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18 Maggio, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Che Justin Bieber possa essere un ‘early investor’ di Spotify ci sta, considerando l’importanza per la piattaforma di Daniel Ek di contare su testimonial fondamentali un anno fa per legittimarne l’ingresso sul mercato americano. Ma la breve lista delle startup in cui il diciottenne intrattenitore ha investito è un bigino della tech economy dell’ultimo biennio, da ciò che si apprende sulla cover story che Forbes gli dedica nel numero in uscita questo mese. Eccola:

Justin Bieber, cover story su Forbes
Tinychat, piattaforma per il messaging, in cui ha investito insieme a A-Grade (Aston Kutcher)
Stamped, insieme a Google Ventures e Bain Capital: è un’applicazione dedicata al ‘rating’ (gli utenti possono votare qualsiasi cosa, recensendo ristoranti, album etc)
Spotify (v. sopra)
Sojo Studios: convinto dall’attrice Ellen DeGeneres, è entrato in questa azienda che opera nel gaming e produce il suo gioco online preferito, WeTopia
Viddy, piattaforma di video sharing.
Forbes, Justin Bieber, Sojo Studios, Spotify, Stamped, Tinychat, Viddy
18 Maggio, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Che Justin Bieber possa essere un ‘early investor’ di Spotify ci sta, considerando l’importanza per la piattaforma di Daniel Ek di contare su testimonial fondamentali un anno fa per legittimarne l’ingresso sul mercato americano. Ma la breve lista delle startup in cui il diciottenne intrattenitore ha investito è un bigino della tech economy dell’ultimo biennio, da ciò che si apprende sulla cover story che Forbes gli dedica nel numero in uscita questo mese. Eccola:

Justin Bieber, cover story su Forbes
Tinychat, piattaforma per il messaging, in cui ha investito insieme a A-Grade (Aston Kutcher)
Stamped, insieme a Google Ventures e Bain Capital: è un’applicazione dedicata al ‘rating’ (gli utenti possono votare qualsiasi cosa, recensendo ristoranti, album etc)
Spotify (v. sopra)
Sojo Studios: convinto dall’attrice Ellen DeGeneres, è entrato in questa azienda che opera nel gaming e produce il suo gioco online preferito, WeTopia
Viddy, piattaforma di video sharing.
Forbes, Justin Bieber, Sojo Studios, Spotify, Stamped, Tinychat, Viddy
19 Aprile, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Tim Berners-Lee, uno dei co-creatori del world wide web, partecipando ad una conferenza stampa del W3C nella quale la discussione ha toccato i temi della pirateria ma soprattutto delle normative più discusse del momento (ACTA, SOPA, PIPA), ha criticato duramente l’industria musicale ammonendo: “Non dobbiamo consentire che il terrore delle case discografiche, che deriva loro da un modello di business che non funziona, sconvolga la natura aperta del web… Le case discografiche alzano molto la voce nel momento in cui si discute sul loro particolare modello di business, che di fatto è superato. Il risultato è che sono state create leggi che passano il messaggio che l’unico problema su internet sono gli adolescenti che rubano la musica. Il mondo è più grande di così. L’internet è più grande dell’industria musicale. L’impatto economico dell’internet è superiore a quello dell’industria musicale”. Sottolineando che si reputa un sostenitore di tutte le piattaforme che abilitano i pagamenti online della musica e auspicando che siano introdotte nuove modalità per restituire denaro ai creatori, incluse donazioni ai blog, ha poi precisato che non deve trattarsi necessariamente di un sistema creato dalle case discografiche. Tim Berners-Lee ha argomentato che la maggior parte di ciò che accade sul web è sociale e che il downloading rappresenta solo una piccola attività in confronto ed ha concluso con l’auspicio che venga impedito che nuove forme legislative finiscano per abolire l’idea fondamentale che qualcuno sia punibile solo dopo un regolare processo.
ACTA, PIPA, SOPA, Tim Berners-Lee
19 Aprile, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Tim Berners-Lee, uno dei co-creatori del world wide web, partecipando ad una conferenza stampa del W3C nella quale la discussione ha toccato i temi della pirateria ma soprattutto delle normative più discusse del momento (ACTA, SOPA, PIPA), ha criticato duramente l’industria musicale ammonendo: “Non dobbiamo consentire che il terrore delle case discografiche, che deriva loro da un modello di business che non funziona, sconvolga la natura aperta del web… Le case discografiche alzano molto la voce nel momento in cui si discute sul loro particolare modello di business, che di fatto è superato. Il risultato è che sono state create leggi che passano il messaggio che l’unico problema su internet sono gli adolescenti che rubano la musica. Il mondo è più grande di così. L’internet è più grande dell’industria musicale. L’impatto economico dell’internet è superiore a quello dell’industria musicale”. Sottolineando che si reputa un sostenitore di tutte le piattaforme che abilitano i pagamenti online della musica e auspicando che siano introdotte nuove modalità per restituire denaro ai creatori, incluse donazioni ai blog, ha poi precisato che non deve trattarsi necessariamente di un sistema creato dalle case discografiche. Tim Berners-Lee ha argomentato che la maggior parte di ciò che accade sul web è sociale e che il downloading rappresenta solo una piccola attività in confronto ed ha concluso con l’auspicio che venga impedito che nuove forme legislative finiscano per abolire l’idea fondamentale che qualcuno sia punibile solo dopo un regolare processo.
ACTA, PIPA, SOPA, Tim Berners-Lee
26 Marzo, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
A Cardiff, in Galles, non di solo rugby vive la popolazione locale. Un’attrazione sotterranea, che certo meriterebbe maggiore credito e fama proprio mentre ci avviciniamo all’appuntamento annuale con il Record Store Day, è Spillers Records, il più antico negozio di dischi di cui si conosca l’esistenza. La sua timida comparsa sotto le luci della ribalta si deve a un bel pezzo pubblicato dal Guardian a firma di Tom Lamont, che vi ha trascorso un’intera giornata lavorativa insieme allo staff ricavandone la cronaca di un business già oltre l’orlo di una crisi, ma romanticamente aggrappato alla propria missione.
Spillers vive grazie a due elementi, pare di capire. Recommendation e Community. Non le funzionalità tipiche dell’ambiente ’social’ dell’ultimo lustro online, ma proprio i concetti di raccomandazione e comunità. La prima, quella che lo staff del negozio dispensa alla clientela ma anche quella che riceve in cambio dai suoi frequentatori, così preziosa per ottimizzare le scorte in un lavoro a basso margine. La seconda, quella che lo sostiene senza distinzione di età e fasce socio-demografiche: dal pilota della RAF che lo frequenta dal 1971 ai pischelli diciannovenni che pagano cash dopo essersi fatti un’idea su Spotify.
E’ una storia piccola, affascinante e significativa. La statistica dice anche che è una storia rara e poco replicabile, che è una vicenda contro-corrente, forse è l’eccezione che conferma la regola. Ma parla di uno “store” che vende “musica” (album, magliette, gadget, biglietti di concerti), spinge gli artisti locali e, oltre a ‘recommendation’ e ‘community’, vive di ‘music discovery’. Gli mancava il ‘viral’. Eccoci.
guardian, Record Store Day, Spillers Records, Tom Lamont
26 Marzo, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
A Cardiff, in Galles, non di solo rugby vive la popolazione locale. Un’attrazione sotterranea, che certo meriterebbe maggiore credito e fama proprio mentre ci avviciniamo all’appuntamento annuale con il Record Store Day, è Spillers Records, il più antico negozio di dischi di cui si conosca l’esistenza. La sua timida comparsa sotto le luci della ribalta si deve a un bel pezzo pubblicato dal Guardian a firma di Tom Lamont, che vi ha trascorso un’intera giornata lavorativa insieme allo staff ricavandone la cronaca di un business già oltre l’orlo di una crisi, ma romanticamente aggrappato alla propria missione.
Spillers vive grazie a due elementi, pare di capire. Recommendation e Community. Non le funzionalità tipiche dell’ambiente ’social’ dell’ultimo lustro online, ma proprio i concetti di raccomandazione e comunità. La prima, quella che lo staff del negozio dispensa alla clientela ma anche quella che riceve in cambio dai suoi frequentatori, così preziosa per ottimizzare le scorte in un lavoro a basso margine. La seconda, quella che lo sostiene senza distinzione di età e fasce socio-demografiche: dal pilota della RAF che lo frequenta dal 1971 ai pischelli diciannovenni che pagano cash dopo essersi fatti un’idea su Spotify.
E’ una storia piccola, affascinante e significativa. La statistica dice anche che è una storia rara e poco replicabile, che è una vicenda contro-corrente, forse è l’eccezione che conferma la regola. Ma parla di uno “store” che vende “musica” (album, magliette, gadget, biglietti di concerti), spinge gli artisti locali e, oltre a ‘recommendation’ e ‘community’, vive di ‘music discovery’. Gli mancava il ‘viral’. Eccoci.
Guardian, Record Store Day, Spillers Records, Tom Lamont
18 Marzo, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Mi sarebbe piaciuto che “Obsessed with sound”, il progetto che alla quindicesima edizione degli Interactive Awards del South By SouthWest di Austin (SXSW) ha vinto nella categoria musica, avesse potuto concentrarsi su John Stirratt durante l’esibizione dei Wilco all’Alcatraz di Milano lo scorso 8 marzo. Un’esibizione incendiaria, con il bassista assoluto protagonista silenzioso, una specie di uomo-fondamenta, con le sue linee di basso melodiche e dinamiche a sostenere quella che è stata una continua jam session di una band che dal vivo vale 3 volte il già ottimo rock che sciorina sui propri album. Gli avrebbe reso il giusto merito.
Sì, perchè è questo che ‘Obsessed with Sound’ fa: ti dà la possibilità di concentrarti sui dettagli di qualsiasi singolo musicista durante l’esibizione di un’orchestra, isolandoti dal resto del palco e focalizzandoti sul suo audio e sul suo video, con tanto di note informative a margine. La categoria musicale degli Interactive Awards al SXSW premia letteralmente “projects related to musicians, bands, and the music industry, as well online radio and other developments that offer streaming audio content”.
‘Obsessed with Sound’, prodotta da Philips, è stata divulgata attraverso una campagna realizzata dall’agenzia Tribal DDB di Amsterdam che riprende la performance della Dutch Metropol Orchestra.
La campagna aveva vinto premi anche ai Lovie Awards e agli Eurobest Awards.
Fantastica: ecco il video.
Interactive Awards, Obsessed with Sound, SXSW
18 Marzo, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Mi sarebbe piaciuto che “Obsessed with sound”, il progetto che alla quindicesima edizione degli Interactive Awards del South By SouthWest di Austin (SXSW) ha vinto nella categoria musica, avesse potuto concentrarsi su John Stirratt durante l’esibizione dei Wilco all’Alcatraz di Milano lo scorso 8 marzo. Un’esibizione incendiaria, con il bassista assoluto protagonista silenzioso, una specie di uomo-fondamenta, con le sue linee di basso melodiche e dinamiche a sostenere quella che è stata una continua jam session di una band che dal vivo vale 3 volte il già ottimo rock che sciorina sui propri album. Gli avrebbe reso il giusto merito.
Sì, perchè è questo che ‘Obsessed with Sound’ fa: ti dà la possibilità di concentrarti sui dettagli di qualsiasi singolo musicista durante l’esibizione di un’orchestra, isolandoti dal resto del palco e focalizzandoti sul suo audio e sul suo video, con tanto di note informative a margine. La categoria musicale degli Interactive Awards al SXSW premia letteralmente “projects related to musicians, bands, and the music industry, as well online radio and other developments that offer streaming audio content”.
‘Obsessed with Sound’, prodotta da Philips, è stata divulgata attraverso una campagna realizzata dall’agenzia Tribal DDB di Amsterdam che riprende la performance della Dutch Metropol Orchestra.
La campagna aveva vinto premi anche ai Lovie Awards e agli Eurobest Awards.
Fantastica: ecco il video.
Interactive Awards, Obsessed with Sound, SXSW
8 Marzo, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Pandora, la più popolare piattaforma al mondo basata sulla internet radio, ha pubblicato una rendicontazione economica aggiornata e riferita all’ultimo quadrimestre 2011, mostrando così luci e ombre a circa 9 mesi dalla sua quotazione in borsa al NYSE. Le luci sono relative alla potente espansione di quota di mercato e di audience, come mostrano l’incremento degli utenti unici attivi che sono diventati 47 milioni rispetto ai 29 totalizzati nell’analogo periodo del 2010, e quello dei ricavi, passati da 47,6 a 81,3 milioni di dollari (aumento del 70% in dodici mesi). La crescita del’utenza ha portato con sè quasi il raddoppio delle ore di ascolto complessive, ormai 2,7 miliardi (erano 1,4 l’anno prima) ma, ed ecco le ombre, non sembra avere contribuito ad ammortizzare la base dei costi fissi, se è vero che il provider ha incrementato sostanzialmente le perdite nette, diventate 8,2 milioni di dollari contro i passati 1,4 milioni (un’incidenza che sale dal 2,9% al 10,1%). Considerando che la quota di ricavi ascrivibile alla raccolta pubblicitaria sembra restare pressoché costante anno su anno (era di 41,4 milioni di dollari nel 2010 ed è di 72,1 milioni di dollari nel 2011: rispettivamente l’87% e l’88% circa del totale), registriamo due dati principali.

Pandora
Il primo riguarda la componente “premium” del modello di business, che per il momento non sembra riuscire a sfondare e ci indica che l’espansione di Pandora passa in gran parte attraverso il “free”. Il secondo, considerando che le economie di scala dovrebbero avere garantito costi marginali decrescenti sul fronte della banda e dell’infrastruttura, è che la leva pubblicitaria (ricavi) è ancora molto negativa rispetto alla spesa per licenze (costi). Difficile stabilire se ciò accada perchè ad ogni centesimo aggiuntivo speso per lo streaming corrisponde un ricavo inferiore al centesimo o perchè la rapida crescita di pubblico non ha concesso a Pandora di valorizzare per tempo il proprio “inventory”, lasciando così molto traffico invenduto nel periodo di riferimento. Se si trattasse del primo caso, ed è possibile che per buona parte sia così, sarebbe un guaio strutturale. E, se così fosse, saremmo di fronte a un colossale “loss leader” in attesa di essere comprato per il valore della propria audience.
(btw: dalla quotazione ad oggi, il titolo vale il 38% in meno rispetto al debutto: 10,86 dollari contro 17,50).
internet radio, Pandora
8 Marzo, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Pandora, la più popolare piattaforma al mondo basata sulla internet radio, ha pubblicato una rendicontazione economica aggiornata e riferita all’ultimo quadrimestre 2011, mostrando così luci e ombre a circa 9 mesi dalla sua quotazione in borsa al NYSE. Le luci sono relative alla potente espansione di quota di mercato e di audience, come mostrano l’incremento degli utenti unici attivi che sono diventati 47 milioni rispetto ai 29 totalizzati nell’analogo periodo del 2010, e quello dei ricavi, passati da 47,6 a 81,3 milioni di dollari (aumento del 70% in dodici mesi). La crescita del’utenza ha portato con sè quasi il raddoppio delle ore di ascolto complessive, ormai 2,7 miliardi (erano 1,4 l’anno prima) ma, ed ecco le ombre, non sembra avere contribuito ad ammortizzare la base dei costi fissi, se è vero che il provider ha incrementato sostanzialmente le perdite nette, diventate 8,2 milioni di dollari contro i passati 1,4 milioni (un’incidenza che sale dal 2,9% al 10,1%). Considerando che la quota di ricavi ascrivibile alla raccolta pubblicitaria sembra restare pressoché costante anno su anno (era di 41,4 milioni di dollari nel 2010 ed è di 72,1 milioni di dollari nel 2011: rispettivamente l’87% e l’88% circa del totale), registriamo due dati principali.

Pandora
Il primo riguarda la componente “premium” del modello di business, che per il momento non sembra riuscire a sfondare e ci indica che l’espansione di Pandora passa in gran parte attraverso il “free”. Il secondo, considerando che le economie di scala dovrebbero avere garantito costi marginali decrescenti sul fronte della banda e dell’infrastruttura, è che la leva pubblicitaria (ricavi) è ancora molto negativa rispetto alla spesa per licenze (costi). Difficile stabilire se ciò accada perchè ad ogni centesimo aggiuntivo speso per lo streaming corrisponde un ricavo inferiore al centesimo o perchè la rapida crescita di pubblico non ha concesso a Pandora di valorizzare per tempo il proprio “inventory”, lasciando così molto traffico invenduto nel periodo di riferimento. Se si trattasse del primo caso, ed è possibile che per buona parte sia così, sarebbe un guaio strutturale. E, se così fosse, saremmo di fronte a un colossale “loss leader” in attesa di essere comprato per il valore della propria audience.
(btw: dalla quotazione ad oggi, il titolo vale il 38% in meno rispetto al debutto: 10,86 dollari contro 17,50).
internet radio, Pandora
18 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Il 2011 ha fornito certezze negative al comparto della carta stampata musicale, confermando una tendenza che nell’ultimo lustro non si è mai arrestata. La scorsa settimana sono arrivati i dati relativi al mercato britannico: la perdita di copie vendute è ampia e generalizzata, con testate come l’NME giunte a un livello di scarsa rilevanza (fortunatamente compensato dalla crescita digitale della testata) e mensili di approfondimento come Mojo sulle barricate, ma obiettivamente assestati su una circolazione che in Italia si raggiungeva solo negli anni Ottanta. Le voci continue sul possibile ‘riposizionamento’ della bibbia dell’industria, Billboard, non cessano, così come le sue riorganizzazioni interne. Mentre è una certezza il dimezzamento di fatto di Spin, uno dei più autorevoli mensili di oltre oceano dedicato alla scena alternativa che, dalla tradizionale frequenza mensile, dal prossimo mese di marzo passerà a quella bimestrale. Parlando ad AdWeek, il publisher del periodico americano Devin Pedzwater ha raccontato la trasformazione della testata, che sarà proposta in un formato molto più grande (“un richiamo agli anni Novanta: la gente vuole qualcosa di molto tattile tra le mani”) e che nella nuova versione cartacea insisterà su numeri quasi monografici, con speciali a tema e lunghi approfondimenti e inchieste. Notizie e recensioni saranno il pane quotidiano del sito, mentre una nuova app per iPad sarà il punto di congiunzione tra le due realtà: l’applicazione legherà i lunghi articoli del nuovo bimestrale al materiale relativo trattato nel sito, integrando il contenuto con una playlist in streaming di 60 brani per numero.
Interessante notare come Spin sia una delle prime realtà editoriali tradizionali ad affrontare concretamente, sia pure a livello sperimentale, l’irrisolto trade-off tra la vendita cartacea a pagamento e l’accesso gratuito online che da oltre quindici anni vede i media in posizione di stallo. Spin cercherà di farlo non solo ripartendo i contenuti tra i due formati per diversa natura, frequenza e tipologia ma promuovendo anche un investimento per la produzione e la distribuzione di contenuti extra, gli unici a giustificare la fidelizzazione dei lettori sia al formato cartaceo che alla app.
AdWeek, Billboard, crisi della stampa musicale periodica, Mojo, NME, Spin
18 Ffebbraio, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Il 2011 ha fornito certezze negative al comparto della carta stampata musicale, confermando una tendenza che nell’ultimo lustro non si è mai arrestata. La scorsa settimana sono arrivati i dati relativi al mercato britannico: la perdita di copie vendute è ampia e generalizzata, con testate come l’NME giunte a un livello di scarsa rilevanza (fortunatamente compensato dalla crescita digitale della testata) e mensili di approfondimento come Mojo sulle barricate, ma obiettivamente assestati su una circolazione che in Italia si raggiungeva solo negli anni Ottanta. Le voci continue sul possibile ‘riposizionamento’ della bibbia dell’industria, Billboard, non cessano, così come le sue riorganizzazioni interne. Mentre è una certezza il dimezzamento di fatto di Spin, uno dei più autorevoli mensili di oltre oceano dedicato alla scena alternativa che, dalla tradizionale frequenza mensile, dal prossimo mese di marzo passerà a quella bimestrale. Parlando ad AdWeek, il publisher del periodico americano Devin Pedzwater ha raccontato la trasformazione della testata, che sarà proposta in un formato molto più grande (“un richiamo agli anni Novanta: la gente vuole qualcosa di molto tattile tra le mani”) e che nella nuova versione cartacea insisterà su numeri quasi monografici, con speciali a tema e lunghi approfondimenti e inchieste. Notizie e recensioni saranno il pane quotidiano del sito, mentre una nuova app per iPad sarà il punto di congiunzione tra le due realtà: l’applicazione legherà i lunghi articoli del nuovo bimestrale al materiale relativo trattato nel sito, integrando il contenuto con una playlist in streaming di 60 brani per numero.
Interessante notare come Spin sia una delle prime realtà editoriali tradizionali ad affrontare concretamente, sia pure a livello sperimentale, l’irrisolto trade-off tra la vendita cartacea a pagamento e l’accesso gratuito online che da oltre quindici anni vede i media in posizione di stallo. Spin cercherà di farlo non solo ripartendo i contenuti tra i due formati per diversa natura, frequenza e tipologia ma promuovendo anche un investimento per la produzione e la distribuzione di contenuti extra, gli unici a giustificare la fidelizzazione dei lettori sia al formato cartaceo che alla app.
AdWeek, Billboard, crisi della stampa musicale periodica, Mojo, NME, Spin
2 Ffebbraio, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Quella tra finanza e industria musicale, dopo essere stata florida nel primo semestre 2011 e avere segnato il passo nel secondo, pare tornata ad essere una splendida relazione. Almeno negli Stati Uniti. Con un aumento del 26% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il mese di gennaio appena trascorso ha infatti fatto registrare una raccolta di capitali pari a 65,55 milioni di dollari affluita nelle casse di società e startup che operano all’incrocio tra musica e tecnologia, grazie soprattutto all’ormai noto investimento da 50 milioni di dollari in Soundcloud.
Ecco la situazione al gennaio 2012 (investimenti in $ USA):
- Soundcloud: 50 milioni [la maggiore piattaforma di social sharing dedicata all'audio e basata sulla 'nuvola']
- Next Big Sound: 6,4 milioni [fondata nel 2008, la sua piattaforma traccia la popolarità di artisti e gruppi sulla base della circolazione e dell'utilizzo dei loro contenuti online - su siti e social networks]
- Moontoast: 6 milioni [specializzata nel 'social commerce', l'azienda offre soluzioni di monetizzazione basate sull'interazione tra marchi, artisti e utenti]
- Gobbler: 1,75 milioni [fondata nel 2010, propone un B2B dedicato alle aziende musicali, alle quali offre soluzioni di backup dei propri asset audio per successiva condivisione e distribuzione agli addetti ai lavori]
- Murfie: 1,4 milioni [parte retailer di musica nuova e usata, parte community, parte marketplace]
Gobbler, Moontoast, Murfie, Next Big Sound, Soundcloud, venture capital e musica
2 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Quella tra finanza e industria musicale, dopo essere stata florida nel primo semestre 2011 e avere segnato il passo nel secondo, pare tornata ad essere una splendida relazione. Almeno negli Stati Uniti. Con un aumento del 26% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il mese di gennaio appena trascorso ha infatti fatto registrare una raccolta di capitali pari a 65,55 milioni di dollari affluita nelle casse di società e startup che operano all’incrocio tra musica e tecnologia, grazie soprattutto all’ormai noto investimento da 50 milioni di dollari in Soundcloud.
Ecco la situazione al gennaio 2012 (investimenti in $ USA):
- Soundcloud: 50 milioni [la maggiore piattaforma di social sharing dedicata all'audio e basata sulla 'nuvola']
- Next Big Sound: 6,4 milioni [fondata nel 2008, la sua piattaforma traccia la popolarità di artisti e gruppi sulla base della circolazione e dell'utilizzo dei loro contenuti online - su siti e social networks]
- Moontoast: 6 milioni [specializzata nel 'social commerce', l'azienda offre soluzioni di monetizzazione basate sull'interazione tra marchi, artisti e utenti]
- Gobbler: 1,75 milioni [fondata nel 2010, propone un B2B dedicato alle aziende musicali, alle quali offre soluzioni di backup dei propri asset audio per successiva condivisione e distribuzione agli addetti ai lavori]
- Murfie: 1,4 milioni [parte retailer di musica nuova e usata, parte community, parte marketplace]
Gobbler, Moontoast, Murfie, Next Big Sound, Soundcloud, venture capital e musica
10 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Sono stati 458,8 i milioni di dollari che la finanza americana ha investito nel 2011 in nuove intraprese dell’industria musicale, o comunque a cavallo tra musica e high tech.
Gli interventi, disparati per natura ed ammontare, sono stati censiti da Digital Music News e commentati su Rockol.
Di seguito la tabella completa: appuntamento tra 12 mesi per individuare successi, flop e stalli all’interno di questa istantanea.

startup e venture capital 2011
Beyond Oblivion, Digital Music News, Rdio, Shazam, SongKick, Spotify, TicketFly
10 Ggennaio, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Sono stati 458,8 i milioni di dollari che la finanza americana ha investito nel 2011 in nuove intraprese dell’industria musicale, o comunque a cavallo tra musica e high tech.
Gli interventi, disparati per natura ed ammontare, sono stati censiti da Digital Music News e commentati su Rockol.
Di seguito la tabella completa: appuntamento tra 12 mesi per individuare successi, flop e stalli all’interno di questa istantanea.

startup e venture capital 2011
Beyond Oblivion, Digital Music News, Rdio, Shazam, SongKick, Spotify, TicketFly
9 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Come di consueto, la rivista specializzata americana Pollstar ha pubblicato le proprie analisi di fine anno sull’industria live, estendendo l’osservazione dal mercato americano a quello globale.
Rockol ha riportato i dati statistici salienti dell’anno appena trascorso. Qui di seguito, invece, le tabelle complete sui 25 maggiori tour americani e mondiali del 2011, con i dati relativi (tra gli altri) al fatturato di ciascuno e al prezzo medio del biglietti (in dollari) dello show.

I maggiori 25 tour americani del 2011

I maggiori 25 tour globali del 2011
live industry, maggiori tour del 2011, Pollstar
9 Ggennaio, 2012 in Reports da Giampiero Di Carlo
Come di consueto, la rivista specializzata americana Pollstar ha pubblicato le proprie analisi di fine anno sull’industria live, estendendo l’osservazione dal mercato americano a quello globale.
Rockol ha riportato i dati statistici salienti dell’anno appena trascorso. Qui di seguito, invece, le tabelle complete sui 25 maggiori tour americani e mondiali del 2011, con i dati relativi (tra gli altri) al fatturato di ciascuno e al prezzo medio del biglietti (in dollari) dello show.

I maggiori 25 tour americani del 2011

I maggiori 25 tour globali del 2011
live industry, maggiori tour del 2011, Pollstar
19 Dicembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Come ogni anno, Google ha pubblicato la propria Zeitgeist, che indica chiavi e termini di ricerca prevalenti (per territorio, tema e categoria) nei passati 12 mesi. E, come ogni anno, è interessante dare un’occhiata alle più frequenti ricerche del comparto musica e intrattenimento.
Innanzitutto, ecco la top 10 list della sezione Musica in Italia:
1. Benvenuto
2. Arriverà
3. Danza Kuduro
4. Tranne Te
5. Someone Like You
6. Vivere O Niente
7. Give Me Everything
8. Born This Way
9. The Lazy Song
10. Hold My Hand
In secondo luogo, tra le persone più cercate (graduatoria dominata in Italia da Marco Simoncelli), troviamo Amy Winehouse al quarto posto e Jennifer Lopez al nono.
In terzo luogo Adele raggiunge il numero 7 nella lista “In più rapida ascesa” a livello globale, mentre si trova al numero 5 nella stessa categoria se riferita alla sezione Persone (qui Amy Winehouse è al numero 7).
Infine Rihanna chiude la top 10 delle ricerche “In più rapida ascesa” nella sezione Intrattenimento a livello globale (“Rihanna Man Down”), anche in questo caso preceduta dalla scomparsa Winehouse (al numero 4 con “Amy Winehouse Death”).
adele, Amy Winehouse, Google Zeitgeist, Jennifer Lopez, Rihanna
11 Dicembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Apple ha pubblicato le sue Rewind Charts annuali, dedicate alle opere più vendute su iTunes: musica, film, apps, programmi televisivi etc.
Mentre il team editoriale di Cupertino ha nominato Adele “Artista dell’anno” sia in USA sia in UK, i Foo Fighters e Laura Marling hanno conquistato la palma dell’album dell’anno rispettivamente con ‘ Wasting light’ negli Stati Uniti e con ‘A creature I don’t know. Nuovi artisti dell’anno: Nicki Minaj (USA) e Ed Sheeran (UK), canzoni dell’anno ‘Pumped up kicks’ dei Foster The People (USA) e ‘Someone like you’ di Adele (UK). Per quanto riguarda le graduatorie di vendita, sempre Adele al top negli album sia in USA sia in UK con ‘21′, in vetta anche con il singolo ‘Rolling in the deep’ in USA seguita da ‘Party rock anthem’ (LMFAO); i due brani si sono scambiati le prime due posizioni nella classifica britannica. Le migliori 5 applicazioni musicali per iTunes: GarageBand, Magic Piano, SoundTracking, Songkick Concerts e Cleartune.
adele, Apple Rewind, Cleartune, foo fighters, GarageBand, LMFAO, Magic Piano, Nicki Minaj, Songkick Concerts, SoundTracking
11 Dicembre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Apple ha pubblicato le sue Rewind Charts annuali, dedicate alle opere più vendute su iTunes: musica, film, apps, programmi televisivi etc.
Mentre il team editoriale di Cupertino ha nominato Adele “Artista dell’anno” sia in USA sia in UK, i Foo Fighters e Laura Marling hanno conquistato la palma dell’album dell’anno rispettivamente con ‘ Wasting light’ negli Stati Uniti e con ‘A creature I don’t know. Nuovi artisti dell’anno: Nicki Minaj (USA) e Ed Sheeran (UK), canzoni dell’anno ‘Pumped up kicks’ dei Foster The People (USA) e ‘Someone like you’ di Adele (UK). Per quanto riguarda le graduatorie di vendita, sempre Adele al top negli album sia in USA sia in UK con ‘21′, in vetta anche con il singolo ‘Rolling in the deep’ in USA seguita da ‘Party rock anthem’ (LMFAO); i due brani si sono scambiati le prime due posizioni nella classifica britannica. Le migliori 5 applicazioni musicali per iTunes: GarageBand, Magic Piano, SoundTracking, Songkick Concerts e Cleartune.
Adele, Apple Rewind, Cleartune, Foo Fighters, GarageBand, LMFAO, Magic Piano, Nicki Minaj, Songkick Concerts, SoundTracking
27 Novembre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
In settimana sono emerse alcune preoccupanti statistiche su Turntable.fm, una delle piattaforme di musica digitale più in evidenza dell’anno. In buona sostanza, un deciso calo del traffico: quello riguardante gli utenti unici e anche quello derivato dal search.

Turntable.fm: il traffico (Fonte: Digital News)
Turntable racconta una di quelle storie che, come quella di Spotify, noi addetti ai lavori vorremmo con un lieto fine. Le vorremmo di successo. Ma le loro vicende ricordano da vicino la politica italiana e il suo congenito tafazzismo: non appena qualcuno si libra in volo, apparentemente sospinto da tutto l’ambiente, eccolo impallinato. Nel caso di Turntable, riscontro due problemi. Il primo è la comunicazione mendace, che fino a pochi giorni fa narrava di un andamento diverso, sottolineando come il servizio avesse superato la soglia di un milione di utenti registrati e di un piccolo esercito compreso tra le 20 e le 40mila unità di utenti ‘core’ quotidiani, dediti al suo uso per oltre 10 ore al mese. L’industria avrebbe bisogno di meno bugie. Il secondo problema è quello che spiega in buona parte perchè il soufflé si è sgonfiato: Turntable dispone di licenze solo negli Stati Uniti ed ha subito chiuso l’accesso fuori da quei confini, uccidendo sul nascere l’hype che doveva essere la sua benzina.
La questione del licensing è diventata dirimente per tutto il business. Prima le licenze mancavano. Ora ci sono ma costano molto, direi troppo, per potere immaginare un ritorno sui costi (e intenzionalmente dico costi e non investimenti) in un tempo accettabile. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano: implicano dosi massicce di capitale e, quindi, assomigliano tanto a una barriera all’ingresso. Mi chiedo se sia normale ragionare ancora in questi termini, anzichè promuovere una propagazione legale e capillare dell’accesso attraverso una pletora di servizi legali, considerato quello che la stessa discografia sta promuovendo a parole come un modello viabile. Ma quello che accade oggi è: sputo sangue per attrarre investitori –> ne utilizzo il capitale per acquisire le licenze –> la situazione si complica –> vado male e/o fallisco. Dietro questo scenario, nel contempo: i titolari delle licenze hanno preso molti soldi, benedetti e subito. Gli investitori iniziano a tenersi alla larga da un modello che sembra fare di tutto per dimostrarsi inaffidabile. Mah.
Digital News, Licensing, Licenze, Spotify, Turntable.fm
27 Novembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
In settimana sono emerse alcune preoccupanti statistiche su Turntable.fm, una delle piattaforme di musica digitale più in evidenza dell’anno. In buona sostanza, un deciso calo del traffico: quello riguardante gli utenti unici e anche quello derivato dal search.

Turntable.fm: il traffico (Fonte: Digital News)
Turntable racconta una di quelle storie che, come quella di Spotify, noi addetti ai lavori vorremmo con un lieto fine. Le vorremmo di successo. Ma le loro vicende ricordano da vicino la politica italiana e il suo congenito tafazzismo: non appena qualcuno si libra in volo, apparentemente sospinto da tutto l’ambiente, eccolo impallinato. Nel caso di Turntable, riscontro due problemi. Il primo è la comunicazione mendace, che fino a pochi giorni fa narrava di un andamento diverso, sottolineando come il servizio avesse superato la soglia di un milione di utenti registrati e di un piccolo esercito compreso tra le 20 e le 40mila unità di utenti ‘core’ quotidiani, dediti al suo uso per oltre 10 ore al mese. L’industria avrebbe bisogno di meno bugie. Il secondo problema è quello che spiega in buona parte perchè il soufflé si è sgonfiato: Turntable dispone di licenze solo negli Stati Uniti ed ha subito chiuso l’accesso fuori da quei confini, uccidendo sul nascere l’hype che doveva essere la sua benzina.
La questione del licensing è diventata dirimente per tutto il business. Prima le licenze mancavano. Ora ci sono ma costano molto, direi troppo, per potere immaginare un ritorno sui costi (e intenzionalmente dico costi e non investimenti) in un tempo accettabile. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano: implicano dosi massicce di capitale e, quindi, assomigliano tanto a una barriera all’ingresso. Mi chiedo se sia normale ragionare ancora in questi termini, anzichè promuovere una propagazione legale e capillare dell’accesso attraverso una pletora di servizi legali, considerato quello che la stessa discografia sta promuovendo a parole come un modello viabile. Ma quello che accade oggi è: sputo sangue per attrarre investitori –> ne utilizzo il capitale per acquisire le licenze –> la situazione si complica –> vado male e/o fallisco. Dietro questo scenario, nel contempo: i titolari delle licenze hanno preso molti soldi, benedetti e subito. Gli investitori iniziano a tenersi alla larga da un modello che sembra fare di tutto per dimostrarsi inaffidabile. Mah.
Digital News, Licensing, Licenze, Spotify, Turntable.fm
18 Novembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Il prossimo 22 novembre avrà luogo a Londra, presso il quartier generale di EMI e con l’organizzazione di 2Pears (società ideatrice del format e delle session che vanno sotto il marchio di Music 4.5) l’evento dedicato alle startup dei comparti tecnologico, musicale e media intitolato “MUSIC techpitch 4.5”. All’evento, che vedrà otto aziende presentarsi ed esporre il proprio modello di business al cospetto di una giuria specializzata di alto profilo, parteciperanno:
- Dizzyjam<br>
- Hitlantis<br>
- Hooolp<br>
- Isophonics<br>
- 5.Mobile Backstage<br>
- Seevl<br>
- Webdocs<br>
- Xylyx
2Pears, 5.Mobile Backstage, Dizzyjam, EMI, Hitlantis, Hooolp, Isophonics, Music Pitch 4.5, Seevl, Webdocs, Xylyx
18 Novembre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Il prossimo 22 novembre avrà luogo a Londra, presso il quartier generale di EMI e con l’organizzazione di 2Pears (società ideatrice del format e delle session che vanno sotto il marchio di Music 4.5) l’evento dedicato alle startup dei comparti tecnologico, musicale e media intitolato “MUSIC techpitch 4.5”. All’evento, che vedrà otto aziende presentarsi ed esporre il proprio modello di business al cospetto di una giuria specializzata di alto profilo, parteciperanno:
- Dizzyjam<br>
- Hitlantis<br>
- Hooolp<br>
- Isophonics<br>
- 5.Mobile Backstage<br>
- Seevl<br>
- Webdocs<br>
- Xylyx
2Pears, 5.Mobile Backstage, Dizzyjam, EMI, Hitlantis, Hooolp, Isophonics, Music Pitch 4.5, Seevl, Webdocs, Xylyx
2 Novembre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Questo è l’anno in cui devo scendere a patti con la persona, e non il personaggio, di alcuni dei miei favoriti del rock.
A luglio John Mellencamp, del quale avevo appena visto il concerto di Lodi e che migliaia di fans avevano atteso in Italia per interi decenni, supportandone la carriera e l’immagine, si è comportato come un moccioso di serie B, prima suonando per meno di un’ora a Roma e suscitando prevedibili critiche dai suoi stessi fans e poi punendoli per la sua colpa con la cancellazione della data di Udine, senza troppe spiegazioni. Continuo ad adorare alcuni dei suoi album, ma ormai accostarlo a Neil Young, a Willie Nelson o a Bruce Springsteen mi sembra fuori luogo; la tentazione, semmai, è di bollarlo una volta per tutte come un ottuso redneck fuori dal tempo, anche perché voltarsi da un’altra parte di fronte a certi comportamenti mi pare un’opzione peggiore.
Se si parla di Pete Townshend, poi, si parla di uno dei miei eroi. Un’icona, un chitarrista fantastico e originale senza essere un mostro di tecnica, il leader di una band fondamentale, un interprete ante litteram delle istanze dei più giovani, l’autore di due rock-opere ineguagliate – per quanto mi concerne, anche un poeta. Le sue interviste, i suoi interventi, le sue dichiarazioni: mai banali. Arguzia e acume in quantità industriali.

Fino a ieri sera, quando è sbottato in uno sproloquio contro iTunes, da lui definito un “vampiro digitale”. Di più: considerando le “enormi commissioni” che trattiene, dovrebbe offrire agli artisti “del cui sangue gronda” alcuni servizi che prima venivano offerti dalle case discografiche.
Ma no, Pete, no. Le enormi commissioni le trattengono i discografici. E’ vero che iTunes vive una posizione dominante nell’industria, ma è anche vero che ha sdoganato il download a pagamento contribuendo a ricostruire un concetto della musica come qualcosa con un proprio valore intrinseco in un’epoca in cui le major non facevano che lamentarsi della pirateria come unica causa di un modello di business andato in frantumi. Lo fa per contribuire al proprio “i” business, ovvio. E allora? Perché, i suoi concorrenti che fanno di diverso? Non perché non riescono laddove Jobs & Co. sono riusciti a proliferare, disponendo delle stesse risorse (i cataloghi licenziati) ma utilizzandole in modi finora non remunerativi (soprattutto per gli artisti, oltre che per se stessi) dovrebbero essere immuni dai tuoi strali. E infine, e soprattutto: ma perché mai un retailer dovrebbe sostituirsi a una casa discografica in funzioni come A&R e marketing? Ma lo pensi veramente? Oppure, come è comprensibile ma inaccettabile, fatichi a superare un dualismo che è nella testa della tua generazione, quello tra analogico e digitale, ma che nella realtà è un’eco del passato?
Gli artisti devono potere trovare un nuovo percorso di carriera che li remuneri, e ci mancherebbe altro. Ma tu che hai fatto i soldi veri non mi risulta che li abbia presi da HMV, Best Buy, Virgin – o sbaglio? Hai mirato e sparato contro il bersaglio grosso e facile, vecchio mio, ma non quello giusto, e hai fatto una figura di merda. Pensa alle montagne di royalties non distribuite ai “piccoli” artisti, una enorme grana irrisolta che avrebbe bisogno del patrocinio di gente importante come te. E pensa pure ai precedenti tentativi osceni e ridicoli delle major di affermare piattaforme come quella di Apple (ricordi PressPlay o The MusicNet?), salvo arrendersi all’evidenza della loro incapacità di funzionare e attrarre gli appassionati di musica. E invece ti scagli sull’unico retailer sano del mondo, e mi tocca difenderlo come se ne avesse bisogno. Non so se sia meglio sperare di non avere capito il tuo sfogo o che qualcuno ti abbia usato – o se, più semplicemente, debba rassegnarmi al tuo rincoglionimento. Won’t get fooled again una fava.
iTunes, Pete Townshend, vampiro digitale
2 Novembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Questo è l’anno in cui devo scendere a patti con la persona, e non il personaggio, di alcuni dei miei favoriti del rock.
A luglio John Mellencamp, del quale avevo appena visto il concerto di Lodi e che migliaia di fans avevano atteso in Italia per interi decenni, supportandone la carriera e l’immagine, si è comportato come un moccioso di serie B, prima suonando per meno di un’ora a Roma e suscitando prevedibili critiche dai suoi stessi fans e poi punendoli per la sua colpa con la cancellazione della data di Udine, senza troppe spiegazioni. Continuo ad adorare alcuni dei suoi album, ma ormai accostarlo a Neil Young, a Willie Nelson o a Bruce Springsteen mi sembra fuori luogo; la tentazione, semmai, è di bollarlo una volta per tutte come un ottuso redneck fuori dal tempo, anche perché voltarsi da un’altra parte di fronte a certi comportamenti mi pare un’opzione peggiore.
Se si parla di Pete Townshend, poi, si parla di uno dei miei eroi. Un’icona, un chitarrista fantastico e originale senza essere un mostro di tecnica, il leader di una band fondamentale, un interprete ante litteram delle istanze dei più giovani, l’autore di due rock-opere ineguagliate – per quanto mi concerne, anche un poeta. Le sue interviste, i suoi interventi, le sue dichiarazioni: mai banali. Arguzia e acume in quantità industriali.

Fino a ieri sera, quando è sbottato in uno sproloquio contro iTunes, da lui definito un “vampiro digitale”. Di più: considerando le “enormi commissioni” che trattiene, dovrebbe offrire agli artisti “del cui sangue gronda” alcuni servizi che prima venivano offerti dalle case discografiche.
Ma no, Pete, no. Le enormi commissioni le trattengono i discografici. E’ vero che iTunes vive una posizione dominante nell’industria, ma è anche vero che ha sdoganato il download a pagamento contribuendo a ricostruire un concetto della musica come qualcosa con un proprio valore intrinseco in un’epoca in cui le major non facevano che lamentarsi della pirateria come unica causa di un modello di business andato in frantumi. Lo fa per contribuire al proprio “i” business, ovvio. E allora? Perché, i suoi concorrenti che fanno di diverso? Non perché non riescono laddove Jobs & Co. sono riusciti a proliferare, disponendo delle stesse risorse (i cataloghi licenziati) ma utilizzandole in modi finora non remunerativi (soprattutto per gli artisti, oltre che per se stessi) dovrebbero essere immuni dai tuoi strali. E infine, e soprattutto: ma perché mai un retailer dovrebbe sostituirsi a una casa discografica in funzioni come A&R e marketing? Ma lo pensi veramente? Oppure, come è comprensibile ma inaccettabile, fatichi a superare un dualismo che è nella testa della tua generazione, quello tra analogico e digitale, ma che nella realtà è un’eco del passato?
Gli artisti devono potere trovare un nuovo percorso di carriera che li remuneri, e ci mancherebbe altro. Ma tu che hai fatto i soldi veri non mi risulta che li abbia presi da HMV, Best Buy, Virgin – o sbaglio? Hai mirato e sparato contro il bersaglio grosso e facile, vecchio mio, ma non quello giusto, e hai fatto una figura di merda. Pensa alle montagne di royalties non distribuite ai “piccoli” artisti, una enorme grana irrisolta che avrebbe bisogno del patrocinio di gente importante come te. E pensa pure ai precedenti tentativi osceni e ridicoli delle major di affermare piattaforme come quella di Apple (ricordi PressPlay o The MusicNet?), salvo arrendersi all’evidenza della loro incapacità di funzionare e attrarre gli appassionati di musica. E invece ti scagli sull’unico retailer sano del mondo, e mi tocca difenderlo come se ne avesse bisogno. Non so se sia meglio sperare di non avere capito il tuo sfogo o che qualcuno ti abbia usato – o se, più semplicemente, debba rassegnarmi al tuo rincoglionimento. Won’t get fooled again una fava.
itunes, Pete Townshend, vampiro digitale
28 Ottobre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
E se diventasse una valanga? Non c’è stato solo il gran rifiuto da parte dei Coldplay di passare il loro “Mylo Xyloto” in streaming su Spotify, Rhapsody etc; in loro compagnia troviamo anche Arcade Fire, Tom Waits, Adele…
Perchè? Perchè lo streaming attualmente riesce a generare per gli aventi diritto meno del 5% dei ricavi da digitale su una torta che vede il download a pagamento prevalere con oltre il 90%. Piccolo problema, però: quanto alla quota di utilizzo e di penetrazione, la prospettiva è ribaltata. L’utenza mondiale tutta dimostra di avere abbracciato il modello ‘on demand’, basato sull’accesso, e di fruire della musica online specialmente attraverso YouTube e i suoi emuli, ormai consolidati come strumenti di ‘music discovery’ che vantano anche il pregio collaterale di avere minimizzato il ruolo del P2P. I Coldplay sanno che 3-5 download valgono in termini economici 93-95 views, alle quali quindi rinunciano volentieri perchè per un marchio noto come loro il trade-off non mette in imbarazzo nemmeno per un secondo. Nella loro posizione, meglio l’esclusività della diffusione a macchia d’olio; la prima porta denaro a fronte di (relativamente) poco pubblico, la seconda porta visibilità a fronte di (relativamente) bassi ricavi. E poi:quante views servirebbero per impattare il compenso di un evento in esclusiva pagato da YouTube?
E’ possibile che l’approccio possa essere diverso per band non note, che gradiscono beneficiare di un meccanismo di visibilità virale su cui poi capitalizzare in termini di ingaggi live (e, in una fase di carriera diversa, anche sul piano dei download a pagamento). Ma resta il fatto che il ‘pay per’ non cresce e che il modello è viziato da due difetti importanti: funziona bene solo su iTunes, che è un loss leader che lavora per l’invece profittevolissimo ecosistema “i” (pod, phone, cloud), un’anomalia che fa terra bruciata intorno, soprattutto in realtà come quella italiana dove le alternative finora hanno fallito e dove Amazon resta un player ancora esotico; e replica la metafora commerciale dell’era fisica e analogica, che è in caduta libera e frena la nascita di una nuova generazione di prodotti musicali interamente basati sul digitale.
Sul banco degli imputati è finito il freemium, ma ciò che veramente non trova soluzione è l’equazione che contiene label, artisti, provider, società di collecting. Ciascuno si lamenta di non generare abbastanza introiti. Forse nessuno è ancora sceso veramente a patti con un ‘new normal’ che non può più tollerare che la sfera del licensing – un tempo collaterale – viva in una bolla, come se abitasse una zona franca dentro una realtà virtuale. Però ciò che manca veramente all’appello di modelli definiti ‘ad-funded’ è il prefisso ad. E’ il contributo degli inserzionisti. YouTube sta bene in piedi perchè è Google, quindi oltre che disporre di una forza contrattuale con i brand beneficia della raccolta parcellizzata della long tail dei piccoli inserzionisti, e disintermedia tutti. Mentre, che so, Pandora non riesce a portare i conti in nero nonostante un IPO decorosissimo e ricavi in continua ascesa.
C’è un mondo di clienti, marchi e aziende che non stanno investendo in media tradizionali e vorrebbero lavorare su progetti digitali. La musica è attraente come non mai. Qualcuno faccia uno squillo anche ai centri media a questo punto.
Adele, advertising, Arcade Fire, Coldplay, freemium, Google, Spotify, streaming, Tom Waits, YouTube
28 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E se diventasse una valanga? Non c’è stato solo il gran rifiuto da parte dei Coldplay di passare il loro “Mylo Xyloto” in streaming su Spotify, Rhapsody etc; in loro compagnia troviamo anche Arcade Fire, Tom Waits, Adele…
Perchè? Perchè lo streaming attualmente riesce a generare per gli aventi diritto meno del 5% dei ricavi da digitale su una torta che vede il download a pagamento prevalere con oltre il 90%. Piccolo problema, però: quanto alla quota di utilizzo e di penetrazione, la prospettiva è ribaltata. L’utenza mondiale tutta dimostra di avere abbracciato il modello ‘on demand’, basato sull’accesso, e di fruire della musica online specialmente attraverso YouTube e i suoi emuli, ormai consolidati come strumenti di ‘music discovery’ che vantano anche il pregio collaterale di avere minimizzato il ruolo del P2P. I Coldplay sanno che 3-5 download valgono in termini economici 93-95 views, alle quali quindi rinunciano volentieri perchè per un marchio noto come loro il trade-off non mette in imbarazzo nemmeno per un secondo. Nella loro posizione, meglio l’esclusività della diffusione a macchia d’olio; la prima porta denaro a fronte di (relativamente) poco pubblico, la seconda porta visibilità a fronte di (relativamente) bassi ricavi. E poi:quante views servirebbero per impattare il compenso di un evento in esclusiva pagato da YouTube?
E’ possibile che l’approccio possa essere diverso per band non note, che gradiscono beneficiare di un meccanismo di visibilità virale su cui poi capitalizzare in termini di ingaggi live (e, in una fase di carriera diversa, anche sul piano dei download a pagamento). Ma resta il fatto che il ‘pay per’ non cresce e che il modello è viziato da due difetti importanti: funziona bene solo su iTunes, che è un loss leader che lavora per l’invece profittevolissimo ecosistema “i” (pod, phone, cloud), un’anomalia che fa terra bruciata intorno, soprattutto in realtà come quella italiana dove le alternative finora hanno fallito e dove Amazon resta un player ancora esotico; e replica la metafora commerciale dell’era fisica e analogica, che è in caduta libera e frena la nascita di una nuova generazione di prodotti musicali interamente basati sul digitale.
Sul banco degli imputati è finito il freemium, ma ciò che veramente non trova soluzione è l’equazione che contiene label, artisti, provider, società di collecting. Ciascuno si lamenta di non generare abbastanza introiti. Forse nessuno è ancora sceso veramente a patti con un ‘new normal’ che non può più tollerare che la sfera del licensing – un tempo collaterale – viva in una bolla, come se abitasse una zona franca dentro una realtà virtuale. Però ciò che manca veramente all’appello di modelli definiti ‘ad-funded’ è il prefisso ad. E’ il contributo degli inserzionisti. YouTube sta bene in piedi perchè è Google, quindi oltre che disporre di una forza contrattuale con i brand beneficia della raccolta parcellizzata della long tail dei piccoli inserzionisti, e disintermedia tutti. Mentre, che so, Pandora non riesce a portare i conti in nero nonostante un IPO decorosissimo e ricavi in continua ascesa.
C’è un mondo di clienti, marchi e aziende che non stanno investendo in media tradizionali e vorrebbero lavorare su progetti digitali. La musica è attraente come non mai. Qualcuno faccia uno squillo anche ai centri media a questo punto.
adele, advertising, Arcade Fire, Coldplay, Freemium, google, Spotify, streaming, Tom Waits, YouTube
17 Ottobre, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Tutti abbiamo in mente siti come Viagogo e Seatwave, due tra i vari protagonisti del cosiddetto ‘secondary market’ della musica dal vivo. Le loro piattaforme sono le eBay dei biglietti per gli eventi: per alcuni si tratta di bagarini d’alto bordo già oltre i limiti della legalità, ma resta il fatto che hanno inciso sui meccanismi di pricing di un mercato bloccato per anni e oggi più incline a recepire la legge della domanda e dell’offerta per effetto di piattaforme tecnologiche affermatesi con il web 2.0 e i suoi meccanismi partecipativi. Spostando il punto di vista dai biglietti alle canzoni, ecco affacciarsi sulla scena ReDigi, il primo (o quasi…) mercato dell’usato digitale musicale: storage, cloud e piattaforma di compravendita con tanto di “Forensic Verification Engine”. Suona molto C.S.I.. Ma non basterà a soffocare le polemiche e le controversie legali, che sono appena cominciate…
ReDigi, SeatWave, Secondary market, Viagogo
17 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Tutti abbiamo in mente siti come Viagogo e Seatwave, due tra i vari protagonisti del cosiddetto ‘secondary market’ della musica dal vivo. Le loro piattaforme sono le eBay dei biglietti per gli eventi: per alcuni si tratta di bagarini d’alto bordo già oltre i limiti della legalità, ma resta il fatto che hanno inciso sui meccanismi di pricing di un mercato bloccato per anni e oggi più incline a recepire la legge della domanda e dell’offerta per effetto di piattaforme tecnologiche affermatesi con il web 2.0 e i suoi meccanismi partecipativi. Spostando il punto di vista dai biglietti alle canzoni, ecco affacciarsi sulla scena ReDigi, il primo (o quasi…) mercato dell’usato digitale musicale: storage, cloud e piattaforma di compravendita con tanto di “Forensic Verification Engine”. Suona molto C.S.I.. Ma non basterà a soffocare le polemiche e le controversie legali, che sono appena cominciate…
ReDigi, SeatWave, Secondary market, Viagogo
3 Ottobre, 2011 in Reports, rock da Giampiero Di Carlo
Nella musica, il brand è l’artista.
Nel social networking, l’attività più ostica per un brand è costruire un’interazione proficua con il pubblico sostenendo una conversazione nel tempo, nella consapevolezza che:
a. in quest’epoca il consumatore (l’utente, l’individuo) ha usurpato all’azienda il controllo della comunicazione sul marchio e che
b. per ottenere promozione e riscontri positivi dovrà concedere oltre che chiedere: la chiave, generalmente, è l’erogazione di contenuto e valore aggiunto, quale che sia il comparto di cui parliamo; infine che
c. il social marketing non è una scienza, tutt’al più un esperimento molto serio in cui a turno tutti fungiamo da cavie e commettiamo errori.
Nella comunicazione, l’aggettivo più abusato ad essa riferito è ‘integrata’: la comunicazione integrata è quel concetto (che a volte si concretizza) che esprime la coordinazione tra tutte le divisioni di un’organizzazione intorno a un unico obiettivo di comunicazione che sia declinato su più canali e piattaforme.
Se un brand, o un artista, si tuffa a capofitto nel social networking, costruendo per sè in soli tre mesi l’immagine di un’erudita rockstar illuminata e accessibile, dovrebbe avvertire i suoi collaboratori del suo sforzo di comunicazione. Oppure i suoi collaboratori dovrebbero avvertirlo di una qualche azione intrapresa che potrebbe stridere con quell’immagine. Oppure, infine, dovrebbero essere semplicemente coerenti.
Quando invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra, possono succedere casini come questo. Le conseguenze sono misurabili in tempo reale su Facebook, dove l’artista è sepolto da una valanga di merda.
Vasco Rossi
3 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Nella musica, il brand è l’artista.
Nel social networking, l’attività più ostica per un brand è costruire un’interazione proficua con il pubblico sostenendo una conversazione nel tempo, nella consapevolezza che:
a. in quest’epoca il consumatore (l’utente, l’individuo) ha usurpato all’azienda il controllo della comunicazione sul marchio e che
b. per ottenere promozione e riscontri positivi dovrà concedere oltre che chiedere: la chiave, generalmente, è l’erogazione di contenuto e valore aggiunto, quale che sia il comparto di cui parliamo; infine che
c. il social marketing non è una scienza, tutt’al più un esperimento molto serio in cui a turno tutti fungiamo da cavie e commettiamo errori.
Nella comunicazione, l’aggettivo più abusato ad essa riferito è ‘integrata’: la comunicazione integrata è quel concetto (che a volte si concretizza) che esprime la coordinazione tra tutte le divisioni di un’organizzazione intorno a un unico obiettivo di comunicazione che sia declinato su più canali e piattaforme.
Se un brand, o un artista, si tuffa a capofitto nel social networking, costruendo per sè in soli tre mesi l’immagine di un’erudita rockstar illuminata e accessibile, dovrebbe avvertire i suoi collaboratori del suo sforzo di comunicazione. Oppure i suoi collaboratori dovrebbero avvertirlo di una qualche azione intrapresa che potrebbe stridere con quell’immagine. Oppure, infine, dovrebbero essere semplicemente coerenti.
Quando invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra, possono succedere casini come questo. Le conseguenze sono misurabili in tempo reale su Facebook, dove l’artista è sepolto da una valanga di merda.
Vasco Rossi
18 Settembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Interessante studio pubblicato nei giorni scorsi da eMusic insieme a Insight Research Group, che ha focalizzato l’analisi sulle preferenze degli utenti quanto a soluzioni per la fruizione della musica digitale. L’analisi, condotta su un campione rappresentativo di 1.000 individui sia maschi che femmine e compresi tra i 18 e i 64 anni nei mesi di agosto e settembre 2011, ha prodotto un ‘key finding’ su tutti: il 92% degli utenti preferisce affidarsi al possesso dei file anziché allo streaming, desidera detenere i brani sul proprio hard drive o lettore anziché accedervi tramite una piattaforma o un servizio. Le ragioni-chiave citate dagli intervistati per questa spiccata preferenza sono la sicurezza e la possibilità di playback illimitato.
Lo streaming si conferma una fonte essenziale per la scoperta della musica, e non solo: il 71% degli utenti vi si affida per decidere, dopo qualche ascolto o view, se procedere poi all’acquisto definitivo della musica appena conosciuta online. Meno liete le note per lo streaming a pagamento, accettabile solo per il 13% della popolazione che è in grado di accedere a internet e per il 20% dei music fans.
Infine, solo il 40% dei fans musicali si dichiara pronto a utilizzare le music cloud, in particolare trasferendovi le proprie librerie musicali.
eMusic, Insight Research Group, music cloud, streaming
18 Settembre, 2011 in rock da Giampiero Di Carlo
Interessante studio pubblicato nei giorni scorsi da eMusic insieme a Insight Research Group, che ha focalizzato l’analisi sulle preferenze degli utenti quanto a soluzioni per la fruizione della musica digitale. L’analisi, condotta su un campione rappresentativo di 1.000 individui sia maschi che femmine e compresi tra i 18 e i 64 anni nei mesi di agosto e settembre 2011, ha prodotto un ‘key finding’ su tutti: il 92% degli utenti preferisce affidarsi al possesso dei file anziché allo streaming, desidera detenere i brani sul proprio hard drive o lettore anziché accedervi tramite una piattaforma o un servizio. Le ragioni-chiave citate dagli intervistati per questa spiccata preferenza sono la sicurezza e la possibilità di playback illimitato.
Lo streaming si conferma una fonte essenziale per la scoperta della musica, e non solo: il 71% degli utenti vi si affida per decidere, dopo qualche ascolto o view, se procedere poi all’acquisto definitivo della musica appena conosciuta online. Meno liete le note per lo streaming a pagamento, accettabile solo per il 13% della popolazione che è in grado di accedere a internet e per il 20% dei music fans.
Infine, solo il 40% dei fans musicali si dichiara pronto a utilizzare le music cloud, in particolare trasferendovi le proprie librerie musicali.
eMusic, Insight Research Group, music cloud, streaming
7 Settembre, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Era gennaio a Cannes, e il Midem pareva monopolizzato da questo marchio, Qtrax. Sponsorizzava pranzi e convegni, affittava suites per presentazioni, LL Cool J e Don Henley suonavano concerti privati per celebrarne il lancio. L’annuncio: 25 milioni di brani musicali legali e gratuiti, supportati dalla pubblicità, grazie a sontuosi contratti stipulati con le 4 major. In pochi giorni i media andarono a vedere il bluff: una major dopo l’altra, ecco le smentite. Nel giro di poche settimane, uno dei lanci più sontuosi delle recente sotria dell’industria musicale si dissolveva per lasciare spazio a una pletora di cause legali, con discografici e non (anche Oracle e qualche istituzione finanziaria si aggiunsero, tra i molti altri, alla coda dei creditori e dei querelanti).
Quasi quattro anni dopo, con Spotify, Vevo, Pandora ormai realtà di mercato importanti che però durano ancora qualche fatica di troppo nel pareggiare i costi delle licenze con le entrate pubblicitarie, riecco i nostri eroi. I brani sono un decimo, le major firmatarie sono 3, le licenze sono a breve termine, i soci sono sempre loro, le cause sono più o meno in fase di transazione extra giudiziale, la pubblicità arriva da Google e Yahoo (i marchi e i loro progetti molto più lucrosi dovranno attendere che Qtrax abbia gonfiato i muscoli, prevedibilmente entro il 2012).
Tutto raccontato in una interessante intervista sul New York Times, nella quale i due soci Allan Klepfisz e Lance Ford sono messi alle strette quando sostengono che le cose andarono storte non perchè i contratti non erano stati effettivamente perfezionati, o firmati, bensì perchè furono naif. I due soci hanno 53 e 55 anni e sognano di affermare Qtrax come il rimedio al download illegale. Come? Chiedendo agli utenti di scaricare un software proprietario per ascoltare la musica gratuitamente sul pc (mobile? attendere, prego).
Ma dico io.
Allan Klepfisz, Lance Ford, New York Times, Qtrax
7 Settembre, 2011 in Reports, rock da Giampiero Di Carlo
Era gennaio a Cannes, e il Midem pareva monopolizzato da questo marchio, Qtrax. Sponsorizzava pranzi e convegni, affittava suites per presentazioni, LL Cool J e Don Henley suonavano concerti privati per celebrarne il lancio. L’annuncio: 25 milioni di brani musicali legali e gratuiti, supportati dalla pubblicità, grazie a sontuosi contratti stipulati con le 4 major. In pochi giorni i media andarono a vedere il bluff: una major dopo l’altra, ecco le smentite. Nel giro di poche settimane, uno dei lanci più sontuosi delle recente sotria dell’industria musicale si dissolveva per lasciare spazio a una pletora di cause legali, con discografici e non (anche Oracle e qualche istituzione finanziaria si aggiunsero, tra i molti altri, alla coda dei creditori e dei querelanti).
Quasi quattro anni dopo, con Spotify, Vevo, Pandora ormai realtà di mercato importanti che però durano ancora qualche fatica di troppo nel pareggiare i costi delle licenze con le entrate pubblicitarie, riecco i nostri eroi. I brani sono un decimo, le major firmatarie sono 3, le licenze sono a breve termine, i soci sono sempre loro, le cause sono più o meno in fase di transazione extra giudiziale, la pubblicità arriva da Google e Yahoo (i marchi e i loro progetti molto più lucrosi dovranno attendere che Qtrax abbia gonfiato i muscoli, prevedibilmente entro il 2012).
Tutto raccontato in una interessante intervista sul New York Times, nella quale i due soci Allan Klepfisz e Lance Ford sono messi alle strette quando sostengono che le cose andarono storte non perchè i contratti non erano stati effettivamente perfezionati, o firmati, bensì perchè furono naif. I due soci hanno 53 e 55 anni e sognano di affermare Qtrax come il rimedio al download illegale. Come? Chiedendo agli utenti di scaricare un software proprietario per ascoltare la musica gratuitamente sul pc (mobile? attendere, prego).
Ma dico io.
Allan Klepfisz, Lance Ford, New York Times, Qtrax
24 Agosto, 2011 in Reports, pop da Giampiero Di Carlo
Quante volte tra la metà degli anni Novanta e il 2005 circa ci siamo chiesti come mai un filone d’oro come quello dei testi delle canzoni online fosse completamente trascurato dalla discografia e dai publisher, perennemente occupati a vessare per poi valorizzare il download mentre centinaia di siti pirata, indisturbati, generavano un traffico da portale. Da allora le cose sono cambiate: il tardivo giro di vite all’insegna della regolamentazione si è accompagnato, nell’ultimo paio d’anni, alla diffusione di metadata e API che hanno reso la distribuzione delle lyrics agile e potenzialmente legale. Lato utente, nel frattempo, l’interesse si è mantenuto elevatissimo se è vero che la ricerca di “lyrics” è pari o superiore a “sex”.
Ecco il grafico….

lyrics VS sex
24 Agosto, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Quante volte tra la metà degli anni Novanta e il 2005 circa ci siamo chiesti come mai un filone d’oro come quello dei testi delle canzoni online fosse completamente trascurato dalla discografia e dai publisher, perennemente occupati a vessare per poi valorizzare il download mentre centinaia di siti pirata, indisturbati, generavano un traffico da portale. Da allora le cose sono cambiate: il tardivo giro di vite all’insegna della regolamentazione si è accompagnato, nell’ultimo paio d’anni, alla diffusione di metadata e API che hanno reso la distribuzione delle lyrics agile e potenzialmente legale. Lato utente, nel frattempo, l’interesse si è mantenuto elevatissimo se è vero che la ricerca di “lyrics” è pari o superiore a “sex”.
Ecco il grafico….

lyrics VS sex
26 Luglio, 2011 in Reports, pop da Giampiero Di Carlo
Pare che le vendite di album di Amy Winehouse a ieri fossero cresciute fino a moltiplicarsi per 37, a seguito della morte della ventisettenne artista britannica. Ovvio e prevedibile, in questi casi.

Amy Winehouse
Su iTunes in poche ore finiva prima in classifica, su Amazon scalava rapidissima e poi eccola anche su Zune, la piattaforma di e-commerce musicale di casa Microsoft. Nei primi due casi la promozione passava da un messaggio che coincideva col dovere di cronaca: “Remembering Amy”, il post con immagine di iTunes; un vero e proprio coccodrillo con link al carrello dell’artista nel caso di Amazon. Nel terzo si andava oltre: “Ricorda Amy Winehouse scaricando il suo primo successo ‘Back to black’ su Zune”. Meno che subliminale la prima soluzione, che si riparava sotto l’inevitabilità della notizia (con la differenza che si parla di negozi e non di testate, che io sappia: ma è il mashup, bellezza…). Esplicita e greve la seconda: qui di inevitabile c’era solo il flaming, con un fuoco di fila di reazioni, commenti e twits tra l’ironico, l’incazzato e lo sdegnoso che costringevano Microsoft ad un messaggio di scuse: “Apologies to everyone if our earlier Amy Winehouse ‘download’ tweet seemed purely commercially motivated. Far from the case, we assure you”.
Roba scivolosa con cui cimentarsi, a peggiorare il già molto scarso grip che i marchi – per loro natura, ma pure per scelte improvvide – hanno sul social marketing. Feedback, interazione, partecipazione: le basi, insomma, restano per loro la parte più difficile.
Amazon, Amy Winehouse, Apple, iTunes, Microsoft, Zune
26 Luglio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Pare che le vendite di album di Amy Winehouse a ieri fossero cresciute fino a moltiplicarsi per 37, a seguito della morte della ventisettenne artista britannica. Ovvio e prevedibile, in questi casi.

Amy Winehouse
Su iTunes in poche ore finiva prima in classifica, su Amazon scalava rapidissima e poi eccola anche su Zune, la piattaforma di e-commerce musicale di casa Microsoft. Nei primi due casi la promozione passava da un messaggio che coincideva col dovere di cronaca: “Remembering Amy”, il post con immagine di iTunes; un vero e proprio coccodrillo con link al carrello dell’artista nel caso di Amazon. Nel terzo si andava oltre: “Ricorda Amy Winehouse scaricando il suo primo successo ‘Back to black’ su Zune”. Meno che subliminale la prima soluzione, che si riparava sotto l’inevitabilità della notizia (con la differenza che si parla di negozi e non di testate, che io sappia: ma è il mashup, bellezza…). Esplicita e greve la seconda: qui di inevitabile c’era solo il flaming, con un fuoco di fila di reazioni, commenti e twits tra l’ironico, l’incazzato e lo sdegnoso che costringevano Microsoft ad un messaggio di scuse: “Apologies to everyone if our earlier Amy Winehouse ‘download’ tweet seemed purely commercially motivated. Far from the case, we assure you”.
Roba scivolosa con cui cimentarsi, a peggiorare il già molto scarso grip che i marchi – per loro natura, ma pure per scelte improvvide – hanno sul social marketing. Feedback, interazione, partecipazione: le basi, insomma, restano per loro la parte più difficile.
amazon, Amy Winehouse, Apple, itunes, Microsoft, Zune
10 Luglio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Stranamente poco commentata, nei giorni scorsi è circolata la notizia del passaggio di proprietà di un pezzo della storia dell’editoria di settore: Music Week, bibbia dell’informazione sull’industria musicale britannica, è stata ceduta a Intent Media. Nell’ambito della stessa transazione, nelle mani del gruppo di Hertford sono finite anche Television Broadcast Europe, Pro Sound News Europe e una serie di newsletter e house organ che appartenevano a UBM. Intent Media, editore verticale che presidia i comparti della tecnologia e dell’intrattenimento, pubblica testate dedicate anche al mobile, al gaming ed alla IT ed ha pagato Music Week 2,4 milioni di sterline. Il suo fatturato proiettato del prossimo esercizio ammonterà a circa 10 milioni di sterline.
E, mentre un piccolo editore specialista conquista una roccaforte incapace di adattare la propria struttura a un nuovo modello di business più efficiente, di ben altra portata è il vespaio intorno a Hulu, pezzo pregiato del comparto della web TV che, pur dichiarando un business allettante e in attivo, i suoi tre soci (Disney, News Corp. e NBC), hanno di fatto messo in vendita. 2 miliardi di dollari? And the wind cries Google.
Disney, google, hulu, Intent Media, M&A, Music Week, NBC Universal, News Corp., UBM
10 Luglio, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Stranamente poco commentata, nei giorni scorsi è circolata la notizia del passaggio di proprietà di un pezzo della storia dell’editoria di settore: Music Week, bibbia dell’informazione sull’industria musicale britannica, è stata ceduta a Intent Media. Nell’ambito della stessa transazione, nelle mani del gruppo di Hertford sono finite anche Television Broadcast Europe, Pro Sound News Europe e una serie di newsletter e house organ che appartenevano a UBM. Intent Media, editore verticale che presidia i comparti della tecnologia e dell’intrattenimento, pubblica testate dedicate anche al mobile, al gaming ed alla IT ed ha pagato Music Week 2,4 milioni di sterline. Il suo fatturato proiettato del prossimo esercizio ammonterà a circa 10 milioni di sterline.
E, mentre un piccolo editore specialista conquista una roccaforte incapace di adattare la propria struttura a un nuovo modello di business più efficiente, di ben altra portata è il vespaio intorno a Hulu, pezzo pregiato del comparto della web TV che, pur dichiarando un business allettante e in attivo, i suoi tre soci (Disney, News Corp. e NBC), hanno di fatto messo in vendita. 2 miliardi di dollari? And the wind cries Google.
Disney, Google, Hulu, Intent Media, M&A, Music Week, NBC Universal, News Corp., UBM
8 Luglio, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Qualche sera fa ho scritto di Roger Waters a Milano. La micro-recensione di un non-fan ammirato, la mia. Ma quella sera avevo a fianco a me un vicino di sedia che, ai miei occhi, era l’incarnazione dell’Uber Fan. Vedeva lo show con una partecipazione, un atteggiamento, un coinvolgimento diversi dai miei. Era posseduto, nel senso migliore del termine. Così mi sono presentato e gli ho chiesto se gli andava di scrivere qualcosa per Rockol. Ecco la sua testimonianza, così abbiamo due facce della stessa medaglia, la medaglia di un gran concerto.
§§§
Suoni, luci, colori, immagini ed effetti speciali … tutto ciò non sarebbe
sufficiente a trascinare 4 generazioni di fan al cospetto del “vecchio” muro
di Roger.

Roger Waters, Milano, 4 luglio 2011
Ma lui, il muro, con il passare degli anni è diventato sempre più attuale e
portatore di messaggi (Mother, should i trust the governement?, recita la
canzone, mentre sul muro compare la scritta “col caz…”)
Lo spettacolo è meraviglioso, anche se rispetto ad Aprile ho visto un Roger
più stanco e tutto sommato felice di aver portato a termine questo lungo ed
estenuante tour!
Il pubblico conosce a memoria tutte le canzoni e rende lo show ancora più
godibile, anche se in qualche passaggio avrei gradito più silenzio, ma ormai
per me rimane un ricordo incredibile ed indelebile (correva l’anno 1988),
quello del pubblico seduto (tutto!) in silenzio sul prato di uno stadio ad
ascoltare Shine on you crazy diamond …
Sono stati tanti i momenti emozionanti del concerto, ma per me il più
esaltante è a metà dell’assolo finale di Confortably numb, quando Roger
picchia il muro grigio, che esplode, nel sogno, liberando tutti i colori,
simbolo della gioia di vivere, quel sogno si realizzerà, parzialmente, solo
a fine concerto, ma in quel caso sarà solo una liberazione e non vera gioia.
Grazie Roger e grazie Pink Floyd per avermi regalato un’altra serata
indimenticabile
Davide Squarzanti
Modena
8 Luglio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Qualche sera fa ho scritto di Roger Waters a Milano. La micro-recensione di un non-fan ammirato, la mia. Ma quella sera avevo a fianco a me un vicino di sedia che, ai miei occhi, era l’incarnazione dell’Uber Fan. Vedeva lo show con una partecipazione, un atteggiamento, un coinvolgimento diversi dai miei. Era posseduto, nel senso migliore del termine. Così mi sono presentato e gli ho chiesto se gli andava di scrivere qualcosa per Rockol. Ecco la sua testimonianza, così abbiamo due facce della stessa medaglia, la medaglia di un gran concerto.
§§§
Suoni, luci, colori, immagini ed effetti speciali … tutto ciò non sarebbe
sufficiente a trascinare 4 generazioni di fan al cospetto del “vecchio” muro
di Roger.

Roger Waters, Milano, 4 luglio 2011
Ma lui, il muro, con il passare degli anni è diventato sempre più attuale e
portatore di messaggi (Mother, should i trust the governement?, recita la
canzone, mentre sul muro compare la scritta “col caz…”)
Lo spettacolo è meraviglioso, anche se rispetto ad Aprile ho visto un Roger
più stanco e tutto sommato felice di aver portato a termine questo lungo ed
estenuante tour!
Il pubblico conosce a memoria tutte le canzoni e rende lo show ancora più
godibile, anche se in qualche passaggio avrei gradito più silenzio, ma ormai
per me rimane un ricordo incredibile ed indelebile (correva l’anno 1988),
quello del pubblico seduto (tutto!) in silenzio sul prato di uno stadio ad
ascoltare Shine on you crazy diamond …
Sono stati tanti i momenti emozionanti del concerto, ma per me il più
esaltante è a metà dell’assolo finale di Confortably numb, quando Roger
picchia il muro grigio, che esplode, nel sogno, liberando tutti i colori,
simbolo della gioia di vivere, quel sogno si realizzerà, parzialmente, solo
a fine concerto, ma in quel caso sarà solo una liberazione e non vera gioia.
Grazie Roger e grazie Pink Floyd per avermi regalato un’altra serata
indimenticabile
Davide Squarzanti
Modena
4 Luglio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Quante volte, spesso a proposito dell’annosa querelle sul costo dei CD, ci è capitato di imbatterci nella difficoltà di ricostruire i costi industriali della musica? Ogni tentativo di breakdown si infrange regolarmente sotto la voce ‘talento’: qualità, non quantità; incommensurabile, dunque. La logica del cestino, si diceva e si dice: una label investe su n artisti che non vedranno mai il successo e, a fronte del denaro che non sarà mai recuperato, una hit di uno di loro la ripagherà. Tutto sostanzialmente condivisibile.
Interessante, a proposito, l’esercizio pubblicato da Planet Money che ha ricostruito intorno al caso di Rihanna l’elenco e l’ammontare dei capitoli di spesa che una casa discografica può e deve mettere a budget per ottenere un successo ‘certo’, ovvero una canzone idonea a scalare le classifiche se affidata a un personaggio di sicura presa nel panorama contemporaneo. Interessante soprattutto il recupero della vecchia logica del Brill Building, oggi evoluto alla forma di ‘writing camp’, in base alla quale si assemblano decine di autori, li si mette in gara e in batteria e alla fine … uno su cento ce la fa.

Breakdown dei costi di una canzone di successo
Fa oltre un milione di dollari, come indica la tabella qui sopra. La maggior parte dei quali si riconduce alla voce ‘roll out’. Che è il roll out? Il processo di promozione che trasforma un buon brano in un pezzo di successo. Oppure, volendo, il luogo virtuale dove cala la nebbia e tutto torna a diventare arbitrario, dove la logica artigiana prevale su quella industriale, dove tutto in realtà dipende dal budget che si tollera di sforare. Nell’esempio in questione, confezionare la canzone perfetta costa 78.000 dollari, mentre un altro milione è necessario perchè tutti la ascoltino, la vedano e la acquistino in un lasso di tempo sufficientemente rapido per renderla una hit. Tagliata con l’accetta, quella cifra viene suddivisa in tre voci di pari peso: un terzo per il marketing, un terzo per la promozione dell’artista (la sua presenza sui media e sul territorio), un terzo per la radio. Tutto molto interessante. E anche molto soggettivo.
Allora, ecco il prossimo esercizio: date Pandora, Last.fm e GroupOn, e data una realtà nella quale il sistema radiofonico è ben diverso da quel canale promozionale blindato e sicuro che rappresenta negli Stati Uniti (soprattutto nell’ultimo anno o giù di lì), quanto costa una canzone di successo in Italia?
Il costo di una canzone di successo, Planet Money, Rihanna
4 Luglio, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Quante volte, spesso a proposito dell’annosa querelle sul costo dei CD, ci è capitato di imbatterci nella difficoltà di ricostruire i costi industriali della musica? Ogni tentativo di breakdown si infrange regolarmente sotto la voce ‘talento’: qualità, non quantità; incommensurabile, dunque. La logica del cestino, si diceva e si dice: una label investe su n artisti che non vedranno mai il successo e, a fronte del denaro che non sarà mai recuperato, una hit di uno di loro la ripagherà. Tutto sostanzialmente condivisibile.
Interessante, a proposito, l’esercizio pubblicato da Planet Money che ha ricostruito intorno al caso di Rihanna l’elenco e l’ammontare dei capitoli di spesa che una casa discografica può e deve mettere a budget per ottenere un successo ‘certo’, ovvero una canzone idonea a scalare le classifiche se affidata a un personaggio di sicura presa nel panorama contemporaneo. Interessante soprattutto il recupero della vecchia logica del Brill Building, oggi evoluto alla forma di ‘writing camp’, in base alla quale si assemblano decine di autori, li si mette in gara e in batteria e alla fine … uno su cento ce la fa.

Breakdown dei costi di una canzone di successo
Fa oltre un milione di dollari, come indica la tabella qui sopra. La maggior parte dei quali si riconduce alla voce ‘roll out’. Che è il roll out? Il processo di promozione che trasforma un buon brano in un pezzo di successo. Oppure, volendo, il luogo virtuale dove cala la nebbia e tutto torna a diventare arbitrario, dove la logica artigiana prevale su quella industriale, dove tutto in realtà dipende dal budget che si tollera di sforare. Nell’esempio in questione, confezionare la canzone perfetta costa 78.000 dollari, mentre un altro milione è necessario perchè tutti la ascoltino, la vedano e la acquistino in un lasso di tempo sufficientemente rapido per renderla una hit. Tagliata con l’accetta, quella cifra viene suddivisa in tre voci di pari peso: un terzo per il marketing, un terzo per la promozione dell’artista (la sua presenza sui media e sul territorio), un terzo per la radio. Tutto molto interessante. E anche molto soggettivo.
Allora, ecco il prossimo esercizio: date Pandora, Last.fm e GroupOn, e data una realtà nella quale il sistema radiofonico è ben diverso da quel canale promozionale blindato e sicuro che rappresenta negli Stati Uniti (soprattutto nell’ultimo anno o giù di lì), quanto costa una canzone di successo in Italia?
Il costo di una canzone di successo, Planet Money, Rihanna
13 Giugno, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo
Può sorprendere che alcuni discografici di peso (ad esempio Michael Paull, EVP global digital business in Sony Music, o Rob Wells, presidente del global digital business in Universal Music) abbiano pubblicamente bistrattato Pandora, una società il cui IPO è imminente, che ‘rischia’ una valutazione che dall’originario miliardo di dollari parrebbe ormai avvicinarsi a due e che presenta ricavi in aumento esponenziale: l’incremento nel primo trimestre 2011 (periodo di esercizio: febbraio/aprile) è del 60% rispetto all’omologo ‘quarter’ precedente e il fatturato annuale tende quest’anno a 220-250 milioni di dollari. Può sorprendere non solo perchè i numeri sono ragguardevoli, ma forse soprattutto perchè Pandora nel suddetto primo quadrimestre 2011 ha perso circa 5 milioni di dollari, corrispondenti a quasi il 10% del fatturato, essenzialmente perchè si svena con le royalties pagate a Soundscan. Un altro modo per dire che per ora le uniche a non rimetterci sicuramente sono le label.
Se fossi un analista mi preoccuperei certamente di approfondire la sostenibilità di certi costi fissi strutturali , ma anche le proiezioni di crescita e di redditività di una ex-startup che ha saggiamente ‘occupato’ per prima il comparto automotive con la musica (Pandora nelle autoradio, in soldoni).
Se fossi un discografico mi fregherei le mani. E invece: dice che Pandora è vecchia ancora prima di quotarsi, perchè offre un’esperienza passiva al consumatore. Come osa, insomma, una società quotanda non parlare di cloud e di app e offrire banali stazioni radio? Come osa non proporre soluzioni on demand e multi-accesso? Dov’è la visione, si chiedono allarmati due dirigenti che rappresentano un settore che dagli anni Settanta non propone nè visioni nè mogul degni di questo nome?
Tempo fa, in effetti, Pandora interruppe ’le trasmissioni’ nel Regno Unito e allontanò velleità di presidio anche europeo perchè le condizioni di licensing rendevano impossibile l’intrapresa. Negli Stati Uniti, nel rispetto del DMCA (Digital Millenium Copyright Act), utilizza una ‘blanket licence’ dedicata ai servizi di puro streaming e non interattivi (come dire: nulla ‘on demand’, un tipo di servizio che richiede un’altra licenza, molto più onerosa). Ed ecco il punto, ecco perchè non sorprendersi: duecento e rotti milioni di dollari di fatturato, metà dei quali corrispondono a costi per licenze, per i discografici suddetti sono già diventati banali, sono già poca cosa. Essi vorrebbero semplicemente che Pandora offrisse un servizio per loro più remunerativo. Alla faccia delle decine di milioni di utenti, dell’enorme gradimento e reach di un marchio globale costruito in pochi anni e anche dell’apprezzamento della comunità finanziaria.
Pandora potrebbe raccogliere, nel momento in cui scrivo, 109 milioni di dollari attraverso l’IPO. Una cifra che potremmo incrociare (non paragonare, perchè vogliamo distinguere le mele dalle pere; ma incrociare sì, perchè aiuta a relativizzare) con altre figure che circolano nell’industria musicale. Come il fatturato della musica registrata in un paese europeo a nostra scelta, ad esempio. Oppure con l’anticipo che Apple si mormora (si grida) abbia elargito alle major per l’imminente servizio iTunes Match (legato a iCloud), compreso tra i 100 e i 150 milioni di dollari. Altro che IPO di Pandora.
Morale: la blanket licence ha scadenza 2015, Pandora non si è ancora quotata e iTunes Match (il condono tombale su anni di pirateria offerto da Steve Jobs), non ancora una realtà, sembra avere già innalzato l’asticella delle aspettative di un’industria incapace di essere protagonista di sè stessa. Ma che vergogna. Soprattutto per quei bravi discografici (ne conosco diversi) che con creatività e giornate lavorative lunghissime si sporcano le mani per reinventare un business e che, come è successo ciclicamente già 3 volte negli ultimi 15 anni, dovranno moltiplicare la fatica anche a causa della cattiva reputazione generata dai loro stessi colleghi.
Apple, iCloud, IPO, iTunes Match, Michael Paull, Pandora, Rob Wells
13 Giugno, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Può sorprendere che alcuni discografici di peso (ad esempio Michael Paull, EVP global digital business in Sony Music, o Rob Wells, presidente del global digital business in Universal Music) abbiano pubblicamente bistrattato Pandora, una società il cui IPO è imminente, che ‘rischia’ una valutazione che dall’originario miliardo di dollari parrebbe ormai avvicinarsi a due e che presenta ricavi in aumento esponenziale: l’incremento nel primo trimestre 2011 (periodo di esercizio: febbraio/aprile) è del 60% rispetto all’omologo ‘quarter’ precedente e il fatturato annuale tende quest’anno a 220-250 milioni di dollari. Può sorprendere non solo perchè i numeri sono ragguardevoli, ma forse soprattutto perchè Pandora nel suddetto primo quadrimestre 2011 ha perso circa 5 milioni di dollari, corrispondenti a quasi il 10% del fatturato, essenzialmente perchè si svena con le royalties pagate a Soundscan. Un altro modo per dire che per ora le uniche a non rimetterci sicuramente sono le label.
Se fossi un analista mi preoccuperei certamente di approfondire la sostenibilità di certi costi fissi strutturali , ma anche le proiezioni di crescita e di redditività di una ex-startup che ha saggiamente ‘occupato’ per prima il comparto automotive con la musica (Pandora nelle autoradio, in soldoni).
Se fossi un discografico mi fregherei le mani. E invece: dice che Pandora è vecchia ancora prima di quotarsi, perchè offre un’esperienza passiva al consumatore. Come osa, insomma, una società quotanda non parlare di cloud e di app e offrire banali stazioni radio? Come osa non proporre soluzioni on demand e multi-accesso? Dov’è la visione, si chiedono allarmati due dirigenti che rappresentano un settore che dagli anni Settanta non propone nè visioni nè mogul degni di questo nome?
Tempo fa, in effetti, Pandora interruppe ’le trasmissioni’ nel Regno Unito e allontanò velleità di presidio anche europeo perchè le condizioni di licensing rendevano impossibile l’intrapresa. Negli Stati Uniti, nel rispetto del DMCA (Digital Millenium Copyright Act), utilizza una ‘blanket licence’ dedicata ai servizi di puro streaming e non interattivi (come dire: nulla ‘on demand’, un tipo di servizio che richiede un’altra licenza, molto più onerosa). Ed ecco il punto, ecco perchè non sorprendersi: duecento e rotti milioni di dollari di fatturato, metà dei quali corrispondono a costi per licenze, per i discografici suddetti sono già diventati banali, sono già poca cosa. Essi vorrebbero semplicemente che Pandora offrisse un servizio per loro più remunerativo. Alla faccia delle decine di milioni di utenti, dell’enorme gradimento e reach di un marchio globale costruito in pochi anni e anche dell’apprezzamento della comunità finanziaria.
Pandora potrebbe raccogliere, nel momento in cui scrivo, 109 milioni di dollari attraverso l’IPO. Una cifra che potremmo incrociare (non paragonare, perchè vogliamo distinguere le mele dalle pere; ma incrociare sì, perchè aiuta a relativizzare) con altre figure che circolano nell’industria musicale. Come il fatturato della musica registrata in un paese europeo a nostra scelta, ad esempio. Oppure con l’anticipo che Apple si mormora (si grida) abbia elargito alle major per l’imminente servizio iTunes Match (legato a iCloud), compreso tra i 100 e i 150 milioni di dollari. Altro che IPO di Pandora.
Morale: la blanket licence ha scadenza 2015, Pandora non si è ancora quotata e iTunes Match (il condono tombale su anni di pirateria offerto da Steve Jobs), non ancora una realtà, sembra avere già innalzato l’asticella delle aspettative di un’industria incapace di essere protagonista di sè stessa. Ma che vergogna. Soprattutto per quei bravi discografici (ne conosco diversi) che con creatività e giornate lavorative lunghissime si sporcano le mani per reinventare un business e che, come è successo ciclicamente già 3 volte negli ultimi 15 anni, dovranno moltiplicare la fatica anche a causa della cattiva reputazione generata dai loro stessi colleghi.
Apple, iCloud, IPO, iTunes Match, Michael Paull, Pandora, Rob Wells
9 Giugno, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

Martin Sorrell, WPP
WPP ha dettato la policy ed ha cominciato ad applicarla in U.S.A., ma presto avrà effetti globali. La conglomerata del marketing mondiale, che investe attraverso GroupM circa 6 miliardi di dollari di pubblicità online, ha stilato l’elenco dei 2.000 siti dove NON troveranno spazio le campagne dei propri clienti, in quanto non conformi alla liceità (ovvero: pirati).
Qualche dettaglio qui.
GroupM, Martin Sorrell, online advertising, WPP
9 Giugno, 2011 in Reports da Giampiero Di Carlo

Martin Sorrell, WPP
WPP ha dettato la policy ed ha cominciato ad applicarla in U.S.A., ma presto avrà effetti globali. La conglomerata del marketing mondiale, che investe attraverso GroupM circa 6 miliardi di dollari di pubblicità online, ha stilato l’elenco dei 2.000 siti dove NON troveranno spazio le campagne dei propri clienti, in quanto non conformi alla liceità (ovvero: pirati).
Qualche dettaglio qui.
GroupM, Martin Sorrell, online advertising, WPP
24 Marzo, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Suona tanto Totò, vero?
Invece è Kimba Maureen Wood, giudice federale di stanza a New York. Una carriera di alto profilo alle spalle, la giudice è nota ai più per avere presieduto la causa degli Stati Uniti contro le ormai celebri 10 spie russe dormienti, arrestate, condannate e poi oggetto di scambio contro altri prigionieri detenuti in Russia nel luglio del 2010. Ed è nota ai meno, quelli che seguono le vicende dell’industria musicale, per avere emesso nell’ottobre dello stesso anno un’ingiunzione che intimava a LimeWire (citata in giudizio da Arista Records) di interrompere seduta stante “la ricerca, il download, l’upload, il commercio di file e/o la funzionalità di distribuzione di file e/o tutte le funzionalità del suo software.
Come andò a finire? Con la chiusura di LimeWire, come era lecito e prevedibile aspettarsi. E con l’inevitabile dibattito.
Ma come è continuata? Sta continuando: per l’esattezza siamo alla fase della stima dei danni e le udienze cominceranno in maggio. Ma la discografia, basandosi su un precedente (una causa contro Usenet che, a fronte di 878 opere dell’ingegno violate, determinò contro il provider danni per 6,6 milioni di dollari moltiplicando il numero di violazioni per il massimo della pena prevista per ciascun reato), ha da tempo reso noto che i danni subiti sarebbero stimabili in circa 75 triliardi di dollari.
Non secondo Kimba che, forse per evitare fastidiose perdite di tempo tra due mesi, ha anticipo un parere scritto bollando le pretese della discografia come ‘assurde’. E facendo sommessamente notare che il prodotto interno lordo del pianeta ammonta a 69 triliardi di dollari.
Arista, file sharing, Kimba Wood, LimeWire
24 Marzo, 2011 in Recensioni da Giampiero Di Carlo
Suona tanto Totò, vero?
Invece è Kimba Maureen Wood, giudice federale di stanza a New York. Una carriera di alto profilo alle spalle, la giudice è nota ai più per avere presieduto la causa degli Stati Uniti contro le ormai celebri 10 spie russe dormienti, arrestate, condannate e poi oggetto di scambio contro altri prigionieri detenuti in Russia nel luglio del 2010. Ed è nota ai meno, quelli che seguono le vicende dell’industria musicale, per avere emesso nell’ottobre dello stesso anno un’ingiunzione che intimava a LimeWire (citata in giudizio da Arista Records) di interrompere seduta stante “la ricerca, il download, l’upload, il commercio di file e/o la funzionalità di distribuzione di file e/o tutte le funzionalità del suo software.
Come andò a finire? Con la chiusura di LimeWire, come era lecito e prevedibile aspettarsi. E con l’inevitabile dibattito.
Ma come è continuata? Sta continuando: per l’esattezza siamo alla fase della stima dei danni e le udienze cominceranno in maggio. Ma la discografia, basandosi su un precedente (una causa contro Usenet che, a fronte di 878 opere dell’ingegno violate, determinò contro il provider danni per 6,6 milioni di dollari moltiplicando il numero di violazioni per il massimo della pena prevista per ciascun reato), ha da tempo reso noto che i danni subiti sarebbero stimabili in circa 75 triliardi di dollari.
Non secondo Kimba che, forse per evitare fastidiose perdite di tempo tra due mesi, ha anticipo un parere scritto bollando le pretese della discografia come ‘assurde’. E facendo sommessamente notare che il prodotto interno lordo del pianeta ammonta a 69 triliardi di dollari.
Arista, file sharing, Kimba Wood, LimeWire
11 Marzo, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Dove eravamo rimasti? Qui: alla missione compiuta per la Onlus creata come struttura operativa per l’iniziativa La Musica per l’Abruzzo e all’inizio di una nuova fase, quella della costruzione, grazie alla collaborazione con “Oliver Twist”.
Ebbene: tra mille difficoltà i lavori sono sempre andati avanti, a volte rallentati dalla burocrazia, altre dalle intemperie. Si sta lavorando alacremente per il Mubaq. Ecco qualche scatto recentissimo sulla location su cui, gelo permettendo, la struttura dedicata alle attività ricreative per i bambini potrebbe essere conclusa per giugno.




11 Marzo, 2011 in Recensioni da Giampiero Di Carlo
Dove eravamo rimasti? Qui: alla missione compiuta per la Onlus creata come struttura operativa per l’iniziativa La Musica per l’Abruzzo e all’inizio di una nuova fase, quella della costruzione, grazie alla collaborazione con “Oliver Twist”.
Ebbene: tra mille difficoltà i lavori sono sempre andati avanti, a volte rallentati dalla burocrazia, altre dalle intemperie. Si sta lavorando alacremente per il Mubaq. Ecco qualche scatto recentissimo sulla location su cui, gelo permettendo, la struttura dedicata alle attività ricreative per i bambini potrebbe essere conclusa per giugno.




6 Marzo, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Un modello in una fase di difficoltosa transizione, quello della musica registrata, sta trasformando quella che era un’opzione collaterale in “core business”. La monetizzazione della carriera dell’artista in modalità alternative rispetto alla ormai insufficiente vendita ‘pay per’ dei suoi prodotti, infatti, passa sempre più spesso attraverso l’associazione della sua immagine con marche industriali; al suo meglio, questo fenomeno ha oltrepassato la tradizionale sponsorship per evolvere a forme sempre più sofisticate di “branded content”.
Ma il fenomeno affonda le sue radici in un lontano tempo pre-crisi.
Se negli anni ’60 e ’70 il mondo della pubblicità cominciò ad incorporare l’elemento musica nella comunicazione televisiva con jingle e spot ad hoc che avrebbero affermato presso il pubblico ritornelli così accattivanti da sedimentare una crescente identificazione del suono col prodotto (si pensi alla lunghissima serie di Coca Cola), dagli anni ’80 in poi l’affollamento degli spazi convenzionali cominciò a gettare le basi del cosiddetto ‘below the line’: in altri termini, ogni forma non propriamente tabellare di pubblicità, una teoria di opzioni e piattaforme promozionali esterne all’acquisto di spazi media. Tra loro, la sponsorship: prima i tour degli artisti più celebri diventarono terreno di comunicazione per la loro capacità di aggregare audience sul territorio e poi, progressivamente, la loro musica si trasformò di per sé in potenziale veicolo di vendita, al punto da soppiantare quella creata appositamente dagli autori a libro paga delle agenzie. La sincronizzazione di pezzi famosi in spot pubblicitari divenne la norma e, per farlo, dovette infrangere diversi tabù culturali, (ri)abbattendo gradualmente le barriere tra arte e commercio. Si pensi al fragore causato dall’utilizzo di “Revolution” dei Beatles per Nike (1987) o di “Start me up” dei Rolling Stones per Microsoft.
Fast forward, 2005-2011: crollano le vendite di CD, detona la musica digitale ma il download a pagamento e lo streaming legale sono ancora lontani dal compensare gli standard di ricavo cui la discografia era abituata. (Sia detto per inciso, non li compenseranno mai). Questo è per l’industria musicale il ‘new normal’: un misto di “direct to fans”, licenze di cataloghi, apps e branded content. E, molto spesso, un finanziatore è gradito.
Per esempio: Snoop Dogg e Samsung. Per promuovere il nuovo smartphone Galaxy Indulge della multinazionale coreana con sistema operativo Android funzionante in 4g, il rapper americano ha appositamente allungato il suo nome in Dogggg (4 g…). Creativo, irriverente e carismatico, Dogg è un naturale in certe cose. L’idea, quindi, affascina ma non sorprende chi ha confidenza col personaggio: la promozione si concretizza in una serie di video online solo su YouTube dal titolo “The G-Connection” (è uno spoof della serie televisiva “The love connection”, celebre dating show oltre oceano), con Warren G come host. Coinvolto anche il retailer MetroPCS, presso i negozi del quale fans/clienti potranno ottenere abbonamenti e condizioni speciali. Per la cronaca, il cellulare appare alla fine, quasi una punteggiatura. E non è irrilevante che YouTube sia una property di Google, come Android.
Per esempio: Professor Green (artista EMI), protagonista di una nuova campagna digitale con Alcatel in Gran Bretagna. Nell’ambito della promozione del nuovo cellulare One Touch 802, il produttore ha scelto il rapper per un concorso della durata di due mesi in partnership con il retailer Phones 4u; il gioco consentirà a clienti ed utenti di vincere biglietti per il tour dell’artista competendo con messaggi sms. E l’artista, grazie alla sua label (che dispone di un team dedicato alle brand partnership, che in effetti si era già cimentata con Alcatel insieme a Eliza Doolittle), ci mette la faccia e la voce: “L’alcatel One Touch 802 è facilissimo da usare e mi permette di stare in contatto con amici e fans mentre sono on the road”. A tutto tondo, insomma: il testimonial giusto per il target, l’attività sul territorio (venues e dettaglianti), engagement (contest), amplificazione dell’iniziativa via Facebook e Twitter sia dall’artista che dai suoi ambassadors (e andrà ancora meglio quando Professor Green smetterà di usare la sua app Echofon, disponibile solo su iPhone…).
Per esempio, Maroon 5 e Coca Cola. “One band, 24 hours”. Il 22 marzo, dal vivo e in diretta da Londra, su coca-cola.com/music andrà in onda una session di 24 ore nella quale i Maroon 5, impegnati in studio a comporre un nuovo brano in sole 24 ore, lo faranno utilizzando i suggerimenti e i contributi dei fans che avranno accesso all’evento grazie a una tecnologia di proiezione interattiva, con la quale i post dei fans (che vedranno da qualsiasi angolazione la band) saranno proiettati in studio su un grande schermo e genereranno reazioni dirette dal gruppo. Così Adam Levine dei Maroon 5: “Noi del gruppo ci ricordiamo bene quando eravamo giovani e facevamo musica nelle nostre camerette, cercando di imitare i nostri eroi. Essere parte di qualcosa di globale come questo che consente di partecipare a qualcosa che avviene a porte chiuse è veramente entusiasmante”. Coca Cola ha aperto una sezione dedicata del proprio sito a eventi come questo, Coca Cola Music, dimostrando di volere dare continuità al formato.
Tre casi, tre esempi diversi. Altri episodi in arrivo…
Alcatel, Beatles, branded content, Brands & Music, Coca Cola, Marron 5, Microsoft, Nike, Phones4u, Professor Green MetroPCS, Rolling Stones, Samsing, Snoop Dogg
6 Marzo, 2011 in Recensioni da Giampiero Di Carlo
Un modello in una fase di difficoltosa transizione, quello della musica registrata, sta trasformando quella che era un’opzione collaterale in “core business”. La monetizzazione della carriera dell’artista in modalità alternative rispetto alla ormai insufficiente vendita ‘pay per’ dei suoi prodotti, infatti, passa sempre più spesso attraverso l’associazione della sua immagine con marche industriali; al suo meglio, questo fenomeno ha oltrepassato la tradizionale sponsorship per evolvere a forme sempre più sofisticate di “branded content”.
Ma il fenomeno affonda le sue radici in un lontano tempo pre-crisi.
Se negli anni ’60 e ’70 il mondo della pubblicità cominciò ad incorporare l’elemento musica nella comunicazione televisiva con jingle e spot ad hoc che avrebbero affermato presso il pubblico ritornelli così accattivanti da sedimentare una crescente identificazione del suono col prodotto (si pensi alla lunghissima serie di Coca Cola), dagli anni ’80 in poi l’affollamento degli spazi convenzionali cominciò a gettare le basi del cosiddetto ‘below the line’: in altri termini, ogni forma non propriamente tabellare di pubblicità, una teoria di opzioni e piattaforme promozionali esterne all’acquisto di spazi media. Tra loro, la sponsorship: prima i tour degli artisti più celebri diventarono terreno di comunicazione per la loro capacità di aggregare audience sul territorio e poi, progressivamente, la loro musica si trasformò di per sé in potenziale veicolo di vendita, al punto da soppiantare quella creata appositamente dagli autori a libro paga delle agenzie. La sincronizzazione di pezzi famosi in spot pubblicitari divenne la norma e, per farlo, dovette infrangere diversi tabù culturali, (ri)abbattendo gradualmente le barriere tra arte e commercio. Si pensi al fragore causato dall’utilizzo di “Revolution” dei Beatles per Nike (1987) o di “Start me up” dei Rolling Stones per Microsoft.
Fast forward, 2005-2011: crollano le vendite di CD, detona la musica digitale ma il download a pagamento e lo streaming legale sono ancora lontani dal compensare gli standard di ricavo cui la discografia era abituata. (Sia detto per inciso, non li compenseranno mai). Questo è per l’industria musicale il ‘new normal’: un misto di “direct to fans”, licenze di cataloghi, apps e branded content. E, molto spesso, un finanziatore è gradito.
Per esempio: Snoop Dogg e Samsung. Per promuovere il nuovo smartphone Galaxy Indulge della multinazionale coreana con sistema operativo Android funzionante in 4g, il rapper americano ha appositamente allungato il suo nome in Dogggg (4 g…). Creativo, irriverente e carismatico, Dogg è un naturale in certe cose. L’idea, quindi, affascina ma non sorprende chi ha confidenza col personaggio: la promozione si concretizza in una serie di video online solo su YouTube dal titolo “The G-Connection” (è uno spoof della serie televisiva “The love connection”, celebre dating show oltre oceano), con Warren G come host. Coinvolto anche il retailer MetroPCS, presso i negozi del quale fans/clienti potranno ottenere abbonamenti e condizioni speciali. Per la cronaca, il cellulare appare alla fine, quasi una punteggiatura. E non è irrilevante che YouTube sia una property di Google, come Android.
Per esempio: Professor Green (artista EMI), protagonista di una nuova campagna digitale con Alcatel in Gran Bretagna. Nell’ambito della promozione del nuovo cellulare One Touch 802, il produttore ha scelto il rapper per un concorso della durata di due mesi in partnership con il retailer Phones 4u; il gioco consentirà a clienti ed utenti di vincere biglietti per il tour dell’artista competendo con messaggi sms. E l’artista, grazie alla sua label (che dispone di un team dedicato alle brand partnership, che in effetti si era già cimentata con Alcatel insieme a Eliza Doolittle), ci mette la faccia e la voce: “L’alcatel One Touch 802 è facilissimo da usare e mi permette di stare in contatto con amici e fans mentre sono on the road”. A tutto tondo, insomma: il testimonial giusto per il target, l’attività sul territorio (venues e dettaglianti), engagement (contest), amplificazione dell’iniziativa via Facebook e Twitter sia dall’artista che dai suoi ambassadors (e andrà ancora meglio quando Professor Green smetterà di usare la sua app Echofon, disponibile solo su iPhone…).
Per esempio, Maroon 5 e Coca Cola. “One band, 24 hours”. Il 22 marzo, dal vivo e in diretta da Londra, su coca-cola.com/music andrà in onda una session di 24 ore nella quale i Maroon 5, impegnati in studio a comporre un nuovo brano in sole 24 ore, lo faranno utilizzando i suggerimenti e i contributi dei fans che avranno accesso all’evento grazie a una tecnologia di proiezione interattiva, con la quale i post dei fans (che vedranno da qualsiasi angolazione la band) saranno proiettati in studio su un grande schermo e genereranno reazioni dirette dal gruppo. Così Adam Levine dei Maroon 5: “Noi del gruppo ci ricordiamo bene quando eravamo giovani e facevamo musica nelle nostre camerette, cercando di imitare i nostri eroi. Essere parte di qualcosa di globale come questo che consente di partecipare a qualcosa che avviene a porte chiuse è veramente entusiasmante”. Coca Cola ha aperto una sezione dedicata del proprio sito a eventi come questo, Coca Cola Music, dimostrando di volere dare continuità al formato.
Tre casi, tre esempi diversi. Altri episodi in arrivo…
Alcatel, Beatles, branded content, Brands & Music, Coca Cola, Marron 5, Microsoft, Nike, Phones4u, Professor Green MetroPCS, Rolling Stones, Samsing, Snoop Dogg
19 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Qualche fatto sui location based services.
Tra i numerosi servizi disponibili (GoWalla, Yelp, Loopt etc.), quello di Foursquare è il nome più bollente: è una mobile app concepita e costruita intorno al concetto di geo-localizzazione che ha generato una comunità di utenti che optano per condividere con i propri amici la loro posizione geografica del momento e di comunicarla (o di tenerla privata). Foursquare dichiara 6,5 milioni di utenti e ha recentemente raccolto 20 milioni di dollari di finanziamento. Sulla sua strada verso l’IPO si frappongono voci ricorrenti su una sua possibile acquisizione da parte di Facebook o di Google. A proposito di Facebook, lassù abbiamo Places: una sorta di plug in di natura LBS per quella che è la piattaforma delle piattaforme social. Non ha un grande successo, è raro notare nel proprio flusso di conversazioni che ci siano amici che la stanno utilizzando; a detta di molti, è una versione povera di Foursquare. Di fatto, Places consente di vedere che stanno facendo i tuoi amici in un certo posto. Quasi il contrario di Foursquare, che è un sistema di personal-casting della posizione. Però: la community complessiva di Foursquare rappresenta in dimensioni l’1% di quella di Facebook. A proposito di Google, l’integrazione tra search e metafora del check-in è un obiettivo del marketing, ma anche un miraggio. Secondo Mark Cuban, “i servizi ‘location based’ non sono destinati a sopravvivere come aziende a sé stanti. L’aspetto LBS del loro business diventerà presto una funzionalità di Facebook, Google e di altre piattaforme ubique”. Domanda numero uno: le dimensioni globali di un LBS network saranno così rilevanti per il successo di attività imperniate sul locale? Domanda due, quella importante: si può competere con la capacità di raccolta pubblicitaria ultramirata di Facebook? Domanda di riserva: e la localizzazione del servizio? Foursquare ha appena annunciato al Mobile World Congress che sta per essere tradotto in numerose lingue europee, lasciando così intendere che un’enorme quota di mercato aggiuntiva sta per essere conquistata.
Ora: cos’è esattamente Foursquare? In termini di strategia, sa cosa diventerà? No, ma è del tutto accettabile perché siamo una nuova frontiera dell’industria. Comunque vale la pena accennarne alcune potenziali opzioni di modello di business. E’ forse un gioco, ad esempio? Una piattaforma di gaming nella quale si compete per la “mayorship” o per i badge, una gara tra aspiranti sindaci impegnati in micro-competizioni promozionali? In questo senso, di conseguenza, potrebbe anche essere o evolvere a piattaforma di marketing orientata al meccanismo “recruitment-reward-loyalty”; un’enorme macchina di conversione del traffico locale in vendite locali. Oppure è ‘solo’ un social network partito dal mobile per ripercorrere inversamente quanto costruito da Facebook e arrivare così a integrare una lista di feature aggiuntive, non più locali ma sociali? Oppure abbiamo per le mani un potenziale sistema di marketing multilivello moderno, nel quale i ‘referral’ vengano premiati ma la crescita della piramide dei referral finisce con il premiare gli evangelizzatori iniziali? Oppure è una piattaforma di flash mobbing? Oppure, molto interessante, è un motore di raccomandazione – ecco la mia posizione arricchita da recensioni sul ristorante, da foto sul posto, da consigli per gli acquisti?
Il che ci conduce dalle parti di Apple, in particolare verso la sua MobileMe, un’altra delle feature dell’ecosistema di Cupertino che pare destinata a rapide trasformazioni e a significative integrazioni con cose che oggi non ha. I rumour a riguardo riferiscono di un futuro ibrido tra Foursquare, Facebook e Ustream: una pagina web carica di informazioni e contenuti personali generate e caricate automaticamente da un terminale con sistema iOS, in qualche modo pre-autorizzato. Quali informazioni? La posizione, certo, ma anche i gusti e l’attività non necessariamente di natura geografica: le foto scattate, la musica che ascolto, le apps che ho scaricato, i posti che ho frequentato. Si parla anche dell’introduzione di ‘token’, sorta di gettone o di briciole di pane che un utente si lascia dietro per fornire indicazioni e raccomandazioni agli amici: dalle recensioni alle offerte speciali, dai buoni sconto fino alle indicazioni degli eventi in programma. Insomma, un servizio MobileMe che coniughi cloud, crowdsourcing e LBS (affascinante, e forse la visione di Cuban non è peregrina…).
Il che, da ultimo, ci conduce finalmente alla musica. Come utilizzare i LBS in campo musicale? Semplice, correlandoli ai concerti: parliamo dell’evento locale e sociale per antonomasia. Come trarne un business? Da un mix dei modi accennati sopra. Ok: ma come farlo funzionare veramente, generando ricavi autentici? Con una sufficiente massa critica di utenti e un’abitudine radicata dei LBS nei fan.
Oggi, purtroppo, non è così. Non è solo una sensazione, non è solo uno spaccato italiano e arretrato. Al contrario. Mi servo qui di qualche dato recente di esempio, pubblicato da Superglued e da Billboard, che ritengo significativo (anche troppo) perché è riferito a New York ed a una band in ascesa e di culto, i Decemberists. La band a gennaio si è esibita per tre serate consecutive sold out al Beacon Theatre, locale con una capacità di circa 2.900 presenze; secondo dati pubblicati da SuperGlued, mediamente 106 fans a serata hanno fatto un check in con Foursquare.
E’ il target?
Mah. Meno bene è andata a artisti come Sarah McLachlan e Bryan Adams che, nella stessa venue, hanno raccolto rispettivamente 22 e 10 check in a serata. Prince è il re del box office del check in: ben 178 – ma per uno show al Madison Square Garden, la cui capienza si aggira intorno ai 20.000 posti. Il dato complessivo newyorkese di gennaio è rappresentato in un grafico riportato di seguito che disegna una tipica ‘long tail’. Se ne possono trarre poche indicazioni fondamentali e qualche illazione.

music longtail
I numeri sono bassi. All’alba della loro storia, Foursquare e gli altri LBS sono ancora un servizio per pionieri e sperimentatori e l’adozione mainstream è molto più distante di quanto seimilioniemezzo di utenti registrati lascerebbero immaginare.
I numeri dipendono sempre dalla penetrazione del servizio e dall’incentivo a usarlo. 6,5 milioni di utenti indurrebbero ad attendersi cifre ben più elevate in un contesto avanzato (musica contemporanea nella capitale del mondo). Ma se così non è, allora o l’iscrizione al servizio non si traduce facilmente in una conversione al suo utilizzo (in maniera simile a quanto accade per i fan su Facebook, il cui numero non è minimamente garanzia di fidelizzazione e/o di click) oppure poca gente è disposta a comunicare la propria posizione ad un concerto. Forse lo farebbe a patto di migliori condizioni di ingaggio, se ci fossero incentivi in campo.
E’ materia perfetta per i cultori e gli operatori del D2F (Direct to Fans).
Billboard, Bryan Adams, D2F, Decemberists, Facebook Places, Foursquare, LBS, Location Based Services, Mark Cuban, mobile, MobileMe, new york, Prince, Sarah McLachlan, Superglued
19 Ffebbraio, 2011 in Giornalismo musicale da Giampiero Di Carlo
Qualche fatto sui location based services.
Tra i numerosi servizi disponibili (GoWalla, Yelp, Loopt etc.), quello di Foursquare è il nome più bollente: è una mobile app concepita e costruita intorno al concetto di geo-localizzazione che ha generato una comunità di utenti che optano per condividere con i propri amici la loro posizione geografica del momento e di comunicarla (o di tenerla privata). Foursquare dichiara 6,5 milioni di utenti e ha recentemente raccolto 20 milioni di dollari di finanziamento. Sulla sua strada verso l’IPO si frappongono voci ricorrenti su una sua possibile acquisizione da parte di Facebook o di Google. A proposito di Facebook, lassù abbiamo Places: una sorta di plug in di natura LBS per quella che è la piattaforma delle piattaforme social. Non ha un grande successo, è raro notare nel proprio flusso di conversazioni che ci siano amici che la stanno utilizzando; a detta di molti, è una versione povera di Foursquare. Di fatto, Places consente di vedere che stanno facendo i tuoi amici in un certo posto. Quasi il contrario di Foursquare, che è un sistema di personal-casting della posizione. Però: la community complessiva di Foursquare rappresenta in dimensioni l’1% di quella di Facebook. A proposito di Google, l’integrazione tra search e metafora del check-in è un obiettivo del marketing, ma anche un miraggio. Secondo Mark Cuban, “i servizi ‘location based’ non sono destinati a sopravvivere come aziende a sé stanti. L’aspetto LBS del loro business diventerà presto una funzionalità di Facebook, Google e di altre piattaforme ubique”. Domanda numero uno: le dimensioni globali di un LBS network saranno così rilevanti per il successo di attività imperniate sul locale? Domanda due, quella importante: si può competere con la capacità di raccolta pubblicitaria ultramirata di Facebook? Domanda di riserva: e la localizzazione del servizio? Foursquare ha appena annunciato al Mobile World Congress che sta per essere tradotto in numerose lingue europee, lasciando così intendere che un’enorme quota di mercato aggiuntiva sta per essere conquistata.
Ora: cos’è esattamente Foursquare? In termini di strategia, sa cosa diventerà? No, ma è del tutto accettabile perché siamo una nuova frontiera dell’industria. Comunque vale la pena accennarne alcune potenziali opzioni di modello di business. E’ forse un gioco, ad esempio? Una piattaforma di gaming nella quale si compete per la “mayorship” o per i badge, una gara tra aspiranti sindaci impegnati in micro-competizioni promozionali? In questo senso, di conseguenza, potrebbe anche essere o evolvere a piattaforma di marketing orientata al meccanismo “recruitment-reward-loyalty”; un’enorme macchina di conversione del traffico locale in vendite locali. Oppure è ‘solo’ un social network partito dal mobile per ripercorrere inversamente quanto costruito da Facebook e arrivare così a integrare una lista di feature aggiuntive, non più locali ma sociali? Oppure abbiamo per le mani un potenziale sistema di marketing multilivello moderno, nel quale i ‘referral’ vengano premiati ma la crescita della piramide dei referral finisce con il premiare gli evangelizzatori iniziali? Oppure è una piattaforma di flash mobbing? Oppure, molto interessante, è un motore di raccomandazione – ecco la mia posizione arricchita da recensioni sul ristorante, da foto sul posto, da consigli per gli acquisti?
Il che ci conduce dalle parti di Apple, in particolare verso la sua MobileMe, un’altra delle feature dell’ecosistema di Cupertino che pare destinata a rapide trasformazioni e a significative integrazioni con cose che oggi non ha. I rumour a riguardo riferiscono di un futuro ibrido tra Foursquare, Facebook e Ustream: una pagina web carica di informazioni e contenuti personali generate e caricate automaticamente da un terminale con sistema iOS, in qualche modo pre-autorizzato. Quali informazioni? La posizione, certo, ma anche i gusti e l’attività non necessariamente di natura geografica: le foto scattate, la musica che ascolto, le apps che ho scaricato, i posti che ho frequentato. Si parla anche dell’introduzione di ‘token’, sorta di gettone o di briciole di pane che un utente si lascia dietro per fornire indicazioni e raccomandazioni agli amici: dalle recensioni alle offerte speciali, dai buoni sconto fino alle indicazioni degli eventi in programma. Insomma, un servizio MobileMe che coniughi cloud, crowdsourcing e LBS (affascinante, e forse la visione di Cuban non è peregrina…).
Il che, da ultimo, ci conduce finalmente alla musica. Come utilizzare i LBS in campo musicale? Semplice, correlandoli ai concerti: parliamo dell’evento locale e sociale per antonomasia. Come trarne un business? Da un mix dei modi accennati sopra. Ok: ma come farlo funzionare veramente, generando ricavi autentici? Con una sufficiente massa critica di utenti e un’abitudine radicata dei LBS nei fan.
Oggi, purtroppo, non è così. Non è solo una sensazione, non è solo uno spaccato italiano e arretrato. Al contrario. Mi servo qui di qualche dato recente di esempio, pubblicato da Superglued e da Billboard, che ritengo significativo (anche troppo) perché è riferito a New York ed a una band in ascesa e di culto, i Decemberists. La band a gennaio si è esibita per tre serate consecutive sold out al Beacon Theatre, locale con una capacità di circa 2.900 presenze; secondo dati pubblicati da SuperGlued, mediamente 106 fans a serata hanno fatto un check in con Foursquare.
E’ il target?
Mah. Meno bene è andata a artisti come Sarah McLachlan e Bryan Adams che, nella stessa venue, hanno raccolto rispettivamente 22 e 10 check in a serata. Prince è il re del box office del check in: ben 178 – ma per uno show al Madison Square Garden, la cui capienza si aggira intorno ai 20.000 posti. Il dato complessivo newyorkese di gennaio è rappresentato in un grafico riportato di seguito che disegna una tipica ‘long tail’. Se ne possono trarre poche indicazioni fondamentali e qualche illazione.

music longtail
I numeri sono bassi. All’alba della loro storia, Foursquare e gli altri LBS sono ancora un servizio per pionieri e sperimentatori e l’adozione mainstream è molto più distante di quanto seimilioniemezzo di utenti registrati lascerebbero immaginare.
I numeri dipendono sempre dalla penetrazione del servizio e dall’incentivo a usarlo. 6,5 milioni di utenti indurrebbero ad attendersi cifre ben più elevate in un contesto avanzato (musica contemporanea nella capitale del mondo). Ma se così non è, allora o l’iscrizione al servizio non si traduce facilmente in una conversione al suo utilizzo (in maniera simile a quanto accade per i fan su Facebook, il cui numero non è minimamente garanzia di fidelizzazione e/o di click) oppure poca gente è disposta a comunicare la propria posizione ad un concerto. Forse lo farebbe a patto di migliori condizioni di ingaggio, se ci fossero incentivi in campo.
E’ materia perfetta per i cultori e gli operatori del D2F (Direct to Fans).
Billboard, Bryan Adams, D2F, Decemberists, Facebook Places, Foursquare, LBS, Location Based Services, Mark Cuban, mobile, MobileMe, New York, Prince, Sarah McLachlan, Superglued
14 Ffebbraio, 2011 in Giornalismo musicale, industria musicale da Giampiero Di Carlo
E’ stata una settimana a due velocità quella che si è chiusa ieri per la musica digitale. Ad alta velocità oltre oceano e con scossoni forti da noi. Partiamo da qui.
Come previsto ha debuttato il servizio Cubo Musica di Telecom, che va salutato almeno con ottimismo perchè crea un’alternativa alla asfittica scena dei distributori digitali di successo sul mercato italiano e perchè – dopo Fastweb con Dada – coinvolge nella partita gli ISP. Speriamo che al termine del periodo sperimentale non tocchi assistere alla trita discussione sui costi e sui margini del catalogo e al consueto scambio di accuse tra carrier e discografici: è proprio sulla questione del licensing che si gioca l’evoluzione del modello di business dell’industria musicale. Dada, invece, per le dolenti note. In primis perchè le dimissioni di Paolo Barberis la lasciano priva di un fondatore che, tra alterne fortune e periodi, ha saputo elevarla al rango di una internet company di livello, fino all’abbraccio fatale con RCS. In secondo luogo perchè la trattativa con Buongiorno e lo ’spezzatino’ preventivo che pare preludere alla cessione definitiva da parte di RCS (che ne detiene la maggioranza) è da imputarsi soprattutto alle difficoltà incontrate con la musica: Play.me è stata finora un salasso e ha dimostrato come un’ottima applicazione non è sufficiente a garantire la scalabilità internazionale che è ineluttabile per competere nella distribuzione musicale.
Negli Stati Uniti, come è ovvio, sono avanti. Cloud e IPO non sono semplici concetti, bensì dati di fatto. Sette giorni molto effervescenti quelli appena trascorsi, nei quali tra l’altro:
- Soundcloud ha superato i 3 milioni di utenti
- Slacker ha raccolto altri 3 milioni di dollari
- Pandora ha avviato le procedure per quotarsi al Nasdaq.
Insomma, laggiù il venture capital crede nella capacità di monetizzare in modi alternativi e creativi una scena in cui la musica è inestricabilmente legata al social networking ed è legalmente ubiqua per utenti che possano accedervi da più piattaforme e strumenti. Questa è la vera buona notizia.
Cubo Musica, Dada, Fastweb, IPO, music cloud, Pandora, Paolo Barberis, Slacker, Soundcloud, Telecom
14 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ stata una settimana a due velocità quella che si è chiusa ieri per la musica digitale. Ad alta velocità oltre oceano e con scossoni forti da noi. Partiamo da qui.
Come previsto ha debuttato il servizio Cubo Musica di Telecom, che va salutato almeno con ottimismo perchè crea un’alternativa alla asfittica scena dei distributori digitali di successo sul mercato italiano e perchè – dopo Fastweb con Dada – coinvolge nella partita gli ISP. Speriamo che al termine del periodo sperimentale non tocchi assistere alla trita discussione sui costi e sui margini del catalogo e al consueto scambio di accuse tra carrier e discografici: è proprio sulla questione del licensing che si gioca l’evoluzione del modello di business dell’industria musicale. Dada, invece, per le dolenti note. In primis perchè le dimissioni di Paolo Barberis la lasciano priva di un fondatore che, tra alterne fortune e periodi, ha saputo elevarla al rango di una internet company di livello, fino all’abbraccio fatale con RCS. In secondo luogo perchè la trattativa con Buongiorno e lo ’spezzatino’ preventivo che pare preludere alla cessione definitiva da parte di RCS (che ne detiene la maggioranza) è da imputarsi soprattutto alle difficoltà incontrate con la musica: Play.me è stata finora un salasso e ha dimostrato come un’ottima applicazione non è sufficiente a garantire la scalabilità internazionale che è ineluttabile per competere nella distribuzione musicale.
Negli Stati Uniti, come è ovvio, sono avanti. Cloud e IPO non sono semplici concetti, bensì dati di fatto. Sette giorni molto effervescenti quelli appena trascorsi, nei quali tra l’altro:
- Soundcloud ha superato i 3 milioni di utenti
- Slacker ha raccolto altri 3 milioni di dollari
- Pandora ha avviato le procedure per quotarsi al Nasdaq.
Insomma, laggiù il venture capital crede nella capacità di monetizzare in modi alternativi e creativi una scena in cui la musica è inestricabilmente legata al social networking ed è legalmente ubiqua per utenti che possano accedervi da più piattaforme e strumenti. Questa è la vera buona notizia.
Cubo Musica, dada, Fastweb, IPO, music cloud, Pandora, Paolo Barberis, Slacker, Soundcloud, Telecom
7 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Uno show nello show nello show.
Appaltato da anni alla musica, l’intervallo del Superbowl della scorsa notte è stato appannaggio dei Black Eyed Peas: scenografia, genio e talento condensati in meno di un quarto d’ora, massima espressione di quello che definisco il miglior corporate pop della storia. Will.I.Am. non conosce le regole: al contrario, ha riscritto le regole della musica 2.0, quella ai tempi della crisi dell’industria del disco nel periodo di maggiore fulgore, penetrazione e fruibilità della musica stessa. Il leader dei B.E.P. sa come coniugare con grazia e credibilità la sua arte e la comunicazione, la sua ricerca e la promozione, la sperimentazione e il mainstream, il vintage e la pubblicità. Le accuse di mercificazione del suo prodotto non possono sfiorarlo perchè lo crea direttamente in un contesto commerciale, ed è straordinariamente onesto e trasparente in questo senso. Più che le ospitate di Usher e Slash (fantastico assolo), mi ha affascinato lo spot-cartoon dei Black Eyed Peas per la Bridgestone, un misto di gusto-Simpsons e sincronizzazione che sfruttava al meglio l’attesa per il mini-concerto.
E mi è piaciuto ancora di più Eminem, punta di diamante di un ‘commercial’ della Chrysler scritto per vincere premi. La rivendicazione delle radici d’acciaio della Motor City nella capacità di fare immagine e tendenza negli Stati Uniti del 2011, Detroit come matrice della moda usurpata da New York e Las Vegas; e intanto, sulle note di “Lose yourself”, Slim Shady scende dall’auto cromata e si congiunge a un coro gospel della sua città. Il rap bianco tutt’uno con lo spiritual su cui Barry Gordy rimodellò il soul e costruì la Motown, la colonna sonora ‘cross-race’ degli anni Sessanta americani. “Siamo di Detroit, e questo è ciò che facciamo”.
Black Eyed Peas, Bridgestone, Chrysler, eminem, Superbowl
7 Ffebbraio, 2011 in Nuova musica, Videoclip, YouTube da Giampiero Di Carlo
Uno show nello show nello show.
Appaltato da anni alla musica, l’intervallo del Superbowl della scorsa notte è stato appannaggio dei Black Eyed Peas: scenografia, genio e talento condensati in meno di un quarto d’ora, massima espressione di quello che definisco il miglior corporate pop della storia. Will.I.Am. non conosce le regole: al contrario, ha riscritto le regole della musica 2.0, quella ai tempi della crisi dell’industria del disco nel periodo di maggiore fulgore, penetrazione e fruibilità della musica stessa. Il leader dei B.E.P. sa come coniugare con grazia e credibilità la sua arte e la comunicazione, la sua ricerca e la promozione, la sperimentazione e il mainstream, il vintage e la pubblicità. Le accuse di mercificazione del suo prodotto non possono sfiorarlo perchè lo crea direttamente in un contesto commerciale, ed è straordinariamente onesto e trasparente in questo senso. Più che le ospitate di Usher e Slash (fantastico assolo), mi ha affascinato lo spot-cartoon dei Black Eyed Peas per la Bridgestone, un misto di gusto-Simpsons e sincronizzazione che sfruttava al meglio l’attesa per il mini-concerto.
E mi è piaciuto ancora di più Eminem, punta di diamante di un ‘commercial’ della Chrysler scritto per vincere premi. La rivendicazione delle radici d’acciaio della Motor City nella capacità di fare immagine e tendenza negli Stati Uniti del 2011, Detroit come matrice della moda usurpata da New York e Las Vegas; e intanto, sulle note di “Lose yourself”, Slim Shady scende dall’auto cromata e si congiunge a un coro gospel della sua città. Il rap bianco tutt’uno con lo spiritual su cui Barry Gordy rimodellò il soul e costruì la Motown, la colonna sonora ‘cross-race’ degli anni Sessanta americani. “Siamo di Detroit, e questo è ciò che facciamo”.
Black Eyed Peas, Bridgestone, Chrysler, Eminem, Superbowl
31 Ggennaio, 2011 in Interviste, Televisione Musicale, YouTube da Giampiero Di Carlo
Due premesse.
1. Non credo che la musica digitale possa avere efficacia senza una componente ’social’ che sia veramente integrata nella strategia di prodotto e di comunicazione. Finora ci si è abbondantemente beati del numero di amicizie e dei ‘mi piace’, fingendo di ignorare che non esiste correlazione alcuna tra la popolarità di un artista e/o di un evento e l’effettivo livello di interazione che sarà poi capace di generare; ancora minore è la correlazione tra la popolarità di un artista e le sue vendite.
2. Se si accetta la suddetta realtà, se si accetta l’engagement che deriva dal mettersi in gioco sulle piattaforme social (e l’engagement non è nè positivo nè negativo, sia chiaro: è interazione sulla cui qualità è necessario lavorare), allora si accetta implicitamente di cedere parte del controllo del progetto. A chi? Alla ‘folla’, o alla comunità.

Social Distortion
Mi pare che i Social Distortion e la Epitaph (la loro etichetta discografica) abbiano abbracciato queste premesse e si siano lanciati in un’iniziativa che merita di essere segnalata sia perchè è una sperimentazione sfiziosa sotto il profilo del marketing, sia perchè è comunque ispirata a criteri artistici e, quindi, sancisce l’integrità e il senso di priorità di chi l’ha lanciata. La band – in collaborazione con VoxBloc sulla promozione e con SoundCloud per la piattaforma tecnologica – ha lanciato una campagna promozionale per il nuovo album “Hard times and nursery rhymes” che integra download e streaming sul piano della fruizione per il consumatore, retail fisico e digitale grazie alla partnership con Amazon e un piano di viral marketing teso alla diffusione dell’intero contenuto dell’album.
Funziona così: ogni 100.000 stream dell’album, il prezzo del download dello stesso su Amazon cala di un dollaro, fino al tetto di 7,99 dollari.
Ai fan il controllo del prezzo dell’album. Il prezzo dell’album è funzione degli stream. Gli stream sono funzione della viralizzazione. La viralizzazione dello stream genera comunque ricavi (royalties) e un incremento di popolarità della band. E i Social Distortion riescono a far ascoltare l’intera opera invece di rodersi nella difficoltà di far scaricare un intero disco quando i più giovani consumatori difficilmente andrebbero oltre il download del singolo.
(btw: prevendite digitali: +500%)
Amazon, Epitaph, Hard times and nursery rhymes, Social Distortion, Soundcloud, streaming, VoxBloc
31 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Due premesse.
1. Non credo che la musica digitale possa avere efficacia senza una componente ’social’ che sia veramente integrata nella strategia di prodotto e di comunicazione. Finora ci si è abbondantemente beati del numero di amicizie e dei ‘mi piace’, fingendo di ignorare che non esiste correlazione alcuna tra la popolarità di un artista e/o di un evento e l’effettivo livello di interazione che sarà poi capace di generare; ancora minore è la correlazione tra la popolarità di un artista e le sue vendite.
2. Se si accetta la suddetta realtà, se si accetta l’engagement che deriva dal mettersi in gioco sulle piattaforme social (e l’engagement non è nè positivo nè negativo, sia chiaro: è interazione sulla cui qualità è necessario lavorare), allora si accetta implicitamente di cedere parte del controllo del progetto. A chi? Alla ‘folla’, o alla comunità.

Social Distortion
Mi pare che i Social Distortion e la Epitaph (la loro etichetta discografica) abbiano abbracciato queste premesse e si siano lanciati in un’iniziativa che merita di essere segnalata sia perchè è una sperimentazione sfiziosa sotto il profilo del marketing, sia perchè è comunque ispirata a criteri artistici e, quindi, sancisce l’integrità e il senso di priorità di chi l’ha lanciata. La band – in collaborazione con VoxBloc sulla promozione e con SoundCloud per la piattaforma tecnologica – ha lanciato una campagna promozionale per il nuovo album “Hard times and nursery rhymes” che integra download e streaming sul piano della fruizione per il consumatore, retail fisico e digitale grazie alla partnership con Amazon e un piano di viral marketing teso alla diffusione dell’intero contenuto dell’album.
Funziona così: ogni 100.000 stream dell’album, il prezzo del download dello stesso su Amazon cala di un dollaro, fino al tetto di 7,99 dollari.
Ai fan il controllo del prezzo dell’album. Il prezzo dell’album è funzione degli stream. Gli stream sono funzione della viralizzazione. La viralizzazione dello stream genera comunque ricavi (royalties) e un incremento di popolarità della band. E i Social Distortion riescono a far ascoltare l’intera opera invece di rodersi nella difficoltà di far scaricare un intero disco quando i più giovani consumatori difficilmente andrebbero oltre il download del singolo.
(btw: prevendite digitali: +500%)
amazon, Epitaph, Hard times and nursery rhymes, Social Distortion, Soundcloud, streaming, VoxBloc
20 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Ci siamo molto divertiti con l’iniziativa “Dieci!”.
E’ stato utile coinvolgere in prima istanza tanti media e colleghi nel censimento di cosa e come è successo in un decennio di musica. E’ stato bello, poi, constatare l’output: punti di vista, scelte, ricordi talmente eterogenei da aiutarci ad essere il più possibile esaustivi e laici. Ed è stato fantastico, infine, notare come l’iniziativa abbia coinvolto i nostri lettori e anche molti ‘passanti’, agganciati online dal processo di viralizzazione spontanea: superati i 100.000 voti.
Abbiamo concepito “Dieci!” come un servizio editoriale interattivo, mai ci ha sfiorato l’idea di attribuirgli chissà quale valore scientifico. Eppure qualche mal di pancia lo abbiamo causato ed è comprensibile che, come ideatori e organizzatori dell’iniziativa, ne sopportassimo le conseguenze. Diversi addetti ai lavori si sono lamentati di questo e di quello con Rockol, anche se “Dieci!” prima si è sviluppato sulla base di 3 diversi panel nei quali il nostro peso era volutamente risibile e poi ha lasciato che a decretare i risultati fossero i lettori.

Omar Pedrini
E qualche mal di pancia lo abbiamo sofferto: i primi classificati in alcune categorie ‘negative’ hanno avuto il sapore della nemesi per alcuni di noi, che frequentano questi lidi da tanti anni e hanno, quindi, relazioni umane oltre che professionali con alcuni artisti.
Omar Pedrini è risultato la più grande delusione del decennio passato. E ha reagito così.
Applausi per Omar. La classe non è acqua.
20 Ggennaio, 2011 in Televisione Musicale, YouTube, concerti da Giampiero Di Carlo
Ci siamo molto divertiti con l’iniziativa “Dieci!”.
E’ stato utile coinvolgere in prima istanza tanti media e colleghi nel censimento di cosa e come è successo in un decennio di musica. E’ stato bello, poi, constatare l’output: punti di vista, scelte, ricordi talmente eterogenei da aiutarci ad essere il più possibile esaustivi e laici. Ed è stato fantastico, infine, notare come l’iniziativa abbia coinvolto i nostri lettori e anche molti ‘passanti’, agganciati online dal processo di viralizzazione spontanea: superati i 100.000 voti.
Abbiamo concepito “Dieci!” come un servizio editoriale interattivo, mai ci ha sfiorato l’idea di attribuirgli chissà quale valore scientifico. Eppure qualche mal di pancia lo abbiamo causato ed è comprensibile che, come ideatori e organizzatori dell’iniziativa, ne sopportassimo le conseguenze. Diversi addetti ai lavori si sono lamentati di questo e di quello con Rockol, anche se “Dieci!” prima si è sviluppato sulla base di 3 diversi panel nei quali il nostro peso era volutamente risibile e poi ha lasciato che a decretare i risultati fossero i lettori.

Omar Pedrini
E qualche mal di pancia lo abbiamo sofferto: i primi classificati in alcune categorie ‘negative’ hanno avuto il sapore della nemesi per alcuni di noi, che frequentano questi lidi da tanti anni e hanno, quindi, relazioni umane oltre che professionali con alcuni artisti.
Omar Pedrini è risultato la più grande delusione del decennio passato. E ha reagito così.
Applausi per Omar. La classe non è acqua.
29 Novembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
No, allora non vengo. Che dici vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate “Michele vieni di là con noi, dai” ed io “andate, andate, vi raggiungo dopo”. Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.
Così Michele in “Ecce Bombo”, 1978. E così, il 30 novembre 2011, anche Alicia Keys e un manipolo di altre superstar – che cubano alcune decine di follower su Twitter, tra le altre cose. Hanno deciso che domani “non vengono”, uniti in un’iniziativa di marketing digitale che si basa sull’assenza anziché sul presenzialismo. “Digital Life Sacrifice” è un evento, lanciato negli Stati Uniti da cotanta campagna esplicita, a sostegno della Giornata Mondiale sull’AIDS, che chiede agli utenti di far tornare visibili i propri idoli: succederà quando il target di donazioni (anche a mezzo di twit) sarà raggiunto. Prima no.
Dopo l’interruption marketing e il permission marketing, il call me back marketing.
AIDS, Alicia Keys, Digital Life Sacrifice, permission marketing, twitter
16 Novembre, 2010 in industria musicale da Giampiero Di Carlo

"Domani" è solo un altro giorno indimenticabile per Apple.
Mancano solo poche ore, l’appuntamento è stato fissato per le 18 italiane di oggi, 16 novembre, ma non è certo che riguardi anche l’Italia. Appuntamento fissato ieri negli Stati Uniti con un’inserzione pubblicitaria delle sue, qui riprodotta e uscita ieri, che recita: ”Domani è solo un altro giorno. Che non dimenticherai mai”. Siamo tutti presi all’amo, sbizzarriamoci con le ipotesi:
- Apple annuncerà il nuovo servizio di streaming per iTunes, la mossa post-Lala;
- Apple parlerà dell’altra Apple e lancerà il catalogo dei Beatles interamente digitalizzato;
- no, iTunes si limiterà a lanciare i ’samples’, streaming da 30″?-60″?-90″? dei brani in vendita sul proprio store;
- macchè, è il turno dell’integrazione tra Ping e Facebook (oppure, se si preferisce, tra oltre 500 milioni di utenti e circa 200 milioni di clienti);
- e se si trattasse solo del debutto del nuovo sistema operativo, iOS 4.2…?
- sbagliato: Steve Jobs vuole parlare di nuove apps per la Apple TV.
Chi indovina non vince nulla. Per il 2010, continua a vincere Apple.
Apple iTunes Steve Jobs, Apple TV, apps, iOS 4.2, Ping
16 Novembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

"Domani" è solo un altro giorno indimenticabile per Apple.
Mancano solo poche ore, l’appuntamento è stato fissato per le 18 italiane di oggi, 16 novembre, ma non è certo che riguardi anche l’Italia. Appuntamento fissato ieri negli Stati Uniti con un’inserzione pubblicitaria delle sue, qui riprodotta e uscita ieri, che recita: ”Domani è solo un altro giorno. Che non dimenticherai mai”. Siamo tutti presi all’amo, sbizzarriamoci con le ipotesi:
- Apple annuncerà il nuovo servizio di streaming per iTunes, la mossa post-Lala;
- Apple parlerà dell’altra Apple e lancerà il catalogo dei Beatles interamente digitalizzato;
- no, iTunes si limiterà a lanciare i ’samples’, streaming da 30″?-60″?-90″? dei brani in vendita sul proprio store;
- macchè, è il turno dell’integrazione tra Ping e Facebook (oppure, se si preferisce, tra oltre 500 milioni di utenti e circa 200 milioni di clienti);
- e se si trattasse solo del debutto del nuovo sistema operativo, iOS 4.2…?
- sbagliato: Steve Jobs vuole parlare di nuove apps per la Apple TV.
Chi indovina non vince nulla. Per il 2010, continua a vincere Apple.
Apple iTunes Steve Jobs, Apple TV, apps, iOS 4.2, Ping
27 Ottobre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Problema: come aggiustare il giocattolo rotto? L’equazione non è stata risolta.
Però è bene impostata, ispirata da quei fattori di cambiamento che si sono dimostrati consistenti dopo un quindicennio di internet commerciale: tutte le conseguenze della diffusione capillare della tecnologia digitale.
I file sono commodities, si consumano (e riconsumano) e alla musica si accede. Questo è vero per chiunque sia nato dall’85 in poi, ed è addirittura l’unica realtà concepibile per chi sia nato appena 5 anni più tardi. Una generazione si è accostata alla musica solo attraverso il web, quella piattaforma che ha trovato pochissime eccezioni verticali a una consuetudine di fruizione gratuita per l’utente e remunerata dalla raccolta pubblicitaria per il titolare del contenuto e/o per l’editore.
Nei primi quindici anni di internet, i soldi veri li hanno fatti telco e carrier, diventati i distributori reali della musica, delle informazioni e dei film: i consumatori, più o meno consapevoli, si sono abituati a pagare l’accesso alla banda larga e a fruire gratuitamente tutto quanto disponibile online.
Dato che si possiede sempre meno proprio perché si accede comodamente, abbiamo due facce della stessa medaglia: la musica non è mai stata così popolare e viva, mentre l’industria che la produce non è mai stata così in difficoltà. Una pacchia per il consumatore (se si trascura che risparmia da un lato per spendere in connettività dall’altro), una tragedia per artisti e discografia. L’accesso alla musica ha sterilizzato la cash-cow che era il CD e il download non si è dimostrato un succedaneo efficace: pur a fronte di volumi di vendita importanti, il valore è lontano dal compensare la perdita di introiti derivanti dal modello di business tradizionale. Questo è accaduto e continuerà ad accadere soprattutto perché il ‘pay per’ è, nella musica digitale, la forzata trasposizione di un modello applicato ad un prodotto fisico che si finiva però col detenere; ben altro è un file replicabile, la cui copia non è un oggetto ma è percepito come un battito di ciglia, come una notizia o un’immagine procurata in 3 secondi con un taglia e incolla. La pirateria ha causato danni incontrovertibili, ma sopravvalutati e strumentalizzati soprattutto dal ’97 al 2002 (mp3.com, Napster etc.): la pratica dello sharing, che comporta rinunciare alla qualità e un certo sbattimento, era appannaggio di giovanissimi, i meno spendenti in ogni caso. Prova ne sia che oggi il P2P è in forte decremento, sostituito dalla pratica dello streaming on demand: YouTube in primis, Vevo in secundis, Spotify speriamo bene, e così via.
La graduale affermazione della music cloud, che altro non è che la declinazione nella musica di una realtà che investe l’intera industria dell’IT e che comporta il trasferimento dello storage dei propri dati dal PC a server esterni cui accedere da ovunque in tempo reale con qualsiasi device, guida il riposizionamento del modello di business dell’industria della musica registrata: meno ‘pay per’, più ‘subscription’. E se Apple acquisisce Lala, più che di fronte a un indizio siamo davanti a una prova.
La ‘subscription’ – un abbonamento per l’accesso a un menù di servizi e opzioni per l’ascolto e la fruizione della musica da casa, dall’ufficio, dall’auto, in mobilità – assimila le nuove fonti di ricavo a qualcosa che l’industria musicale conosce da tempo immemore: il collecting. Che il consumatore ascolti la musica dal suo smart phone o guardando video online, a fronte di cataloghi regolarmente licenziati dagli aventi diritto agli editori, ecco che si attiva un flusso di introiti che l’editore dovrà ridistribuire a valle, retrocedendo le percentuali pattuite. In assenza di download, non c’è transazione ma servizio. Lo streaming, di nuovo, è straordinariamente assimilabile a qualcosa che l’industria conosce da tempo: la radio.
Ma se qualcosa stride nella catena del valore della musica, soprattutto in Italia con la SIAE commissariata per anni e oggi con il muro contro muro tra discografia e network radiofonici, è proprio il collecting. Si sprecano, sia tra addetti ai lavori sia sui media, gli aneddoti e le tragiche case study di percentuali mai pervenute nelle tasche delle band e degli artisti che formano la coda lunga della musica. Perché il processo di tracking è cosa tecnologicamente ovvia (chi eroga cosa, chi accede a cosa, quando e quanto spesso: una tracciabilità banale, report possibili in tempo reale). L’imbuto è a valle, quando il gatekeeper deve ripartire a tanti, magari sopportando numerosissime microtransazioni (o magari, volendovi rinunciare, temporeggiando ad libitum fino a che le transazioni cessino di essere micro e un piccolo artista riesca a cubare un assegno che valga il tempo speso dall’impiegato per compilarlo).
Questo flusso di ricavi da musica consumata e acceduta è di duplice natura: deriva da quote di abbonamento e da introiti pubblicitari. Le prime tipiche dell’ambiente digitale e online; i secondi anche dell’ambiente analogico (v. radio). Per il video, relativamente alle best practice online, il CPM (Costo per Migliaia di banner) non è mai stato così elevato, il che è una grande notizia per la musica. Ma servono numeri pantagruelici per avere senso e la realizzazione di ricavi significativi per gli artisti è cosa lenta (essi preferiscono il download, che ha segnato il passo nel 2010, perché maturano 15-20 centesimi a brano, niente male). Su Internet, peraltro, Google ha reso straordinariamente diffuso il Cost per Click (una manna per l’inserzionista, una potenziale tagliola per l’editore), il che acuisce le difficoltà pratiche di far collimare le aspettative della discografia rispetto alla pubblicità con una realtà che, lato loro, è solo in rodaggio.
Gli artisti, dove e quando possono, sbarcano il lunario suonando dal vivo. In dieci anni il fatturato mondiale da vendita di biglietti si è triplicato. In Italia, stando ai risultati cui la ricerca annuale IULM è addivenuta, il ‘live’ valeva nel 2009 il doppio della musica registrata (700 milioni contro 300 e rotti). Un dato macro che celava un’indicazione micro: maggiori ricavi, sì, ma meno biglietti venduti. Insomma, coperta corta. E un segnale che la fusione tra i comparti della discografia e della ‘live promotion’ ha portato sinergie limitate.
Tornando all’equazione di cui si diceva all’inizio, questa indica sommariamente che, al posto dei ricavi da CD e supporti, l’industria della musica registrata dovrebbe guadagnare in cinque modi complementari:
1. licenziando il proprio catalogo in forma B2B (sincronizzazioni, sponsorship, colonne sonore, gaming, TV etc.);
2. licenziando il proprio catalogo in forma B2C (subscription e advertising);
3. occupandosi di creative operazioni di re-packaging di nicchia, con l’emissione e la vendita di prodotti speciali fisici ad alto fatturato pur a fronte di contenuti numeri di fans hard-core;
4. incorporando altre franchigie e diversificando (ad esempio, con l’acquisizione di promoter);
5. organizzando eventi in cui i propri brand (ovvero: gli artisti) siano centrali.
Cosa sta andando storto?
In effetti, solo il punto 2. E’ qualcosa che richiede tempo, che oggi è il bene più scarso per major strozzate dalle trimestrali. Ma resta il punto cruciale perché è quello che rivoluziona il sistema.
E’ dunque questo l’anello debole della nuova filiera della musica? Credo di no: un modello misto e bene assortito è buono per definizione e migliore di uno con una unica fonte di ricavi. No, il problema non è il modello ma gli ostacoli che ancora ne ritardano un’attuazione fluida.
Tra varie e comprensibili farragini tecniche e normative di un settore nella sua infanzia (internet e dintorni), sbloccare i nuovi flussi di ricavi è il tema centrale. Soprattutto se altrove quei potenziali ricavi sono presenti e goduti. Dove? Nella grande D del nuovo marketing mix della musica – la Distribuzione che fingiamo sia stata cannibalizzata dal digitale.
Oggi farsi pagare dai network radiofonici dopo decenni di anarchia è cosa tosta, ma la verità taciuta e che essi ormai non solo non promuovono più le vendite della discografia ma ne sono diventati un concorrente nella monetizzazione dello streaming. E mentre la discografia e le radio sono in causa e la guerriglia impazza, il vero grande distributore (quello che detiene la banda larga su reti fisse e mobili) conta il grano.
advertising, collecting, file sharing, music cloud, radio, SIAE, Spotify, subscription, Vevo
8 Ottobre, 2010 in Nuova musica, Uncategorized, concerti da Giampiero Di Carlo
Cifre, pensieri, dati e raffronti in libertà…
- Gli artisti che eseguono più cover, in una top 10 tratta da SecondhandSongs:
1. Johnny Mathis
2. Frank Sinatra
3. Elvis Presley
4. Ella Fitzgerald
5. Cliff Richard
6. Johnny Cash
7. Willie Nelson
8. Tony Bennett
9. Jerry Lee Lewis
10. Nancy Wilson
- Cresce più l’industria musicale o il colesterolo?
Secondo l’IFPI, la prima valeva nel 2009 circa 4,6 miliardi di dollari negli U.S.A.
Secondo la Pfizer, il secondo nello stesso hanno le ha generato vendite del farmaco Lipitor per 5,4 miliardi di dollari.
- Un terzo di tutti i download a pagamento è generato da soli 50 brani: lo dice BigChampagne analizzando Nielsen Soundscan, in base alla cui graduatoria (Digital Tracks Current Chart) al 27 giugno 2010 le prime 50 canzoni in classifica erano state scaricate 69.608.330 milioni di volte, su un totale di download pari a 231.863.000.
- Nel 2015 il 50% delle inserzioni pubblicitarie online incorporerà contenuti video, il mobile diventerà lo schermo principale per la pubblicità interattiva, il 75% dei banner sarà dotato di funzioni social e il comparto del display advertising varrà 50 miliardi di dollari (cifre dichiarate alla MIXX Conference di New York da Neal Mohan e da Barry Salzman di Google).
Amen.
BigChampagne, cover, Ella Fitzgerald, Elvis Presley, Frank Sinatra, IFPI; Pfizer, Lipitor, MIXX, Nielsen, online advertising
8 Ottobre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Cifre, pensieri, dati e raffronti in libertà…
- Gli artisti che eseguono più cover, in una top 10 tratta da SecondhandSongs:
1. Johnny Mathis
2. Frank Sinatra
3. Elvis Presley
4. Ella Fitzgerald
5. Cliff Richard
6. Johnny Cash
7. Willie Nelson
8. Tony Bennett
9. Jerry Lee Lewis
10. Nancy Wilson
- Cresce più l’industria musicale o il colesterolo?
Secondo l’IFPI, la prima valeva nel 2009 circa 4,6 miliardi di dollari negli U.S.A.
Secondo la Pfizer, il secondo nello stesso hanno le ha generato vendite del farmaco Lipitor per 5,4 miliardi di dollari.
- Un terzo di tutti i download a pagamento è generato da soli 50 brani: lo dice BigChampagne analizzando Nielsen Soundscan, in base alla cui graduatoria (Digital Tracks Current Chart) al 27 giugno 2010 le prime 50 canzoni in classifica erano state scaricate 69.608.330 milioni di volte, su un totale di download pari a 231.863.000.
- Nel 2015 il 50% delle inserzioni pubblicitarie online incorporerà contenuti video, il mobile diventerà lo schermo principale per la pubblicità interattiva, il 75% dei banner sarà dotato di funzioni social e il comparto del display advertising varrà 50 miliardi di dollari (cifre dichiarate alla MIXX Conference di New York da Neal Mohan e da Barry Salzman di Google).
Amen.
BigChampagne, cover, Ella Fitzgerald, Elvis Presley, Frank Sinatra, IFPI; Pfizer, Lipitor, MIXX, Nielsen, online advertising
2 Ottobre, 2010 in concerti da Giampiero Di Carlo
Mulve, un software emerso la scorsa settimana che permette di localizzare e scaricare gratuitamente brani musicali facendosi beffa di qualsiasi normativa sulla protezione del copyright, non è tecnicamente considerabile l’erede più feroce di Napster. Emotivamente sì, considerata l’inquietudine nella quale ha gettato l’industria discografica, RIAA in testa. Ma tecnicamente no perché il P2P, stavolta, non c’entra affatto. Mulve funziona invece per mezzo di un file eseguibile di 2MB di peso che, scaricato dall’utente, agisce ‘in sottofondo’ sul suo PC. L’interfaccia del software offre una stringa di ricerca che, compilata, restituisce una lista di risultati, basati sul nome dell’artista o sul titolo della canzone inseriti. Cliccando su uno dei risultati, si attiva il download gratuito ed immediato del brano scelto. Il download avviene da server non identificati ma, soprattutto, da parte di utenti non identificati, in quanto non registrati e non tracciabili (infatti, per l’appunto, la piattaforma non poggia sul peer to peer).
La settimana appena trascorsa ha visto Mulve sulle montagne russe, russe come quella che si sospetta possa essere la localizzazione geografica dei server. Non appena diffusasi la notizia della sua esistenza, Mulve è prima collassato sotto il peso delle infinite richieste dell’utenza, per poi risorgere, per poi ricadere un’altra volta – però, in questa occasione, soccombendo sotto il peso della legge. La Recording Industry Association of America ha infatti immediatamente azionato le sue potenti leve, come confermato dal portavoce dell’associazione Jonathan Lamy: “Siamo a conoscenza del software Mulve ed abbiamo intrapreso iniziative per proteggere i diritti dei nostri membri”. Un portavoce di Mulve ha poi chiosato: hanno chiesto un ordine di sospensione del servizio invocando la violazione DMCA (Digital Millenium Copyright Act). Poi però, mulve.com ha ripreso a funzionare. TorrentFreak ha diffuso un’autodescrizione dei creatori del servizio, qui in originale:
Originating from computer adept backgrounds, two guys, both musicians, met one day. After a drink, it was final, they decided to start developing a program like no other, something that would allow people to find a tune they wanted, no slower than a click of a button. Mulve, is just that program. After years of development we wanted to bring you something that you would enjoy loading up, something that was not for personal gain or for money. Something that could run flawlessly without so much as a momentary hiccup. Something that would prove to be a monumental breakthrough in terms of music discovery…Without giving too much away, I can tell you that we are obviously not a P2P client and in fact we don’t search open FTPs. Instead we directly connect to a few other servers overseas which store the music. Unfortunately, I cannot reveal which these are.
In buona sostanza, bloggisti e tecnocrati in rete hanno constatato – negli intervalli attivi del servizio – che la versione 1.09 di Mulve, quella in circolazione, offrirebbe una performance molto scadente, ma questo conta poco: la discografia, che anche volendo in questo caso non ha un target costituito da una coda lunga di utenti bricconi, orienta i suoi sforzi contro il servizio, la sua matrice e il suo funzionamento. La sua matrice conta perché, nel frattempo, ecco già spuntare il primo clone, comparso in rete a pochi giorni dalla nascita: si chiama pirateapp ed è un open source alla portata di chiunque (code.google.com/p/pirateapp). Chi l’avrà prodotto…?
DMCA, download, Mulve, P2P, pirateapp, RIAA, TorrentFreak
2 Ottobre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Mulve, un software emerso la scorsa settimana che permette di localizzare e scaricare gratuitamente brani musicali facendosi beffa di qualsiasi normativa sulla protezione del copyright, non è tecnicamente considerabile l’erede più feroce di Napster. Emotivamente sì, considerata l’inquietudine nella quale ha gettato l’industria discografica, RIAA in testa. Ma tecnicamente no perché il P2P, stavolta, non c’entra affatto. Mulve funziona invece per mezzo di un file eseguibile di 2MB di peso che, scaricato dall’utente, agisce ‘in sottofondo’ sul suo PC. L’interfaccia del software offre una stringa di ricerca che, compilata, restituisce una lista di risultati, basati sul nome dell’artista o sul titolo della canzone inseriti. Cliccando su uno dei risultati, si attiva il download gratuito ed immediato del brano scelto. Il download avviene da server non identificati ma, soprattutto, da parte di utenti non identificati, in quanto non registrati e non tracciabili (infatti, per l’appunto, la piattaforma non poggia sul peer to peer).
La settimana appena trascorsa ha visto Mulve sulle montagne russe, russe come quella che si sospetta possa essere la localizzazione geografica dei server. Non appena diffusasi la notizia della sua esistenza, Mulve è prima collassato sotto il peso delle infinite richieste dell’utenza, per poi risorgere, per poi ricadere un’altra volta – però, in questa occasione, soccombendo sotto il peso della legge. La Recording Industry Association of America ha infatti immediatamente azionato le sue potenti leve, come confermato dal portavoce dell’associazione Jonathan Lamy: “Siamo a conoscenza del software Mulve ed abbiamo intrapreso iniziative per proteggere i diritti dei nostri membri”. Un portavoce di Mulve ha poi chiosato: hanno chiesto un ordine di sospensione del servizio invocando la violazione DMCA (Digital Millenium Copyright Act). Poi però, mulve.com ha ripreso a funzionare. TorrentFreak ha diffuso un’autodescrizione dei creatori del servizio, qui in originale:
Originating from computer adept backgrounds, two guys, both musicians, met one day. After a drink, it was final, they decided to start developing a program like no other, something that would allow people to find a tune they wanted, no slower than a click of a button. Mulve, is just that program. After years of development we wanted to bring you something that you would enjoy loading up, something that was not for personal gain or for money. Something that could run flawlessly without so much as a momentary hiccup. Something that would prove to be a monumental breakthrough in terms of music discovery…Without giving too much away, I can tell you that we are obviously not a P2P client and in fact we don’t search open FTPs. Instead we directly connect to a few other servers overseas which store the music. Unfortunately, I cannot reveal which these are.
In buona sostanza, bloggisti e tecnocrati in rete hanno constatato – negli intervalli attivi del servizio – che la versione 1.09 di Mulve, quella in circolazione, offrirebbe una performance molto scadente, ma questo conta poco: la discografia, che anche volendo in questo caso non ha un target costituito da una coda lunga di utenti bricconi, orienta i suoi sforzi contro il servizio, la sua matrice e il suo funzionamento. La sua matrice conta perché, nel frattempo, ecco già spuntare il primo clone, comparso in rete a pochi giorni dalla nascita: si chiama pirateapp ed è un open source alla portata di chiunque (code.google.com/p/pirateapp). Chi l’avrà prodotto…?
DMCA, download, Mulve, P2P, pirateapp, RIAA, TorrentFreak
17 Settembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ latente a ogni latitudine: quella sensazione che RyanAir incuta terrore nel passeggero, una sensazione talvolta prevalente sul prezzo basso del biglietto. Decine di cavilli, postille, clausole. Regole originariamente di buon senso, poi degenerate in una pletora di veti. Alcuni insormontabili, altri sanabili con pagamenti extra. Niente check-in online? Paga pegno. Bagaglio troppo (?) pesante? Paga pegno. Documento diverso (anche se valido) da quello registrato all’atto dell’acquisto? Non parti. O trovate geniali, più o meno irrealizzabili: il taglio dei co-piloti, i posti solo in piedi, la toilette a bordo a pagamento.
Il pericolo, in termini di pubbliche relazioni, è decisamente il suo secondo mestiere da quando i social network sono l’altra faccia della comunicazione, quella che i brand non governano. Nemmeno un brand come RyanAir, che ha effettivamente democraticizzato i voli aerei e offerto orizzonti nuovi a intere legioni di passeggeri. Ed è curioso che questo post si trovi a proporre fianco a fianco due tag, ‘musica’ e ‘low cost’, che paiono scritti per richiamare la crisi dell’industria musicale e le ormai obbligatorie logiche di risparmio…
Succede che Francesca Rijks, dodicenne di Manchester di ritorno dalla Germania, si presenta al gate con il suo violino e, incurante delle rassicurazioni e garanzie preventive che la sua collega del servizio clienti aveva fornito ai genitori della giovane musicista della Chetham’s School of Music, l’addetta al gate di RyanAir le impedisce di portare a bordo il suo violino. Le viene richiesto un biglietto addizionale per lo strumento, che solitamente le altre compagnie accettano come bagaglio a mano, e Francesca resta in Germania.
Così nasce Musicians Against RyanAir, circa 14.000 membri in pochi giorni per un gruppo su Facebook che, peraltro, ha le potenzialità per attrarre molti simpatizzanti che con la musica non hanno a che fare ma che soffrono di angherie assimilabili. Un tema di facile viralizzazione, decisamente. La ISM (Incorporated Society of Musicians, associazione britannica) è scesa in campo per denunciare la vessazione dei musicisti e la loro discriminazione, che arriva a impedire loro di svolgere e far crescere la loro professione imponendo condizioni di viaggio non sostenibili per i più.
Main takeaways, se fosse un powerpoint: 1. continuare a tenere la guardia alta quando si viaggia low cost (e che sia veramente low, altrimenti lo sbattimento è fuori luogo); 2. la musica che non vedo e che non ascolto è tanta e soffre: non si estinguerà certamente a causa di RyanAir, ma vive una realtà lontana dai media; 3. Facebook pare piuttosto democratica: i musicisti ne escono con un messaggio assordante, quanto costerebbe arginarlo con una campagna (su Facebook, ovviamente…)?
Francesca Rijks, ISM Incorporated Society of Musicians, low cost, musica, Musicians Against Ryanair, Ryanair
17 Settembre, 2010 in Gadget, Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ latente a ogni latitudine: quella sensazione che RyanAir incuta terrore nel passeggero, una sensazione talvolta prevalente sul prezzo basso del biglietto. Decine di cavilli, postille, clausole. Regole originariamente di buon senso, poi degenerate in una pletora di veti. Alcuni insormontabili, altri sanabili con pagamenti extra. Niente check-in online? Paga pegno. Bagaglio troppo (?) pesante? Paga pegno. Documento diverso (anche se valido) da quello registrato all’atto dell’acquisto? Non parti. O trovate geniali, più o meno irrealizzabili: il taglio dei co-piloti, i posti solo in piedi, la toilette a bordo a pagamento.
Il pericolo, in termini di pubbliche relazioni, è decisamente il suo secondo mestiere da quando i social network sono l’altra faccia della comunicazione, quella che i brand non governano. Nemmeno un brand come RyanAir, che ha effettivamente democraticizzato i voli aerei e offerto orizzonti nuovi a intere legioni di passeggeri. Ed è curioso che questo post si trovi a proporre fianco a fianco due tag, ‘musica’ e ‘low cost’, che paiono scritti per richiamare la crisi dell’industria musicale e le ormai obbligatorie logiche di risparmio…
Succede che Francesca Rijks, dodicenne di Manchester di ritorno dalla Germania, si presenta al gate con il suo violino e, incurante delle rassicurazioni e garanzie preventive che la sua collega del servizio clienti aveva fornito ai genitori della giovane musicista della Chetham’s School of Music, l’addetta al gate di RyanAir le impedisce di portare a bordo il suo violino. Le viene richiesto un biglietto addizionale per lo strumento, che solitamente le altre compagnie accettano come bagaglio a mano, e Francesca resta in Germania.
Così nasce Musicians Against RyanAir, circa 14.000 membri in pochi giorni per un gruppo su Facebook che, peraltro, ha le potenzialità per attrarre molti simpatizzanti che con la musica non hanno a che fare ma che soffrono di angherie assimilabili. Un tema di facile viralizzazione, decisamente. La ISM (Incorporated Society of Musicians, associazione britannica) è scesa in campo per denunciare la vessazione dei musicisti e la loro discriminazione, che arriva a impedire loro di svolgere e far crescere la loro professione imponendo condizioni di viaggio non sostenibili per i più.
Main takeaways, se fosse un powerpoint: 1. continuare a tenere la guardia alta quando si viaggia low cost (e che sia veramente low, altrimenti lo sbattimento è fuori luogo); 2. la musica che non vedo e che non ascolto è tanta e soffre: non si estinguerà certamente a causa di RyanAir, ma vive una realtà lontana dai media; 3. Facebook pare piuttosto democratica: i musicisti ne escono con un messaggio assordante, quanto costerebbe arginarlo con una campagna (su Facebook, ovviamente…)?
Francesca Rijks, ISM Incorporated Society of Musicians, low cost, musica, Musicians Against Ryanair, Ryanair
10 Settembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

Bob Geldof
Bob-Geldof ha lanciato un fondo di private equity per raccogliere investimenti per 750 milioni di dollari da destinare all’Africa. Il fondo “8 Miles” ha fissato la prima ‘chiusura’ per la fine dell’anno, contando di avere raccolto entro il quarto trimestre 2010 oltre 150 milioni di ‘committed capital’. Per cominciare, la ADB (Africa Development Bank) ha approvato l’acquisizione di equity in “8 Miles” per 50 milioni di dollari, condividendo quindi l’approccio pan-africano del progetto, che conta di destinare risorse economiche a più settori e più aziende, con una ventina di investimenti complessivi tra i 15 e gli 80 milioni di ammontare cadauno. La International Finance Corporation, intanto, sta considerando a sua volta un investimento di 60 milioni di dollari.
Sir Bob Geldof ha concretizzato la sua iniziativa insieme a Mark Florman, veterano professionista del settore (senior advisor e chairman dello studio londinese Spayne Lindsay & Co.), al quale è delegata la guida operativa del fondo, anche in ragione della sua esperienza sul piano filantropico – é stato fondatore di Build a School in Africa nel 2002 e co-fondatore del Centre for Social Justice a Londra nel 2004.
Il portfolio del fondo includerà imprese che operano nelle materie prime, nei servizi finanziari e nelle infrastrutture: l’obiettivo per la ADB sarà l’incremento di reddito e posti di lavoro per ridurre la povertà e l’emergenza alimentare nel continente. I due soci richiedono “idee che possano rafforzare l’impatto del fondo per renderlo un modello per altre operazioni simili in futuro”. Geldof, il cui impegno nei confronti dell’africa risale al 1984 con l’organizzazione di Band Aid prima e di Live Aid (1985) poi, si è speso molto di recente per promuovere iniziative statali orientate al reperimento di finanziamenti sull’Africa. Il suo mantra: “La povertà può essere alleviata dagli aiuti, ma può essere eliminata solo attraverso commercio, investimenti e crescita. E sono commercio e investimenti che supporteranno il dinamismo e il senso di intrapresa delle persone dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale, offrendo loro i posti di lavoro, la dignità e le opportunità che meritano”.
8 come Live 8? No.
“8 miglia” è giusto la distanza fisica che separa la punta meridionale dell’Europa dall’Africa settentrionale.
Geldof, i cui interessi sono molteplici nel mondo della musica e dei media, ha fama di straordinario negoziatore con i potenti di tutto il mondo. Così come Bono, li ha incontrati tutti, chiedendo denaro e cancellazione del debito per la ‘sua’ Africa. Il suo turpiloquio, leggendario ed esilarante, fa da anni da contraltare al carisma suadente dell’amico che venticinque anni fa aveva convertito alla causa con un viaggio sconvolgente in Etiopia. Allo stesso modo in cui oggi il suo private equity pare differenziarsi da “Elevation Partners”, di cui Bono è stato co-fondatore nel 2005.
ADB, Africa, Africa Development Bank, Bob Geldof 8 Miles, Bono, Elevation Partners, Mark Florman, Private Equity
10 Settembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

Bob Geldof
Bob-Geldof ha lanciato un fondo di private equity per raccogliere investimenti per 750 milioni di dollari da destinare all’Africa. Il fondo “8 Miles” ha fissato la prima ‘chiusura’ per la fine dell’anno, contando di avere raccolto entro il quarto trimestre 2010 oltre 150 milioni di ‘committed capital’. Per cominciare, la ADB (Africa Development Bank) ha approvato l’acquisizione di equity in “8 Miles” per 50 milioni di dollari, condividendo quindi l’approccio pan-africano del progetto, che conta di destinare risorse economiche a più settori e più aziende, con una ventina di investimenti complessivi tra i 15 e gli 80 milioni di ammontare cadauno. La International Finance Corporation, intanto, sta considerando a sua volta un investimento di 60 milioni di dollari.
Sir Bob Geldof ha concretizzato la sua iniziativa insieme a Mark Florman, veterano professionista del settore (senior advisor e chairman dello studio londinese Spayne Lindsay & Co.), al quale è delegata la guida operativa del fondo, anche in ragione della sua esperienza sul piano filantropico – é stato fondatore di Build a School in Africa nel 2002 e co-fondatore del Centre for Social Justice a Londra nel 2004.
Il portfolio del fondo includerà imprese che operano nelle materie prime, nei servizi finanziari e nelle infrastrutture: l’obiettivo per la ADB sarà l’incremento di reddito e posti di lavoro per ridurre la povertà e l’emergenza alimentare nel continente. I due soci richiedono “idee che possano rafforzare l’impatto del fondo per renderlo un modello per altre operazioni simili in futuro”. Geldof, il cui impegno nei confronti dell’africa risale al 1984 con l’organizzazione di Band Aid prima e di Live Aid (1985) poi, si è speso molto di recente per promuovere iniziative statali orientate al reperimento di finanziamenti sull’Africa. Il suo mantra: “La povertà può essere alleviata dagli aiuti, ma può essere eliminata solo attraverso commercio, investimenti e crescita. E sono commercio e investimenti che supporteranno il dinamismo e il senso di intrapresa delle persone dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia meridionale, offrendo loro i posti di lavoro, la dignità e le opportunità che meritano”.
8 come Live 8? No.
“8 miglia” è giusto la distanza fisica che separa la punta meridionale dell’Europa dall’Africa settentrionale.
Geldof, i cui interessi sono molteplici nel mondo della musica e dei media, ha fama di straordinario negoziatore con i potenti di tutto il mondo. Così come Bono, li ha incontrati tutti, chiedendo denaro e cancellazione del debito per la ‘sua’ Africa. Il suo turpiloquio, leggendario ed esilarante, fa da anni da contraltare al carisma suadente dell’amico che venticinque anni fa aveva convertito alla causa con un viaggio sconvolgente in Etiopia. Allo stesso modo in cui oggi il suo private equity pare differenziarsi da “Elevation Partners”, di cui Bono è stato co-fondatore nel 2005.
ADB, Africa, Africa Development Bank, Bob Geldof 8 Miles, Bono, Elevation Partners, Mark Florman, Private Equity
3 Settembre, 2010 in Gadget da Giampiero Di Carlo
Garrulo Steve: magro come un coltello ma apparentemente più in salute di un anno prima, in divisa d’ordinanza (sneakers, blue jeans, turtle neck nero, occhialini cerchiati), irrompe sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco con la sua voce nasale e acuta e consegna un keynote perfetto.
E’ un’arte molto americana quella del public speech, e ogni personaggio carismatico chiamato ad esercitarla sa esattamente come declinarla. La scelta di Steve Jobs ricade su un trittico di ordinarietà, umiltà e semplicità.
Sono ordinario per non farvi pesare che, oltre a essere seduto sopra una montagna di liquidità, domino l’industria discografica.
Sono umile, perché Apple è al bivio: troppo grande, invadente e potente per restare simpatica.
Sono semplice come i miei prodotti.
Ma per i migliori discorsi non basta una sapiente dose di retorica: è necessario NON dire un mucchio di cose…
Doppio Steve
“Benvenuti, ma prima di iniziare salutiamo tutti Steve Wozniak, il mio ‘partner in crime’!”.
A buon intenditor… The Woz, mente geniale, amico e socio della prima ora, architetto del primo computer Mac, imperatore delle soluzioni, l’unico vero ministro della semplificazione (tecnologica) non pronuncerà verbo. Ma la sua presenza, il suo richiamo, il suo sedile in prima fila sono simbolici: Apple si rifà ai propri fondamentali.
Lettura alternativa: svuotate la mente e dimenticatevi le recenti grane con l’antenna…
La musica
Rinegoziare i contratti con le major? Strategie alternative di prezzi? Accuse di monopolio? Tentativi della discografia di creare alternative a iTunes? Margini strozzati sui brani per vendere
tonnellate di hardware? Tutti problemini non proprio irrilevanti, che però il vecchio Steve affronta senza parlarne e attaccando in contropiede. I suoi argomenti? Un logo e alcuni numeri.
iTunes che perde l’icona del CD di sfondo alla nota musicale, perché si avvicina la primavera del 2011, quando la premiata ditta della mela cuberà musica digitale in eccesso rispetto a quei ferrivecchi (ipse dixit).
E oltre 11 miliardi di download musicali.
Come faceva un tempo Bill Gates, Jobs si rivolge direttamente al suo popolo: una massa di oltre 160 milioni di clienti nel mondo che rendono la strategia B2B arcaica e odiosa, detestabile come tutti i filtri…
Gli altri Media
Sempre dando i numeri: 450 milioni di episodi tv, 100 milioni di film, 35 milioni di libri scaricati dall’Apple Store.
Lettura alternativa: avete visto cosa ho fatto con la musica? Studios, prendete nota (e se lo dice il primo azionista individuale della Disney…). E Amazon: per cortesia, prendi nota pure tu.
Il Gaming
L’iPod Touch un lettore musicale?!? Beh sì, tra l’altro, una volta… Nella visione aggiornata è un’arma non convenzionale per scalare l’industria dei giochi. La definizione del device in data 1 settembre 2010: “Il ‘Portable Game Player’ più venduto del mondo”. Una quota di mercato superiore al 50%, e un attacco frontale a Nintendo e PSP.
La nuvola
Convitati di pietra: Lala, la super-acquisizione dei mesi scorsi, e la ‘music cloud’. Non parlare della seconda significa che la prima è in corso d’opera e non proprio dietro l’angolo. Ed allora ecco una cortina di fumo nei nostri occhi dal nome Ping: un social recintato nell’ecosistema iTunes. Perfetto per stupire, per impaurire decine di startup, ma soprattutto per far discutere perché è teroicamente bizzarro e velleitario.
Lettura alternativa: è una mossa contro Facebook (Connect sì, Connect no…) e/o il contropiede a Facebook Music. Forse, quando la cortina si sarà diradata, avremo Ping e Lala coniugati. Oppure: Ping liberato dalle catene, dentro un iTunes più aperto e leggero come una nuvola, con un’orda di clienti ai quali si aggiungerà un’orda di utenti (stessa razza: umana, ma categorie dello spirito e del marketing ben distinte).
Titoli di coda
Google Android? iOS è in 120 milioni di terminali (iPod, iPhone, iPad) e vengono installati circa 230.000 device al giorno con il sistema operativo di Apple per il mobile (oltre a 6,5 miliardi di apps scaricate, oppure 200 al secondo – e questo non è un refuso).
Walkman
Sony in ripresa in Giappone? Ok. Nel frattempo, 275 milioni di iPod venduti.
Amazon, Android, Apple, Disney, Facebook, iPod, iTunes, Lala, music cloud, Ping, Steve Jobs, Steve Wozniak
3 Settembre, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Garrulo Steve: magro come un coltello ma apparentemente più in salute di un anno prima, in divisa d’ordinanza (sneakers, blue jeans, turtle neck nero, occhialini cerchiati), irrompe sul palco dello Yerba Buena Center di San Francisco con la sua voce nasale e acuta e consegna un keynote perfetto.
E’ un’arte molto americana quella del public speech, e ogni personaggio carismatico chiamato ad esercitarla sa esattamente come declinarla. La scelta di Steve Jobs ricade su un trittico di ordinarietà, umiltà e semplicità.
Sono ordinario per non farvi pesare che, oltre a essere seduto sopra una montagna di liquidità, domino l’industria discografica.
Sono umile, perché Apple è al bivio: troppo grande, invadente e potente per restare simpatica.
Sono semplice come i miei prodotti.
Ma per i migliori discorsi non basta una sapiente dose di retorica: è necessario NON dire un mucchio di cose…
Doppio Steve
“Benvenuti, ma prima di iniziare salutiamo tutti Steve Wozniak, il mio ‘partner in crime’!”.
A buon intenditor… The Woz, mente geniale, amico e socio della prima ora, architetto del primo computer Mac, imperatore delle soluzioni, l’unico vero ministro della semplificazione (tecnologica) non pronuncerà verbo. Ma la sua presenza, il suo richiamo, il suo sedile in prima fila sono simbolici: Apple si rifà ai propri fondamentali.
Lettura alternativa: svuotate la mente e dimenticatevi le recenti grane con l’antenna…
La musica
Rinegoziare i contratti con le major? Strategie alternative di prezzi? Accuse di monopolio? Tentativi della discografia di creare alternative a iTunes? Margini strozzati sui brani per vendere
tonnellate di hardware? Tutti problemini non proprio irrilevanti, che però il vecchio Steve affronta senza parlarne e attaccando in contropiede. I suoi argomenti? Un logo e alcuni numeri.
iTunes che perde l’icona del CD di sfondo alla nota musicale, perché si avvicina la primavera del 2011, quando la premiata ditta della mela cuberà musica digitale in eccesso rispetto a quei ferrivecchi (ipse dixit).
E oltre 11 miliardi di download musicali.
Come faceva un tempo Bill Gates, Jobs si rivolge direttamente al suo popolo: una massa di oltre 160 milioni di clienti nel mondo che rendono la strategia B2B arcaica e odiosa, detestabile come tutti i filtri…
Gli altri Media
Sempre dando i numeri: 450 milioni di episodi tv, 100 milioni di film, 35 milioni di libri scaricati dall’Apple Store.
Lettura alternativa: avete visto cosa ho fatto con la musica? Studios, prendete nota (e se lo dice il primo azionista individuale della Disney…). E Amazon: per cortesia, prendi nota pure tu.
Il Gaming
L’iPod Touch un lettore musicale?!? Beh sì, tra l’altro, una volta… Nella visione aggiornata è un’arma non convenzionale per scalare l’industria dei giochi. La definizione del device in data 1 settembre 2010: “Il ‘Portable Game Player’ più venduto del mondo”. Una quota di mercato superiore al 50%, e un attacco frontale a Nintendo e PSP.
La nuvola
Convitati di pietra: Lala, la super-acquisizione dei mesi scorsi, e la ‘music cloud’. Non parlare della seconda significa che la prima è in corso d’opera e non proprio dietro l’angolo. Ed allora ecco una cortina di fumo nei nostri occhi dal nome Ping: un social recintato nell’ecosistema iTunes. Perfetto per stupire, per impaurire decine di startup, ma soprattutto per far discutere perché è teroicamente bizzarro e velleitario.
Lettura alternativa: è una mossa contro Facebook (Connect sì, Connect no…) e/o il contropiede a Facebook Music. Forse, quando la cortina si sarà diradata, avremo Ping e Lala coniugati. Oppure: Ping liberato dalle catene, dentro un iTunes più aperto e leggero come una nuvola, con un’orda di clienti ai quali si aggiungerà un’orda di utenti (stessa razza: umana, ma categorie dello spirito e del marketing ben distinte).
Titoli di coda
Google Android? iOS è in 120 milioni di terminali (iPod, iPhone, iPad) e vengono installati circa 230.000 device al giorno con il sistema operativo di Apple per il mobile (oltre a 6,5 miliardi di apps scaricate, oppure 200 al secondo – e questo non è un refuso).
Walkman
Sony in ripresa in Giappone? Ok. Nel frattempo, 275 milioni di iPod venduti.
amazon, android, Apple, Disney, facebook, iPod, itunes, Lala, music cloud, Ping, Steve Jobs, Steve Wozniak
26 Agosto, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Un bollettino di guerra.
Spotify arenata. Playlist.com in bancarotta. Lala fagocitata da Apple. Imeem e iLike svendute. Ruckus e SpiralFrog fallite.
L’idea di fornire musica gratuita e supportata dalla pubblicità non nasce come iniziativa, ma come reazione alla letale combinazione tra software peer to peer, processi di digitalizzazione e pirateria, il mix che ha cambiato le modalità di fruizione, accesso e archiviazione dei brani e delle opere di ingegno.
Una mossa in difesa che avrebbe senso solo se associabile a un modello di business sostenibile ma che, alla prova dei fatti, parrebbe non esserlo.
Le variabili in campo sono il catalogo, il pubblico e le inserzioni pubblicitarie. I protagonisti, pertanto, sono la discografia e i publisher (in grado di licenziare le canzoni), i content provider o editori digitali (i cui siti e servizi generano un traffico di utenti ricorrente) e il comparto della comunicazione (che raggruppa marchi, inserzionisti, centri media e concessionarie). Una situazione che vede editori e startup fungere da interpreti tra due mondi che, storicamente, non sanno parlarsi, pur riuscendo a fare affari insieme quando, pur senza capirsi bene, si imbattono in situazioni win-win. Antitetici i loro codici di linguaggio e le loro consuetudini. I discografici sono informali, improvvisati, creativi e scavezzacollo perché abituati a rischiare in investimenti che già sanno che daranno ritorni incerti e redemption basse (gli artisti: il successo di uno sostiene la ricerca e sviluppo per i 1000 che resteranno ai margini). I rappresentanti del settore media & communication, invece, sono irreggimentati dai parametri, imprescindibili da report e analisi e dipendenti da una spaventosa catena di commissioni a cascata che gonfia i fatturati dei clienti.
Provano attrazione, gli uni per la grisaglia e la rispettabilità degli altri, o gli uni per la visibilità, celebrità e la libertà degli altri. Ma stentano.
Far funzionare la macchina è come risolvere un’equazione di terzo grado. O di quarto…?
Quando si parla di ad-supported music, per sedersi al tavolo un imprenditore terzo si accredita solo portando marchio e audience – ma spesso il progetto non va comunque in porto e, anche a fronte di un’iniziativa interessante e originale e di un pubblico smisurato, il business continua a non succedere.
Perché?
Perché la quarta variabile è quella più indipendente di tutte. E’ il tempo.
Il tempo che intercorre tra la generazione di un pubblico consistente e la generazione di un fatturato pubblicitario che lo premi. Il tempo che intercorre tra la fatturazione e la capacità di remunerare il catalogo licenziato. Il tempo che intercorre tra il pagamento delle royalties e la scadenza della licenza.
In questi intervalli, durante i quali il mercato non riconosce ancora all’iniziativa l’effettivo successo di pubblico, i publisher non accettano lo sfasamento tra fatturazione e cash flow, e l’editore non capisce la logica della trimestrale che strozza i tempi dell’industria musicale, si consumano tragedie e fallimenti.
Eppure, come accade fin dall’antichità (=Napster), rimbomba nella testa un dubbio: come è possibile che l’industria musicale non sappia riconoscere e quindi valorizzare quarantacinque milioni di iscritti e venti milioni di utenti unici mensili, e il mondo della comunicazione non li riconosca…?
ad-supported music, Apple, iLike, iMeem, Lala, Playlist.com, SpiralFrog, Spotify
26 Agosto, 2010 in YouTube, twitter da Giampiero Di Carlo
Un bollettino di guerra.
Spotify arenata. Playlist.com in bancarotta. Lala fagocitata da Apple. Imeem e iLike svendute. Ruckus e SpiralFrog fallite.
L’idea di fornire musica gratuita e supportata dalla pubblicità non nasce come iniziativa, ma come reazione alla letale combinazione tra software peer to peer, processi di digitalizzazione e pirateria, il mix che ha cambiato le modalità di fruizione, accesso e archiviazione dei brani e delle opere di ingegno.
Una mossa in difesa che avrebbe senso solo se associabile a un modello di business sostenibile ma che, alla prova dei fatti, parrebbe non esserlo.
Le variabili in campo sono il catalogo, il pubblico e le inserzioni pubblicitarie. I protagonisti, pertanto, sono la discografia e i publisher (in grado di licenziare le canzoni), i content provider o editori digitali (i cui siti e servizi generano un traffico di utenti ricorrente) e il comparto della comunicazione (che raggruppa marchi, inserzionisti, centri media e concessionarie). Una situazione che vede editori e startup fungere da interpreti tra due mondi che, storicamente, non sanno parlarsi, pur riuscendo a fare affari insieme quando, pur senza capirsi bene, si imbattono in situazioni win-win. Antitetici i loro codici di linguaggio e le loro consuetudini. I discografici sono informali, improvvisati, creativi e scavezzacollo perché abituati a rischiare in investimenti che già sanno che daranno ritorni incerti e redemption basse (gli artisti: il successo di uno sostiene la ricerca e sviluppo per i 1000 che resteranno ai margini). I rappresentanti del settore media & communication, invece, sono irreggimentati dai parametri, imprescindibili da report e analisi e dipendenti da una spaventosa catena di commissioni a cascata che gonfia i fatturati dei clienti.
Provano attrazione, gli uni per la grisaglia e la rispettabilità degli altri, o gli uni per la visibilità, celebrità e la libertà degli altri. Ma stentano.
Far funzionare la macchina è come risolvere un’equazione di terzo grado. O di quarto…?
Quando si parla di ad-supported music, per sedersi al tavolo un imprenditore terzo si accredita solo portando marchio e audience – ma spesso il progetto non va comunque in porto e, anche a fronte di un’iniziativa interessante e originale e di un pubblico smisurato, il business continua a non succedere.
Perché?
Perché la quarta variabile è quella più indipendente di tutte. E’ il tempo.
Il tempo che intercorre tra la generazione di un pubblico consistente e la generazione di un fatturato pubblicitario che lo premi. Il tempo che intercorre tra la fatturazione e la capacità di remunerare il catalogo licenziato. Il tempo che intercorre tra il pagamento delle royalties e la scadenza della licenza.
In questi intervalli, durante i quali il mercato non riconosce ancora all’iniziativa l’effettivo successo di pubblico, i publisher non accettano lo sfasamento tra fatturazione e cash flow, e l’editore non capisce la logica della trimestrale che strozza i tempi dell’industria musicale, si consumano tragedie e fallimenti.
Eppure, come accade fin dall’antichità (=Napster), rimbomba nella testa un dubbio: come è possibile che l’industria musicale non sappia riconoscere e quindi valorizzare quarantacinque milioni di iscritti e venti milioni di utenti unici mensili, e il mondo della comunicazione non li riconosca…?
ad-supported music, Apple, iLike, iMeem, Lala, Playlist.com, SpiralFrog, Spotify
25 Luglio, 2010 in Apple, Gadget, U2, blackberry da Giampiero Di Carlo
E’ la spirale negativa. un classico.
Il modello di business basato sulla musica registrata entra in crisi, così artisti e discografia si gettano pancia a terra sul live, che funziona, e spingono dal vivo più che possono per compensare i mancati introiti. Ma l’eccesso d’offerta non si traduce subito in un vantaggio per il consumatore, anzi: i prezzi dei biglietti continuano ad aumentare a dismisura mentre comincia una fase di recessione. Trascorrono diciotto-ventiquattro mesi di boom e, alla terza estate, il giocattolo si rompe: i fans non solo smettono di finanziare il business, ma iniziano a parlarne male pubblicamente, intasando i blog e tracimando sui media. Il dibattito si fa imbarazzante. “Ho comprato due biglietti di XY appena usciti per paura che andasse tutto esaurito. Li ho pagati 100 dollari e ieri un amico ne ha acquistati due in saldo, direttamente dal promoter, pagandoli la metà”. Una frase-tipo che, nell’estate U.S.A. 2010, è diventata anch’essa un classico. Si diffonde la convinzione che, sotto data, l’invenduto sarà svenduto e le prevendite cominciano a precipitare, limando così una componente molto redditizia del margine complessivo dei promoter. E siccome in uno scenario di spirale negativa al peggio non c’è limite finché la tendenza non si inverte, ecco che le sempre più numerose svendite prima deprimono i ricavi dell’intera filiera, che comincia ad avvertire una crescente difficoltà in termini di liquidità; e poi alimentano un panico che si estende anche a chi credeva che il live sarebbe stata la panacea dell’intera industria. Parlo soprattutto degli artisti che – a questo giro – sono troppi e impongono ai fans di scegliere. Il risultato sono arene mezze vuote, o riempite male (con prezzi difformi e con molti biglietti economici).
E’ una crisi innescata dal caro prezzi, questa, prezzi in ascesa da dieci anni. Si è propagata dagli Stati Uniti e ora sta minando anche il nostro panorama. E, se in questi mesi il comparto dei concerti ricorda da vicino quello della musica registrata di oltre un lustro fa (un inno al respiro corto, all’assenza di strategia, all’opportunismo), in realtà sembra destinata a somigliare tra poco soprattutto a quello del turismo: come nei viaggi, infatti, anche nei concerti rischia di affermarsi il last minute. Qualche esempio. 1. A giugno Live Nation
ha diffuso un carico enorme di biglietti senza diritti di prevendita, abbassandone i prezzi a soli dieci dollari. 2. Nello stesso mese Ryan Seacrest (presentatore e guru dello show American Idol, la cui versione live quest’anno equivale a un tour da 44 date), ha twittato a oltre tre milioni di follower: “Se pensavi di andare a un concerto di AmericanIdol Live Tour, agisci ora: tutti I biglietti costeranno solo 20 dollari pe le prossime 24 ore” (n.d.r.: a) prezzo pari alla metà della fascia più bassa; 2) una decina di date sono state comunque cancellate).
In una prospettiva del genere, la Ryan Air della situazione è simboleggiata da SeatWave e dai suoi simili. Una categoria di operatori che, all’ombra del concetto di asta, hanno potuto proliferare all’insegna del ‘dynamic pricing’ perchè nati come ‘pure play’ (cioè: nati digitali), capaci di capire il ruolo del search, delle keyword e del virale, alfieri del mercato secondario. Anche nei biglietti, per chi l’avesse clamorosamente dimenticato, la segmentazione per fasce di pubblico ha un peso importate, sia perché a generi e stili corrispondono target diversi, sia perché c’è una generazione in azione che della musica non fa più una religione, pur fruendone come nessuna altra in passato. E ne sta alterando le modalità di acquisto coerentemente con lo scenario dei media digitali. Questa generazione, crisi a parte, sta ricordando a tutti che il consolidamento del settore è ciclico e al fallimento delle alleanze tra conglomerate potrebbe succedere un clamoroso processo di disintermediazione in tutto il mercato live. E che un concerto è altra cosa da un file digitale, così come le sue logiche di prezzo.
American Idol, dynamic pricing, industria musicale, Live, Live Nation, mercato secondario, Pollstar, SeatWave, ticketing
25 Luglio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ la spirale negativa. un classico.
Il modello di business basato sulla musica registrata entra in crisi, così artisti e discografia si gettano pancia a terra sul live, che funziona, e spingono dal vivo più che possono per compensare i mancati introiti. Ma l’eccesso d’offerta non si traduce subito in un vantaggio per il consumatore, anzi: i prezzi dei biglietti continuano ad aumentare a dismisura mentre comincia una fase di recessione. Trascorrono diciotto-ventiquattro mesi di boom e, alla terza estate, il giocattolo si rompe: i fans non solo smettono di finanziare il business, ma iniziano a parlarne male pubblicamente, intasando i blog e tracimando sui media. Il dibattito si fa imbarazzante. “Ho comprato due biglietti di XY appena usciti per paura che andasse tutto esaurito. Li ho pagati 100 dollari e ieri un amico ne ha acquistati due in saldo, direttamente dal promoter, pagandoli la metà”. Una frase-tipo che, nell’estate U.S.A. 2010, è diventata anch’essa un classico. Si diffonde la convinzione che, sotto data, l’invenduto sarà svenduto e le prevendite cominciano a precipitare, limando così una componente molto redditizia del margine complessivo dei promoter. E siccome in uno scenario di spirale negativa al peggio non c’è limite finché la tendenza non si inverte, ecco che le sempre più numerose svendite prima deprimono i ricavi dell’intera filiera, che comincia ad avvertire una crescente difficoltà in termini di liquidità; e poi alimentano un panico che si estende anche a chi credeva che il live sarebbe stata la panacea dell’intera industria. Parlo soprattutto degli artisti che – a questo giro – sono troppi e impongono ai fans di scegliere. Il risultato sono arene mezze vuote, o riempite male (con prezzi difformi e con molti biglietti economici).
E’ una crisi innescata dal caro prezzi, questa, prezzi in ascesa da dieci anni. Si è propagata dagli Stati Uniti e ora sta minando anche il nostro panorama. E, se in questi mesi il comparto dei concerti ricorda da vicino quello della musica registrata di oltre un lustro fa (un inno al respiro corto, all’assenza di strategia, all’opportunismo), in realtà sembra destinata a somigliare tra poco soprattutto a quello del turismo: come nei viaggi, infatti, anche nei concerti rischia di affermarsi il last minute. Qualche esempio. 1. A giugno Live Nation
ha diffuso un carico enorme di biglietti senza diritti di prevendita, abbassandone i prezzi a soli dieci dollari. 2. Nello stesso mese Ryan Seacrest (presentatore e guru dello show American Idol, la cui versione live quest’anno equivale a un tour da 44 date), ha twittato a oltre tre milioni di follower: “Se pensavi di andare a un concerto di AmericanIdol Live Tour, agisci ora: tutti I biglietti costeranno solo 20 dollari pe le prossime 24 ore” (n.d.r.: a) prezzo pari alla metà della fascia più bassa; 2) una decina di date sono state comunque cancellate).
In una prospettiva del genere, la Ryan Air della situazione è simboleggiata da SeatWave e dai suoi simili. Una categoria di operatori che, all’ombra del concetto di asta, hanno potuto proliferare all’insegna del ‘dynamic pricing’ perchè nati come ‘pure play’ (cioè: nati digitali), capaci di capire il ruolo del search, delle keyword e del virale, alfieri del mercato secondario. Anche nei biglietti, per chi l’avesse clamorosamente dimenticato, la segmentazione per fasce di pubblico ha un peso importate, sia perché a generi e stili corrispondono target diversi, sia perché c’è una generazione in azione che della musica non fa più una religione, pur fruendone come nessuna altra in passato. E ne sta alterando le modalità di acquisto coerentemente con lo scenario dei media digitali. Questa generazione, crisi a parte, sta ricordando a tutti che il consolidamento del settore è ciclico e al fallimento delle alleanze tra conglomerate potrebbe succedere un clamoroso processo di disintermediazione in tutto il mercato live. E che un concerto è altra cosa da un file digitale, così come le sue logiche di prezzo.
American Idol, dynamic pricing, industria musicale, live, Live Nation, mercato secondario, Pollstar, SeatWave, ticketing
24 Giugno, 2010 in file sharing, industria musicale da Giampiero Di Carlo
The times they are a-changin’. E allora chiudono il garage.

GarageBand
Dopo 10 anni di onorata attività, GarageBand, pionieristica piattaforma per la scoperta e la valorizzazione della musica indipendente online, annuncia la chiusura della saracinesca per il prossimo 15 luglio, sottolineando in un comunicato agli utenti che la decisione deriva da un mutamento degli scenari intorno alla musica. Uno scenario talmente diverso, scrivono dallo staff del sito, che GarageBand non ne farà più parte. E, di conseguenza, l’invito all’utenza è di riconfigurare il proprio account su iLike.
Di seguito, il comunicato originale.
R.I.P., GarageBand, e grazie.
****
“Dear XY,
It’s been over ten years since we started helping discover independent music on the ol’ interwebs. Things have changed a lot since then. Most of those changes have been good and some of them have been bad. Some changes are just bitter-sweet. It’s with this bitter-sweetness that we are announcing today that Garageband.com will be discontinued as of July 15th, 2010.
The landscape of how music is discovered and delivered has changed drastically over the last decade and we are proud to have been a huge part of that change — first with Garageband.com and then with iLike.com and beyond. Sadly, that landscape will not include Garageband.com anymore.
Link your account to iLike: (action required) If you want to continue to make your music available for streaming or download on iLike.com and the iLike application on Facebook, please go to iLike.com and login with your Garageband username and password by July 15th, 2010. This will automatically link your account to iLike so we can port your music, profile photo, and biography to iLike.com.
Finally, if you have recently made a purchase on Garageband.com and would like a refund, please email refunds@iLike-inc.com to request a refund. Valid refund requests must be received no later than July 31st, 2010.
Sincerely,
The Garageband and iLike team”
GarageBand, iLike, indie
24 Giugno, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
The times they are a-changin’. E allora chiudono il garage.

GarageBand
Dopo 10 anni di onorata attività, GarageBand, pionieristica piattaforma per la scoperta e la valorizzazione della musica indipendente online, annuncia la chiusura della saracinesca per il prossimo 15 luglio, sottolineando in un comunicato agli utenti che la decisione deriva da un mutamento degli scenari intorno alla musica. Uno scenario talmente diverso, scrivono dallo staff del sito, che GarageBand non ne farà più parte. E, di conseguenza, l’invito all’utenza è di riconfigurare il proprio account su iLike.
Di seguito, il comunicato originale.
R.I.P., GarageBand, e grazie.
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“Dear XY,
It’s been over ten years since we started helping discover independent music on the ol’ interwebs. Things have changed a lot since then. Most of those changes have been good and some of them have been bad. Some changes are just bitter-sweet. It’s with this bitter-sweetness that we are announcing today that Garageband.com will be discontinued as of July 15th, 2010.
The landscape of how music is discovered and delivered has changed drastically over the last decade and we are proud to have been a huge part of that change — first with Garageband.com and then with iLike.com and beyond. Sadly, that landscape will not include Garageband.com anymore.
Link your account to iLike: (action required) If you want to continue to make your music available for streaming or download on iLike.com and the iLike application on Facebook, please go to iLike.com and login with your Garageband username and password by July 15th, 2010. This will automatically link your account to iLike so we can port your music, profile photo, and biography to iLike.com.
Finally, if you have recently made a purchase on Garageband.com and would like a refund, please email refunds@iLike-inc.com to request a refund. Valid refund requests must be received no later than July 31st, 2010.
Sincerely,
The Garageband and iLike team”
GarageBand, iLike, Indie
11 Giugno, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Ci siamo presi il nostro tempo. Abbiamo deciso di non recensire l’oggetto tal quale, di non aggiungere quasi nulla alle osservazioni tecniche uscite a profusione. Ed abbiamo concluso che ci interessava soprattutto capire come l’iPad poteva valorizzare il nostro lavoro. Così ho chiesto al nostro Giovanni Ansaldo di scrivere una breve recensione su Rockol sfogliato sull’iPad. Eccola.
***
“Sembra Minority Report”, dice una delle mie colleghe mentre le mostro il sito di Rockol sull’iPad.

Rockol sull'iPad
Non c’è che dire, il nostro portale funziona alla grande sul nuovo tablet computer creato da Steve Jobs. E la prima cosa che colpisce chiunque lo provi è proprio questo aspetto “touch”, lo stesso che nel celebre film di Spielberg permetteva a Tom Cruise di toccare le immagini su schermo come se fossero cose reali. Navigare zoomando con le dita su uno schermo finalmente leggibile, sia per le dimensioni che per la retroilluminazione, regala una sensazione molto piacevole. Senza parlare del design dell’oggetto che, come sempre quando si tratta dell’azienda di Cupertino, unisce estetica e ergonomia.
Problemi? Alcuni. Per esempio quello del multitasking, che mi impedisce di ascoltarmi una canzone appena comprata dal Musicstore di Rockol sul mio iTunes mentre continuo tranquillamente a navigare; o la già tanto discussa questione dei video flash, che non sono supportati dal gioiellino Apple: questo sicuramente non giova alla stragrande maggioranza dei contenuti video del sito, oltre che a molti banner pubblicitari. Insomma, momentanei difetti di compatibilità che probabilmente saranno risolti nelle prossime versioni del prodotto.
Ma navigare su Rockol con l’iPad è davvero comodo: leggere le news è facile e veloce e la navigazione tra le diverse sezioni del sito diventa molto più agile e immediata. E le fotogallery, con uno schermo del genere, acquistano tutto un altro spessore.
Insomma la possibilità di “sfogliare” un sito apre nuove prospettive e l’iPad è forse il primo prodotto veramente in grado di aprire la strada ai portali multimediali, sia tematici che generalisti. Se questa prima generazione di tablet farà breccia, come pare stia già accadendo, a tendere potrebbe delinearsi uno standard, un supporto diffuso e solido in grado di ridare ossigeno ai vecchi media, che sulla carta faticano sempre di più a trovare la loro dimensione, e ai nuovi, che possono finalmente trovare un terreno fertile per le proprie caratteristiche.
E Minority Report, forse, potrebbe non essere più solo un film.
Apple, Giovanni Ansaldo, ipad, rockol, Steve Jobs
11 Giugno, 2010 in Apple, Libri, ebook, iPhone, kindle da Giampiero Di Carlo
Ci siamo presi il nostro tempo. Abbiamo deciso di non recensire l’oggetto tal quale, di non aggiungere quasi nulla alle osservazioni tecniche uscite a profusione. Ed abbiamo concluso che ci interessava soprattutto capire come l’iPad poteva valorizzare il nostro lavoro. Così ho chiesto al nostro Giovanni Ansaldo di scrivere una breve recensione su Rockol sfogliato sull’iPad. Eccola.
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“Sembra Minority Report”, dice una delle mie colleghe mentre le mostro il sito di Rockol sull’iPad.

Rockol sull'iPad
Non c’è che dire, il nostro portale funziona alla grande sul nuovo tablet computer creato da Steve Jobs. E la prima cosa che colpisce chiunque lo provi è proprio questo aspetto “touch”, lo stesso che nel celebre film di Spielberg permetteva a Tom Cruise di toccare le immagini su schermo come se fossero cose reali. Navigare zoomando con le dita su uno schermo finalmente leggibile, sia per le dimensioni che per la retroilluminazione, regala una sensazione molto piacevole. Senza parlare del design dell’oggetto che, come sempre quando si tratta dell’azienda di Cupertino, unisce estetica e ergonomia.
Problemi? Alcuni. Per esempio quello del multitasking, che mi impedisce di ascoltarmi una canzone appena comprata dal Musicstore di Rockol sul mio iTunes mentre continuo tranquillamente a navigare; o la già tanto discussa questione dei video flash, che non sono supportati dal gioiellino Apple: questo sicuramente non giova alla stragrande maggioranza dei contenuti video del sito, oltre che a molti banner pubblicitari. Insomma, momentanei difetti di compatibilità che probabilmente saranno risolti nelle prossime versioni del prodotto.
Ma navigare su Rockol con l’iPad è davvero comodo: leggere le news è facile e veloce e la navigazione tra le diverse sezioni del sito diventa molto più agile e immediata. E le fotogallery, con uno schermo del genere, acquistano tutto un altro spessore.
Insomma la possibilità di “sfogliare” un sito apre nuove prospettive e l’iPad è forse il primo prodotto veramente in grado di aprire la strada ai portali multimediali, sia tematici che generalisti. Se questa prima generazione di tablet farà breccia, come pare stia già accadendo, a tendere potrebbe delinearsi uno standard, un supporto diffuso e solido in grado di ridare ossigeno ai vecchi media, che sulla carta faticano sempre di più a trovare la loro dimensione, e ai nuovi, che possono finalmente trovare un terreno fertile per le proprie caratteristiche.
E Minority Report, forse, potrebbe non essere più solo un film.
Apple, Giovanni Ansaldo, iPad, Rockol, Steve Jobs
17 Maggio, 2010 in Libri, iPhone da Giampiero Di Carlo
Steve Jobs, non saprei che aggiungere su di lui che tutti non sappiamo già. Tra le cose che sappiamo, un paio sono queste: risponde alle e-mail degli utenti, fornendo sinteticissime opinioni personali o perle di saggezza, catenelle di monosillabi da 80-90 caratteri che è conscio che daranno poi origine a infinititi thread speculativi e spesso zeppi di se e di ma; considera Bob Dylan uno dei suoi eroi, ed ha scelto “Like a Rolling Stone” come colonna sonora al momento della presentazione dell’iPad alcune settimane fa a San Francisco.
La scorsa notte un lettore americano vede alla TV una pubblicità dell’iPad, il cui concept è basato sulla parola ‘revolution’, e gli pone la domanda da manuale: “Ma pensi davvero che se Bob Dylan avesse vent’anni oggi crederebbe che l’iPad abbia minimamente a che fare con la rivoluzione? Le rivoluzioni riguardano la libertà!”. E il vecchio Steve lo sceglie tra mille, e risponde: “Sì, libertà da programmi che ti rubano i dati riservati, libertà da programmi che ti esauriscono la batteria, libertà dal porno. Sì libertà. ‘The times they are a changin’. Certi tipi da pc hanno la sensazione che il loro mondo stia scivolando via sotto i loro piedi. E’ così”.
Il tizio che scriveva si chiama Ryan Tate e pubblica un blog del gruppo Gawker Media, che a sua volta controlla GizModo, quelli del pasticcio dell’iPhone prototipato dimenticato in un bar. Quindi siamo tutti liberi di leggere una faida tra le righe. Ciònondimeno, a questo giro il vecchio Steve mi ricorda Van Morrison: un artista speciale, un autore di piccole opere eterne, una fonte di canzoni inarrivabili, in una parola un genio – ma anche stronzo: prova a intervistarlo e a riconoscere in quel misantropo la mente e il cuore dietro a “Gloria” e “Brown eyed girl”… Allo stesso modo, quel mix di inventiva disarmante, design, coraggio, provocazione e furberia che fanno dei prodotti del mondo Apple e dell’universo “i” qualcosa di straordinario rischia di ridimensionarsi quando osi interagire col demiurgo. O dentro, o fuori. Fideismo assoluto. La visione affascinante di un mondo tecnologicamente libero e avanzato, che per molti versi è convincente, fa a cazzotti con la pretesa (coerente: è così da oltre trent’anni per Apple e Jobs) di fare parte di un ecosistema chiuso. E, se ci entri, sarai libero dal porno. Una risposta bigotta a una domanda capziosa e mal posta, ma sempre una risposta bigotta. Avrei trovato il modo di rispondere qualcosa di più rock and roll, magari con la promessa di un porno tecnicamente migliore…
Bob Dylan, se oggi avesse vent’anni, si chiamerebbe Robert Zimmermann e avrebbe qualche problema di carriera in più. Invece ne ha 69 ed è diventato una vecchia rockstar scrivendo canzoni folk di protesta contro situazioni più drammatiche della violazione della privacy. Anche Steve Jobs è una rockstar, non è più un giovane hacker sprezzante che voleva cambiare il mondo (e un po’ lo sta facendo). La sua comunicazione aziendale è efficace perchè tocca le corde della rievocazione, usa il rock come metafora e come colonna sonora che funziona a due livelli: è ricordo e associazione per i più attempati, mentre intriga come ‘vintage’ per i downloaders. Ma basta così, senza prendersi sul serio.
Altrimenti mi costringi a chiederti: “Ma se Keith Richards o John Lydon avessero vent’anni oggi credi veramente che vorrebbero che un iPad li liberasse dal porno?”.
(non rispondere, Steve).
Bob Dylan, iPad, John Lydon, Keith Richards, Ryan Tate, Steve Jobs, Van Morrison
17 Maggio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Steve Jobs, non saprei che aggiungere su di lui che tutti non sappiamo già. Tra le cose che sappiamo, un paio sono queste: risponde alle e-mail degli utenti, fornendo sinteticissime opinioni personali o perle di saggezza, catenelle di monosillabi da 80-90 caratteri che è conscio che daranno poi origine a infinititi thread speculativi e spesso zeppi di se e di ma; considera Bob Dylan uno dei suoi eroi, ed ha scelto “Like a Rolling Stone” come colonna sonora al momento della presentazione dell’iPad alcune settimane fa a San Francisco.
La scorsa notte un lettore americano vede alla TV una pubblicità dell’iPad, il cui concept è basato sulla parola ‘revolution’, e gli pone la domanda da manuale: “Ma pensi davvero che se Bob Dylan avesse vent’anni oggi crederebbe che l’iPad abbia minimamente a che fare con la rivoluzione? Le rivoluzioni riguardano la libertà!”. E il vecchio Steve lo sceglie tra mille, e risponde: “Sì, libertà da programmi che ti rubano i dati riservati, libertà da programmi che ti esauriscono la batteria, libertà dal porno. Sì libertà. ‘The times they are a changin’. Certi tipi da pc hanno la sensazione che il loro mondo stia scivolando via sotto i loro piedi. E’ così”.
Il tizio che scriveva si chiama Ryan Tate e pubblica un blog del gruppo Gawker Media, che a sua volta controlla GizModo, quelli del pasticcio dell’iPhone prototipato dimenticato in un bar. Quindi siamo tutti liberi di leggere una faida tra le righe. Ciònondimeno, a questo giro il vecchio Steve mi ricorda Van Morrison: un artista speciale, un autore di piccole opere eterne, una fonte di canzoni inarrivabili, in una parola un genio – ma anche stronzo: prova a intervistarlo e a riconoscere in quel misantropo la mente e il cuore dietro a “Gloria” e “Brown eyed girl”… Allo stesso modo, quel mix di inventiva disarmante, design, coraggio, provocazione e furberia che fanno dei prodotti del mondo Apple e dell’universo “i” qualcosa di straordinario rischia di ridimensionarsi quando osi interagire col demiurgo. O dentro, o fuori. Fideismo assoluto. La visione affascinante di un mondo tecnologicamente libero e avanzato, che per molti versi è convincente, fa a cazzotti con la pretesa (coerente: è così da oltre trent’anni per Apple e Jobs) di fare parte di un ecosistema chiuso. E, se ci entri, sarai libero dal porno. Una risposta bigotta a una domanda capziosa e mal posta, ma sempre una risposta bigotta. Avrei trovato il modo di rispondere qualcosa di più rock and roll, magari con la promessa di un porno tecnicamente migliore…
Bob Dylan, se oggi avesse vent’anni, si chiamerebbe Robert Zimmermann e avrebbe qualche problema di carriera in più. Invece ne ha 69 ed è diventato una vecchia rockstar scrivendo canzoni folk di protesta contro situazioni più drammatiche della violazione della privacy. Anche Steve Jobs è una rockstar, non è più un giovane hacker sprezzante che voleva cambiare il mondo (e un po’ lo sta facendo). La sua comunicazione aziendale è efficace perchè tocca le corde della rievocazione, usa il rock come metafora e come colonna sonora che funziona a due livelli: è ricordo e associazione per i più attempati, mentre intriga come ‘vintage’ per i downloaders. Ma basta così, senza prendersi sul serio.
Altrimenti mi costringi a chiederti: “Ma se Keith Richards o John Lydon avessero vent’anni oggi credi veramente che vorrebbero che un iPad li liberasse dal porno?”.
(non rispondere, Steve).
bob dylan, ipad, John Lydon, keith richards, Ryan Tate, Steve Jobs, Van Morrison
26 Aprile, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Innovazione, fallimenti e fusioni sono tipici dei periodi di discontinuità e trasformazione. Nel caso dell’industria musicale, impegnata a ricostruirsi un modello di business, il bicchiere può apparire mezzo pieno se si guarda alla qualità e alla quantità di risorse che la crisi, come era prevedibile, sta finalmente liberando. Mentre la discografia tradizionale gestisce una dolorosa fase di ristrutturazione, dallo smisurato villaggio indie giungono idee, proposte, iniziative e tentativi.
Definiamo ristrutturazione. Accorpamenti, licenziamenti, valorizzazione del catalogo, sfoltimento del roster.
Definiamo indie. Indipendente, non major, non mainstream. Per estensione: unsigned, emergente, fai da te.
Nel 2010 la musica indie e la tecnologia indie, da direzioni opposte e con obiettivi diversi, stanno gradualmente definendo un nuovo ambiente di sviluppo della musica, in cui la creazione artistica prima e il prodotto poi nascono e fluiscono in senso moderno e coerente con il loro tempo. Come due galassie originate dal big bang tecnologico che ha spianato le vecchie barriere all’ingresso, i mondi paralleli della Piattaforma e dell’A&R segnano gli antipodi di un universo che potrebbe essere il prossimo.
La genesi della Piattaforma si può far risalire ai vagiti dei primi, mitici hacker (non ‘cracker’) che, dal MIT e dalla Silicon Valley, tra gli anni Sessanta e Settanta gettarono le basi della rivoluzione tecnologica, trasformandosi da ‘geek’ a eroi e cambiando per sempre il nostro mondo, con effetti visibili ai più dagli anni Ottanta in poi. L’humus della Piattaforma, invece, è il codice aperto, da cui deriva la via partecipativa allo sviluppo che genera un esercito sempre più folto di piccoli inventori trasversale alle latitudini che, a sua volta, produce ogni giorno una pletora di mezzi, strumenti e applicazioni, molte delle quali riguardano la musica (che, come è noto, è la punta di diamante della sperimentazione digitale dei media da che internet esiste) e si aprono un varco laddove una volta sorgevano barriere all’ingresso erette all’insegna delle economie di scala e dalla massa critica minima. Dove, di preciso? Nella discografia, per esempio. Ne è un fulgido esempio TuneCore, oggi forse il benchmark per antonomasia della moderna label digitale: un’architettura, un sistema – una piattaforma - accessibile a chiunque, modulare, dove produrre, distribuire, vendere, mixare, confezionare, promuovere la propria musica, con infiniti plugin per diffonderla in modo virale, con applicazioni native per propagandarla sul mobile, con variabili per declinarla su più formati e supporti. E, al pari di TuneCore, vanno affermandosi anche altri esempi: è il caso dell’altrettanto americana ReverbNation o della recente e italiana Sounday.
Le origini del pianeta A&R, invece, sono ben più remote. (Definiamo A&R: artists & repertoire, alla lettera; scoperta e ‘talent scouting’, in senso pratico). Risalgono all’intuito di impresari di menestrelli o, saltando in avanti fino al secolo scorso, al genio di discografici ante-litteram, come Sam Phillips, o di artisti con velleità discografiche, come i Beatles o Caterina Caselli per citarne giusto due. Ai mesi nostri, alcuni dei nomi che più facilmente vengono in mente sono quelli di Jack White (Third Man Records) o dei Kings Of Leon (Serpents And Snakes), ovvero di una categoria di superstar più nello status (perchè sono sì celeberrimi ma, soprattutto, sono rispettati e celebrati) che nella dimensione e nella disponibilità economica (la loro è ancora distante milioni di euro e di copie da quella di chi, solo pochi anni fa, osava cimentarsi nella fondazione di una etichetta: Madonna, Mariah Carey, Noel Gallaghera/Oasis etc). Esponenti di un underground con una matrice rock ma trasversali a generi e sotto-generi. Per certi versi, musicisti capaci di patrocinare i propri pari, di garantire sul talento di colleghi non noti, di mettere il proprio gusto a disposizione del pubblico.
Crollate le barriere degli esorbitanti costi di produzione e di distribuzione, prolifera l’idea della Piattaforma. Sfoltiti i roster delle major per manifesta impossibilità di coltivarli, ecco il ’seeding’ degli artisti per gli artisti, ecco l’A&R di marca, uguale a sè stesso nei secoli ma, oggi, capace di passare dalla teoria alla pratica anche con risorse limitate e di ripristinare l’unico collo di bottiglia che ha senso: il talento.
Le nuove label digitali saranno tali quando nasceranno intorno a effettive competenze sullo scouting e quando la Piattaforma sarà diventata trasparente, trasformatasi da know-how a commodity, uno strumento assolutamente necessario e irrinunciabile ma solo un braccio per la mente di un A&R agilissimo e qualificato. Le nuove label digitali saranno un ibrido tra etichette e media, così come i siti sono già da qualche anno un mix tra testate e e-commerce. Ma un ibrido confortevole, organico e coerente, non più la acerba somma di componenti disgiunte che è oggi. C’è una distanza da coprire, lunga come il MySpace attuale (un enorme database incapace di distillare e promuovere opportunità) ma su cui in questo secondo stanno lavorando in migliaia e, da un antipodo all’altro, si colgono i primi entusiasmanti segnali.
A&R, Beatles, Caterina Caselli, hackers, label digitale, Madonna, Oasis, ReverbNation, Sounday, talent scouting, tunecore
26 Aprile, 2010 in Walkman, iPod da Giampiero Di Carlo
Innovazione, fallimenti e fusioni sono tipici dei periodi di discontinuità e trasformazione. Nel caso dell’industria musicale, impegnata a ricostruirsi un modello di business, il bicchiere può apparire mezzo pieno se si guarda alla qualità e alla quantità di risorse che la crisi, come era prevedibile, sta finalmente liberando. Mentre la discografia tradizionale gestisce una dolorosa fase di ristrutturazione, dallo smisurato villaggio indie giungono idee, proposte, iniziative e tentativi.
Definiamo ristrutturazione. Accorpamenti, licenziamenti, valorizzazione del catalogo, sfoltimento del roster.
Definiamo indie. Indipendente, non major, non mainstream. Per estensione: unsigned, emergente, fai da te.
Nel 2010 la musica indie e la tecnologia indie, da direzioni opposte e con obiettivi diversi, stanno gradualmente definendo un nuovo ambiente di sviluppo della musica, in cui la creazione artistica prima e il prodotto poi nascono e fluiscono in senso moderno e coerente con il loro tempo. Come due galassie originate dal big bang tecnologico che ha spianato le vecchie barriere all’ingresso, i mondi paralleli della Piattaforma e dell’A&R segnano gli antipodi di un universo che potrebbe essere il prossimo.
La genesi della Piattaforma si può far risalire ai vagiti dei primi, mitici hacker (non ‘cracker’) che, dal MIT e dalla Silicon Valley, tra gli anni Sessanta e Settanta gettarono le basi della rivoluzione tecnologica, trasformandosi da ‘geek’ a eroi e cambiando per sempre il nostro mondo, con effetti visibili ai più dagli anni Ottanta in poi. L’humus della Piattaforma, invece, è il codice aperto, da cui deriva la via partecipativa allo sviluppo che genera un esercito sempre più folto di piccoli inventori trasversale alle latitudini che, a sua volta, produce ogni giorno una pletora di mezzi, strumenti e applicazioni, molte delle quali riguardano la musica (che, come è noto, è la punta di diamante della sperimentazione digitale dei media da che internet esiste) e si aprono un varco laddove una volta sorgevano barriere all’ingresso erette all’insegna delle economie di scala e dalla massa critica minima. Dove, di preciso? Nella discografia, per esempio. Ne è un fulgido esempio TuneCore, oggi forse il benchmark per antonomasia della moderna label digitale: un’architettura, un sistema – una piattaforma - accessibile a chiunque, modulare, dove produrre, distribuire, vendere, mixare, confezionare, promuovere la propria musica, con infiniti plugin per diffonderla in modo virale, con applicazioni native per propagandarla sul mobile, con variabili per declinarla su più formati e supporti. E, al pari di TuneCore, vanno affermandosi anche altri esempi: è il caso dell’altrettanto americana ReverbNation o della recente e italiana Sounday.
Le origini del pianeta A&R, invece, sono ben più remote. (Definiamo A&R: artists & repertoire, alla lettera; scoperta e ‘talent scouting’, in senso pratico). Risalgono all’intuito di impresari di menestrelli o, saltando in avanti fino al secolo scorso, al genio di discografici ante-litteram, come Sam Phillips, o di artisti con velleità discografiche, come i Beatles o Caterina Caselli per citarne giusto due. Ai mesi nostri, alcuni dei nomi che più facilmente vengono in mente sono quelli di Jack White (Third Man Records) o dei Kings Of Leon (Serpents And Snakes), ovvero di una categoria di superstar più nello status (perchè sono sì celeberrimi ma, soprattutto, sono rispettati e celebrati) che nella dimensione e nella disponibilità economica (la loro è ancora distante milioni di euro e di copie da quella di chi, solo pochi anni fa, osava cimentarsi nella fondazione di una etichetta: Madonna, Mariah Carey, Noel Gallaghera/Oasis etc). Esponenti di un underground con una matrice rock ma trasversali a generi e sotto-generi. Per certi versi, musicisti capaci di patrocinare i propri pari, di garantire sul talento di colleghi non noti, di mettere il proprio gusto a disposizione del pubblico.
Crollate le barriere degli esorbitanti costi di produzione e di distribuzione, prolifera l’idea della Piattaforma. Sfoltiti i roster delle major per manifesta impossibilità di coltivarli, ecco il ’seeding’ degli artisti per gli artisti, ecco l’A&R di marca, uguale a sè stesso nei secoli ma, oggi, capace di passare dalla teoria alla pratica anche con risorse limitate e di ripristinare l’unico collo di bottiglia che ha senso: il talento.
Le nuove label digitali saranno tali quando nasceranno intorno a effettive competenze sullo scouting e quando la Piattaforma sarà diventata trasparente, trasformatasi da know-how a commodity, uno strumento assolutamente necessario e irrinunciabile ma solo un braccio per la mente di un A&R agilissimo e qualificato. Le nuove label digitali saranno un ibrido tra etichette e media, così come i siti sono già da qualche anno un mix tra testate e e-commerce. Ma un ibrido confortevole, organico e coerente, non più la acerba somma di componenti disgiunte che è oggi. C’è una distanza da coprire, lunga come il MySpace attuale (un enorme database incapace di distillare e promuovere opportunità) ma su cui in questo secondo stanno lavorando in migliaia e, da un antipodo all’altro, si colgono i primi entusiasmanti segnali.
A&R, Beatles, Caterina Caselli, hackers, label digitale, Madonna, Oasis, ReverbNation, Sounday, talent scouting, TuneCore
18 Aprile, 2010 in Apple, Giornalismo musicale, iPhone da Giampiero Di Carlo
Giovedì sono stato a Fossa, per rendermi conto della situazione a un anno dal terremoto e constatare dove e come saranno utilizzati i fondi raccolti con l’iniziativa “La Musica Per l’Abruzzo”, che ha visto partecipi gli addetti ai lavori della nostra industria.
Ho dormito a l’Aquila, dove ho constatato come la situazione resti difficile e critica sia sotto il profilo logistico, sia (se non soprattutto) dal punto di vista psicologico, per una popolazione fiaccata da un anno di precarietà e provvisorietà. Un tetto sopra la testa è solo una condizione necessaria; ma la gente sembra non avere dove aggregarsi, le strade sono interrotte, vaste aree della città come è noto sono inagibili, mi è sembrato che la tristezza collettiva sia al livello di guardia.
Il giorno dopo ho visitato Fossa insieme a un responsabile di Oliver Twist, Angelo Villani, che mi ha condotto sul sito dove è sorto il nuovo villaggio a valle del paese arroccato sulla montagna. Negli ultimi tre mesi la tendopoli è stata di fatto quasi interamente sostituita da abitazioni: si tratta di costruzioni prefabbricate, ben realizzate, anche diverse tra loro come conseguenza del fatto che sono originate da donazioni e interventi diversi, grazie all’intraprendenza del sindaco Luigi Calvisi, un medico dinamico, coraggioso, veemente, pratico che, a differenza di numerosi suoi colleghi, dà l’impressione di vedere oltre e di non accontentarsi dell’opera di primo intervento garantita dalla Protezione Civile, pensando invece a come ricostruire un’identità alla sua popolazione ripartendo dal concetto di agorà, comprendendo come la rinormalizzazione della vita sociale sia ora la massima priorità per un paese distrutto dal sisma.
Il frutto della donazione che “La Musica Per l’Abruzzo’ ha destinato a Oliver Twist affinché sovraintendesse alla realizzazione del progetto “Live” sotto l’iniziativa del Mubaq cominceremo a vederlo tra settembre e ottobre. Il Mubaq (Museo dei Bambini dell’Aquila) è un’associazione che opera da oltre unidici anni e aveva sede nel castello spagnolo dell’Aquila: danneggiato e inagibile il castello, il Mubaq ha deciso di ricostruire la propria sede nel comune di Fossa, dove conosceva la situazione per avervi operato bene in passato e dove l’amministrazione ha messo loro a disposizione un terreno perfettamente idoneo allo scopo. Fossa spicca perr la sua rinomata sensibilità per l’arte e la cultura, a dispetto delle sue piccole dimensioni: qui il Mubaq aveva collaborato con l’allora sindaco e attuale vice sindaco Di Marco nella realizzazione del Teatro della Fragolina (intatto, agibile ma all’interno della ‘zona rossa’ e, pertanto, utilizzabile solo a seguito della concessione di deroghe speciali), diventato famoso per la realizzazione di diverse colonne sonore e per la presenza ripetuta di grandi personaggi come il Maestro Piovani.
Il nostro progetto, il progetto ‘Live’, originerà dunque una struttura: nell’arco di poche settimane sarà scelta con un bando di gara l’impresa alla quale saranno affidati i lavori; sarà poi steso in circa due settimane il progetto definitivo; occorreranno infine circa altri trenta giorni per ottenere ogni permesso dall’amministrazione del paese – ergo, sarà fisicamente possibile cominciare a costruire dopo l’estate, in un periodo nel quale il villaggio di cui sopra sarà stato ultimato e conterrà anche alcune strutture di aggregazione, come un bar, una chiesa, un internet point, un negozio di alimentari. La nostra struttura, il cui nome provvisorio è Museo dei Bambini (ma lasciamo volentieri che l’ultima parola in merito spetti a chi dovrà utilizzarla, personalizzarla, animarla), sorgerà su una particella di terreno già individuata, sarà realizzata su un basamento di cemento armato e avrà un’ampiezza di circa 130 metri quadrati. Al suo interno, due aule polifunzionali, due magazzini, la zona dei servizi, una loggia esterna e protetta ricavata grazie a un tetto spiovente ed un giardino, da riempire di giochi e sculture in cui i bambini possano dare sfogo alla propria creatività.
Bello. Una piccola cosa rispetto al disastro, ma bella, concreta, necessaria ed in mano a persone ed istituzioni serie.
Nuovi aggiornamenti non appena possibile.

La particella di terreno dove sorgerà l'edificio che ospiterà il progetto 'Live'

Fossa, il paese
Fossa, La Musica per l'Abruzzo, Mubaq, Oliver twist, Piovani, terremoto
18 Aprile, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Giovedì sono stato a Fossa, per rendermi conto della situazione a un anno dal terremoto e constatare dove e come saranno utilizzati i fondi raccolti con l’iniziativa “La Musica Per l’Abruzzo”, che ha visto partecipi gli addetti ai lavori della nostra industria.
Ho dormito a l’Aquila, dove ho constatato come la situazione resti difficile e critica sia sotto il profilo logistico, sia (se non soprattutto) dal punto di vista psicologico, per una popolazione fiaccata da un anno di precarietà e provvisorietà. Un tetto sopra la testa è solo una condizione necessaria; ma la gente sembra non avere dove aggregarsi, le strade sono interrotte, vaste aree della città come è noto sono inagibili, mi è sembrato che la tristezza collettiva sia al livello di guardia.
Il giorno dopo ho visitato Fossa insieme a un responsabile di Oliver Twist, Angelo Villani, che mi ha condotto sul sito dove è sorto il nuovo villaggio a valle del paese arroccato sulla montagna. Negli ultimi tre mesi la tendopoli è stata di fatto quasi interamente sostituita da abitazioni: si tratta di costruzioni prefabbricate, ben realizzate, anche diverse tra loro come conseguenza del fatto che sono originate da donazioni e interventi diversi, grazie all’intraprendenza del sindaco Luigi Calvisi, un medico dinamico, coraggioso, veemente, pratico che, a differenza di numerosi suoi colleghi, dà l’impressione di vedere oltre e di non accontentarsi dell’opera di primo intervento garantita dalla Protezione Civile, pensando invece a come ricostruire un’identità alla sua popolazione ripartendo dal concetto di agorà, comprendendo come la rinormalizzazione della vita sociale sia ora la massima priorità per un paese distrutto dal sisma.
Il frutto della donazione che “La Musica Per l’Abruzzo’ ha destinato a Oliver Twist affinché sovraintendesse alla realizzazione del progetto “Live” sotto l’iniziativa del Mubaq cominceremo a vederlo tra settembre e ottobre. Il Mubaq (Museo dei Bambini dell’Aquila) è un’associazione che opera da oltre unidici anni e aveva sede nel castello spagnolo dell’Aquila: danneggiato e inagibile il castello, il Mubaq ha deciso di ricostruire la propria sede nel comune di Fossa, dove conosceva la situazione per avervi operato bene in passato e dove l’amministrazione ha messo loro a disposizione un terreno perfettamente idoneo allo scopo. Fossa spicca perr la sua rinomata sensibilità per l’arte e la cultura, a dispetto delle sue piccole dimensioni: qui il Mubaq aveva collaborato con l’allora sindaco e attuale vice sindaco Di Marco nella realizzazione del Teatro della Fragolina (intatto, agibile ma all’interno della ‘zona rossa’ e, pertanto, utilizzabile solo a seguito della concessione di deroghe speciali), diventato famoso per la realizzazione di diverse colonne sonore e per la presenza ripetuta di grandi personaggi come il Maestro Piovani.
Il nostro progetto, il progetto ‘Live’, originerà dunque una struttura: nell’arco di poche settimane sarà scelta con un bando di gara l’impresa alla quale saranno affidati i lavori; sarà poi steso in circa due settimane il progetto definitivo; occorreranno infine circa altri trenta giorni per ottenere ogni permesso dall’amministrazione del paese – ergo, sarà fisicamente possibile cominciare a costruire dopo l’estate, in un periodo nel quale il villaggio di cui sopra sarà stato ultimato e conterrà anche alcune strutture di aggregazione, come un bar, una chiesa, un internet point, un negozio di alimentari. La nostra struttura, il cui nome provvisorio è Museo dei Bambini (ma lasciamo volentieri che l’ultima parola in merito spetti a chi dovrà utilizzarla, personalizzarla, animarla), sorgerà su una particella di terreno già individuata, sarà realizzata su un basamento di cemento armato e avrà un’ampiezza di circa 130 metri quadrati. Al suo interno, due aule polifunzionali, due magazzini, la zona dei servizi, una loggia esterna e protetta ricavata grazie a un tetto spiovente ed un giardino, da riempire di giochi e sculture in cui i bambini possano dare sfogo alla propria creatività.
Bello. Una piccola cosa rispetto al disastro, ma bella, concreta, necessaria ed in mano a persone ed istituzioni serie.
Nuovi aggiornamenti non appena possibile.

La particella di terreno dove sorgerà l'edificio che ospiterà il progetto 'Live'

Fossa, il paese
Fossa, La Musica per l'Abruzzo, Mubaq, Oliver twist, Piovani, terremoto
29 Marzo, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
540.000 tonnellate all’anno di emissioni di gas serra: è la misura dell’inquinamento prodotto dall’industria musicale britannica, tre quarti dei quali sono generati come conseguenza di esibizioni live e un quarto dai comparti ” music recording” e “music publishing”. Lo studio, di cui si è occupata la dottoressa Catherine Bottrill della University of Surrey, è stato commissionato dalla Julie’s Bicycle, una organizzazione non-profit che si è rivolta all’Istituto per i Cambiamenti Ambientali della University of Oxford. La Julie’s Bicycle fu fondata nel 2007 da alcuni dirigenti e personaggi dell’industria discografica nel 2007, poco prima del Live Earth.
Secondo i ricercatori impegnati nello studio, il 43% dei gas serra prodotti derivano dai viaggi e dagli spostamenti del pubblico per recarsi ai concerti, mentre il 23% è prodotto direttamente dai e nei luoghi (locali, arene e stadi) dove le esibizioni hanno luogo. Fattori extra-live di grosso peso, invece, sono rappresentati dal packaging dei CD e dalla distribuzione fisica in senso lato.
Sulla base delle proprie conclusioni, Julie’s Bicycle si occuperà di diffondere una campagna di sensibilizzazione e di fornire alcuni benchmark di riferimento agli artisti, alcuni dei quali sono manifestamente ‘green’ ma sprovvisti di nozioni pratiche, strumenti e metodologie per passare dal sostegno morale alla applicazione pratica che limita i danni. Sarà inoltre ufficializzata una certificazione “Industry Green”, declinata in base ai principali servizi e prodotti della musica – dal confezionamento dei prodotti alle norme dedicate ai festival, dalla gestione degli uffici a quella dei locali. E, come prima positiva conseguenza pratica della recente consapevolezza musical green, ecco uno strumento web-based di gestione dell’energia sviluppato da Catherine Bottrilli e Russell Layberry, già in uso presso alcuni veri e propri templi del live britannico come Wembley Arena e Royal Albert Hall: si chiama SMEasure…
Catherine Bottrill, gas-serra, green, industria musicale, Julie's Bicycle, Live Earth, Russell Layberry, SMEasure
29 Marzo, 2010 in Apple, Gadget, Nuova musica, Tap Tap, YouTube, brian eno, iPhone, iPod, itunes, nine inch nails da Giampiero Di Carlo
540.000 tonnellate all’anno di emissioni di gas serra: è la misura dell’inquinamento prodotto dall’industria musicale britannica, tre quarti dei quali sono generati come conseguenza di esibizioni live e un quarto dai comparti ” music recording” e “music publishing”. Lo studio, di cui si è occupata la dottoressa Catherine Bottrill della University of Surrey, è stato commissionato dalla Julie’s Bicycle, una organizzazione non-profit che si è rivolta all’Istituto per i Cambiamenti Ambientali della University of Oxford. La Julie’s Bicycle fu fondata nel 2007 da alcuni dirigenti e personaggi dell’industria discografica nel 2007, poco prima del Live Earth.
Secondo i ricercatori impegnati nello studio, il 43% dei gas serra prodotti derivano dai viaggi e dagli spostamenti del pubblico per recarsi ai concerti, mentre il 23% è prodotto direttamente dai e nei luoghi (locali, arene e stadi) dove le esibizioni hanno luogo. Fattori extra-live di grosso peso, invece, sono rappresentati dal packaging dei CD e dalla distribuzione fisica in senso lato.
Sulla base delle proprie conclusioni, Julie’s Bicycle si occuperà di diffondere una campagna di sensibilizzazione e di fornire alcuni benchmark di riferimento agli artisti, alcuni dei quali sono manifestamente ‘green’ ma sprovvisti di nozioni pratiche, strumenti e metodologie per passare dal sostegno morale alla applicazione pratica che limita i danni. Sarà inoltre ufficializzata una certificazione “Industry Green”, declinata in base ai principali servizi e prodotti della musica – dal confezionamento dei prodotti alle norme dedicate ai festival, dalla gestione degli uffici a quella dei locali. E, come prima positiva conseguenza pratica della recente consapevolezza musical green, ecco uno strumento web-based di gestione dell’energia sviluppato da Catherine Bottrilli e Russell Layberry, già in uso presso alcuni veri e propri templi del live britannico come Wembley Arena e Royal Albert Hall: si chiama SMEasure…
Catherine Bottrill, gas-serra, green, industria musicale, Julie's Bicycle, Live Earth, Russell Layberry, SMEasure
11 Marzo, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Gli acquirenti di musica (fisica e/o digitale) sono calati di 24 milioni di unità nel biennio 2007-2009 (fonte: NPD Group), numero che sale a 33 milioni se si prende in considerazione la sola voce CD. Durante lo stesso periodo la spesa musicale pro-capite è aumentata del 2% complessivo (incremento dovuto in massima parte alla crescita del 52% nella spesa musicale digitale), mentre è diminuito del 6% il numero di download da P2P.
Altri numeri, fonte Nielsen/Soundscan: le vendite musicali U.S.A. in termini di unità sono aumentate in un anno del 2,1% (mentre la crescita tra il 2007 e il 2008 era stata del 10,5%); un incremento digitale a fronte di un crollo fisico. Sul primo fronte, infatti, sono stati venduti 1,16 miliardi di singoli e 76,4 milioni di album (aumenti rispettivi dell’8,3% e del 16,1%). Sul secondo, si registra l’ormai arcinoto decremento dei CD del 17,4% (imputabile alle novità per il 20,7% e al catalogo per il 14,1%). A margine, si annoti che la forbice in termini di fatturato resta ampiamente negativa, con un grafico che continua da anni a puntare in basso a destra. E poco può l’eroico e risorto vinile (+ 33%, sì, ma di quasi nulla).
Apple ha sfondato la soglia del decimiliardesimo singolo scaricato su iTunes poche settimane dopo avere indicato al mercato un futuro diverso dal ‘pay per’ e simile alla ‘cloud’ (acquisizione di Lala). Ma quale cloud, però, se Rhapsody è a rischio, Spotify tutti la vogliono ma nessuno la piglia?
Sembrerebbe, quindi, che:
- la scarsa qualità e la musica nella nuvola (leggi accesso via streaming: Pandora, YouTube…) siano i veri avversari di pirateria e sharing
- la fruizione contemporanea sia molto condizionata dalla funzione ’search’, come testimoniano la quota di album digitali rispetto ai singoli brani scaricati a pagamento (i primi sono circa il 6% dei secondi) e la consolidata abitudine al ‘cherry picking’ – scelgo una canzone per volta, spesso di impulso dopo un ascolto digitale che mi offre un link per un download – e la resurrezione del catalogo.
Ma se il P2P cala e il ‘premium’ non ingrana, deve esserci molto movimento offline: eccomi con il mio HD esterno, scambiamoci i brani. Deja vu. Oggi lo chiamano sneakernet, che bel nome funky.
Ancora più bella, però, l’osservazione di James McQuivey di Forrester Research che – apparentemente ovvia – ha il pregio di collegare le mutate abitudini di fruizione della musica con la trasformata relazione tra consumatore e media: ”Oggi chiunque controlli l’accesso reclama la fetta di ricavi più ampia”, dice il Prof puntando il dito su telco e ISP, e porta cifre a supporto: la spesa mensile per contenuti di una famiglia media americana ammonta a $228.54, di cui il 70% se ne va in costi per l’accesso (resta poco per l’acquisto diretto di contenuti). Nel 1975 quella spesa era poco più di un decimo e in quei 29.58 ci stava anche l’acquisto occasionale di un album.
Che scena curiosa. L’ecosistema delle applicazioni ha disintermediato i mobile carrier, svincolando i proprietari di contenuti dal pedaggio che pagavano nei primi anni Duemila per promuoversi, disintegrando la logica dei servizi ‘recintati’ nell’offerta del singolo provider e ponendo quest’ultimo nella posizione di chi rischia di diventare un mero trasportatore di bit. E l’industria musicale, intanto, si ostina a far passare il business dalla cruna dell’ago, pregando da un lato che la ‘music cloud’ diventi una realtà (con il suo mix di ricavi da pubblicità e da abbonamenti in un regime a buffet), dall’altro parametrando le licenze dei cataloghi alla vecchia logica ‘pay per’, che rende insostenibile l’operazione (almeno per ora).
E se, invece di farsi accusare di irragionevolezza da chi macina ricavi con la musica gratis decidesse all’improvviso che gli album sono apps?
app. Spotify, Apple, cd, download, industria musicale, itunes, Musica digitale, Nielsen, NPD Group, P2P, Pandora, YouTube
11 Marzo, 2010 in Apple, Gadget, iPod da Giampiero Di Carlo
Gli acquirenti di musica (fisica e/o digitale) sono calati di 24 milioni di unità nel biennio 2007-2009 (fonte: NPD Group), numero che sale a 33 milioni se si prende in considerazione la sola voce CD. Durante lo stesso periodo la spesa musicale pro-capite è aumentata del 2% complessivo (incremento dovuto in massima parte alla crescita del 52% nella spesa musicale digitale), mentre è diminuito del 6% il numero di download da P2P.
Altri numeri, fonte Nielsen/Soundscan: le vendite musicali U.S.A. in termini di unità sono aumentate in un anno del 2,1% (mentre la crescita tra il 2007 e il 2008 era stata del 10,5%); un incremento digitale a fronte di un crollo fisico. Sul primo fronte, infatti, sono stati venduti 1,16 miliardi di singoli e 76,4 milioni di album (aumenti rispettivi dell’8,3% e del 16,1%). Sul secondo, si registra l’ormai arcinoto decremento dei CD del 17,4% (imputabile alle novità per il 20,7% e al catalogo per il 14,1%). A margine, si annoti che la forbice in termini di fatturato resta ampiamente negativa, con un grafico che continua da anni a puntare in basso a destra. E poco può l’eroico e risorto vinile (+ 33%, sì, ma di quasi nulla).
Apple ha sfondato la soglia del decimiliardesimo singolo scaricato su iTunes poche settimane dopo avere indicato al mercato un futuro diverso dal ‘pay per’ e simile alla ‘cloud’ (acquisizione di Lala). Ma quale cloud, però, se Rhapsody è a rischio, Spotify tutti la vogliono ma nessuno la piglia?
Sembrerebbe, quindi, che:
- la scarsa qualità e la musica nella nuvola (leggi accesso via streaming: Pandora, YouTube…) siano i veri avversari di pirateria e sharing
- la fruizione contemporanea sia molto condizionata dalla funzione ’search’, come testimoniano la quota di album digitali rispetto ai singoli brani scaricati a pagamento (i primi sono circa il 6% dei secondi) e la consolidata abitudine al ‘cherry picking’ – scelgo una canzone per volta, spesso di impulso dopo un ascolto digitale che mi offre un link per un download – e la resurrezione del catalogo.
Ma se il P2P cala e il ‘premium’ non ingrana, deve esserci molto movimento offline: eccomi con il mio HD esterno, scambiamoci i brani. Deja vu. Oggi lo chiamano sneakernet, che bel nome funky.
Ancora più bella, però, l’osservazione di James McQuivey di Forrester Research che – apparentemente ovvia – ha il pregio di collegare le mutate abitudini di fruizione della musica con la trasformata relazione tra consumatore e media: ”Oggi chiunque controlli l’accesso reclama la fetta di ricavi più ampia”, dice il Prof puntando il dito su telco e ISP, e porta cifre a supporto: la spesa mensile per contenuti di una famiglia media americana ammonta a $228.54, di cui il 70% se ne va in costi per l’accesso (resta poco per l’acquisto diretto di contenuti). Nel 1975 quella spesa era poco più di un decimo e in quei 29.58 ci stava anche l’acquisto occasionale di un album.
Che scena curiosa. L’ecosistema delle applicazioni ha disintermediato i mobile carrier, svincolando i proprietari di contenuti dal pedaggio che pagavano nei primi anni Duemila per promuoversi, disintegrando la logica dei servizi ‘recintati’ nell’offerta del singolo provider e ponendo quest’ultimo nella posizione di chi rischia di diventare un mero trasportatore di bit. E l’industria musicale, intanto, si ostina a far passare il business dalla cruna dell’ago, pregando da un lato che la ‘music cloud’ diventi una realtà (con il suo mix di ricavi da pubblicità e da abbonamenti in un regime a buffet), dall’altro parametrando le licenze dei cataloghi alla vecchia logica ‘pay per’, che rende insostenibile l’operazione (almeno per ora).
E se, invece di farsi accusare di irragionevolezza da chi macina ricavi con la musica gratis decidesse all’improvviso che gli album sono apps?
app. Spotify, Apple, CD, download, industria musicale, iTunes, musica digitale, Nielsen, NPD Group, P2P, Pandora, YouTube
1 Marzo, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Se vogliamo trovare un aspetto positivo nella fusione ad alto tasso di concentrazione tra Live Nation e Ticketmaster, eccolo: è un esperimento accelerato proprio dalla messa a fattore comune delle prerogative del promoter e del distributore di biglietti. L’esperimento consiste nell’alzare i prezzi dei biglietti più richiesti, abbassare quelli degli invenduti e mandare i bagarini in malora.
Magia del ‘dynamic pricing”, ovvero il prezzo dei biglietti che fluttua in base al livello delle richieste. L’esperimento vede protagonisti gli Eagles, notoriamente una gioiosa macchina da guerra quando vanno on the road (e, per chi lo ricorda, anche i primi artisti a superare la soglia psicologica dei 100 dollari a biglietto molte lune fa) e l’evento prescelto per condurlo è il concerto che la band di Glenn Frey e Don Henley terrà il prossimo 27 aprile a Sacramento, in California. Un piccolo momento epocale, che potrebbe erodere più di qualche consuetudine in un business ritenuto negli ultimi anni il Sacro Graal dell’industria musicale, con un giro d’affari di circa 3,5 miliardi di euro.
Il ‘dynamic pricing’ è una consuetudine in altri settori: si pensi alle stanze d’albergo, ai biglietti aerei o a quelli sportivi in certe categorie americane, giusto per fare tre casi, e mira al riempimento dell’inventario disponibile. Lo spread tra i prezzi più alti e quelli più bassi si giustifica – oltre che con il flusso variabile nel tempo della domanda - con la possibilità di segmentare, offrendo a caro prezzo il migliore servizio a chi lo richiede (arrivando a configurare veri pacchetti VIP) e vendendo invece a prezzo abbordabile a chi desidera semplicemente esserci solo a determinate condizioni. Nel caso degli Eagles, le vendite hanno interessato nel 10 fasce di prezzo diverse, compresa una da soli 32 dollari.
In generale, arene riempite grazie ai prezzi dinamici non implicano necessariamente fatturati più elevati. Si pensi al caso in cui un locale da 10.000 posti metta in vendita un solo ordine di biglietti a 50 euro e o, in alternativa, che ci siano tre fasce di biglietti, una da 100 euro (per 1.000 posti), una da 50 per 2.000 posti e una da 30 (per 7.000 posti). Nel primo posto il fatturato potenziale è di 500.000 euro, nel secondo di 410.000. ”Basterebbe”, nel primo caso, arrivare a un riempimento dell’82% per impattare il massimo risultato ottenibile nel secondo. Ma nel secondo caso un sold out implicherebbe 1.800 persone presenti in più. Differenze…?
Per i concerti, riempire un palazzetto, un’arena o uno stadio significa moltiplicare le vendite collaterali: cibo, beveraggi, merchandise.
E significa anche contrastare l’attività dei bagarini, che comprano a prezzo ordinario per poi alzarlo al momento del sold out.
Significa, pertanto, opporre qualche resistenza all’intero comparto del ‘secondary ticketing’.
Significa, infine, disintermediare, magnificando il controllo e le entrate degli artisti e dei promoter anziché quelle dei broker.
biglietti, dynamic pricing, Eagles, Live Nation, secondary ticketng, TicketMaster, tickets
1 Marzo, 2010 in Video da Giampiero Di Carlo
Se vogliamo trovare un aspetto positivo nella fusione ad alto tasso di concentrazione tra Live Nation e Ticketmaster, eccolo: è un esperimento accelerato proprio dalla messa a fattore comune delle prerogative del promoter e del distributore di biglietti. L’esperimento consiste nell’alzare i prezzi dei biglietti più richiesti, abbassare quelli degli invenduti e mandare i bagarini in malora.
Magia del ‘dynamic pricing”, ovvero il prezzo dei biglietti che fluttua in base al livello delle richieste. L’esperimento vede protagonisti gli Eagles, notoriamente una gioiosa macchina da guerra quando vanno on the road (e, per chi lo ricorda, anche i primi artisti a superare la soglia psicologica dei 100 dollari a biglietto molte lune fa) e l’evento prescelto per condurlo è il concerto che la band di Glenn Frey e Don Henley terrà il prossimo 27 aprile a Sacramento, in California. Un piccolo momento epocale, che potrebbe erodere più di qualche consuetudine in un business ritenuto negli ultimi anni il Sacro Graal dell’industria musicale, con un giro d’affari di circa 3,5 miliardi di euro.
Il ‘dynamic pricing’ è una consuetudine in altri settori: si pensi alle stanze d’albergo, ai biglietti aerei o a quelli sportivi in certe categorie americane, giusto per fare tre casi, e mira al riempimento dell’inventario disponibile. Lo spread tra i prezzi più alti e quelli più bassi si giustifica – oltre che con il flusso variabile nel tempo della domanda - con la possibilità di segmentare, offrendo a caro prezzo il migliore servizio a chi lo richiede (arrivando a configurare veri pacchetti VIP) e vendendo invece a prezzo abbordabile a chi desidera semplicemente esserci solo a determinate condizioni. Nel caso degli Eagles, le vendite hanno interessato nel 10 fasce di prezzo diverse, compresa una da soli 32 dollari.
In generale, arene riempite grazie ai prezzi dinamici non implicano necessariamente fatturati più elevati. Si pensi al caso in cui un locale da 10.000 posti metta in vendita un solo ordine di biglietti a 50 euro e o, in alternativa, che ci siano tre fasce di biglietti, una da 100 euro (per 1.000 posti), una da 50 per 2.000 posti e una da 30 (per 7.000 posti). Nel primo posto il fatturato potenziale è di 500.000 euro, nel secondo di 410.000. ”Basterebbe”, nel primo caso, arrivare a un riempimento dell’82% per impattare il massimo risultato ottenibile nel secondo. Ma nel secondo caso un sold out implicherebbe 1.800 persone presenti in più. Differenze…?
Per i concerti, riempire un palazzetto, un’arena o uno stadio significa moltiplicare le vendite collaterali: cibo, beveraggi, merchandise.
E significa anche contrastare l’attività dei bagarini, che comprano a prezzo ordinario per poi alzarlo al momento del sold out.
Significa, pertanto, opporre qualche resistenza all’intero comparto del ‘secondary ticketing’.
Significa, infine, disintermediare, magnificando il controllo e le entrate degli artisti e dei promoter anziché quelle dei broker.
biglietti, dynamic pricing, Eagles, Live Nation, secondary ticketng, TicketMaster, tickets
22 Ffebbraio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Impazza il dibattito sulla effettiva applicabilità della teoria della Long Tail di Chris Anderson alla realtà dell’industria musicale. Recentemente Tom Silverman della Tommy Boy si è dilettato nel fare a pezzi la sua aderenza alla realtà, citando e interpretando alcuni dati di Nielsen ed arrivando alla conclusione che, su oltre 105.000 uscite dello scorso anno, solo 225 erano relative a nuovi artisti capaci di generare vendite per almeno 10.000 copie cadauno – e solo 14 di essi erano veramente emergenti-indipendenti-autodidatti-unsigned.
La sua conclusione, quindi: ma chi ha detto che la tecnologia aiuta? Non notate che il web 2.0, che mette l’artista in condizione di fare tutto da sè (abbattendo costi di produzione, pubblicazione e distribuzione), si dimostra incapace di agevolare una strada verso la popolarità? E che gli artisti-fai-da-te sono preda della madre di tutti gli equivoci: ‘pubblico ergo sfondo’? Perdono le loro ore migliori online e dimenticano di dedicarle alla loro musica.
Ma il buon Tom voga per sè, si intende. La sua posizione è: ‘che nessuno pensi di fare da solo in un’industria in cui le variabili marketing e finanza sono componenti essenziali della formula, paradigmi imprescindibili del modello di business.
Corretto.
Ma Chris Anderson diceva qualcosa di diverso. Diceva, più o meno, che una pletora di nicchie e segmenti, se opportunamente aggregate, hanno un potenziale commerciale (es.: audience); e diceva anche che, con il web 2.0, un piccolo pubblico può comunque essere significativo e remunerativo per un progetto (per un artista), mentre anni addietro senza una massa critica minima l’investimento non aveva senso.
Insomma, le due posizioni sono solo apparentemente in contraddizione. In realtà, se opportunamente combinate, aiutano a sottolineare una volta di più che il problema sta nel cambiamento della formula, che non è più in grado di poggiare sulla vendita di pezzi come moneymaker. E’ vero che una nicchia può essere significativa anche se un artista non diventa popolare a livello di massa. Però non è vera perchè il digitale e la coda lunga consentono di vendere pochi pezzi per campare, ma perchè quella piccola comunità di fans è monetizzabile in modi alternativi e complementari senza grossi investimenti a monte. Nella nuova formula, pare pleonastico ribadirlo, è imprescindibile la parte ‘live’ dell’equazione.
Ancora meglio: il teorico e il suo critico gettano luce sul mutamento ormai compiuto della catena del valore: da artista-casa discografica-distributore-dettagliante-fan/consumatore si è passati a artista-agenzia di marketing-tecnologia-fan/consumatore. Come dire: si richiedono competenze diverse e relazioni diverse rispetto al passato. Anche i manager devono rispondere a un profilo nuovo per intepretare e sfruttare l’ambiente digitale. E le etichette, le label, diventano compagnie ‘multipurpose’, capaci di modulare diversi livelli di servizio a seconda degli artisti (del loro genere, della loro geografia, della loro indipendenza, della loro autonomia tecnologica, delle loro preferenze).
Il tutto suggerisce una conclusione sullo UGC, sempre borderline con la categoria ‘unsigned’ e emergenti quando si parla di musica. La certezza: genera un traffico devastante, aggrega un immenso pubblico ‘cumulato’ (come somma di tanti mini-pubblici) e riesce a dare un senso effettivo alle tattiche di viral marketing. Insomma: può avere un senso pubblicitario, pur tra mille difficoltà relative alla sua qualità e alla conseguente ritrosia di molti inserzionisti nell’associarvisi.
Il dubbio: il contributo effettivo di natura A&R. Beh: poca roba. Ed era scritto che così fosse: altro è abbattere le barriere all’ingresso, altro è assumere che abbassate le barriere entrino solo talenti. Cito, in merito, uno studio di TubeMogul: solo il 17% dei video più visti su YouTube è di matrice UGC, mentre il 44,7% origina da produzioni professionali e/o da partnership commerciali e istituzionali.
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22 Ffebbraio, 2010 in Video da Giampiero Di Carlo
Impazza il dibattito sulla effettiva applicabilità della teoria della Long Tail di Chris Anderson alla realtà dell’industria musicale. Recentemente Tom Silverman della Tommy Boy si è dilettato nel fare a pezzi la sua aderenza alla realtà, citando e interpretando alcuni dati di Nielsen ed arrivando alla conclusione che, su oltre 105.000 uscite dello scorso anno, solo 225 erano relative a nuovi artisti capaci di generare vendite per almeno 10.000 copie cadauno – e solo 14 di essi erano veramente emergenti-indipendenti-autodidatti-unsigned.
La sua conclusione, quindi: ma chi ha detto che la tecnologia aiuta? Non notate che il web 2.0, che mette l’artista in condizione di fare tutto da sè (abbattendo costi di produzione, pubblicazione e distribuzione), si dimostra incapace di agevolare una strada verso la popolarità? E che gli artisti-fai-da-te sono preda della madre di tutti gli equivoci: ‘pubblico ergo sfondo’? Perdono le loro ore migliori online e dimenticano di dedicarle alla loro musica.
Ma il buon Tom voga per sè, si intende. La sua posizione è: ‘che nessuno pensi di fare da solo in un’industria in cui le variabili marketing e finanza sono componenti essenziali della formula, paradigmi imprescindibili del modello di business.
Corretto.
Ma Chris Anderson diceva qualcosa di diverso. Diceva, più o meno, che una pletora di nicchie e segmenti, se opportunamente aggregate, hanno un potenziale commerciale (es.: audience); e diceva anche che, con il web 2.0, un piccolo pubblico può comunque essere significativo e remunerativo per un progetto (per un artista), mentre anni addietro senza una massa critica minima l’investimento non aveva senso.
Insomma, le due posizioni sono solo apparentemente in contraddizione. In realtà, se opportunamente combinate, aiutano a sottolineare una volta di più che il problema sta nel cambiamento della formula, che non è più in grado di poggiare sulla vendita di pezzi come moneymaker. E’ vero che una nicchia può essere significativa anche se un artista non diventa popolare a livello di massa. Però non è vera perchè il digitale e la coda lunga consentono di vendere pochi pezzi per campare, ma perchè quella piccola comunità di fans è monetizzabile in modi alternativi e complementari senza grossi investimenti a monte. Nella nuova formula, pare pleonastico ribadirlo, è imprescindibile la parte ‘live’ dell’equazione.
Ancora meglio: il teorico e il suo critico gettano luce sul mutamento ormai compiuto della catena del valore: da artista-casa discografica-distributore-dettagliante-fan/consumatore si è passati a artista-agenzia di marketing-tecnologia-fan/consumatore. Come dire: si richiedono competenze diverse e relazioni diverse rispetto al passato. Anche i manager devono rispondere a un profilo nuovo per intepretare e sfruttare l’ambiente digitale. E le etichette, le label, diventano compagnie ‘multipurpose’, capaci di modulare diversi livelli di servizio a seconda degli artisti (del loro genere, della loro geografia, della loro indipendenza, della loro autonomia tecnologica, delle loro preferenze).
Il tutto suggerisce una conclusione sullo UGC, sempre borderline con la categoria ‘unsigned’ e emergenti quando si parla di musica. La certezza: genera un traffico devastante, aggrega un immenso pubblico ‘cumulato’ (come somma di tanti mini-pubblici) e riesce a dare un senso effettivo alle tattiche di viral marketing. Insomma: può avere un senso pubblicitario, pur tra mille difficoltà relative alla sua qualità e alla conseguente ritrosia di molti inserzionisti nell’associarvisi.
Il dubbio: il contributo effettivo di natura A&R. Beh: poca roba. Ed era scritto che così fosse: altro è abbattere le barriere all’ingresso, altro è assumere che abbassate le barriere entrino solo talenti. Cito, in merito, uno studio di TubeMogul: solo il 17% dei video più visti su YouTube è di matrice UGC, mentre il 44,7% origina da produzioni professionali e/o da partnership commerciali e istituzionali.
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15 Ffebbraio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Due esempi recenti dello sfruttamento trasversale che si fa della musica, fuori e dentro i confini dell’industria di competenza, ad ulteriore testmonianza che c’è molto ma molto di più della sincronizzazione pubblicitaria quando si tratta di accostare marchi di largo consumo e catalogo.
Universal Music Group sta gradualmente concretizzando una strategia di sfruttamento del proprio catalogo in forma digitale ed attuando moderne forme di ‘exploitation’. E’ il caso dell’accordo con la catena di palestre americane Bally Total Fitness, con la quale si è legata ad una fornitura di due anni di brani in formato MP3 da mettere a disposizione degli abbonati, in forma di incentivo e nel’ambito di programmi di fidelizzazione. La Bally si è impegnata ad acquistare ben quattro milioni e mezzo di download dalla Universal: a partire dal prossimo mese, i suoi membri riceveranno 20 brani digitali accessibili attraverso un sito co-branded e utilizzando il proprio numero di tessera.
Gracenote, di proprietà di Sony e specializzata nell’identificazione dei brani musicali e del loro ‘corredo’ attraverso i metadata, è già la principale licenziataria a livello mondiale per i testi delle canzoni. Da questo mese è anche partner ufficiale di Ford, alla quale fornirà tre suoi prodotti da inserire nella piattaforma digitale di intrattenimento SYNC che la casa di automotive di Detroit produce per i propri veicoli. SYNC integrerà Media VOCS, un servizio che attiva controlli vocali; Playlist Plus, un’applicazione che crea playlist automatiche; e un database di copertine di album che l’utente vedrà visualizzarsi quando, da una playlist o da un brano che passa su radio digitale, chiederà ai servizi di Gracenote l’identificazione della canzone.
auto, Bally, download, Ford, Gracenote, industria musicale, lrics, SYNC, testi, Universal Music Group
15 Ffebbraio, 2010 in Video da Giampiero Di Carlo
Due esempi recenti dello sfruttamento trasversale che si fa della musica, fuori e dentro i confini dell’industria di competenza, ad ulteriore testmonianza che c’è molto ma molto di più della sincronizzazione pubblicitaria quando si tratta di accostare marchi di largo consumo e catalogo.
Universal Music Group sta gradualmente concretizzando una strategia di sfruttamento del proprio catalogo in forma digitale ed attuando moderne forme di ‘exploitation’. E’ il caso dell’accordo con la catena di palestre americane Bally Total Fitness, con la quale si è legata ad una fornitura di due anni di brani in formato MP3 da mettere a disposizione degli abbonati, in forma di incentivo e nel’ambito di programmi di fidelizzazione. La Bally si è impegnata ad acquistare ben quattro milioni e mezzo di download dalla Universal: a partire dal prossimo mese, i suoi membri riceveranno 20 brani digitali accessibili attraverso un sito co-branded e utilizzando il proprio numero di tessera.
Gracenote, di proprietà di Sony e specializzata nell’identificazione dei brani musicali e del loro ‘corredo’ attraverso i metadata, è già la principale licenziataria a livello mondiale per i testi delle canzoni. Da questo mese è anche partner ufficiale di Ford, alla quale fornirà tre suoi prodotti da inserire nella piattaforma digitale di intrattenimento SYNC che la casa di automotive di Detroit produce per i propri veicoli. SYNC integrerà Media VOCS, un servizio che attiva controlli vocali; Playlist Plus, un’applicazione che crea playlist automatiche; e un database di copertine di album che l’utente vedrà visualizzarsi quando, da una playlist o da un brano che passa su radio digitale, chiederà ai servizi di Gracenote l’identificazione della canzone.
auto, Bally, download, Ford, Gracenote, industria musicale, lrics, SYNC, testi, Universal Music Group
8 Ffebbraio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Dopo il Boss, gli Who.
La tradizione dell’halftime show è ormai solida e, se colta in un contesto che molti descrivono come una collezione di spot interrotta da alcune azioni di football, ha il suo perché. E pochi artisti possono essere più idonei degli Who per esibirsi all’intervallo della partita, dato che ci sono solo 12 minuti di tempo e Townshend e Daltrey (c’era anche Zack Starkey, il figlio di Ringo, alla batteria) in 25 anni hanno pubblicato un solo album: chi meglio di loro può avere affinato, quindi, l’arte di confezionare un greatest hits dal vivo?
Potremmo ribattezzarlo quasi “That Seventies Show”. Si parte con ”Pinball wizard” (1969), il più celebre saggio dalla rock opera “Tommy”, per passare a ”Baba O’Riley” (1971), tratta da “Who’s next”, il loro migliore album di sempre. Non avendo album o tour da promuovere, c’era una sola chance per la band di riposizionarsi anche presso fasce di pubblico esterne ai baby boomers che li adorano, ed era rendere omaggio a quella che per gli Who è stata la cash-cow del decennio, ”Who are you? (1978), tratta dall’omonimo album che, prima di diventare la sigla di C.S.I., era famoso soprattutto per essere stato l’ultimo in cui suonò Keith Moon. Gli Who non si sono fatti pregare, esplodendo i power chords di un Pete Townshend ringalluzzito e agghindato con bombetta e occhiali da sole, abbastanza in forma per mulinare come solo lui sa; sì, qualche problemino sulle armonie con Roger Daltrey (occhiali azzurrati e giacca mod a strisce verticali, pareva l’arbitro), ma che fa.
La chiusura: un accenno a “See me, feel me” (sempre da “Tommy”, 1969) e finalmente l’esplosione con ”Won’t get fooled again” (sempre da “Who’s next”, 1971), con Roger feroce e potente come ai bei tempi, diolobenedica.
La partita finiva con la vittoria dei Saints di New Orleans sui Colt di Indianapolis, a sancire una prima epocale vittoria e il presumibile dolore di David Letterman, che ha visto perdere il suo stato.
Ma a rubare lo show per gli addetti ai lavori (media) è stato Google, protagonista di una altrettanto storica prima volta. Nel terzo quarto, come Eric Schmidt aveva twitterato, si è palesato il primo spot TV del motore di ricerca cannibale che, per una volta, restituisce all’old media ciò che ha metodicamente sottratto negli ultimi anni. E lo fa con grandissima classe, senza effetti speciali, proprio come gli Who qualche minuto prima. “Parisian love” è una semplice storia d’amore che nasce e si completa dentro una search-bar: qualcuno cerca lumi sui programmi di studio a Parigi e, search dopo search, lo ritroviamo a chiedere istruzioni su come assemblare una culla.
Google Superbowl Ad, Parisian Love, Saints, Superbowl, Who
8 Ffebbraio, 2010 in musica da Giampiero Di Carlo
Dopo il Boss, gli Who.
La tradizione dell’halftime show è ormai solida e, se colta in un contesto che molti descrivono come una collezione di spot interrotta da alcune azioni di football, ha il suo perché. E pochi artisti possono essere più idonei degli Who per esibirsi all’intervallo della partita, dato che ci sono solo 12 minuti di tempo e Townshend e Daltrey (c’era anche Zack Starkey, il figlio di Ringo, alla batteria) in 25 anni hanno pubblicato un solo album: chi meglio di loro può avere affinato, quindi, l’arte di confezionare un greatest hits dal vivo?
Potremmo ribattezzarlo quasi “That Seventies Show”. Si parte con ”Pinball wizard” (1969), il più celebre saggio dalla rock opera “Tommy”, per passare a ”Baba O’Riley” (1971), tratta da “Who’s next”, il loro migliore album di sempre. Non avendo album o tour da promuovere, c’era una sola chance per la band di riposizionarsi anche presso fasce di pubblico esterne ai baby boomers che li adorano, ed era rendere omaggio a quella che per gli Who è stata la cash-cow del decennio, ”Who are you? (1978), tratta dall’omonimo album che, prima di diventare la sigla di C.S.I., era famoso soprattutto per essere stato l’ultimo in cui suonò Keith Moon. Gli Who non si sono fatti pregare, esplodendo i power chords di un Pete Townshend ringalluzzito e agghindato con bombetta e occhiali da sole, abbastanza in forma per mulinare come solo lui sa; sì, qualche problemino sulle armonie con Roger Daltrey (occhiali azzurrati e giacca mod a strisce verticali, pareva l’arbitro), ma che fa.
La chiusura: un accenno a “See me, feel me” (sempre da “Tommy”, 1969) e finalmente l’esplosione con ”Won’t get fooled again” (sempre da “Who’s next”, 1971), con Roger feroce e potente come ai bei tempi, diolobenedica.
La partita finiva con la vittoria dei Saints di New Orleans sui Colt di Indianapolis, a sancire una prima epocale vittoria e il presumibile dolore di David Letterman, che ha visto perdere il suo stato.
Ma a rubare lo show per gli addetti ai lavori (media) è stato Google, protagonista di una altrettanto storica prima volta. Nel terzo quarto, come Eric Schmidt aveva twitterato, si è palesato il primo spot TV del motore di ricerca cannibale che, per una volta, restituisce all’old media ciò che ha metodicamente sottratto negli ultimi anni. E lo fa con grandissima classe, senza effetti speciali, proprio come gli Who qualche minuto prima. “Parisian love” è una semplice storia d’amore che nasce e si completa dentro una search-bar: qualcuno cerca lumi sui programmi di studio a Parigi e, search dopo search, lo ritroviamo a chiedere istruzioni su come assemblare una culla.
Google Superbowl Ad, Parisian Love, Saints, Superbowl, Who
31 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Lauren Sullivan è la moglie di Adam Gardner. Adam Gardner è il fondatore e chitarrista dei Guster. Non conoscere i Guster è accettabile, però da ora in poi, sarebbe opportuno conoscere almeno la società dei coniugi Gardner, nata da un’iniziativa di Lauren.
Si chiama Reverb, è stata fondata nel 2004 e da allora si è occupata di ‘ecologizzare’ (neologismo discutibile, ok) 85 tour su scala internazionale, inclusi quelli di Coldplay, Dave Matthews Band, John Legend. I tour sono quanto di più inquinante l’industria musicale produca: tonnellate di carburante per viaggiare, montagne di plastica consumata e non smaltita con il catering nel backstage, chilometri di carta sprecata, lunghi momenti di aria irrespirabile per il pubblico grazie agli effetti scenici e triliardi di watt di energia consumata.
La missione di Reverb: convertire musicisti, luoghi della musica e industria musicale a fare scelte responsabili per l’ambiente. Obiettivo da conseguire introducendo riciclaggio a qualsiasi livello, utilizzo di cibi organici locali, acquisto di energia elettrica da fonti rinnovabili, uso del biodiesel per i trasporti e gli spostamenti, ricorso a materiali sempre riutilizzabili etc etc.
Da sabato 30 gennaio, Reverb ha compiuto un passo ulteriore dando vita al “Green Music Group”, una coalizione di musicisti e addetti ai lavori potenzialmente molto influente, impegnata a evangelizzare l’industria musicale rispetto al ‘green’, alla causa ecologista. Tra i fondatori: Dave Matthews Band, Linkin Park, Maroon 5, Willie Nelson, Sheryl Crow, The Roots, Bonnie Raitt, Barenaked Ladies, Guster. Ma anche Warner Music Group e Brushfire Records, oltre ad alcuni grandi arene americane. Superfluo sottolineare che i concerti che ricadranno nell’ambito dei suddetti protagonisti a qualsiasi titolo diverranno terreno di propaganda e sensibilizzazione al pubblico finale.
E, come si sa, chi fa rock sa dare spettacolo e attirare l’attenzione della gente. Così, da marzo, partirà il GMG Challenge, una serie di “calls-to-action” lanciate sul sito della coalizione, GreenMusicGroup.org: ciascuna ‘challenge’ avrà protagonista un artista fondatore e un nonprofit partner e metterà in palio premi e accessi speciali.
La filosofia del fund raising applicata al green, con una nuova opportunità per i marchi: quella di associare simultaneamente la propria immagine alla causa più sexy del momento e a un artista di richiamo.
Adam Gardner, Barenaked Ladies, Bonnie Raitt, Brushfire Records, Coldpaly, Dave Matthews Band, green, Green Music Group, Guster, John Legend, Lauren Sillvan, Linkin Park, Maroon 5, Reverb, Sheryl Crow, The Roots, Warner Music Group, Willie Nelson
31 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Lauren Sullivan è la moglie di Adam Gardner. Adam Gardner è il fondatore e chitarrista dei Guster. Non conoscere i Guster è accettabile, però da ora in poi, sarebbe opportuno conoscere almeno la società dei coniugi Gardner, nata da un’iniziativa di Lauren.
Si chiama Reverb, è stata fondata nel 2004 e da allora si è occupata di ‘ecologizzare’ (neologismo discutibile, ok) 85 tour su scala internazionale, inclusi quelli di Coldplay, Dave Matthews Band, John Legend. I tour sono quanto di più inquinante l’industria musicale produca: tonnellate di carburante per viaggiare, montagne di plastica consumata e non smaltita con il catering nel backstage, chilometri di carta sprecata, lunghi momenti di aria irrespirabile per il pubblico grazie agli effetti scenici e triliardi di watt di energia consumata.
La missione di Reverb: convertire musicisti, luoghi della musica e industria musicale a fare scelte responsabili per l’ambiente. Obiettivo da conseguire introducendo riciclaggio a qualsiasi livello, utilizzo di cibi organici locali, acquisto di energia elettrica da fonti rinnovabili, uso del biodiesel per i trasporti e gli spostamenti, ricorso a materiali sempre riutilizzabili etc etc.
Da sabato 30 gennaio, Reverb ha compiuto un passo ulteriore dando vita al “Green Music Group”, una coalizione di musicisti e addetti ai lavori potenzialmente molto influente, impegnata a evangelizzare l’industria musicale rispetto al ‘green’, alla causa ecologista. Tra i fondatori: Dave Matthews Band, Linkin Park, Maroon 5, Willie Nelson, Sheryl Crow, The Roots, Bonnie Raitt, Barenaked Ladies, Guster. Ma anche Warner Music Group e Brushfire Records, oltre ad alcuni grandi arene americane. Superfluo sottolineare che i concerti che ricadranno nell’ambito dei suddetti protagonisti a qualsiasi titolo diverranno terreno di propaganda e sensibilizzazione al pubblico finale.
E, come si sa, chi fa rock sa dare spettacolo e attirare l’attenzione della gente. Così, da marzo, partirà il GMG Challenge, una serie di “calls-to-action” lanciate sul sito della coalizione, GreenMusicGroup.org: ciascuna ‘challenge’ avrà protagonista un artista fondatore e un nonprofit partner e metterà in palio premi e accessi speciali.
La filosofia del fund raising applicata al green, con una nuova opportunità per i marchi: quella di associare simultaneamente la propria immagine alla causa più sexy del momento e a un artista di richiamo.
Adam Gardner, Barenaked Ladies, Bonnie Raitt, Brushfire Records, Coldpaly, Dave Matthews Band, green, Green Music Group, Guster, John Legend, Lauren Sillvan, Linkin Park, Maroon 5, Reverb, Sheryl Crow, The Roots, Warner Music Group, Willie Nelson
27 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Una nuova frenesia da acquisizioni sembra avere coinvolto l’industria musicale. Dopo che nel biennio 2008-2009 gli IPO americani hanno raschiato il fondo del barile quanto a numerosità, il venture capital è nuovamente in azione. Il ritorno di Frank Quattrone c’entra nulla, beninteso. Oggi come allora, invece, il venture capital concentra le proprie attenzioni sul mondo IT e sui suoi immediati confini, entro i quali la musica è tornata ad essere importante: non centrale come la bio-ingegneria e il ‘green’, ma degna di grande attenzione sì.
La causa delle frequenti fusioni e acquisizioni nel settore musicale negli anni ‘90 era squisitamente tecnologica: allora molte startup innovative che tracciavano la strada per creare nuovi business (che oggi sono diventati così maturi da essere diventati componenti o applicazioni) venivano frequentemente assorbite da ‘incumbent’ incapaci di internalizzare altrimenti cultura e innovazione. Oggi a quella ragione se ne aggiunge anche una strategica che si riassume nel tema del ‘cloud computing’.
Nel cloud computing la musica individua il viatico per passare gradualmente e forse definitivamente dalla fruizione legata al possesso a quella legata all’accesso. Ed allora basta buttare un occhio sugli annunci di M&A ed affini degli ultimi novanta giorni per rendersi conto che l’aria è frizzantina dalle nostre parti…
Il primo botto lo fa MySpace, che dopo avere acquisito iLike, finisce con integrare anche iMeem. Interessante, anche se denuncia scarsa focalizzazione: l’etichetta di MySpace Music praticamente evapora quando pareva fosse centrale nella strategia di News Corp. Il 7 dicembre, in una pausa tra una causa e l’altra contro Nokia, Apple acquista Lala, integrando il vincente ‘pay per’ con uno streaming 3.0 di qualità e implicitamente ammettendo che il modello che ha fatto da cash cow per un lustro potrebbe essere a fine corsa. Il 9 dicembre Russell Simmons acquisisce CelebrityTweet: un mogul musicale punta forte su una nuova frontiera dei media. Prima di Natale Friis e Zennstrom lanciano Rdio, sfidando Spotify , e due ex dirigenti di Yahoo Music danno vita a DashBox.
A inizio gennaio 2010, Melodeo si mette ufficialmente in vendita: è sexy, funziona, tanti la vogliono (qualcuno la prenderà?). Non è diversa la situazione di Jamendo che testimonia come, a volte, pure in un modello interessante qualche attrito di troppo esaurisce il carburante prima di arrivare da soli alla meta…
Nel frattempo Echo Nest ottiene una piccola ma significativa iniezione di capitale con un round di finanziamento. Pochi giorni dopo fa molto meglio Guvera, che porta a casa 20 milioni di dollari e desta sorpresa sia perchè è australiana, sia perchè possiamo per ora giudicarla solo per sentito dire sia perchè, anch’essa, parrebbe correggere in meglio il tiro di Spotify. Sul fronte del marketing, vecchi lupi dell’ambiente danno vita a Entertainment 3Sixty, mentre OurStage conclude positivamente un round e Ticket Text lancia ‘Ticket ABC’.
I movimenti intorno a EMI sono notissimi ma, a proposito della ricerca dei way out, è da monitorare anche la situazione che vede eMusic in procinto di acquisire The Orchard per fare massa critica e passare poi all’incasso. Sono invece ormai parte dell’arredamento le questioni riguardanti TicketMaster-Live Nation e il debutto di Zune per Microsoft: ineluttabili, non collaterali come potrebbero sembrare e destinate a causare effetto domino sull’indotto di settore.
Il 2010 sarà l’anno delle startup musicali, quindi? I segnali sono concreti e positivi se anche uno come Warren Buffett, a proposito di quanto siamo vicini alla fine di una crisi che ha bloccato l’espansione nell’ultimo biennio, ha dichiarato: ”Il dopo sbornia è sempre proporzionale alla baldoria fatta…”. Come dire: visto che l’ultima baldoria nemmeno ce la ricordiamo…
Apple, CelebrityTweet, cloud computing, Dashbox, EMI, eMusic, Entertainment 3Sixty, Frank Quattrone, Friis, Guvera, iLike, iMeem, Jamendo, Lala, Live Nation, M&A, Melodeo, Microsoft, music cloud, MySpace, OurStage, pay per, Rdio, Russell Simmons, Spotify, streaming download, The Orchard, Ticket Text, ticketing, TicketMaster, venture capital, Warren Buffett, Zennstrom, Zune
27 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Una nuova frenesia da acquisizioni sembra avere coinvolto l’industria musicale. Dopo che nel biennio 2008-2009 gli IPO americani hanno raschiato il fondo del barile quanto a numerosità, il venture capital è nuovamente in azione. Il ritorno di Frank Quattrone c’entra nulla, beninteso. Oggi come allora, invece, il venture capital concentra le proprie attenzioni sul mondo IT e sui suoi immediati confini, entro i quali la musica è tornata ad essere importante: non centrale come la bio-ingegneria e il ‘green’, ma degna di grande attenzione sì.
La causa delle frequenti fusioni e acquisizioni nel settore musicale negli anni ‘90 era squisitamente tecnologica: allora molte startup innovative che tracciavano la strada per creare nuovi business (che oggi sono diventati così maturi da essere diventati componenti o applicazioni) venivano frequentemente assorbite da ‘incumbent’ incapaci di internalizzare altrimenti cultura e innovazione. Oggi a quella ragione se ne aggiunge anche una strategica che si riassume nel tema del ‘cloud computing’.
Nel cloud computing la musica individua il viatico per passare gradualmente e forse definitivamente dalla fruizione legata al possesso a quella legata all’accesso. Ed allora basta buttare un occhio sugli annunci di M&A ed affini degli ultimi novanta giorni per rendersi conto che l’aria è frizzantina dalle nostre parti…
Il primo botto lo fa MySpace, che dopo avere acquisito iLike, finisce con integrare anche iMeem. Interessante, anche se denuncia scarsa focalizzazione: l’etichetta di MySpace Music praticamente evapora quando pareva fosse centrale nella strategia di News Corp. Il 7 dicembre, in una pausa tra una causa e l’altra contro Nokia, Apple acquista Lala, integrando il vincente ‘pay per’ con uno streaming 3.0 di qualità e implicitamente ammettendo che il modello che ha fatto da cash cow per un lustro potrebbe essere a fine corsa. Il 9 dicembre Russell Simmons acquisisce CelebrityTweet: un mogul musicale punta forte su una nuova frontiera dei media. Prima di Natale Friis e Zennstrom lanciano Rdio, sfidando Spotify , e due ex dirigenti di Yahoo Music danno vita a DashBox.
A inizio gennaio 2010, Melodeo si mette ufficialmente in vendita: è sexy, funziona, tanti la vogliono (qualcuno la prenderà?). Non è diversa la situazione di Jamendo che testimonia come, a volte, pure in un modello interessante qualche attrito di troppo esaurisce il carburante prima di arrivare da soli alla meta…
Nel frattempo Echo Nest ottiene una piccola ma significativa iniezione di capitale con un round di finanziamento. Pochi giorni dopo fa molto meglio Guvera, che porta a casa 20 milioni di dollari e desta sorpresa sia perchè è australiana, sia perchè possiamo per ora giudicarla solo per sentito dire sia perchè, anch’essa, parrebbe correggere in meglio il tiro di Spotify. Sul fronte del marketing, vecchi lupi dell’ambiente danno vita a Entertainment 3Sixty, mentre OurStage conclude positivamente un round e Ticket Text lancia ‘Ticket ABC’.
I movimenti intorno a EMI sono notissimi ma, a proposito della ricerca dei way out, è da monitorare anche la situazione che vede eMusic in procinto di acquisire The Orchard per fare massa critica e passare poi all’incasso. Sono invece ormai parte dell’arredamento le questioni riguardanti TicketMaster-Live Nation e il debutto di Zune per Microsoft: ineluttabili, non collaterali come potrebbero sembrare e destinate a causare effetto domino sull’indotto di settore.
Il 2010 sarà l’anno delle startup musicali, quindi? I segnali sono concreti e positivi se anche uno come Warren Buffett, a proposito di quanto siamo vicini alla fine di una crisi che ha bloccato l’espansione nell’ultimo biennio, ha dichiarato: ”Il dopo sbornia è sempre proporzionale alla baldoria fatta…”. Come dire: visto che l’ultima baldoria nemmeno ce la ricordiamo…
Apple, CelebrityTweet, cloud computing, Dashbox, EMI, eMusic, Entertainment 3Sixty, Frank Quattrone, Friis, Guvera, iLike, iMeem, Jamendo, Lala, Live Nation, M&A, Melodeo, Microsoft, music cloud, MySpace, OurStage, pay per, Rdio, Russell Simmons, Spotify, streaming download, The Orchard, Ticket Text, ticketing, TicketMaster, venture capital, Warren Buffett, Zennstrom, Zune
20 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
L’advertising-funded music model, che prevede che gli utenti scarichino e/o ascoltino brani (e/o vedano clip) gratuitamente e legalmente grazie al supporto della pubblicità, è indicato da circa 30 mesi come l’Eldorado dell’industria musicale.
La ragione è da ricercarsi nel progressivo passaggio dal possesso all’accesso, nell’inarrestabile affermazione del cloud computing e nella spinta fornita a quest’ultimo dal comparto mobile (che, sinonimo di portatilità e ubiquità, è congenitamente legato all’accesso).
Poi, nel modello, la fantasia e la creatività si scatenano. We7 per prima, Spotify con più clamore, situazioni miste tra “get per” e subscription, jingle anzichè spot e così via. Nel dubbio, purtroppo, che la pubblicità potrebbe benissimo non farcela a cantare e portare la croce per tutti (v. SpiralFrog, r.i.p. …). E nel dubbio che, tra equo compenso SIAE applicato agli ISP e cluod music (anche Apple compra Lala dopo tutto), la pubblicità possa diventare collaterale prima di affermarsi come necessaria e risolutiva.
ok.
E se in questo bailamme la proposta più funky fosse quella di Guvera…?
advertising funded music, Apple, cloud, download, Guvera, Lala, SpiralFrog, Spotify, streaming
20 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
L’advertising-funded music model, che prevede che gli utenti scarichino e/o ascoltino brani (e/o vedano clip) gratuitamente e legalmente grazie al supporto della pubblicità, è indicato da circa 30 mesi come l’Eldorado dell’industria musicale.
La ragione è da ricercarsi nel progressivo passaggio dal possesso all’accesso, nell’inarrestabile affermazione del cloud computing e nella spinta fornita a quest’ultimo dal comparto mobile (che, sinonimo di portatilità e ubiquità, è congenitamente legato all’accesso).
Poi, nel modello, la fantasia e la creatività si scatenano. We7 per prima, Spotify con più clamore, situazioni miste tra “get per” e subscription, jingle anzichè spot e così via. Nel dubbio, purtroppo, che la pubblicità potrebbe benissimo non farcela a cantare e portare la croce per tutti (v. SpiralFrog, r.i.p. …). E nel dubbio che, tra equo compenso SIAE applicato agli ISP e cluod music (anche Apple compra Lala dopo tutto), la pubblicità possa diventare collaterale prima di affermarsi come necessaria e risolutiva.
ok.
E se in questo bailamme la proposta più funky fosse quella di Guvera…?
advertising funded music, Apple, cloud, download, Guvera, Lala, SpiralFrog, Spotify, streaming
18 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags. O quasi.
Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici. E allora:
- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);
- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);
- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).
Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili: si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.
E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).
Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti. I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners. Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).
Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…
amazon, Apple, BlipFM, cloud, download, Echo Next, Guvera, ISP, Jambase, LastFM, lyrics, Melodeo, Microsoft, MOG, MySpace, news, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, recommend, search, share, Shazam, Slacker, Slicethepie, Sound Exchange, Spotify, stream, streaming download, tickets, TuneWiki, Vevo, We7, Zune
18 Ggennaio, 2010 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags. O quasi.
Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici. E allora:
- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);
- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);
- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).
Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili: si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.
E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).
Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti. I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners. Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).
Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…
Amazon, Apple, BlipFM, cloud, download, Echo Next, Guvera, ISP, Jambase, LastFM, lyrics, Melodeo, Microsoft, MOG, MySpace, news, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, recommend, search, share, Shazam, Slacker, Slicethepie, Sound Exchange, Spotify, stream, streaming download, tickets, TuneWiki, Vevo, We7, Zune
9 Dicembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Perchè solo un wurstel e crauti e una birra all’uscita da un concerto? E perchè camion e furgoni ambulanti solo all’uscita da concerti? Per nessuna ragione particolare, quindi…
Universal Music lancia l’operazione “5 Buck Music Truck” a Los Angeles, dove per il periodo pre-natalizio 12 camion saranno attrezzati per presidiare 12 postazioni interessanti della megalopoli e unire alla vendita di snack e cibo quella di CD (nuovi e/o di catalogo) a 5 dollari, come recita lo slogan dell’iniziativa. Particolare – e anche discutibile – il taglio promozionale prescelto: ogni ‘truck’ sarà dedicato a un artista o album.

E’ chiaramente un esperimento, ed altrettanto chiaramente pare oggi più buzz che money, però è interessante constatare come una major consideri seriamente l’idea del ‘temporary music store’ nell’epoca della crisi nera di quelli fissi. L’ispirazione, dato che si tratta di musica in mobilità ma su supporto tradizionale, sembrerebbe essere quella della flessibilità del business: il target tradizionale esiste ancora ma, mutate le abitudini di fruizione della musica, va intercettato letteralmente per strada. Vedremo.
p.s.: in Italia sarebbe guerra sul territorio con gli ambulanti abusivi
universal music
25 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Bono ha da tempo messo in conto che il ruolo di rockstar più autorevole del secolo non potrà non attrargli critiche, strali e sberleffi. Il suo impegno contro la povertà nel pianeta, però, resta incessante, genuino e molto appassionato; a tratti efficacissimo: quando bacchetta i capi di stato, solitamente guadagna la solidarietà e il plauso della gran parte della pubblica opinione, mentre suscita contrarietà in una significativa minoranza irritata dallo strano mix rock-business-politica-solidarietà.

Bono e Nelson Mandela
Ma c’è una critica che muove da anni nei confronti del Bono politico, sintetizzabile nel consiglio: “Ma pensi a cantare, che gli U2 ormai sono una macchina da rock obsoleto”. Perchè, allora, non ribaltare lo schema della solidarietà? Perché non può essere la politica ad occuparsi della musica? Perché, addirittura, non riformare gli U2 con l’aiuto delle menti più brillanti dell’Africa dilaniata dall’Aids e dal debito? E’ il punto di vista di William Easterly, esimio professore alla Facoltà di Economia della New York University e, in particolare, autore del saggio “White Man’s Burden”. Easterly, in un post geniale, ha annunciato che una commissione di esperti formata da leader dei paesi africani ha stilato un piano per “la riforma completa degli U2″. Le misure urgenti invocate dalla commissione sarebbero tese ad arrestare il declino verso una crisi incipiente della band, la quale “ha perso contatto con le proprie radici africane”.
Fantastico il presunto monito di Nelson Mandela, che sembra coniato per funzionare a diversi livelli: ”I nostri giovani oggi sono in pericolo a causa della bassa qualità della musica: presteremo agli U2 musicisti africani per ristrutturare il loro suono per soddisfare i bisogni urgenti e crescenti di forme di intrattenimento alternative in un periodo di crisi globale per la musica e i servizi finanziari”. A chi parla il vecchio Nelson? A qualcuno fischiano le orecchie?
Ogni dettaglio sul piano di riforma degli U2 qui.
Africa, Bono, business and rock, Nelson Mandela, U2, White Men's Burden, William Easterly
25 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Bono ha da tempo messo in conto che il ruolo di rockstar più autorevole del secolo non potrà non attrargli critiche, strali e sberleffi. Il suo impegno contro la povertà nel pianeta, però, resta incessante, genuino e molto appassionato; a tratti efficacissimo: quando bacchetta i capi di stato, solitamente guadagna la solidarietà e il plauso della gran parte della pubblica opinione, mentre suscita contrarietà in una significativa minoranza irritata dallo strano mix rock-business-politica-solidarietà.

Bono e Nelson Mandela
Ma c’è una critica che muove da anni nei confronti del Bono politico, sintetizzabile nel consiglio: “Ma pensi a cantare, che gli U2 ormai sono una macchina da rock obsoleto”. Perchè, allora, non ribaltare lo schema della solidarietà? Perché non può essere la politica ad occuparsi della musica? Perché, addirittura, non riformare gli U2 con l’aiuto delle menti più brillanti dell’Africa dilaniata dall’Aids e dal debito? E’ il punto di vista di William Easterly, esimio professore alla Facoltà di Economia della New York University e, in particolare, autore del saggio “White Man’s Burden”. Easterly, in un post geniale, ha annunciato che una commissione di esperti formata da leader dei paesi africani ha stilato un piano per “la riforma completa degli U2″. Le misure urgenti invocate dalla commissione sarebbero tese ad arrestare il declino verso una crisi incipiente della band, la quale “ha perso contatto con le proprie radici africane”.
Fantastico il presunto monito di Nelson Mandela, che sembra coniato per funzionare a diversi livelli: ”I nostri giovani oggi sono in pericolo a causa della bassa qualità della musica: presteremo agli U2 musicisti africani per ristrutturare il loro suono per soddisfare i bisogni urgenti e crescenti di forme di intrattenimento alternative in un periodo di crisi globale per la musica e i servizi finanziari”. A chi parla il vecchio Nelson? A qualcuno fischiano le orecchie?
Ogni dettaglio sul piano di riforma degli U2 qui.
Africa, Bono, business and rock, Nelson Mandela, U2, White Men's Burden, William Easterly
19 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Con l’anticipo tipico del web sui media tradizionali, ecco una delle prime top ten list dedicate al decennio che sta per chiudersi. E’ quella che i Webby Awards hanno dedicato ai dieci momenti topici del comparto internet, uno per anno. La musica, statisticamente, non poteva che essere ben rappresentata, e si accaparra due posizioni su dieci, mettendo il naso anche in una terza.
2001: la chiusura di Napster, individuata come spartiacque per la discografia, il momento in cui tappando una fallaper vie legali si spalancò una voragine economica (file sharing e conseguente ascesa del file digitale in luogo del CD).
2007: il lancio dell’iPhone, come a dire la crasi tra strumento e canale di distribuzione, ma anche la sintesi tra web musicale e mobilità.
Nel 2006, intitolato alla video revolution, si menziona anche YouTube. Obiettivamente difficile capire come non sia stato il suo anno anche nel titolo, anche ricordando la storica copertina del Time.
Comunque, se nel 2019 la musica sarà riuscita a non occupare alcuna delle dieci posizioni a disposizione, non significherà che sarà scomparsa di scena, ma che sarà (di nuovo) parte di un’industria così consolidata da darla (di nuovo) per scontata.
http://www.webbyawards.com/press/topwebmomentsdecade.php
file sharing, iPhone, napster, Video, Webby Awards, YouTube
19 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Con l’anticipo tipico del web sui media tradizionali, ecco una delle prime top ten list dedicate al decennio che sta per chiudersi. E’ quella che i Webby Awards hanno dedicato ai dieci momenti topici del comparto internet, uno per anno. La musica, statisticamente, non poteva che essere ben rappresentata, e si accaparra due posizioni su dieci, mettendo il naso anche in una terza.
2001: la chiusura di Napster, individuata come spartiacque per la discografia, il momento in cui tappando una fallaper vie legali si spalancò una voragine economica (file sharing e conseguente ascesa del file digitale in luogo del CD).
2007: il lancio dell’iPhone, come a dire la crasi tra strumento e canale di distribuzione, ma anche la sintesi tra web musicale e mobilità.
Nel 2006, intitolato alla video revolution, si menziona anche YouTube. Obiettivamente difficile capire come non sia stato il suo anno anche nel titolo, anche ricordando la storica copertina del Time.
Comunque, se nel 2019 la musica sarà riuscita a non occupare alcuna delle dieci posizioni a disposizione, non significherà che sarà scomparsa di scena, ma che sarà (di nuovo) parte di un’industria così consolidata da darla (di nuovo) per scontata.
http://www.webbyawards.com/press/topwebmomentsdecade.php
file sharing, iPhone, Napster, video, Webby Awards, YouTube
3 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Le risorse per reclutarli erano disponibili e sotto il mouse di tutti, così gli addetti al marketing si sono dati da fare soprattutto su Craigslist e MySpace. Hanno reperito migliaia di proposte, le hanno scremate per poi selezionare 20 tra musicisti di strada e college band scelti in diverse città degli Stati Uniti per coprire meglio il territorio e favorire il word of mouth. E’ così che una delle maggiori multinazionali di beni di largo consumo, la Unilever, ha deciso di promuovere “Axe Instinct”: legando l’immagine di un deodorante profumato all’essenza di cuoio a testimonial anonimi, in serie, sinonimo di musica ‘dal basso’ e originale.
Unilever avrebbe investito circa 1.000 dollari su ciascuno di essi perché, oltre a chiedere monetine in cambio delle loro canzoni, distribuisse anche campioncini del prodotto. Il repertorio richiesto? Tassativamente il solito, per non intaccarne l’autenticità. Con una piccola, duplice interferenza: un cartello con il marchio del prodotto proprio nei loro pressi e un’esecuzione, ogni tanto, di “Look good in leather”, il pezzo di Cosy Chesnutt che Axe utilizza nelle sue pubblicità televisive dall’inizio del 2009. Il tour destrutturato continuerà fino a fine anno.
Lo User Generated Content tenta la via del territorio, le P.R. costruiscono la case history e Unilever risparmia molto rispetto a – che so – un Cornetto Free Music Festival.
Axe, Cody Chesnutt, Look good in leather, ugc, Unilever
3 Novembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
Le risorse per reclutarli erano disponibili e sotto il mouse di tutti, così gli addetti al marketing si sono dati da fare soprattutto su Craigslist e MySpace. Hanno reperito migliaia di proposte, le hanno scremate per poi selezionare 20 tra musicisti di strada e college band scelti in diverse città degli Stati Uniti per coprire meglio il territorio e favorire il word of mouth. E’ così che una delle maggiori multinazionali di beni di largo consumo, la Unilever, ha deciso di promuovere “Axe Instinct”: legando l’immagine di un deodorante profumato all’essenza di cuoio a testimonial anonimi, in serie, sinonimo di musica ‘dal basso’ e originale.
Unilever avrebbe investito circa 1.000 dollari su ciascuno di essi perché, oltre a chiedere monetine in cambio delle loro canzoni, distribuisse anche campioncini del prodotto. Il repertorio richiesto? Tassativamente il solito, per non intaccarne l’autenticità. Con una piccola, duplice interferenza: un cartello con il marchio del prodotto proprio nei loro pressi e un’esecuzione, ogni tanto, di “Look good in leather”, il pezzo di Cosy Chesnutt che Axe utilizza nelle sue pubblicità televisive dall’inizio del 2009. Il tour destrutturato continuerà fino a fine anno.
Lo User Generated Content tenta la via del territorio, le P.R. costruiscono la case history e Unilever risparmia molto rispetto a – che so – un Cornetto Free Music Festival.
Axe, Cody Chesnutt, Look good in leather, UGC, Unilever
15 Ottobre, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
1969, Catskill, USA. Elliot Teichberg lavora come decoratore – non sempre remunerato – al Greenwich Village ed investe ogni guadagno nel fatiscente motel di famiglia, gestito dai due genitori ebrei dell’Est e gravato da un debito apparentemente insaldabile. L’estate potrebbe essere decisiva, ma le prenotazioni non sembrano proprio fioccare. Finché, per puro caso, scopre su un giornale che la cittadina di Wallkill ha negato il permesso per un imminente festival rock. Parte una telefonata agli organizzatori: dal nulla o quasi – grazie anche all’aiuto insospettabile di un vicino repubblicano ma possibilista – nasce il più grande avvenimento musicale della storia, Woodstock.
Motel Woodstock (traduzione corriva del più originale Taking Woodstock), ultima fatica di Ang Lee, è stato accolto piuttosto freddamente a Cannes, e si è rivelato un autentico disastro commerciale negli Stati Uniti incassando la miseria di 7 milioni di Usd. Sarebbe piaciuto parlare di un clamoroso errore di una critica paludata e di un pubblico disattento (è raro, ma capita e sono soddisfazioni). Purtroppo non è il caso, avevano ragione entrambi, e di sicuro siamo di fronte al peggior film dell’autore di La tigre e il dragone. Che è un ottimo regista, giustamente pluripremiato un po’ ovunque (Orsi d’oro, Oscar, Leoni: in definitiva gli manca solo una Palma d’Oro), ma di sicuro più adatto all’intimismo – anche quando si confronta col genere supereroistico come in Hulk – che alla Storia con la maiuscola in quanto tale. Cosa di cui deve rendersi conto lui per primo, tanto da scegliere una chiave minimalista – il concerto è appena intravisto, letteralmente (ed è l’immagine più bella della pellicola) un’onda che aveva le potenzialità di cambiare il futuro – preferendo concentrare l’attenzione sulle vicende personali dei protagonisti. Una sorta di dietro le quinte dell’evento, e ci poteva stare: ma il fiato resta troppo corto e il passo narrativo troppo incerto per convincere. Per cui si assiste a un reiterato – e alla lunga piuttosto fastidioso – debordare di figurine e situazioni stereotipate, con tanto di inserimento di temi gay che non c’azzeccano nulla, trip allucinogeni tra i più brutti mai visti al cinema e moralina finale (sì, c’era stato Woodstock con la sua promessa di tre giorni di pace amore e musica, ma già si annunciava Altamont e la perdita dell’innocenza) che francamente irrita. E la pur evidente adesione dei coinvolti – dalla castrante madre ebrea di Imelda Staunton che potrebbe essere adottata da Allen e Ovadia al gigantesco e tenero transgender di Lev Schreiber – non bastano a ribaltare la sensazione, sgradevole, di un compitino svolto con passione ma senza idee. Meglio ripassarsi il documentario originale (peraltro citato in larghi tratti) che almeno giungeva a ridosso, vedeva tra i montatori un certo Martin Scorsese e dava una certa idea di “things to happen”. Qui siamo più vicini a una per quanto rispettosa necrofilia, con tentativi di critica appena accennati (e subito lasciati perdere: guai a intaccare la sacralità dell’evento…) e un’ esibita nostalgia che sa di marketing più che di convinzione. E l’apparente rispetto finisce col risultare un’aggravante più che una scusa. Certo, ottima colonna sonora, ma fin lì ci sarebbe arrivato chiunque e davvero non basta. Evitabile.
15 Ottobre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

Il declino del Peer-to-Peer
Una notizia buona e una cattiva per l’industria musicale, suppongo. Quella buona: il peer-to-peer non è proprio morto ma sicuramente inizia a emanare un odore sgradevole. Quella cattiva: se morirà o crollerà definitivamente, difficilmente gli ISP saranno una cash cow e potranno continuare a costituire un valido obiettivo di mercato.
Il fatto: un’analisi pubblicata da Arbor Networks, specializzata nel ‘network management’ e utilizzata dal 70% dei top provider mondiali, rivela che la pratica del file sharing musicale è avviata verso un deciso e rapido declino, surclassata nelle abitudini degli appassionati di musica online dal video streaming. Rilanciata con una notizia da Wired, la notizia fa rumore e merita approfondimento: analizzando il traffico di 110 ISP (equivalenti anche a 3.000 router o, in termini quantitativi, a 264 exabyte di traffico), Arbor ha rilevato che la quota di traffico da P2P è pari al 18% del totale rispetto al 40% del 2007. 22 punti percentuali in larga parte sostituiti da siti di streaming e/o di downloading gratuiti ma legali (supportati dalla pubblicità).
In buona sostanza meno pirateria, graduale modifica delle abitudini di fruizione dell’utenza appannaggio di modelli di business remunerativi. Modelli, però, tuttora a metà del guado, incapaci di compensare l’emorragia di ricavi da supporto fisico che da un lustro affligge la discografia, la cui comprensibile ma non sempre composta chiamata di correo nei confronti dei provider potrebbe rivelarsi, come spesso in passato, meno strategica del previsto e molto più tattica.
Con i tempi richiesti per introdurre normative così impopolari e dirompenti, c’è da chiedersi se non valga la pena incanalare le proprie energie in altre direzioni.
.
15 Ottobre, 2009 in OpenSpime, Spime Design, iPhone da Giampiero Di Carlo
1969, Catskill, USA. Elliot Teichberg lavora come decoratore – non sempre remunerato – al Greenwich Village ed investe ogni guadagno nel fatiscente motel di famiglia, gestito dai due genitori ebrei dell’Est e gravato da un debito apparentemente insaldabile. L’estate potrebbe essere decisiva, ma le prenotazioni non sembrano proprio fioccare. Finché, per puro caso, scopre su un giornale che la cittadina di Wallkill ha negato il permesso per un imminente festival rock. Parte una telefonata agli organizzatori: dal nulla o quasi – grazie anche all’aiuto insospettabile di un vicino repubblicano ma possibilista – nasce il più grande avvenimento musicale della storia, Woodstock.
Motel Woodstock (traduzione corriva del più originale Taking Woodstock), ultima fatica di Ang Lee, è stato accolto piuttosto freddamente a Cannes, e si è rivelato un autentico disastro commerciale negli Stati Uniti incassando la miseria di 7 milioni di Usd. Sarebbe piaciuto parlare di un clamoroso errore di una critica paludata e di un pubblico disattento (è raro, ma capita e sono soddisfazioni). Purtroppo non è il caso, avevano ragione entrambi, e di sicuro siamo di fronte al peggior film dell’autore di La tigre e il dragone. Che è un ottimo regista, giustamente pluripremiato un po’ ovunque (Orsi d’oro, Oscar, Leoni: in definitiva gli manca solo una Palma d’Oro), ma di sicuro più adatto all’intimismo – anche quando si confronta col genere supereroistico come in Hulk – che alla Storia con la maiuscola in quanto tale. Cosa di cui deve rendersi conto lui per primo, tanto da scegliere una chiave minimalista – il concerto è appena intravisto, letteralmente (ed è l’immagine più bella della pellicola) un’onda che aveva le potenzialità di cambiare il futuro – preferendo concentrare l’attenzione sulle vicende personali dei protagonisti. Una sorta di dietro le quinte dell’evento, e ci poteva stare: ma il fiato resta troppo corto e il passo narrativo troppo incerto per convincere. Per cui si assiste a un reiterato – e alla lunga piuttosto fastidioso – debordare di figurine e situazioni stereotipate, con tanto di inserimento di temi gay che non c’azzeccano nulla, trip allucinogeni tra i più brutti mai visti al cinema e moralina finale (sì, c’era stato Woodstock con la sua promessa di tre giorni di pace amore e musica, ma già si annunciava Altamont e la perdita dell’innocenza) che francamente irrita. E la pur evidente adesione dei coinvolti – dalla castrante madre ebrea di Imelda Staunton che potrebbe essere adottata da Allen e Ovadia al gigantesco e tenero transgender di Lev Schreiber – non bastano a ribaltare la sensazione, sgradevole, di un compitino svolto con passione ma senza idee. Meglio ripassarsi il documentario originale (peraltro citato in larghi tratti) che almeno giungeva a ridosso, vedeva tra i montatori un certo Martin Scorsese e dava una certa idea di “things to happen”. Qui siamo più vicini a una per quanto rispettosa necrofilia, con tentativi di critica appena accennati (e subito lasciati perdere: guai a intaccare la sacralità dell’evento…) e un’ esibita nostalgia che sa di marketing più che di convinzione. E l’apparente rispetto finisce col risultare un’aggravante più che una scusa. Certo, ottima colonna sonora, ma fin lì ci sarebbe arrivato chiunque e davvero non basta. Evitabile.
15 Ottobre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo

Il declino del Peer-to-Peer
Una notizia buona e una cattiva per l’industria musicale, suppongo. Quella buona: il peer-to-peer non è proprio morto ma sicuramente inizia a emanare un odore sgradevole. Quella cattiva: se morirà o crollerà definitivamente, difficilmente gli ISP saranno una cash cow e potranno continuare a costituire un valido obiettivo di mercato.
Il fatto: un’analisi pubblicata da Arbor Networks, specializzata nel ‘network management’ e utilizzata dal 70% dei top provider mondiali, rivela che la pratica del file sharing musicale è avviata verso un deciso e rapido declino, surclassata nelle abitudini degli appassionati di musica online dal video streaming. Rilanciata con una notizia da Wired, la notizia fa rumore e merita approfondimento: analizzando il traffico di 110 ISP (equivalenti anche a 3.000 router o, in termini quantitativi, a 264 exabyte di traffico), Arbor ha rilevato che la quota di traffico da P2P è pari al 18% del totale rispetto al 40% del 2007. 22 punti percentuali in larga parte sostituiti da siti di streaming e/o di downloading gratuiti ma legali (supportati dalla pubblicità).
In buona sostanza meno pirateria, graduale modifica delle abitudini di fruizione dell’utenza appannaggio di modelli di business remunerativi. Modelli, però, tuttora a metà del guado, incapaci di compensare l’emorragia di ricavi da supporto fisico che da un lustro affligge la discografia, la cui comprensibile ma non sempre composta chiamata di correo nei confronti dei provider potrebbe rivelarsi, come spesso in passato, meno strategica del previsto e molto più tattica.
Con i tempi richiesti per introdurre normative così impopolari e dirompenti, c’è da chiedersi se non valga la pena incanalare le proprie energie in altre direzioni.
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30 Settembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ la più recente frontiera della strategia di comunicazione dell’industria musicale, in specie di quella britannica: se le ragioni delle superstar non motivano abbastanza i consumatori dediti al download illegale e non arrestano il dilagante ‘leaking’ sulle nuove uscite, forse il punto di vista di un gruppo indie povero e incazzato potrebbe funzionare meglio.
Così ieri la UK Music, associazione di categoria del Regno Unito, ha acquistato una pagina pubblicitaria sul Guardian senza però spendere una sterlina per copy e grafica dell’inserzione; si è infatti limitata a riprodurre sulla propria carta intestata un post pubblicato lo scorso aprile sul blog della band Future Of The Left, firmato dal frontman Andy Falkous, in cui si descrive la frustrazione provata dalla band nello scoprire che il loro secondo album “Travels with myself” era online e disponibile per il download gratuito 8 settimane prima dell’uscita. E che su un sito russo era addirittura disponibile a pagamento – pagamento non precisamente diretto alla band o alla label, s’intende.
‘Falco’ non le manda a dire e smadonna in libertà. UK Music si immedesima.

La pubblicità di UK Music sul 'Guardian'
30 Settembre, 2009 in Uncategorized da Giampiero Di Carlo
E’ la più recente frontiera della strategia di comunicazione dell’industria musicale, in specie di quella britannica: se le ragioni delle superstar non motivano abbastanza i consumatori dediti al download illegale e non arrestano il dilagante ‘leaking’ sulle nuove uscite, forse il punto di vista di un gruppo indie povero e incazzato potrebbe funzionare meglio.
Così ieri la UK Music, associazione di categoria del Regno Unito, ha acquistato una pagina pubblicitaria sul Guardian senza però spendere una sterlina per copy e grafica dell’inserzione; si è infatti limitata a riprodurre sulla propria carta intestata un post pubblicato lo scorso aprile sul blog della band Future Of The Left, firmato dal frontman Andy Falkous, in cui si descrive la frustrazione provata dalla band nello scoprire che il loro secondo album “Travels with myself” era online e disponibile per il download gratuito 8 settimane prima dell’uscita. E che su un sito russo era addirittura disponibile a pagamento – pagamento non precisamente diretto alla band o alla label, s’intende.
‘Falco’ non le manda a dire e smadonna in libertà. UK Music si immedesima.

La pubblicità di UK Music sul 'Guardian'
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si accende la torre, la band esce dal palco
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: nei bis ultraviolet, with or without you e moment of surrender
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: One con discorsetto iniziale su berlusconi e fischi del pubblico.
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: …seguita da MLk che sfocia in walk on. Poi lo stadio si tinge di rosso per where the streets have no name
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Vertigo e poi si passa alla dance con I’ll go crazy in versione techno quindi arrivano Sunday bloody Sunday e Pride
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Unforgettable fire e city of blinding lights con il megaschermo protagonista
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Dopo il siparietto acustico arrivano Electrical storm e unknown caller
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Beautiful day, accolta da un boato. Poi arriva still haven’t found e desire con doppio omaggio finale a jacko quindi stuck in a moment
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si comincia con Breathe, poi no line on the horizon quindi get on your boots e magnificent
8 Luglio, 2009 in Letture, Musica digitale, Social Media, gianni sibilla, iPod, luca castelli da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si accende la torre, la band esce dal palco
8 Luglio, 2009 in Musica digitale, Web 2.0, google da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: nei bis ultraviolet, with or without you e moment of surrender
8 Luglio, 2009 in Informazione, Video, Web 2.0, futuro del giornalismo, fututo dei giornali, venice sessions da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: One con discorsetto iniziale su berlusconi e fischi del pubblico.
8 Luglio, 2009 in Varie, Video, Videoclip, Visioni da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: …seguita da MLk che sfocia in walk on. Poi lo stadio si tinge di rosso per where the streets have no name
8 Luglio, 2009 in Musica digitale, Web 2.0, digital music forum, massimo mantellini da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Vertigo e poi si passa alla dance con I’ll go crazy in versione techno quindi arrivano Sunday bloody Sunday e Pride
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Bella apertura ma il pubblico si scalda solo verso la fine
8 Luglio, 2009 in Social Media, Social Network, Video, Web 2.0, emilio fede, facebook da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Unforgettable fire e city of blinding lights con il megaschermo protagonista
8 Luglio, 2009 in Blogsfera, Informazione, People, cuba, libertà despressione, libertà di stampa, yoani sanchez da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Dopo il siparietto acustico arrivano Electrical storm e unknown caller
8 Luglio, 2009 in Musica digitale, digital music forum, nonsischerzapiu da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Beautiful day, accolta da un boato. Poi arriva still haven’t found e desire con doppio omaggio finale a jacko quindi stuck in a moment
8 Luglio, 2009 in Reports da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si comincia con gli Snow Patrol
8 Luglio, 2009 in Blogosfera, Blogsfera, Web 2.0, bloggind, user generated content da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si comincia con Breathe, poi no line on the horizon quindi get on your boots e magnificent
8 Luglio, 2009 in Ascolti, free download, free mp3, mp3 da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Bella apertura ma il pubblico si scalda solo verso la fine
8 Luglio, 2009 in Varie, Wired, nin, nine inch nails, trent reznor da Giampiero Di Carlo
u2liveinmilano: Si comincia con gli Snow Patrol