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Archivio per la ‘Uncategorized’ Categoria

#NowListening (12)

Venerdì, Marzo 1st, 2013

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti torna dopo una giustificata assenza.

La solfa è la solita: musica alternativa oltre a quella di cui parlo di solito qua. E ce n’è tanta, di roba buona in giro in questo periodo…

Josh Ritter – “The beast in its tracks”

Su NPR c’è in streaming il disco intero di Josh Ritter, che esce il 5 marzo. Per me è il miglior cantautore classico di questa generazione e un primo ascolto lo conferma. “Joy to you baby” (scritta dopo il divorzio, cercando di venire a patti con la separazione) mi commuove.

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Mark Kozelek – Like Rats

Kozelek è inarrestabile, pubblica dischi a raffica, da solo o con i Sun Kil Moon. Ad Aprile esce un disco collaborazione con Album Leaf, poi c’è un “Live in Melbourne”. E questo “Like rats”, un disco di stralunate cover come solo lui sa fare. Io lo preferisco con la chitarra elettrica che con quella spanish guita con cui indugia da tempo. Ma la cover di “I got you babe” vale un ascolto. Qua ho fatto una playlist con le cover più strambe della sua carriera

10.000 Maniacs – Music from the motion picture

Sì, quei 10.000 Maniacs. Primo disco in 13 anni. Robert Buck, il chitarrista, è mancato nel 2000. Natalie Merchant fa la solista da 20 anni ma la la sua sostituta Mary Ramsey ha una voce (quasi) identica. Un tuffo nel passato: pop rock d’altri tempi.

Tyler Lyle – Expatriates

Altro cantautore classico, scoperto grazie a Fuel/Friends: Heater Browne, la titolare, ha un gran gusto nel pescare artisti di questo genere. Un Ep, ascoltabile e acquistabile su Bandcamp a 5$ che è un vero gioiello, e che non smetto di ascoltare. I 12 minuti di “Ithaca” sono una sorta di “Desolation row” contemporanea (hai detto niente).

Bobby Long – Wishbone

Ne avevo parlato tempo fa, dopo avere sentito il primo singolo “Devil moon”. Ora è uscito il disco (10$, sul sito), ed è anche meglio: ballate cantautorali su chitarre elettriche tese e affilate come coltelli. Gran disco, ne riparleremo con calma

E poi, in chiusura, se non l’avete ancora visto, una cosa di cui vado orgoglioso: la settimana scorsa è passato in redazione Glen Hansard e l’ho praticamente costretto a suonare “Wishlist” dei Pearl Jam.

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#NowListening (10)

Giovedì, Ggennaio 24th, 2013

Nuova puntata della rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

(Il titolo è un link a spotify per ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia) (questa guida vi servirà ancora per poco…)


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Aaron Neville – My True Story

Quel vibrato, quel pugnale tatuato sulla guancia. E’ impossibile confondere questo gigante con qualcun altro. La sua voce è unica e questo disco è un capolavoro: classici senza tempo rivisitati in stile doo-woop, con la produzione di Don Was e Keith Richards. Esce per la Blue Note, e ne riparleremo come si deve a breve su Rockol.

Otis Taylor – ContraBand

Un disco uscito l’anno scorso, recuperato grazie alla playlist di fine anno di Cristiano Godano su Il Fatto Quotidiano. Blues-soul costruito su pochissimi accordi e reso ipnotico dalle ripetizioni. Suonato da Dio e assai affascinante. Come dice Godano: “mi piace l’intento affascinante e riuscito di ottenere una sorta di resa ipnotica utilizzando una materia consolidata come il blues”.

Four Tet – 0181

Annunciato improvvisamente via Twitter e pubblicato un paio d’ore dopo su Soundcloud: è una raccolta di brani inedito incisi tra il ‘99 e il 2001. Ma è molto meglio delle ultime cose pubblicate da Kieran Hebden negli ultimi tempi, soprattutto è meglio della noiosa raccolta di singoli “Pink”, del 2011.

Bobby Long

La ATO Records è diventata la mia etichetta preferita: non sbaglia un’uscita. A fine febbraio pubblica “Wishbone”, secondo album di questo cantautore inglese trapiantato a NY: il primo pezzo, “Devil moon”, è un gioiello. Anche il primo disco, “Winter tales”, non è male: cantautorato rock molto classico, ma fatto come Dio comanda.

The Twylight Zones – “Not Fade Away OST”

Un film uscito da poco in U.S.A., ambientato negli anni ‘60, in cui la musica è centrale: un gruppo di amici decide di fondare una band dopo avere visto gli Stones in TV. La band si chiama Twylight Zones ed è stata creata davvero per l’occasione da David Chase (ideatore dei Sopranos) e Steve Van Zandt: classici del periodo e originali composti per l’occasione. Power Pop allo stato puro, suonato con classe.

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Le inevitabili classifiche del 2012

Martedì, Dicembre 18th, 2012

Fare classifiche di fine anno è bello. E’ bello farne diverse, riscriverle, ripensarle. Ne ho fatte anche un altro paio, sparse in giro:  e ho già cambiato idea altre 10 volte anche da quando ho scritto questa qua sotto (che uscirà in mezzo a quelle di Rockol, che pubblicheremo un po’ più avanti)

ITALIANI:
1. Cesare Cremonini, “La Teoria dei Colori”
2. Il Pan Del Diavolo, “Piombo Polvere e Carbone”
3. Afterhours, “Padania”
4. Numero6, “Dio C’è”

5. Arisa, “Amami”
STRANIERI:
1. Patti Smith, “Banga”

2. Chris Robinson Brotherhood ,“Big Moon Ritual”
3. Calexico, “Algiers”
4. Damien Jurado, “Maraqopa”
5. Frank Ocean, “Channel orange”
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E poi, i miei piccoli awards personali, per quello che possono valere. Categorie sparse a caso, che rappresentano la musica che ho ascoltato quest’anno.
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Concerto dell’anno: Inevitabilmente Bruce Springsteen, che gioca in un altro campionato (e a questo giro era in forma strepitosa). Ma anche i Gomez ai Magazzini Generali di Milano. I Wilco (sia a Torino che a Milano), Roger Daltrey che rifà “Tommy” (il concerto più divertente, di sicuro),  Bon Iver all’Alcatraz, Tom Petty a Lucca. E il concerto finale di Ivano Fossati allo Streheler, e  Cesare Cremonini al Forum.
Cosa più divertente dell’anno: I concerti in redazione, i “Live@Rockol”. Ne abbiamo fatti un bel po’, e avere gente come James Taylor, o i Calexico o Niccolò Fabi che suonano praticamente solo per te… Divertente ed emozionante.
Operazione WTF dell’anno: Il live di Ivano Fossati, “Dopo tutto”. Io gli voglio bene, a Ivanone. Il suo ultimo concerto, dicevo, è stato uno dei momenti più emozionanti dell’anno. Ma questo live non è né la registrazione integrale di quell’ultimo concerto, né rappresentativo del tour d’addio, avendo lasciato fuori buona parte dei (pochi) classiconi in scaletta. Si è ritirato. Non è il tipo da autocelebrazioni. Perl perché pubblicare un live così? Bah.
Delusione dell’anno: La biografia di Neil Young. Ok, sei Neil Young. Puoi fare un po’ quello che vuoi.  Ma, con tutte le cose che avresti da raccontare, passare il tempo a parlare  di trenini e macchine…
Frase dell’anno: “Oggi basta che uno faccia un paio di canzoni e si definisce ‘artista’, magari artista maledetto. Io mi ritengo un artigiano” – Francesco Guccini. Il Maestro si ritira – la sua saggezza mancherà, la sua musica resta. (Imparate, giovani artisti arrogantelli…)
Sorpresa dell’anno Il disco solista di Peter Buck. Da qualche parte i R.E.M. devo infilarli… Ma chi l’avrebbe mai detto, comunque? Così in fretta, con lui che canta pure. Il disco ha 4-5 momenti da pura nostalgia remmiana e una classe nei suoni che… E anche “King animal” dei Soundgarden. Mi aspettavo pochissimo, da loro, dopo le prove soliste e dopo aver visto un concerto gelido. Invece han fatto un gran disco.
Bootleg dell’anno . Urca, questa è tosta – vista la mia passione per la categoria. I bootleg ufficiali dei Wilco sono spettacolari. L’”Instant Classic” dei Pearl Jam registrato a Missoula a settembre è il loro miglior bootleg da tempo (e ne han fatti un po’, diciamo). Il “30 days of Grateful Dead” è fantastico. Ma il cuore di fan dice le raccolte di demo dei R.E.M. saltate fuori all’improvviso, dal nulla.
Ristampa dell’anno: Non è proprio una ristampa, ma il boxone del “Backup” di Jovanotti è uno di quelle operazioni e di quegli oggetti che ti fanno amare non solo la musica, ma persino le raccolte e i greatest hits.
Rivelazione dell’anno: Questa è facile, persino un po’ scontata: Frank Ocean. C’è aria di unanimità eccessiva nei suoi confronti. Ma “Channel orange” è un disco che ha saputo riportare la musica black fuori dal machismo e dalle iperproduzioni, rimettendo al centro la voce, la melodia, le parole.
Scoperta dell’anno: Un inglese che canta canzoni alla Springsteen con la voce di Rod Stewart: James Maddock. Me lo ha fatto  scoprire un amico l’anno scorso parlando proprio di dischi dell’anno, e mi sono innamorato della sua musica. Poi ha pubblicato un bellissimo album dal vivo in acustico con David Immergluck dei Counting Crows.
Ri-scoperta dell’anno: Se la giocano in due. I Gomez che ho consumato compulsivamente dopo un bellissimo concerto ai Magazzini Generali dopo averli ascoltati distrattamemte per anni (bel pirla, dirà qualcuno – giustamente). E i Grateful Dead. (Ancora più pirla, dirà qualcun altro). Ma quest’anno mi sono messo sul serio a studiarmi la loro musica, complici alcune uscite recenti molto belle, come la ristampa del mitico “Europe ‘72″ e quella fantastica raccolta di live regalatasul sito, “30 days of dead”.
Libro musicale dell’anno. “How Music Works”, David Byrne. Il tipo di libro che aspettavo da sempre. Un ragionamento dotto e piacevole sui meccanismi della musica fatto da un artista che non usa i soliti stereotipi romantici nel raccontare la sua arte. Un saggio che si legge come una biografia. Da studiare.
Film musicale dell’anno. Uno dovrebbe dire “Celebration day” dei Led Zeppelin – ma dal punto di vista visivo non è granché, anzi la regia è noiosetta. E allora dico una cosa minore: “Inventing David Geffen”, documentario della PBS (si può vedere in streaming qua). Semplice, costruito bene per raccontare non solo un grande discografico, ma di un pezzo di storia del rock.
Momento televisivo- musicale dell’anno: Il duetto tra i Marlene Kuntz e Patti Smith a Sanremo. Emozione pura.
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Infine, Le canzoni dell’anno. - ecco le più suonate di quest’anno sul mio iTunes (una sola per disco). Anche se questo è l’anno del passaggio dal possesso all’accesso. E un sacco di musica l’ho ascoltata su Spotify – che non ha il contatore. Per cui manca sicuramente un po’ di roba, tipo ”Aqualast” di Rover, “Jesus Etc” nella versione di Bill Fay, “Brazos” di Matthew E. White, “If I didn’t know better”, dalla colonna sonora di Nashville - che incidentalmente è la mia serie televisiva dell’anno (in termini di meriti musicali).
Mancano canzoni, qua sotto, dicevo. Ma tant’è. Mai come ora la musica è fluida, e sono fluide anche le classifiche di fine anno…

Storia sociale della musica pop e rock (3): dal prog al punk

Giovedì, Ottobre 18th, 2012

In questa spazio, ogni settimana pubblico i materiali del corso “Storia sociale della musica pop e rock” che tengo alla Bocconi

Oggi in aula si parla di anni ‘70: dal prog al punk

  • La coda lunga degli anni ‘60: California e dintorni
  • Il prog e il neo classicismo rock
  • Il punk: la grande truffa del rock ‘n’ roll
  • Il punk americano
  • Il post-punk
  • La disco
  • Bob Marley e il Reggae
  • Il nuovo rock

La playlist della musica da ascoltare della seconda lezione (link a Spotify).  (qua Un articolo su come attivare Spotify dall’Italia)

La playlist dei video visti a lezione

testi di riferimento

#NowListening (1)

Martedì, Ottobre 2nd, 2012

C’è tanta di quella musica in giro che non si riesce a scrivere di tutto come meriterebbe. Quindi ecco delle micro recensioni di altri dischi oltre a quelli di cui si parla su Rockol. Il mio disco della settimana è quello di Van Morrison, “Born To Sing: No Plan B”, per la cronaca

(Il titolo è un link a spotify ascoltare il disco, quando è disponibile. Qua una guida su come usare Spotify dall’Italia)

Mark Eitzel, “Don’t be a stranger”.

Gli American Music Club – uno dei gruppi più sottovalutati del rock americano, dei wonderful losers – sono implosi un’altra volta. Ed Eiztel è tornato a fare il solista, con il suo disco più bello da tempo immemorabile. Canzoni senza tempo, intimiste e un po’ tristi, ma con quella voce che rimane una delle più belle ed espressive della musica americana.  Ho letto recentemente che qualcuno lo ha definito “Il Morrissey americano”. Meno glamour, altrettanto lirico.

Ryan Bingham – Tomorrowland:

Ha vinto l’Oscar grazie alla colonna sonora di Crazy Heart (con uno strepitoso Jeff Bridges, ricordate?). E’ forse il più talentuoso cantante country della nuova generazione, e ora si è dato al rock. Serve altro? Ah, si: dal vivo è strepitoso, a fine mese è in Italia.

Brad Mehldau Trio – Where Do You Start

C’è chi dice Brad Mehldau è un pianista noioso una sorta di (perdonate il paragone) Giovanni Allevi del jazz, un po’ melenso e prevedibile. Probabilmente è vero, ma quando fa dischi come questo è disarmante, comunque: il consueto mix di originali e canzoni pop-rock (Alice In Chains, Elvis Costello), rivisitate per trio jazz. Piacevole e rassicurante.

Francesca Michielin – Riflessi di me.

Ho visto cantanti esordire con dischi meno belli di questo e tiraresela come consumate rockstar (ricordo ancora l’intervista a quello là, ora famoso, che diceva già “io in quanto artista” anche se il disco di esordio della sua band non se lo filava nessuno). Lei ha una gran voce, il disco è molto Elisa, che produce e supervisiona. Certo è molto diverso dal genere per cui l’avevano presa a X Factor, dove si era fatta notare per una bella interpretazione di “Whole lotta love” dei Led Zeppelin. Deve crescere e crescerà.

Come usare Spotify dall’Italia

Sabato, Settembre 1st, 2012

(Versione originale  pubblicato su Wired.it il 24/11/2011 -aggiornata l’1/9/2012 )

Se andate sul sito di Spotify, il famoso servizio di streaming musicale finanziato dalla pubblicità, vi accoglie una scritta speranzosa: Sign up to be first in line when Spotify launches in Italy!.

Dopo l’agognata apertura negli States l’anno scorso, Spotify si sta diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa (Austria, Belgio e Svizzera gli ultimi arrivati), ma dell’ Italia non c’è traccia. Non ancora, almeno: si parla di un lancio ad inizio 2013.

Per il momento, c’è un trucco per avere Spotify anche da noi. Funziona come molti altri espedienti per usare servizi estero non ancora attivati in Italia: basta registrarsi facendo credere al server che si sta accedendo da uno dei paesi attivi.

Il primo step è quindi quello di scaricare e installare un programma come HotSpot Shield oTunnelBear, che mascherano la nazionalità del vostro indirizzo Ip. Sono entrambi gratuiti nella versione base, HotSpot Shield non vi permette di scegliere la nazionalità del vostro indirizzo – potrebbero essere necessari diversi tentativi – e può essere un po’ noioso con qualche pubblicità. Tunnel Bear, invece, permette di scegliere la nazione (US o UK), ma ha un traffico limitato al mese, nella versione base (500 mega, più che sufficienti per registrarsi a Spotify).

Una volta fatta partire la navigazione filtrata da questi programmini, tornate su Spotify e andate all’area sign-up. Spotify, dopo il grande lancio all’f8 di Settembre 2011, è integrato conFacebook. La sottoscrizione avviene tramite il collegamento a un account del social network – se proprio volete, potete crearvene uno apposta nella stessa pagina, separandolo dal vostro account normale.

Una volta accoppiato l’account Facebook a quello Spotify – schiacciando il tasto register, Spotify vi porterà immediatamente al download dell’applicazione. Scaricatela e installatela.

Aprite l’applicazione e fate il sign-in con email e password del vostro account Facebook. Potete ignorare la schermata successiva, semplicemente cliccando su I’m new to Spotify, let’s go!.

Fatto, siete dentro. Potete anche spegnere i programmi di navigazione. Ora avete Spotify, nella versione base: quella che ogni tot canzoni vi fa ascoltare un messaggio pubblicitario.

Per le versioni Unlimited (senza pubblicità) e Premium (senza pubblicità, utilizzabile su cellulare e tablet tramite app), bisogna avere una carta di credito estera o un acconto PayPal inglese americano. Quest’ultimo potete ottenerlo registrandovi mentre sta girando TunnelBear. PayPal crederà che siete inglesi o americani anche se associate una carta di credito italiana al conto. A sua volta, con un account PayPal inglese o americano, Spotify vi permetterà di sottoscrivere le versioni a pagamento (ne vale la pena, peraltro: le app sono fatte molto bene, soprattutto quella per iPad).

Ora potete ascoltare la musica che volete, cercandola in Rete, creando playlist, cliccando sulle playlist condivise da altre persone in rete e così via. Spotify farà anche una scansione della vostra musica locale (per esempio la libreria di iTunes) che potrà essere suonata dentro al programma.

Un’ultima cosa: La versione gratuita di Spotify controlla periodicamente il paese da cui state accedendo al servizio, Avete due modi per non rimanere bloccati. Il primo è andare nelle impostazioni e alla voce Proxy scegliere dal menù a tendina HTTPS, inserendo nelle caselle sottostanti un proxy statunitense. E’ facile trovarne in Rete, un po’ meno trovarne di funzionanti: ci vuole qualche tentativo. La soluzione numero 2 è non fare nulla; quando il programma vi segnala che siete in un altro paese, bloccandovi l’accesso, accedete via Web al vostro profilo sul sito di Spotify, dopo aver attivato nuovamente TunnelBear o HotSpot Shield. Potrete riautenticare il vostro account e continuare ad ascoltare musica.Buon ascolto!

20enni contro 40enni

Mercoledì, Giugno 20th, 2012

Nei giorni scorsi ha fatto parecchio discutere una lettera aperta di una stagista della NPR – la radio pubblica americana: Emily White è la fotografia di come ragionano certi giovani 20enni rispetto alla musica. La tesi, riassunta brutalmente è questa: “Ho 11mila canzoni sul mio iPod, non scarico musica illegalmente, ma ho comprato solo 15 CD in vita mia”. Tradotto: il possesso non interessa a questa generazione, ed è il caso di farsene una ragione. Vogliono l’accesso. L’abbonamento, quando non scaricano illegalmente. Sono cresciuti così, e non cambieranno.

Apriti cielo: che abbia torto o ragione, la lettera aperta ha suscitato una quantità di reazioni che levati. La più interessante è quella di David Lowery (chi è David Lowery?) (E’ il fondatore dei Camper Van Beethoven e dei Cracker) (ah be) (No, davvero: due band stimatissime nel rock americano) (ah be) (Ora insegna pure all’Università) (ah be).

Lowery fa due cose: snocciola dati, spiega la posizione della sua generazione, di chi la musica la fa e prova a camparci. E si lamenta, come si lamentano molti musicisti della sua (e della mia) generazione. Il digitale ci ha tolto il pane di bocca, dice.

Ho sentito tanti musicisti lamentarsi del digitale, in questi termini. Il “sudiamo facendo dischi e quelli ce li rubano” è una frase classica, verissima per descrivere quello che sta succedendo. Ma anche molto ideologica – nel senso di “parte per il tutto”, perché il problema non è solo quello.

Lowery però va oltre questa ideologia: arriva a collegare (indirettamente, ma lo fa), il suicidio di due grandi artisti con la crisi finanziaria musicale causata dal digitale: Vic Chesnutt e Mark Linkous degli Sparklehorse. A proposito invito a leggere il bel commento di Fabio De Luca, che dice tutto quello che c’è da dire su questo ignobile collegamento.

E poi c’è questo commento di Digital Music News, che invece snocciola i problemi sollevati da questo botta e risposta. Li riassumo:

  • Gli artisti non possono semplicemente andare in tour e vendere magliette
  • Le registrazioni oggi valgono zero
  • Spotify non funziona per gli artisti
  • Il crowdfounding funzionerà, ma solo per pochi artisti
  • Il Do It Yourself funziona poche volte
  • Molti artisti stanno peggio ora dell’era fisica
  • I giovani non comprano la musica, ma comprano l’hardware e l’accesso
  • I più anziani comprano meno musica di prima e comprano più hardware e accesso
  • Google è una grande parte del problema
  • Voi (noi) siete (siamo) una grande parte del problema
  • Google e gli internet providers hanno vinto
  • Tutti mentono a proposito del rubare
  • Il meccanismo successo di massa continuerà a funzionare per una quota ristretta di artisti
  • Questo non è il miglior momento per l’industria musicale
Tutto necessiterebbe di paginate e paginate di discussione che vi risparmio: prendetelo per quello che è, una lista della spesa di problemi irrisolti, di ferite aperte che la nuova situazione ha creato (e che peraltro non riguardano solo la musica).
Ma ancora una volta manca il punto centrale: lamentarsi e rimpiangere il passato non serve a nulla.
Caro Lowery, tirare in ballo i morti è la stessa cosa che fanno i discografici quando usano i terremotati per far sentire una merda chi scarica canzoni per beneficenza (è successo ai tempi di “Domani”, la canzone incisa per L’Aquila, giuro).
Non è così che si ragiona su cose serie, spostare il problema su questo piano non serve.
Quello che so è che dopo una lettera del genere ascolterò molto meno volentieri i Cracker, anche se hanno scritto una delle mie canzoni preferite: “Turn On, Tune In, Drop Out With Me”.

Ti piace vincer facile

Martedì, Marzo 13th, 2012

Usare una canzone degli Snow Patrol su Grey’s Anatomy – una roba banale, forse. Sicuramente un po’ consolatoria, visto quanto la band e la serie devono a quella famosa scena con “Chasing cars”.

Però le due puntate di Grey’s Anatomy andate in onda lunedì scorso e ieri su Sky hanno lavato via le numerose e recenti cadute di stile della serie. Han fatto dimenticare persino il  trash (in)volontario di quella puntata-musical dell’anno scorso, quella con le canzoni ricantate dai personaggi (e doppiate terribilmente in Italiano).

Lì stavo per mollare la serie, lo ammetto. Ma aver tenuto duro è stato ripagato dalla tensione e la bellezza di queste due puntate, culminate in un finale di puntata ancora più bello, con “New York” – dal trascurabilissimo “Fallen empires” degli Snow Patrol. Un esempio di come una buona canzone accoppiata ad una bella scena producano un qualcosa che va oltre il valore iniziale degli elementi stessi.

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Impressioni di Febbraio

Domenica, Ffebbraio 19th, 2012

Sanremo è quella cosa che finche c’è, sembra la più importante del mondo. O, almeno, sembra che te lo ricorderai. Le canzoni sembrano belle (o almeno memorabili). Le polemiche sembrano importanti, i personaggi sembran persone vere destinate a durare.

Invece, finito Sanremo, ti dimentichi di tutto. Non solo canzoni non le ascolti mai più, la maggior parte le rimuovi proprio, come se non fossero mai esistite. Il 99% dei personaggi che girano attorno al Festival tornano nelle loro celle di ibernazione, pronti ad essere congelati per altre 51 settimane, e scongelati in tempo per la prossima edizione.

Non capita spesso di assistere ad un Festival che produca una cosa memorabile, anche una sola, di quelle che ricorderai finché campi. Come quella volta che Springsteen o Madonna feceri ospitate indimenticabili, quella volta che Vasco rubò il microfono, quella volta che  Bono & The Edge cantarono voce e chitarrra.

Beh, questa volta, una cosa del genere abbiamo avuto la fortuna di vederla: il duetto tra Patti Smith e i Marlene Kuntz. Hanno vinto loro, che sono riusciti non solo a portarla in Italia (dove è ogni due per tre, da qualche anno a questa parte), ma a farle fare un doppio duetto davvero emozionante. Riguardatelo, finché potete (la RAI fa sparire in fretta da YouTube i video della trasmissione)

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Altri pensieri sparsi:

1)La serata dei duetti internazionali è stata una bella occasione, persa. Due grandi ospiti (memorabile anche Brian May, ovviamente), e tanti ospiti medi, per non dire mediocri. Immaginatevi una serata tutta con gente del livello di Patti Smith e Brian May…

2)Livello delle canzoni bassino. Si, è vero, lo diciamo tutti gli anni… Ma le canzoni-canzoni sono poche: Arisa (bravissima, davvero cresciuta), Noemi, Samuele Bersani, Marlene, Renga…

3)Livello dei giovani. Bah. Ci ricorderemo di “Carlo, Carlo” (gran bel tormentone), forse. Guazzone ha avuto una delle migliori idee del festival: suonare in giro per la città, ovunque, le canzoni degli altri giovani: ha la stoffa. Casillo: tutti a dire che ha vinto grazie ai fan su Facebook. Ma non dimentichiamo che quei fan li ha presi grazie alla cara vecchia TV (“Io canto”).

4)Sul versante televisivo:è stata abbandonata ogni velleità di far qualcosa che assomigli non dico ad un programma ma almeno ad una scaletta. Si è dato carta bianca ad uno che gioca a spararla grossa. Ma a parte tutto questo, vogliamo parlare della regia sulle esibizioni musicali? Sembrava che il regista non avesse mai ascoltato le canzoni, tanto si perdevano spesso passaggi fondamentali, le telecamere si impallavano o andavano su dettagli inutili.

5)La rete. Se non ci fosse Twitter, il Festival sarebbe molto, molto meno divertente.

6)Infine: il momento più divertente di tutta la manifestazione. Comici? Nah. Soliti idioti? Ma figuratevi.. Chi è Siani?

No, lo strepitoso passaggio di venerdì di Gigi D’Alessio e Loredana Berté remixati in versione Unz-Unz da DJ Farggeta. Un momento di grande TV… E chissene se era in playback…

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Le trash c’est chic

Martedì, Ggennaio 31st, 2012

Ogni volta che vado in Francia mi viene voglia di fare un elenco di quelle piccole banalità che giustificherebbero la supponenza dei francesi nei nostri confronti. I motivi per cui, in fin dei conti, sono davvero una civiltà superiore alla nostra: dal fatto che a Parigi i Taxi costano la metà (e che i tassisti non si sentono in dovere di spiegarti la loro visione del mondo ad ogni corsa), alla presenza delle mezze bottiglie di vino nei menù. Per arrivare a motivi importanti, come l’amore che hanno per la cultura popolare, a partire dal fumetto (a Parigi la band desinée è ovunque). Cose così.

Certo, poi hanno le loro magagne, le loro debolezze. Ma i francesi rimangono superiori a noi, pensavo, e se ce lo fanno pesare è perché ne hanno i motivi.

Finché questo weekend, passato a Parigi, mi sono imbattuto in questi tre videoclip, visti in albergo mentre facevo colazione: talmente brutti da farti andare di traverso anche il miglior pain au chocolat. Al prossimo francese che fa lo snob, glieli faccio vedere in fila. Perché è vero che anche noi italiani abbiamo i nostri scheletri musicali nell’armadio. Ma, mio Dio, questi sono imbattibili.

Partiamo da qua. La diva Mylene Farmer: sarebbe questa la Madonna Francese?

Un balletto. Talmente triste che lo farei meglio io. Senza ironia.

E vogliamo parlare dell’acqua sul pavimento per far scena?

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Oppure: Usa for Africa in versione francesce.

Lo. Split. Screen.

Un qualsiasi studente universitario non farebbe una cosa così cheap.

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Per arrivare al trash sublime di questo clip.

Donne nude e vernici. Devo dire altro?

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla