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#NowListening (12)

Marzo 1st, 2013 in Uncategorized by Gianni Sibilla

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti torna dopo una giustificata assenza.

La solfa è la solita: musica alternativa oltre a quella di cui parlo di solito qua. E ce n’è tanta, di roba buona in giro in questo periodo…

Josh Ritter – “The beast in its tracks”

Su NPR c’è in streaming il disco intero di Josh Ritter, che esce il 5 marzo. Per me è il miglior cantautore classico di questa generazione e un primo ascolto lo conferma. “Joy to you baby” (scritta dopo il divorzio, cercando di venire a patti con la separazione) mi commuove.

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Mark Kozelek – Like Rats

Kozelek è inarrestabile, pubblica dischi a raffica, da solo o con i Sun Kil Moon. Ad Aprile esce un disco collaborazione con Album Leaf, poi c’è un “Live in Melbourne”. E questo “Like rats”, un disco di stralunate cover come solo lui sa fare. Io lo preferisco con la chitarra elettrica che con quella spanish guita con cui indugia da tempo. Ma la cover di “I got you babe” vale un ascolto. Qua ho fatto una playlist con le cover più strambe della sua carriera

10.000 Maniacs – Music from the motion picture

Sì, quei 10.000 Maniacs. Primo disco in 13 anni. Robert Buck, il chitarrista, è mancato nel 2000. Natalie Merchant fa la solista da 20 anni ma la la sua sostituta Mary Ramsey ha una voce (quasi) identica. Un tuffo nel passato: pop rock d’altri tempi.

Tyler Lyle – Expatriates

Altro cantautore classico, scoperto grazie a Fuel/Friends: Heater Browne, la titolare, ha un gran gusto nel pescare artisti di questo genere. Un Ep, ascoltabile e acquistabile su Bandcamp a 5$ che è un vero gioiello, e che non smetto di ascoltare. I 12 minuti di “Ithaca” sono una sorta di “Desolation row” contemporanea (hai detto niente).

Bobby Long – Wishbone

Ne avevo parlato tempo fa, dopo avere sentito il primo singolo “Devil moon”. Ora è uscito il disco (10$, sul sito), ed è anche meglio: ballate cantautorali su chitarre elettriche tese e affilate come coltelli. Gran disco, ne riparleremo con calma

E poi, in chiusura, se non l’avete ancora visto, una cosa di cui vado orgoglioso: la settimana scorsa è passato in redazione Glen Hansard e l’ho praticamente costretto a suonare “Wishlist” dei Pearl Jam.

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#NowListening (6 – official bootleg edition)

Novembre 13th, 2012 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, altri dischi oltre a quelli di cui si parla nello spazio canonico delle recensioni su Rockol.

A questo giro parliamo di bootleg ufficiali dal vivo. Ce n’è per tutti i gusti, a partire dal progenitore della specie


Grateful Dead: Live/Dead

Nel novembre del ‘69 usciva il primo disco dal vivo dei Dead. Poi Dio sa solo quanti ne hanno pubblicati, di live. Ma questo è uno dei live più belli della storia del rock, con quella fenomenale versione di “Dark star” che potete sentire  qua. E i Grateful Dead sono  i papà di tutti i bootleg ufficiali dal vivo, che ormai pubblicano con impressionante regolarità. Ma se non avete mai ascoltato questo, è da avere assolutamente.

Grateful Dead: “So glad you made it”

A tal proposito, ne è uscito uno nuovo, tratto dal tour del ‘90 (verso fine carriera,  poco prima che morisse Jerry Garcia, ed uno dei migliori della band, a detta di chi la conosce bene). Questa è una versione ridotta di due CD – sul sito dei Dead c’è un mega box di 18 CD. Ma già questa versione è ottima e abbondante.

Pearl Jam: “Instant Classic: Missoula”

Il problema con i bootleg ufficiali è che non sai mai quale scegliere. Così è ottima l’idea dei Pearl Jam di aprire una linea di concerti memorabili, “Instant classic”, li hanno chiamati. Il primo volume della serie è davvero un classico. Ne ho sentiti tanti, di bootleg ufficiali (in fin dei conti sono loro che hanno fatto partire la mania con la pubblicazione di ogni concerto del 2000). E questo è uno dei 4-5 migliori.. Suona fantastico, scaletta ottima, band in palla. Imperdibile. Costa 5 dollari…

Rolling Stones: “Roundhay Park (Live, 1982)”

Anche gli Stones hanno una linea di bootleg ufficiali: li ho riscoperti in questi giorni, complice il debutto italiano di Google Music, dove si possono acquistare più semplicemente che sul sito della band, scegliendo canzoni alla carta. Tranne questo del 1982 che è in esclusiva il negozio di musica digitale di Google e va acquistato per intero (8 euro). Ce n’è da tutti i periodi (anni ‘70, ‘80, ‘90 e zero) e di tutti i gusti (concerti negli stadi e nei club). Il mio preferito è “Brussel Affair ‘73″ con una strepitosa versione di “You can’t always get what you want” da 11 minuti.

Rolling Stones – “Live at the Tokyo Dome”

I veri eredi dei Grateful Dead sono Chris Robinson e compagni. Il primo disco post Black Crowes, “Big moon ritual” era un gioiello. “The magic door”, il secondo volume uscito a settembre, molto meno. Ma ci si può rifare con i bootleg ufficiali, zeppi di jam, cover, ospiti (Phil Lesh che suona in “Bertha”, guarda caso). Tutti comprabili alla carta.

L’inevitabile classifica del 2011

Dicembre 22nd, 2011 in Nuova musica, Playlist by Gianni Sibilla

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

Teoria e tecniche del rockumentary

Ottobre 25th, 2011 in Cinema by Gianni Sibilla

Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma  oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.

Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione  ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.

Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.

Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.

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Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro  ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.

Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.

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Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.

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L’ukulele misterioso di Eddie Vedder

Marzo 21st, 2011 in Nuova musica by Gianni Sibilla

UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.

In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.

Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.

Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.

Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire.  Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.

Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…

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Storie da sedili posteriori – Gaslight Anthem live

Agosto 19th, 2010 in Concerti by Gianni Sibilla

Fino a poco più di un anno fa, manco si sapeva chi fossero i Gaslight Anthem. Avevano pubblicato il secondo disco, qualcuno ne aveva parlato, e finita lì. 18 mesi dopo ti ritrovi a fare centinaia di km nel bel mezzo delle tue ferie solo per vederli suonare, perché sono diventati una delle tue band preferite. E perché sono una delle band, anzi LA band, da vedere e ascoltare per chi ama il rock americano.

Non è la prima volta che i Gaslight arrivano in Italia: l’anno scorso sono passati al Rock In Idro, a inizio 2009 suonarono allo Zoe, amena discoteca della periferia milanese. Anche questa volta la scelta può sembrare strana: Brescia, poco dopo ferragosto. In realtà, mi spiegano quelli della casa discografica, la festa di Radio Onda D’Urto è probabilmente l’unico posto dove si può far suonare, in questo periodo dell’anno, una band americana che è di passaggio in Europa per i Festival inglesi.

L’atmosfera è quella da festa dell’Unità di 20 anni fa: stand, gente che gira beve mangia e se ne frega della musica. E un buon numero di persone in attesa del concerto, su una spianata all’aperto.  I Gaslight salgono sul palco, attaccano forte con “American slang”, la title-track dell’ultimo disco. E lì capisci che  i chilometri fatti sono serviti a qualcosa. Brian Fallon e soci hanno una carica, un’urgenza nel suonare e nel cantare le loro storie chein questo momento ha pochi eguali tra le band “giovani”.

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La scaletta è costruita per alternare i brani dell’ultimo disco – più riflessivi, meno incazzati – alle cose della prima fase che sono un po’ più punkettone, di quel punk immerso nel rock americano epico e classico. Fallon lascia la chitarra ad un roadie in diversi momenti per concentrarsi sul cantato: la sua è una voce poco pulita, poco “bella” nel senso estetico puro, ma vera, che ha qualcosa da dire e ha la carica per farlo. “Mi ci sto abituando”, mi dirà dopo il concerto, gentile e quasi timido. Piccolino, esibisce le sue origini proletarie: ha la faccia e il taglio di capelli di un “blue collar”, se non fosse solo per quei tatuaggi che spuntano da sotto le maniche di una camicia a quadri arrotolata sugli avambracci. “Il nostro roadie è più bravo di tutti noi messi assieme, a suonare la chitarra. Un giorno l’ho sentito fare dei numeri durante le prove… Lui quasi si è scusato, ma poi siamo riusciti a convincerlo a riprendere e da lì a farlo suonare durante lo show”.

Quando la band attacca “The ‘59 sound” quasi ti aspetti che da un momento all’altro Bruce Springsteen salti fuori sul palco, come aveva fatto l’anno scorso in Inghilterra. Lui scherza sul conterraneo del New Jersey: quando qualcuno urla il nome dello stato, risponde: “Il nostro stato è carino, c’è l’oceano, ogni tanto il Boss viene a cena per il Ringraziamento… Ma siamo in Italia, per Dio!”. Però poi intanto lascia fuori dalla scaletta “Meet me by the river’s edge”, la canzone più springsteeniana di tutte, quella che nel ritornello fa “No surrender, my Bobby Jean”. Verso la fine, invece infila l’ormai solita cover dei Pearl Jam, “State of love and trust”, per un finale in crescendo che termina con un’altra canzone, “The backseat”, che racconta storie che si consumano sui sedili posteriori di una macchina, con un immaginario che parla da sé.

Chi non li ha visti a Brescia è giustificato, chi non li vedrà a Milano – torneranno ai primi di novembre, per una data che verrà annunciata nei prossimi giorni – non avrà scusanti. Il rock americano passa di qua.

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Celebrated Summer mixtape

Agosto 10th, 2010 in Concerti, Nuova musica by Gianni Sibilla

Mixtape, playlist, consigli per l’ascolto o per gli acquisti. Chiamatela come volete: è semplicemente una lista di un po’ di buone canzoni da portarsi in vacanza: il titolo di ogni canzone è un linkato ad un video youtube per ascoltare/vedere.

Buona estate!

1. Prince, Little Red Corvette:

Per molti l’evento dell’estate è stato il concerto degli U2. Grande, per carità. Ma per me è stato  il concerto di Prince a Nizza. Una  canzone da riscoprire, nella versione lenta, come l’ha suonata in costa azzurra. Dopo il salto, c’è un fantastico video di quel concerto: 2 minuti di “Purple rain” (buttali via) e questa canzone per intero: spettacolare.

2. Prince & Tom Petty, While My Guitar Gently Weeps

Una chicca mai pubblicata ufficialmente, venne suonata qualche anno fa ad uno show TV come tributo allo scomparso George Harrison, assieme a Jeff Lynne (ELO) e al figlio Dhani. Guardatevi tutto il video, anche questo dopo il salto: Prince entra alla fine con la chitarra, e sembra quasi indispettito da Petty che ripete il refrain, così ogni volta alza il livello di spettacolarità dell’assolo per riprendersi la scena.

3. Husker Du, Makes No Sense At all

4. Replacements, Alex Chilton

Una delle letture consigliate per l’estate è “American Indie”, di Michael Azzerad (Arcana) un libro che racconta le storie delle band che hanno ridefinito il rock americano negli anni ’80; tra queste le due glorie di Minneapolis, che non è solo la città di Prince, ma quella di  Husker Du e Replacements.

5. Mark Kozelek, Celebrated Summer

Ecco una bella cover degli Husker Du, fatta da uno che solitamente prende le canzoni più improbabili e le snatura, le rende eteree: “Celebrated summer” la potete scaricare  anche da Take The Song And Run. Kozelek è da ascoltare a prescindere, nelle sue varie incarnazioni: Red House Painters, solista, Sun Kil Moon, di cui è appena uscito il nuovo album “Admiral fell promises”.

6. Marc Cohn, The Letter

Quest’anno se n’è andato proprio quell’Alex Chilton che cantavano i Replacements, padre del power-pop con i Big Star… “The Letter” è la sua canzone più famosa, incisa con i Box Tops, poi ripresa da Joe Cocker. Marc Cohn – quello di “Walking in Memphis” – la riprende in “Listening booth”, disco di cover appena uscito. Un po’ troppo soft-rock rispetto alle sue cose solite, ma ha sempre una gran voce e questa è una gran canzone.

7. Band Of Horses, Laredo

Poche palle, la canzone più bella degli ultimi mesi, tra Neil Young, R.E.M. e rock indipendente. I Pearl Jam hanno fatto bene a portarseli appresso in tour, ma stanno già camminando con le loro gambe, eccome.

8. My Morning Jacket, One Big Holiday

I Band Of Horses  ricordano molto anche i MMJ: ecco una loro canzone dal titolo a tema estivo, che sentiì per la prima volta in apertura di un concerto dei Pearl Jam, a Milano nel 2006: una delle performance live più intense a cui abbia assisitito negli ultimi anni. Da ascoltre nella versione live pubblicata su “Okonokos”.

9. Gaslight Anthem, The Queen of Lower Chelsea

L’anima tradizionalista del rock indipendente è un’altra band devastante dal vivo, IL rock americano in questo momento. Sono a Brescia il 18 agosto.

10. Arcade Fire, Suburban War

Il nuovo disco, “The suburbs”, non fa i fuochi d’artificio come “Neon bible”, ma è un disco comunque più maturo. Un altro gioiello della band che meglio unice l’epicità  del rock americano classico lo spirito “art” dell’indie contemporaneo.

11. National, Afraid Of Everyone

Assieme agli Arcade Fire, uno dei concerti più attesi rientro dalle vacanze: per i primi basta aspettare fino al 2 settembre, per i National bisogna attendere fino a novembre.

12. Tired Pony, Dead American Writers

Un gran bel disco, e non solo perché di mezzo c’è quella vecchia volpe di Peter Buck dei R.E.M….

13. The Coral, Roving Jewel

Se ne parla molto, di questo nuovo disco dei Coral, “Butterfly house”. Alla lunga lo trovo molto, troppo british, soprattutto nel cantanto. Siamo al limite del plagio dei Byrds, ma fatto bene…

14. Calexico, All Systems Red

Joey Burns e soci regalano un disco dal vivo in MP3. Cosa aspettate?

15. Los Lobos, Burn It Down

Trovate voi un gruppo che riesca a rimanere nella stessa formazione da 35 e passa anni e che produca ancora dischi del livello di “Tin can trust”, appena uscito.

16. Black Crowes, Wiser Time

Se ne vanno in pausa per un po’, ma prima regalano un gioiello, “Croweology” un doppio CD acustico con le loro miglior canzoni rivisitate. Qua ci sono 9 minuti di pura poesia

17. Ray LaMontagne, RepoMan

Ha in uscita un nuovo album, “God willin & the creek don’t rise”: un altro piccolo gioiello di folk rock, cantato con una voce calda come una giornata in campagna al sole.

18.John Mellencamp, Save some time to dream

In un impeto di luddismo, il nuovo disco “No better than this” lo ha inciso in vecchie stanze storiche e polverose con strumentazione d’annata. Suona polveroso, vecchio, ma cazzo se suona bene…

19. Tom Petty, Don’t Pull Me Over

Che ci si può fare se alcuni dei dischi migliori degli ultimi tempi sono stati incisi tra cantanti over 50-round 60? Vedi alla voce Tom Petty, che in “Mojo” trova il tempo di divertirsi pure con il reggae.

20. Sheryl Crow, Summer Day

A me Sheryl Crow sembra sempre indecisa tra il fare la Jennifer Lopez del rock e fare musica sul serio. Il nuovo disco è dedicato alla Stax Records e ha dei buoni momenti. Canzone estiva per chiudere, diciamo.

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Intervista ai Gaslight Anthem: ‘Noi americani non sappiamo cosa sia l’America’

Agosto 5th, 2010 in Interviste by Gianni Sibilla

(Da Rockol) Se amate il rock americano, i Gaslight Anthem sono la band da ascoltare in questo momento. Se vi piacciono le chitarre, e se vi piace sentire raccontare storie sulle peripezie del sogno americano dovete ascoltare Brian Fallon. Rockol lo ha raggiunto al telefono a Philadelphia, per farsi raccontare il nuovo disco “American slang”, il terzo di questa band del New Jersey di cui si sta parlando molto oltremanica e oltreoceano, ancora poco da noi.

Se ne parla perché hanno prodotto un gran disco, meno sanguigno e spensierato del precedente “The ’59 sound”, ma anche più maturo. E se ne parla inevitabilmente perché Fallon ha avuto l’onore di vedere un suo duetto con Bruce Springsteen pubblicato nel recente DVD “London Calling”.

“Si, è vero: sembra che negli ultimi due anni non si sia mai smesso di parlare di noi, e ovviamente questo non ci fa che piacere”, ci racconta Fallon. “Sembra che tra un disco e l’altro non ci sia stata tregua. In realtà le canzoni di ‘The ’59 sound’ le avevo scritte molto tempo fa, quelle di ‘American slang’ sono venute fuori molto in fretta, lo scorso inverno, quando abbiamo terminato il tour e sono tornato a casa per un paio di mesi”.

Fallon, che ora si è trasferito dal New Jersey a New York, spiega che proprio l’aver scritto le canzoni in tempi recenti ha inevitabilmente trasformato i temi delle storie, che parlano sempre della ricerca del proprio posto nel mondo, ma ora dal punto di vista di qualcuno che è cresciuto e deve affrontare la vita reale: “ Ho usato il titolo ‘American Slang’ perché è un’espressione che si interroga su cosa sia l’ ‘American life’, la struttura sociale del nostro paese. C’è gente molto ricca e gente molto povera, e poi c’è ovviamente gente nel mezzo. Quella canzone, e in generale il disco, parla della ricerca di una collocazione, della ricerca di un posto tra le gente, in quella che qualcuno chiama la middle class”.

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“American slang” è stato anche il primo singolo estratto dal disco, supportato da un bel videoclip che Rockol vi ha mostrato in anteprima poco tempo fa: “Anche con le immagini abbiamo cercato di mostrarare come vivere in America ti possa sopraffare, ti possa far sentire perso”, continua Brian. “Con tutto quello che ti succede attorno, hai sempre la sensazione che dovresti fare qualcosa di meglio, anche se non sai bene cosa dovresti fare di preciso. Ovviamente non è come a Hollywood o su Internet, dove tutti ti ripetono che in America puoi e devi diventare una star. Quando cresci, devi uscire là fuori e trovarti un lavoro vero, metter su famiglia, e spesso ti rendi conto che non hai una direzione. Per di più noi americani non abbiamo tradizioni a cui appigliarci: me ne rendo conto ogni conto che vengo in tour in Europa. Noi americani non sappiamo cosa sia l’America. Forse non abbiamo neanche un vero linguaggio, ma solo uno slang…”.

Dal punto di vista narrativo, Fallon ha fatto una scelta ben precisa, nell’ultimo album: evitare ogni citazione o riferimento ai suoi eroi musicali e non, che spuntavano copiosi tra le righe di “The ’59 sound”: “Le nuove canzoni parlano della ricerca della propria identità, e anche noi stiamo cercando la nostra…. In precedenza volevo semplicemente far capire alla gente da dove venivamo. Ora non credo ne avessimo più bisogno”.

Tra le citazioni preferite di Fallon nel disco precedente c’è l’artista a cui i Gaslight Anthem vengono paragonati più spesso. Proprio lui, l’uomo del New Jersey per eccellenza… “E’ strano vedere il proprio nome accostato così spesso a quello di qualcun altro. Voglio dire, ti può capitare di peggio di essere paragonato a Bruce Springsteen. Lui è un eroe, e non solo del New Jersey, che è la nostra terra. Lui è un grande, è una gran persona, è uno che non ha dato di matto nonostante il successo”, spiega ridendo Brian.

“Ma noi non abbiamo iniziato a suonare per emularlo. Abbiamo messo in piedi una band perché pensavamo che potevamo farlo da soli. Io ero l’unico della band a cui piaceva… Per di più, mentre incidevamo ‘American slang’ abbiamo ascoltato soprattutto rock inglese degli anni ’70, di quello che finalmente si era sganciato dal pop e dai Beatles, come gli Stones di quel periodo e i Clash. E, per dirla tutta, la mia band preferita sono i Pearl Jam, ma nessuno lo nota mai… Tutti continuano a dire: venite dal New Jersey, come Bruce Spingsteen… Ma il New Jersey è un posto terribile”.

Per vedere i Gaslight Anthem non ci sarà bisogno di andare così lontano, per altro: saranno in Italia il 18 agosto per suonare al Festival di Radio Onda D’Urto a Brescia.

Sultans of digital swing

Luglio 15th, 2010 in Concerti by Gianni Sibilla

E’ così che dovrebbe succedere: uno va ad un concerto, e la mattina dopo compra la registrazione e se lo riascolta.

Sono andato a vedere il concerto di Mark Knopfler a Milano. Non ho fatto in tempo ad entrare, che già mi stavano dando un volantino con l’indirizzo web di dove comprare la registrazione ufficiale del concerto, in Mp3, chiavetta USB o CD.

La mattina dopo, il concerto era bell’e pronto da comprare. Il prezzo non è esattamente economico: 15 euro per due ore di musica in Mp3 (i Pearl Jam vendono concerti ben più lunghi a 10 dollari, anche se li mettono on line con molto ritardo). Ma il servizio è semplice e con due click ho scaricato il concerto, che suona pure bene, e senza neanche dovermi registrare al sito (che vende anche i concerti di Elton John. Tutta gente giovane, insomma).

L’unica cosa che non ho capito è questa frase: Track list is not published in respect of Mark’s wish to create a sense of surprise for people coming to the shows. Io al concerto ci sono andato solo perché cercando in giro le scalette avevo visto che c’erano in programma un po’ di pezzi dei Dire Straits. E vorrei poter sapere cosa compro.

Alla fine, mi è piaciuto tutto il concerto (la recensione “regolare” è qua). Continuo a pensare che i dischi solisti di Knopfler siano un’apprezzabile ma noiosa opera di filologia della musica tradizionale americana. Ma dal vivo lui ha davvero una gran classe. Come mi ha detto un amico che lo conosce meglio di me: suona la chitarra nascondendo le note, lavorando per sottrazione. E i brani dei Dire Straits li suona bene, anche se si diverte di più a suonare il resto.

Se una nuova canzone dei Pearl Jam finisce in rete, sono giorni migliori

Giugno 9th, 2010 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Succedono cose così: che qualcuno di una casa discografica o di un management usi un sito per fare ascoltare a qualche altro addetto ai lavori una canzone. Succede anche che ci si dimentichi di blindare quella comunicazione, e che qualcuno intercetti la canzone.

Se poi la canzone è dei Pearl Jam… Signori e signore, ecco a voi “Better days”: pare essere una outtake di “Riot act”. Antiquiet racconta la storia di come è finita in rete.

Sia quel che sia, a me sembra bellissima, con quelle chitarre acustiche, quella fisa e quelle percussioni:

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla