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Neil Young, Spotify, Steve Jobs: qualcuno ascolta gli artisti, ogni tanto?

Ffebbraio 3rd, 2012 in Industria Musicale by Gianni Sibilla

Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.

Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.

Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ‘70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.

E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti:  Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.

Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free;  per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità  bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.

Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.

Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.

Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se  Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.

Il più bel disco di Natale (e il video più trash)

Dicembre 14th, 2010 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Poi un giorno bisognerà affrontare sul serio la questione delle canzoni di Natale. Che è appunto una tradizione seria, poco radicata nella musica pop italiana, che ma che oltremanica e oltreoceano ha prodotto dei capolavori.

Come questo qua di fianco, probabilmente il più bel disco di natale di sempre, prodotto da quel genio maledetto di Phil Spector, con il suo muro del suono e con la sua corte di cantanti. Canzoni che sono belle a prescindere dal fatto che siano natalizie, e che state riprese infinite volte.

Mi è tornato in mente in questi giorni, perché i R.E.M., nel loro consueto singolo natalizio, hanno inciso una divertente versione di “Christmas (Baby please come home)” da quell’album, cantatata da Mike Mills. L’avevano già rifatta gli U2 20 e passa anni fa e l’ha rifatta pure Mariah Carey.

Ecco, Mariah Carey è il lato oscuro del Natale musicale, di come questo periodo ispiri non solo capolavori, ma boiate solenni, robe trash che più trash non si può. Mariah ha appena pubblicato il suo secondo album di canzoni natalizie, lanciato da questo video che mi segnala l’amico e collega Diego Perugini. Un vero capolavoro, a modo suo.

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Generation Gap – Arcade Fire live a Bologna

Settembre 3rd, 2010 in Concerti by Gianni Sibilla

Gli Arcade Fire sono un gruppo (quasi) universale. Piacciono (quasi) a tutti. E (quasi) tutti erano radunati ieri sera all’Arena Parco Nord di Bologna: 8000 persone abbondanti per una band che in Italia non ha avuto praticamente nessuna esposizione mediatica. Indie snob, rocker attempati, “addetti ai lavori”, semplici ascoltatori che non fanno parte di nessuna casta. C’erano tutti, ieri sera.

Frutto del passaparola, della rete, del fatto che in America sono dei numeri 1 e che hanno azzeccato mosse furbe (come l’ultimo video interattivo per “We used to wait”: in rete da giorni non si parla d’altro).

Entusiasmo eccessivo? Il concerto ha dimostrato che è giustificato. Giustificato per i più giovani, che forse finalmente hanno trovato il loro gruppo generazionale. Giustificato per tutti gli altri, perché gli Arcade Fire spaccano. Punto e basta.

Sono più o meno le 9 e mezza, quando gli 8 salgono sul palco; l’inizio è quasi fuorviante, un uno-due con “Ready to start” e “Month of may”: due canzoni dritte, che potrebbero far scambiare gli AF per una ottima band rock qualunque. Ma è con la terza canzone, “Neighborhood #1 (Tunnels)”, che iniziano davvero le danze: il suono diventa un oceano che va ad ondate e ti investe quando meno te lo aspetti, con cambiamenti a tutto spiano. Cambi di ritmo nella stessa canzone; cambi di formazione, perché gli 8 giocano alle “musical chairs”, scambiandosi strumenti e postazione. E cambi di riferimenti, passando dalle evidenti influenze indie (Joy Division & Co) ad un suono epico e pieno, frutto del rock classico ‘70-’80, quello che molti colleghi hanno ignorato come se non fosse mai esistito. La voce di Win Butler – un frontman “everyman”, avvistato in mezzo al pubblico perima del concerto a vedere i Modest Mouse – non è potente, e lui furbamente la rafforza con i cori del resto della band, con un effetto che funziona, eccome se funziona.

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Ecco, in diversi momenti vedi ragazzini indie-snob cantare quei cori come se fossero ad un concerto di quegli altri gruppi generazionali di noi “vecchi”, quelli con cui noi 30-40enni siamo cresciuti e che loro disprezzano: gli U2, Springsteen… Allora lì capisci che gli Arcade Fire hanno colmato un gap generazionale. Poi, certo, qualche difetto ce l’hanno: nella loro musica c’è tanta, troppa roba. I generi musicali che citano, più che fondersi e ibridarsi, ogni tanto sembrano in frizione. E la teatralità del loro modo di tenere il palco e dei loro gesti, come quando Régine intona “Sprawl II” saltellando come una bambina, è eccessiva, e quasi stucchevole. Ma sono dettagli, alla fine.

Il tutto finisce dopo neanche un’ora e mezza, inevitabilmente con “Wake up”, la canzone che gli U2 non riescono a scrivere da 15 anni. Rimane un po’ di amaro in bocca perché una band così la vedresti per ore. Un trionfo, com’era lecito aspettarsi, e come è stato.

La settimana enigmistica di Brian Eno

Agosto 25th, 2010 in Brian Eno, Nuova musica by Gianni Sibilla

Trovare le differenze tra le due immagini. La prima è la copertina del nuovo disco di Brian Eno, “Small craft on a milk sea”, in uscita a novembre. la seconda è la copertina di “No line on the horizon” degli U2, della quale già si disse che non era particolarmente originale.

Si può parlare di autoplagio, anche se Eno era solo co-produttore di “No line on the horizon”?

The return of the stingray singer

Agosto 6th, 2010 in Concerti by Gianni Sibilla

Ogni passaggio degli U2 in Italia è un evento, ma lo show torinese lo è stato più di altri. Sarebbe stato “solo” un altro concerto, se non fosse successo tutto quello che è successo: Bono che si infortuna gravemente, mezzo tour che salta e la data del 6 agosto in Piemonte che si ritrova inaspettatamente ad essere la “prima” del ritorno, con tutte le domande del caso.
Una su tutte: come sta Bono? Bene, grazie. Il concerto ha dimostrato che il cantante è in buona forma, nonostante sia ancora di fatto convalescente (si dice debba fare 4 ore di fisioterapia al giorno, due prima e due dopo i concerti). Appena la band entra sul palco, verso le 9 e mezza, si fa un giro dell’anello perimetrale che sta sotto “The claw”, il gigantesco artiglio metallico che tutti già conoscono e che racchiude il palco. E’ appena terminata “Space oddity” di David Bowie, e la band sta suonando un’intro strumentale inedita, che la scaletta denomina “The return of the stingray guitar”. E’ chiaro che Bono vuole riprendersi il calore del pubblico, quasi a farsi dare forza. Visibilmente dimagrito, capello corto e soliti occhialoni, accenna qualche vocalizzo quasi a scaldare la voce. Inizia a cantare sul serio solo su “Beautiful day”, che parte poco dopo.

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La voce sembra in buono stato anche quella – qualche cedimento all’inizio dello spettacolo c’è, ma a questo siamo abituati ormai da anni. Anzi più passano le canzoni, più cresce, mettendo a segno un acuto da brividi in “Miss Sarajevo”.
Bono è poco ciarliero, questa sera: ci mette un po’ a prendere la parola e a ringraziare il pubblico, a presentare la band, mentre lo schermo circolare mostra i sottotitoli – il discorso era preparato, ma va? La band fa il suo dovere, tiene in piedi lo show musicalmente, che invece spettacolarmente si tiene in piedi da solo.
Il canovaccio, inevitabilmente, è infatti quello già noto con una prima parte più diretta e una centrale più spettacolare. La scaletta, rispetto a quella dell’anno scorso, presenta qualche sorpresa, quella sì, in uno show così imponente che per motivi di produzione non permette grandi improvvisazionI. Scompaiono diverse canzoni di “No line on the horizon”, su tutte la magnifica “Unknown caller”, il punto più intenso dei concerti dell’anno scorso. Arrivano gli annunciati inediti: “North star” è una ballata acustica, eseguita a luci spente, con il prato che si trasforma in un cielo stellato di luci di accendini, telefonini e fotocamere. “The flowering rose of Glastonbury” – scritta per il festival inglese a cui la band avrebbe dovuto suonare – è un rock secco e diretto; da festival, appunto. Ma nulla per cui strapparsi i capelli, comunque….
Arrivano anche  “Miss Sarajevo” e “Hold me thrill me kiss me kill me” e un piccolo rimescolamento nella sequenza iniziale. I punti forti e quelli deboli del concerto rimangono anch’essi quelli già noti. Tra i primi l’accoppiata “Unforgettable fire”/”City of blinding lights”, in cui il megaschermo circolare scende come un cono sul palco, dominando la scena – prima era rimasto in alto, compresso, a rimandare immagini della band e qualche immagine di accompagnamento.   Mentre continua a convincere poco il momento “tamarro” su “I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight”, con lo stadio trasformato in un’enorme discoteca. Cose che gli U2 fanno da anni, ma insomma non sono più i tempi del limone e di “Discotheque”, anche se Bono la accenna un paio di volte.
Il finale è una grande festa, con i momenti più emozionali: “One”,  “With or without you”, “Where the streets have no name” – con lo stadio che si accende di rosso – insomma, una bella sequenza di hit. Bono appare un po’ stanco, inevitabilmente: sembra faticare un po’ di più a correre qua e là quando lo fa, la voce che va giù su “With or without you”. Il fiato deve ancora venire, è una prima. Ma tutto sommato è stato un ritorno alla grande, considerando le premesse. Un concerto più intenso di quelli dell’anno scorso a Milano, forse proprio per tutte le aspettative che portava con sé. Ai fan toccherà – si fa per dire – andarseli a rivedere a Roma, l’8 ottobre: l’ultima data di questo tour europeo. A Bono toccherà un altro bel po’ di fisioterapia: continua così, che ti fa bene.

SETLIST

Intro: Space Oddity/The return of the stingray guitar
Beautiful Day
Magnificient
Get on your boots
Mysterious ways
I still haven’t found
North Star
The flowering rose of Glastonbury
Elevation
In a little while
Miss Sarajevo
Until the end of the world
Unforgettable fire
City of blinding lights
Vertigo
I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight
Sunday bloody sunday
MLK
Walk on
One
Where the streets have no name

Encore
Hold me thrill me kiss me kill me
With or without you
Moment of surrender

Rock Tube Hall Of Fame (2)

Ggennaio 16th, 2010 in Concerti, Televisione Musicale, YouTube by Gianni Sibilla

Ho passato la serata di ieri a studiarmi i video del concerto del 25° anniversario della Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame: signori, questo è un libro di testo della musica.

Continuo a pensare che il duetto Joel/Springsteen sia la cosa più toccante. Ma ci sono altri momenti degni di nota: Fergie dei Black Eyed Peas che canta come una dannata “Gimme shelter” assieme a Mick Jagger, il boss che saltella contento come un ragazzino mentre accompagna Sam Moore in “Soul man”.

E soprattutto questo video qua sotto: gli U2 e Springsteen che cantano assieme “I still haven’t found”.

L’avevano già cantata assieme, qualche tempo fa. Ma questa versione è speciale. La fine, con il controcanto in cui Bono fa “The promised land”. E l’inizio,  con Bono che pianta uno dei suoi pistolotti sul significato del rock, e Springsteen che lo liquida in due parole: “Si, ma divertiamoci un po’ adesso” .

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Rock Tube Hall Of Fame

Ggennaio 15th, 2010 in Concerti, Televisione Musicale, YouTube by Gianni Sibilla

Questi sono i momenti in cui ringrazio che YouTube esista. Lo scorso ottobre si sono svolti a New York un paio di concerti per celebrare i 25 anni della Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame. Ne hanno fatto un special TV, trasmesso in America alla fine di dicembre. L’ho cercato, sperando che qualche anima buona lo mettesse in rete. Non l’ho trovato, e me ne sono dimenticato.

L’altro ieri su Twitter ho visto un link ad un duetto tra Springsteen e Billy Joel su “New York State Of Mind”. Anche di questo me n’ero quasi dimenticato. Poi, guardandolo 1)mi sono venuti i brividi 2)mi sono accorto che questo tale Zarastro1040 aveva caricato tutti i video dello speciale.

Insomma: c’è Springsteen che duetta con U2 e Patti Smith (con Bono che, per una volta, sta un passo indietro e lascia la scena agli altri), con Tom Morello e John Fogerty. C’è Jackson Browne con CS&N e un sacco di altra roba ancora. Le migliori canzoni di “classic rock” cantate da chi le ha scritte, audio e video superbi.

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Playlist 2009 – le canzoni

Dicembre 22nd, 2009 in Playlist by Gianni Sibilla

Di questi tempi non puoi fare le solo classifiche di fine anno solo per gli album, ma bisogna farle anche per le canzoni.

iTunes ti aiuta, con il suo contatore. Così ecco le mie canzoni più suonate del 2009 – una sola per album. Le fotografia impietosa del mio computer mi conferma che ben poca musica italiana è rimasta nei miei ascolti degli ultimi 12 mesi.

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Playlist 2009 – i dischi

Dicembre 21st, 2009 in Playlist, Uncategorized by Gianni Sibilla

Se a qualcuno dovesse mai interessare, ecco i miei premi di fine anno.

Qua invece le  classifica tradizionale per Rockol.

Premio  “disco dell’anno” e premio “Ma perché non li ho mai ascoltati prima”Richmond Fontaine, “We used to think the freeway sounded like a river”

Premio “Disco del 2008 scoperto in ritardo“: Gaslight Anthem – “The ’59 sound”

Premio “Sparare sulla Croce Rossa” per il disco più brutto dell’anno: Chris Cornell, “Scream”

Premio “Disco più sopravvalutato dell’anno”: Animal Collective, “Merriweather post pavillion”

Premio “Delusione dell’anno”: Elvis Costello che torna a farsi produrre da T Bone Burnett dopo “King of america”, e ne esce un disco noiossimo, “Secret, profane & sugarcane”.

Premio “Buffonata dell’anno”: i Muse a “Quelli che il calcio”.

Premio Copertina più brutta dell’anno: Bruce Springsteen, “Working on a dream” – ma anche “Wilco (The album)” non scherza

Premio “Non se ne può più”: i supergruppi, quelli di Jack White in testa

Premio “Ritorno alle origini – finalmente” R.E.M. – “Live at the Olympia”

Premio “Rickenbacker” per il miglior suono di chitarre: Tom Petty & The Heartbreakers, “The live anthology”, ex-aequo con R.E.M. – “Live at the Olympia”

Premio “continuerò a parlarne, anche se non se li fila nessuno”BellX1, “Blue lights on the runaway” e Fredo Viola, “The turn”

Premio “Finalmente qualcuno inizia a filarseli”Swell Season, “Stricy joy”

Premio “non ne parlo neanche, tanto non se li filerà mai nessuno”Peter Holsapple & Chris Stamey, “hERE aND nOW”

Premio “Concerto prevedibilmente più bello dell’anno”Bruce Springsteen, Stadio Olimpico, Torino, 21 luglio

Premio “Quest’uomo è un genio”: Nels Cline, per il concerto dei Wilco a Milano, 14 novembre

Altri dischi per cui non sono riuscito ad inventarmi un premio, ma che ho ascoltato ed amato quest’anno:

Giorgio Canali – “Nostra signora della dinamite”; PGR – “Ultime notizie di cronaca”; Local Natives, “Gorilla manor”; Mumford & Sons – “Sigh no more”; Robbie Williams – “Reality killed the video star”; Allen Toussaint – “The bright Missisipi”, The xx, “XX”.

Week in Rockol

Novembre 8th, 2009 in Nuova musica, Recensioni, Week in Rockol by Gianni Sibilla

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