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Le inevitabili classifiche del 2012

Dicembre 18th, 2012 in Nuova musica, Playlist, Uncategorized by Gianni Sibilla

Fare classifiche di fine anno è bello. E’ bello farne diverse, riscriverle, ripensarle. Ne ho fatte anche un altro paio, sparse in giro:  e ho già cambiato idea altre 10 volte anche da quando ho scritto questa qua sotto (che uscirà in mezzo a quelle di Rockol, che pubblicheremo un po’ più avanti)

ITALIANI:
1. Cesare Cremonini, “La Teoria dei Colori”
2. Il Pan Del Diavolo, “Piombo Polvere e Carbone”
3. Afterhours, “Padania”
4. Numero6, “Dio C’è”

5. Arisa, “Amami”
STRANIERI:
1. Patti Smith, “Banga”

2. Chris Robinson Brotherhood ,“Big Moon Ritual”
3. Calexico, “Algiers”
4. Damien Jurado, “Maraqopa”
5. Frank Ocean, “Channel orange”
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E poi, i miei piccoli awards personali, per quello che possono valere. Categorie sparse a caso, che rappresentano la musica che ho ascoltato quest’anno.
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Concerto dell’anno: Inevitabilmente Bruce Springsteen, che gioca in un altro campionato (e a questo giro era in forma strepitosa). Ma anche i Gomez ai Magazzini Generali di Milano. I Wilco (sia a Torino che a Milano), Roger Daltrey che rifà “Tommy” (il concerto più divertente, di sicuro),  Bon Iver all’Alcatraz, Tom Petty a Lucca. E il concerto finale di Ivano Fossati allo Streheler, e  Cesare Cremonini al Forum.
Cosa più divertente dell’anno: I concerti in redazione, i “Live@Rockol”. Ne abbiamo fatti un bel po’, e avere gente come James Taylor, o i Calexico o Niccolò Fabi che suonano praticamente solo per te… Divertente ed emozionante.
Operazione WTF dell’anno: Il live di Ivano Fossati, “Dopo tutto”. Io gli voglio bene, a Ivanone. Il suo ultimo concerto, dicevo, è stato uno dei momenti più emozionanti dell’anno. Ma questo live non è né la registrazione integrale di quell’ultimo concerto, né rappresentativo del tour d’addio, avendo lasciato fuori buona parte dei (pochi) classiconi in scaletta. Si è ritirato. Non è il tipo da autocelebrazioni. Perl perché pubblicare un live così? Bah.
Delusione dell’anno: La biografia di Neil Young. Ok, sei Neil Young. Puoi fare un po’ quello che vuoi.  Ma, con tutte le cose che avresti da raccontare, passare il tempo a parlare  di trenini e macchine…
Frase dell’anno: “Oggi basta che uno faccia un paio di canzoni e si definisce ‘artista’, magari artista maledetto. Io mi ritengo un artigiano” – Francesco Guccini. Il Maestro si ritira – la sua saggezza mancherà, la sua musica resta. (Imparate, giovani artisti arrogantelli…)
Sorpresa dell’anno Il disco solista di Peter Buck. Da qualche parte i R.E.M. devo infilarli… Ma chi l’avrebbe mai detto, comunque? Così in fretta, con lui che canta pure. Il disco ha 4-5 momenti da pura nostalgia remmiana e una classe nei suoni che… E anche “King animal” dei Soundgarden. Mi aspettavo pochissimo, da loro, dopo le prove soliste e dopo aver visto un concerto gelido. Invece han fatto un gran disco.
Bootleg dell’anno . Urca, questa è tosta – vista la mia passione per la categoria. I bootleg ufficiali dei Wilco sono spettacolari. L’”Instant Classic” dei Pearl Jam registrato a Missoula a settembre è il loro miglior bootleg da tempo (e ne han fatti un po’, diciamo). Il “30 days of Grateful Dead” è fantastico. Ma il cuore di fan dice le raccolte di demo dei R.E.M. saltate fuori all’improvviso, dal nulla.
Ristampa dell’anno: Non è proprio una ristampa, ma il boxone del “Backup” di Jovanotti è uno di quelle operazioni e di quegli oggetti che ti fanno amare non solo la musica, ma persino le raccolte e i greatest hits.
Rivelazione dell’anno: Questa è facile, persino un po’ scontata: Frank Ocean. C’è aria di unanimità eccessiva nei suoi confronti. Ma “Channel orange” è un disco che ha saputo riportare la musica black fuori dal machismo e dalle iperproduzioni, rimettendo al centro la voce, la melodia, le parole.
Scoperta dell’anno: Un inglese che canta canzoni alla Springsteen con la voce di Rod Stewart: James Maddock. Me lo ha fatto  scoprire un amico l’anno scorso parlando proprio di dischi dell’anno, e mi sono innamorato della sua musica. Poi ha pubblicato un bellissimo album dal vivo in acustico con David Immergluck dei Counting Crows.
Ri-scoperta dell’anno: Se la giocano in due. I Gomez che ho consumato compulsivamente dopo un bellissimo concerto ai Magazzini Generali dopo averli ascoltati distrattamemte per anni (bel pirla, dirà qualcuno – giustamente). E i Grateful Dead. (Ancora più pirla, dirà qualcun altro). Ma quest’anno mi sono messo sul serio a studiarmi la loro musica, complici alcune uscite recenti molto belle, come la ristampa del mitico “Europe ‘72″ e quella fantastica raccolta di live regalatasul sito, “30 days of dead”.
Libro musicale dell’anno. “How Music Works”, David Byrne. Il tipo di libro che aspettavo da sempre. Un ragionamento dotto e piacevole sui meccanismi della musica fatto da un artista che non usa i soliti stereotipi romantici nel raccontare la sua arte. Un saggio che si legge come una biografia. Da studiare.
Film musicale dell’anno. Uno dovrebbe dire “Celebration day” dei Led Zeppelin – ma dal punto di vista visivo non è granché, anzi la regia è noiosetta. E allora dico una cosa minore: “Inventing David Geffen”, documentario della PBS (si può vedere in streaming qua). Semplice, costruito bene per raccontare non solo un grande discografico, ma di un pezzo di storia del rock.
Momento televisivo- musicale dell’anno: Il duetto tra i Marlene Kuntz e Patti Smith a Sanremo. Emozione pura.
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Infine, Le canzoni dell’anno. - ecco le più suonate di quest’anno sul mio iTunes (una sola per disco). Anche se questo è l’anno del passaggio dal possesso all’accesso. E un sacco di musica l’ho ascoltata su Spotify – che non ha il contatore. Per cui manca sicuramente un po’ di roba, tipo ”Aqualast” di Rover, “Jesus Etc” nella versione di Bill Fay, “Brazos” di Matthew E. White, “If I didn’t know better”, dalla colonna sonora di Nashville - che incidentalmente è la mia serie televisiva dell’anno (in termini di meriti musicali).
Mancano canzoni, qua sotto, dicevo. Ma tant’è. Mai come ora la musica è fluida, e sono fluide anche le classifiche di fine anno…

La buona biografia rock di una volta

Novembre 19th, 2012 in Libri by Gianni Sibilla

E’ uscita una nuova biografia rock. Non un’autobiografia – di quelle ce n’è fin troppe. No, la buona biografia rock di una volta.

Ok, anche di biografie di Springsteen ce ne sono fin troppe, e ce ne sono un paio di quelle monumentali e inarrivabili, quelle di Dave Marsh, il primo a scrivere su di lui (“Born to run”, libro su cui siamo cresciuti in molti: in Italia lo pubblicò GammaLibri…); quello che ne ha scritto di più (altri due libri, di cui uno sui tour), quello con l’accesso maggiore alle fonti (è sposato con Barbara Carr – la co-manager e socia di Jon Landau). Però i suoi lavori si fermano soprattutto agli anni ‘70 e ‘80, con poca roba sui periodi successivi.

“Bruce”, così lo chiama Peter Ames. Carlin, uno che ha scritto biografie di Brian Wilson e Paul McCartney. Uno che ci sa fare.

Non è il solito libro da fan (ce ne sono di ottimi, peraltro). E non è la solita biografia di seconda mano che scriviamo noi italiani, lavorando su ritagli di giornale, interviste e dichiarazioni prelevate dalla rete.

O meglio: ha iniziato così. Poi si è messo ad intervistare gente attorno al Boss – cercando fonti di prima mano. Poi, ha ricevuto una telefonata, da Jon Landau: “Cosa ti serve?”. Ha avuto la possibilità di parlare con chi voleva, con Springsteen in diverse occasioni. Che non ha voluto approvare nulla: “L’unica cosa che mi devi è raccontare tutto con onestà”.

Il risultato è un libro non per i fan – che conoscono già ogni storia, che troveranno qualche chicca inedita comunque, come Janis Joplin che voleva una ‘one night stand’ con il giovane rocker, che si diede alla macchia.

E’ un libro soprattutto per tutti gli altri, scritto ottimamente, su basi solide e rigorose e completo, che traccia un ritratto non agiografico – ma neanche volutamente scandaloso. Un libro equilibrato, che traccia in un 400 pagine circa una delle parabole più interessanti del rock.

Per il momento solo in inglese. Pur non essendo bollata come una “biografia ufficiale” (anche se quasi lo è), non disperiamo di una pubblicazione italiana.

Guardare negli occhi le prime file

Luglio 30th, 2012 in Concerti, Industria Musicale by Gianni Sibilla

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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Il professionista della felicità musicale

Giugno 8th, 2012 in Concerti by Gianni Sibilla

Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente.  Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni,  uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.
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In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La  voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico,  alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99″, la sequenza mozzafiato “The promise”-”The River”-”The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per  uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99″
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

Wrecking Ball

Marzo 6th, 2012 in CD, Nuova musica by Gianni Sibilla

Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.

Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.

Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).

Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.

Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.

E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).

Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.

MTV – Music Television Victims (ovvero Springsteen al suo peggio)

Agosto 2nd, 2011 in Televisione Musicale, videoclip by Gianni Sibilla

MTV compie 30 anni in questi giorni: il 1° agosto dell’81 iniziava le trasmissioni con “Video killed the radio star”, dei Buggles. Ricorrenza indubbiamente importante, perché MTV negli anni ‘80 ha cambiato davvero la musica e il costume.

Quella televisione musicale, fatta di un flusso di clip, oggi non esiste quasi più.  Aveva già smesso di esitere ben prima di YouTube: la transizione di MTV dal modello tematico a quello generalista è in atto da molti anni. L’aver tolto la parola “music” dal marchio è stata una constatazione più che una dichiarazione.

Comunque, MTV, negli anni ‘80, ha fatto anche tante vittime: in quel periodo tutti si sentivano obbligati a fare videoclip. Anche se molti non capivano come usare lo strumento, e finivano per fare cose imbarazzanti. Un po’ come tutti gli artisti oggi si sentono obbligati a stare sui social network anche se non sanno come funzionano.

Tra le vittime illustri di MTV negli anni ‘80 c’è Bruce Springsteen, serio candidato al titolo di video più brutto della storia con “Dancing in the dark”, diretto da Brian DePalma, con una giovanissima Courtney Cox a fare la parte della ragazzina sgallettata che viene tirata su della platea. Eppure c’è di peggio di quel video, in cui il boss recita male se stesso e fa uno dei balletti più brutti della storia.

Si, c’è di peggio di quel video: c’è la versione originale del video, diretta da Jeff Stein,  saltata fuori in questi giorni:

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E’ un “literal video” ante-litteram, con il Boss che balla al buio (davvero?). Poi, Springsteen decise che di quelle riprese gli piaceva solo il balletto…. Lo aveva provato a lungo, come dimostra  quest’altro video, che circola in rete da tempo.

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Così, dopo avere faticato per imparare quei passi di danza affidò delle nuove riprese a Brian DePalma, che girò durante un concerto un clip con la canzone in playback, con l’effetto finale che vedete qua sotto e che molti si ricordano. No comment: anche per i fan più accaniti, qua Springsteen è davvero indifendibile.

Video killed the rock star.

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Big Man

Giugno 20th, 2011 in Concerti by Gianni Sibilla

Molto è già stato scritto su di lui, tra ieri e oggi e anche io ho fatto la mia parte, con un po’ di video condivisi su Twitter e su Facebook.

Però volevo che un ricordo rimanesse anche qua. Il primo concerto della mia vita è stato San Siro, giugno 1985: un vero e proprio battesimo rock, anzi più una cresima visto che avevo 14 anni. L’officiante era Bruce Springsteen, ma il vero “priest” era lui, il Big Man.

Da qualche parte ho ancora la videocassetta VHS che girava al tempo, da cui è tratto questo video. Tutti dicono che il suo assolo più bello è “Jungleland”. Per me se la gioca con questo di “Bobby Jean”, che poi è una canzone, LA canzone, sull’amicizia.

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Più che triste sono contento di averlo incontrato musicalmente, di avere iniziato la mia “carriera” di ascoltatore musicale con la sua musica, che mi ha accompagnato per un quarto di secolo e mi accompagnerà ancora a lungo. Perché Clarence c’è ancora, poche balle.

Fare il manager (e il migliore amico) di Bruce Springsteen

Novembre 4th, 2010 in Industria Musicale, Interviste, Nuova musica by Gianni Sibilla

Certe volte incontrare chi sta dietro le quinte può essere persino più interessante di parlare con sta sotto i riflettori: questo ho pensato prima, durante e dopo l’intervista con Jon Landau, il manager di Springsteen.

Me lo sono detto un po’ per consolarmi del fatto che Springsteen non sono riuscito ad incrociarlo da vicino, nella due giorni romana – ma d’altra parte lunedì sera all’Auditorium era caos puro. Un po’ perché è bello sentirsi dire un “grazie per la bella chiacchierata” da uno come Landau ha fatto la storia rock, anche se in maniera defilata.

Sia quel che sia, ho già riferito abbondantemente di quello che è successo a Roma, qui e qui. Oltre alla videointervista ufficiale a Landau, quella dove parla di “The promise”, qua sotto ci sono due “bonus tracks”. Due spezzoni da “addetti ai lavori”, in cui Landau racconta in cosa consiste il suo lavoro di manager, e spiega qual è il metodo di lavoro di Bruce.

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In questo secondo video noterete che Landau parla di tre fasi nel lavoro di Springsteen: writing, recording, touring. Ai miei studenti racconto sempre che c’è una quarta parte del lavoro di un artista: la promozione. Springsteen non ne ha bisogno o quanto meno la riduce al minimo. Ecco perché ho intervistato Landau, e non lui.

Adesso giuro che per un po’ smetto di scrivere sul Boss. Almeno fino a quando esce “The promise” (che, per inciso, si può ascoltare in streaming qua).

Jon Landau, ‘The promise’: “L’album che Springsteen avrebbe pubblicato nel ‘77′

Novembre 2nd, 2010 in Concerti, Interviste, Nuova musica by Gianni Sibilla

(Da Rockol)

E’ l’uomo della famosa frase: “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. E’ Jon Landau, che dopo aver scritto quella frase divenne il suo manager e lo è ancora, a 36 anni di distanza. Dopo la presentazione del film “The Promise” ieri sera alla Festa del Cinema, Landau questa mattina ha incontrato la stampa – da solo, senza Springsteen, reduce dal bagno di folla di ieri sera.
tutto su: Jon LandauLandau è una di quelle figure leggendarie che stanno dietro le quinte, come alcuni produttori e altri  manager come Paul McGuinness degli U2. Appena entrato alla Casa del Cinema a Roma – la sala è piena non solo di giornalisti, ma anche di fan che ingannano l’attesa parlando ovviamente di Bruce – inizia raccontando un paio di aneddoti. “Io e Bruce stavamo parlando ieri sera, ricordando la prima volta in cui non suonammo in Italia”, esordisce. “Era il primo tour importante, nel 1980: ci dissero che i promoter italiani erano disorganizzati. Ma suonammo in Svizzera: i fan italiani ci inseguirono per darci una petizione per venire in Italia. Tornammo in Italia nell’85 per il famoso concerto di Milano: fu uno dei nostri migliori concerti di sempre, forse il pubblico migliore che abbiamo mai avuto. E Bruce mi disse: ‘non andremo mai più in tour senza passare dall’Italia’. Poi gli viene chiesto della famosa frase: “Quando ho scritto quella frase, conoscevo già un poco Bruce. Era in difficoltà, sembra stesse per essere scaricato dalla casa discografica, e io ero molto considerato – ero tra i critici più famosi del periodo. Scrissi quella frase sull’onda dell’emozione di un concerto e per aiutarlo, perché volevo sentire il suo prossimo disco”.
Quindi si inizia a parlare di “The promise”, e Landau spiega: “Sono due uscite diverse: c’è un cofanetto; e poi c’è un CD di 21 canzoni inedite. Qualcuna è nota o è circolata in qualche bootleg,  molte Bruce le scrisse e le incise senza terminarle. Al tempo si stufava in fretta… Quest’estate Bruce le ha terminate e la abbiamo messe insieme come se fossero un disco vero. Non è una raccolta di outtakes, ma un album che rimarrà parte della discografia vera e propria di Bruce: speriamo che rimanga a lungo, non scomparendo come spesso capita ai box. Volevamo rendere il tutto disponibile ad un prezzo accessibile”.
Le 8 canzoni che vengono fatte ascoltare alla platea – a luci spente, con i testi proiettati sullo schermo – confermano l’idea espressa da Landau: si parte con una versione alternativa di “Racing in the streets”, proseguendo con “Gotta get that feelin”, “Outside looking in”, “Someday (We’ll be together)”, “Because the night”, “Ain’t good enough for you”, “Talk to me”. Si chiude ovviamente con “The promise”, il santo graal di ogni fan – per dire, quando uscì il cofanetto “Tracks” nel 1998, prima la escluse, poi scelse di reinciderla da capo, facendo arrabbiare i fan. “The promise” è ancora oggi, una delle più belle canzoni mai scritte da Springsteen, una ballata malinconica sulla fine dell’innocenza. Il suono è “vintage Bruce” – “è il suono del disco che avrebbe pubblicato tra ‘Born to run’ e ‘Darkness’, spiega Landau – con brani volutamente diversi tra loro per rappresentare l’album, e con un tono decisamente più romantico rispetto all’introspezione delle canzoni poi scelte per “Darkness on the edge of town” .
“Bruce ha lavorato da solo alle canzoni, e non mi ha voluto dire quanto è intervenuto sulla musica originale. Ha l’impressione di avere realizzato una commistione tra passato e presente e vuole che sia considerato come un tutt’uno”, spiega Landau.Si passa quindi alla visione dei materiali video: un estratto dal concerto a porte chiuse dell’anno scorso, in cui venne risuonato per intero “Darkness on the edge of town”  – di cui colpisce il suono, furioso e chitarristico – ed alcuni estratti dal concerto del ’78 di Houston e dai video d’archivio inclusi nel terzo DVD del box: “Volevamo un filmato della E Street Band oggi, per fare un paragone con il materiale d’archivio. Nell’ultimo tour abbiamo riproposto diversi dischi per intero, ma le riprese davano un’atmosfera che non era in linea con il progetto. L’idea di risuonarlo in quel modo, a porte chiuse, è stata di Bruce; ma il merito va anche a Thom Zimny, il regista, le cui luci e fotografia catturano perfettamente l’austerità e la durezza del disco originale”, spiega Landau.
Le ultime battute sono sul personale: “Conosco Bruce dal ’74. Abbiamo lavorato assieme, ma in 36 in anni di conoscenza devo dire che è il miglior amico. Ho avuto tanti dubbi su molte cose in questi anni, ma non ho mai dubitato di continuare a lavorare con lui”. E poi un inevitabile domanda sul futuro delle attività: “Non abbiamo progetti al momento, e non posso dire quando li avremo. Ma come dicevo prima, quando andremo in tour passeremo dall’italia. Decide il Boss, non io…” Nei prossimi giorni pubblicheremo una videointervista a Landau, in cui racconta il “Making of” di “The promise”, nonché il metodo di lavoro di Springsteen e che cosa sta facendo in questo periodo.

Bruuuuce! La presentazione romana di “The promise”

Novembre 2nd, 2010 in Cinema, Nuova musica by Gianni Sibilla

(Da Rockol)

L’immagine della serata arriva quando tutto deve ancora cominciare: un manipolo di fan, assiepati lungo le transenne del “Red Carpet” che conduce alla Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma. Sono lì da diverse ore, incuranti della pioggia battente, solo perché Bruce Springsteen percorrerà il tappeto rosso per andare alla prima di “The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town”, il film diretto da Thom Zimny sul suo storico album del 1978, ripubblicato il 16 novembre in un lussuoso box zeppo di inediti di cui abbiamo parlato in abbondanza. < Poco prima delle 9 Bruce arriva. Anticipato dal manager Jon Landau, che si ferma a chiacchierare con qualche telecamera. Bruce, giacca di pelle, stivaloni e occhiali da sole nonostante sia già buio si barcamena tra i fotografi che lo reclamano a gran voce, i fan ai quali si avvicina per qualche stretta di mano. Dopo 3 minuti è già finita la prima parte dello show: Bruce entra, e finalmente la sala viene aperta anche a chi ha il biglietto per vedere il film.Immagine anteprima YouTube Dentro, è quasi il caos: la sala era occupata da un’altra proiezione fino a poco prima – il tutto si svolge all’interno della Festa del Cinema – il pubblico che cerca di entrare si scontra con quello che esce. Appena entrati in sala c’è giusto il tempo di prendere posto, di sentire una breve introduzione e il film inizia. E che film. “The promise” racconta la parabola di Springsteen tra il ’75 e il ’78, dallo smaltimento della sbornia del successo di “Born to run” alle beghe legali con l’ex manager Mike Appel (intervistato per il film, dopo una recente riappacificazione) che gli impedirono di registrare musica, fino al caos creativo che diede vita ad un disco più adulto e scarno.

In sala, sembra di  essere ad un concerto: il pubblico applaude le scene, le canzoni e le facci,  soprattutto quelle del compianto Danny Federici e dell’amatissimo Clarence Clemons. Il film scorre via con un ottimo lavoro di costruzione narrativa del regista, che si divide tra interviste recenti e immagini d’epoca recuperate e restaurate. Il finale è da brivido, con un montaggio tra i volti di 32 anni fa e quelli attuali, e con una intensa versione di “Darkness on the edge of town” suonata in un teatro vuoto l’anno scorso (fu suonato tutto il disco, ed è uno dei DVD bonus del box). Finito il film le luci rimangono spente, mentre gli inservienti portano ben sei sedie: sul palco salgono alcuni giornalisti,  Landau, Zimny e, buon ultimo, il boss.

Qualcuno, in giornata, ne lamentava il divismo, vistro che non erano previsti incontri con la stampa. Ma i divi sono quelli che la stampa la incontrano, la fanno aspettare per ore, e poi danno risposte elusive a domande precise, senza guardare in faccia chi le fa.  Springsteen non è venuto per la stampa; è una serata cinematografica, cui Springsteen si presta di buon grado: è loquace, risponde in maniera precisa a domande spesso un po’ lunghe (quelle del critico cinematografico di turno). Stravaccato su una poltrona rossa, scherza: “Se ci fossimo accorti all’epoca di come stavamo bene così magri lo avremmo sfruttato di più, mi dice sempre Steve”, riferendosi ovviamente a Little Steven, uno dei veri protagonisti del film.  Poi passa a parlare del film. “Come si capisce dalle immagini, ho un carattere ossessivo compulsivo. Volevo fare qualcosa di essenziale con quel disco, e ci voleva pazienza, bisognava saper aspettare; era importante saper catturare il momento giusto quando si presentava, e questo non era sempre facile. Stavo cercando di capire chi sono, ma non so ancora adesso chi sono… La musica per me è uno strumento d’indagine, a cui sono legato in maniera molto profonda. Ero molto confuso, e questo era il mio modo di capire. Siamo tutti addetti alle riparazioni, in qualche modo”. Prende in giro il suo manager, che risponde in maniera eccessivamente lunga ad una domanda – anche se la traduttrice se la cava benissimo senza perdere una parola. E scherza sull’inclusione nel box di una replica del suo quaderno di appunti – altro protagonista del film: “Nessuno mi ha detto che l’avrebbero usato, se no  l’avrei impedito. Scrivo malissimo…”. Poco più di mezz’ora di chiacchiere, ed è tutto finito. Due strette di mano ai fan e una battuta per finire: “La chitarra? La prossima volta, sarà di sicuro più facile cantare….”

Domani, invece, Jon Landau incontrerà i giornalisti – per presentare in anteprima i contenuti del box, che uscirà il 16 novembre.

Immagine anteprima YouTube

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