno, per la musica almeno.


Alcune cose fuori lista da segnalare: Alexi Murdoch: Time without consequence è un disco del 2006 che ho scoperto di recente, ma che non riesco a smettere di ascoltare. Il nuovo disco di Joan As Police Woman, “Deep field”, che esce a gennaio, così come il nuovo Decemberists, “The king is dead”: “Down by the water” è la canzone più bella di questi ultimi mesi del 2010.

For those about to blog
Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla