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Uff, le biografie rock (Neil Young. La noia)

Ottobre 16th, 2012 in Libri by Gianni Sibilla

E’ tutta colpa di Keith Richards. Che ci ha regalato il più bel libro rock di tutti i tempi, la spettacolare autobiografia “Life”. Come notava il New York Times qualche tempo fa, quel libro – una sequenza di fuochi d’artificio linguistici e aneddotici – ha spiegato ai musicisti che raccontare la propria storia può aumentare il profilo, può generare benefici economici e d’immagine.

Insomma, Keith Richards ci ha regalato anche  il diluvio delle biografie ufficiali. Apriti cielo. Ne sono uscite due particolarmente attese, in questo periodo. “Waging heavy peace” di Neil Young e “Who I am” di Pete Townshend. Pare che quest’ultima sia sul livello di quella di Richards (“Mick Jagger è l’unico uomo che mi sarei scopato”, è una delle frasi più citate per promuoverla e spiegare il linguaggio diretto del chitarrista degli Who).

Io, nel frattempo, ho letto quella di Neil Young. Lo dico?

Altro che Le Noise. La noia.

L’ho detto.

E’ come ascoltare uno di quei dischi fuori di testa che Neil Young ha spesso prodotto. “Trans” o “Everybody’s rockin”. Capisci perché l’ha fatto. Capisci che c’è un’idea, magari anche bella. Ma lo consumi con l’amaro in bocca e alla fine ti dici: cazzo, con tutto quel talento, doveva proprio tirar fuori una roba così?

Eppure Neil Young è esattamente questo. Uno che fa tutto a modo suo, e ci piace anche per i suoi colpi di testa. Ma questo libro…

Non aspettatevi coerenza,  non aspettatevi storie. Ce ne sono, certo. Ma molte meno di quelle che ci si potrebbe aspettare da uno che calca le scene da quasi 50 anni. E comunque sono perse in un flusso di coscienza di divagazioni sulle sue passioni.

Per dire: le prime 50 pagine sono per metà dedicate ai trenini elettrici – il vecchio Neil si è pure comprato un’azienda che produce riproduzioni in scala. Buona parte delle altre pagine sono dedicate alla sua passione per le macchine (tra cui la LincolnVolt – macchina sperimentale) e a quella – un’ossessione, in realtà – per la qualità dell’audio. Young si sta impegnando nel lanciare un sistema hardware-software di distribuzione consumo di musica a livello dei master di studio. Ne ha mostrato anche un prototipo da Letterman, di questo sistema Puro.

Young sostiene che gli MP3 sono la radio – buoni per la scoperta della musica, ma pessimi perché riproducono appena il 5 percento delle sfumature cui un musicista lavora in studio – e ha ragione a condurre questa battaglia. Gli auguriamo tutta la fortuna possibile, ma nel libro questa cosa ritorna una quantità di volte impressionante. Gli stessi concetti sono ripetuti allo sfinimento.

In mezzo qualche dettaglio sui suoi rapporti con Stephen Stills, David Crosby e Graham Nash, aneddoti su Dylan e Springsteen, sulla scena californiana in cui è cresciuto.

Molta introspezione – è bello, questo sì, entrare nella mente ostinata e un po’ contorta di un grande come Young, vedere i suoi processi mentali. Questo è il lato positivo del libro, che però non arriva alle vette letterario delle oniriche “Chronicles” di Bob Dylan.

Se vi accontate, bene.

Se no, passate oltre, alla prossima bio, o al prossimo disco con i Crazy Horse.

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Come funziona la musica

Ottobre 1st, 2012 in Libri by Gianni Sibilla

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia appena uscita: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione, dice Young.

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.

Non tutti, però. Il libro musicale di quest’anno non è la biografia di Neil Young (bella, poco storica e molto riflessiva/piscologica; ma questa è un’altra storia, ne parlerò un’altra volta). Non è una delle tante autobiografie ufficiali di questo periodo – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne (si trova in digitale su iTunes e Amazon a 11€).

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice  all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale,  meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:

Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambi le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.

Il primo capitolo (se ne può leggere un estratto qua) è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. Byrne ha fatto qualche tempo fa un TED talk su come l’architettura dei locali ha dato forma alla musica.

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Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni (“Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza:  racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.ooo dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne ssamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.

Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta,  ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.

E poi esamina i modelli di contratto (riprendendo quest’articolo che aveva scritto per Wired), esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).

Chissà se “How music works” verrà mai tradotto in Italiano – Bompiani aveva pubblicato i suoi “Diari della bicicletta”, tempo fa. Sia quel che sia, anche in inglese – molto scorrevole, poco tecnico – questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

Neil Young, Spotify, Steve Jobs: qualcuno ascolta gli artisti, ogni tanto?

Ffebbraio 3rd, 2012 in Industria Musicale by Gianni Sibilla

Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.

Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.

Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ‘70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.

E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti:  Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.

Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free;  per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità  bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.

Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.

Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.

Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se  Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.

Le Noise, il film

Ottobre 1st, 2010 in Nuova musica, Recensioni, YouTube by Gianni Sibilla

Era tempo che un disco non divideva in due pubblico e “critica” come sta succedendo per “Le noise”, di Neil Young. C’è chi lo sta massacrando, soprattutto oltreoceano, e chi lo ama.

Nella prima categoria, qua c’è la recensione della Associated Press (pretenzioso, funziona meglio sulla carta che in realtà, dicono). E qua c’è una bella recensione di Stereogram: bella nel senso che è scritta molto bene ed è molto informata, ma non sono d’accordo con le conclusioni che trae da quelle premesse, ovvero che Young suona stanco. Poi c’è questa recensione di Rolling Stone di David Fricke, molto equilibrata.

Io continuo a pensare che “Le noise” sia un gran disco. Però quando l’ho messo sullo stereo in casa, dal CD, al primo “Thang” di chitarra il mio cane si è alzato dalla cuccia ed è venuto a guardarmi con disapprovazione…

Sia quel che sia, da ieri c’è in rete il film di “Le Noise”: tutte le canzoni sono state riprese in bianco e nero, in alta definizione, e vale la pena vederlo. Non è come ascoltarlo su CD, ma insomma.

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Viva Le Noise – il nuovo capolavoro di Neil Young

Settembre 22nd, 2010 in Nuova musica, Recensioni by Gianni Sibilla

E’ in rete, in streaming sul sito della NPR, il nuovo disco di Neil Young. Non metto il link perché è un disco che va ascoltato su CD. Qua sotto, nella recensione scritta per Rockol, spiego perché:

Neil Young è un genio. E lo è Daniel Lanois. E capita che grandi due teste pensanti facciano musica assieme, ma non è per niente scontato che il risultato sia maggiore della somma delle parti, come dovrebbe essere in teoria.

Invece, per “Le noise” il miracolo della musica si avvera: Neil Young prodotto da Daniel Lanois.Il suono e le canzoni di Young ci sono e sono riconoscbili. La produzione stratificata di Lanois, pure. Ma c’è molto di più. C’è un grande artista che a 65 anni suonati si rimette in gioco su più fronti.

Young ha un passato da luddista antitecnologico: ricordate i dischi degli anni ’70 – su tutti “On the beach” – mai pubblicati in CD, come protesta al freddo digitale? “Le noise” è un disco antitecnologico, ma in un altro modo: è la miglior sfida all’iPod che possiate trovare in giro. Fin dal titolo, che ammicca al cognome del produttore, ma che in realtà allude agli strati e strati di suono, agli effetti e colori con cui sono trattati le voci e le chitarre elettriche che sono spesso gli unici elementi delle canzoni. Tutto per gentile concessione dell’altro canadese, Lanois. E tutto difficile da ascoltare con le cuffiette bianche, rippato e compresso in mp3. Certo che lo potete fare, ma vi perdete tutto il divertimento, a partire dal riverbero sull’iniziale “Walk with me”, al suono delle corde metaliche di un’acustica su “Love and war”, o i paesaggi sonori di “Angry world”, con la voce di Young messa in eco in sottofondo. Ascoltato a bassa definizione, questo disco perde la sua profondità.

Poi, siccome Young è Young – per dire, uno che da qualche tempo si è messo a scrivere sulla sua bacheca su Facebook – il disco esce in una versione iper-tecnologica in Blu-ray, e ci sarà anche un’App per iPhone e iPad con una versione interattiva e “aumentata” del disco. Giusto che non si dica che lui, che fino a qualche tempo fa prendeva in giro la mela con le cuffie, non vede il mondo che cambia. Solo che lo usa a modo suo, senza farsi usare.

Ma sono dettagli, perché il vero centro di tutto è la musica. Ricordate quandoPaul-Simon lavorò con Brian-Eno? Ne venne fuori un disco due identità sonore sovrapposte, che non si toccavano mai, rimanendo distanti. Invece, in “Le noise”, Lanois è riuscito a prendere il suono di Neil Young, il suo modo di scrivere canzoni e interpretandolo, dandogli nuovi vestiti senza snaturarlo. Young, da par suo, ha fatto un disco per voce e chitarre elettriche, con canzoni forti, dalle parole caustiche (come in “Angry world”: “Certa gente vede il mondo come un business plan”), o riflessive sul proprio passato (“Hitchiker”). Insomma, l’avrete capito: un piccolo grande gioello, una lezione. Fatevi un favore: non scaricate questo disco, compratelo in CD e ascoltatelo su un buono stereo, o con un buon paio di cuffie.

(Gianni Sibilla)

TRACKLIST

“Walk with me”

“Sign of love”

“Rescue Me”

“Love and war”

“Angry world”

“Hitchhiker”

“Peaceful Valley Blvd.”

“Rumblin’”

Se Neil Young fa il verso a YouTube

Aprile 7th, 2009 in Apple, Industria Musicale, Nuova musica, YouTube, videoclip by Gianni Sibilla

Il rapporto di certi musicisti con la tecnologia è strano, quello di Neil Young ancora di più. E’ uno che, per intenderci, si è rifiutato per anni di pubblicare alcuni sui dischi in cd, con il risultato che qualcuno li copiava da vinile e li masterizzava con il fruscio.

Adesso il vecchio Neil è l’ultimo artista ad abbracciare lo stile dello user generated content:  a questa pagina, sul suo sito ufficiale, trovate 5 clip di canzoni tratte dal suo nuovo album “Fork in the road”, girate in stile amatoriale, con una sola telecamerina. L’ennesima dimostrazione che il videoclip è morto?

“These revolutionary videos do more with a zero-dollar budget than a $300,000 dollar budget could ever dream of”, si legge sul suo MySpace, dove sono stati lanciati in anteprima.

Mi sembra soprattutto una presa per i fondelli di YouTube, contro cui Young si è schierato recentemente. I video, lì, non sono visibili, come tutti quelli degli artisti Warner, per la recente diatriba sui pagamenti. Certo, però, è comodo utilizzare una forma di promozione – quella lanciata e resa possibile da YouTube e basata sulla promozione virale di video amatoriali – e poi prendersela perché il canale che stai usando per farti pubblicità non ti paga…

Ma Neil Young è questo qui: uno che dall’alto della sua credibilità può criticare chiunque, anche l’intoccabile Apple: nel primo video canta con delle cuffiette bianche il cui jack è inserito in una mela.

Il video più bello, comunque, è quello  in cui  interpreta un uomo d’affari che gioca con i soldi altrui:http://myspacetv.com/index.cfm?fuseaction=vids.individual&videoid=54225788

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