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16 Aprile, 2012 in Apple da Gianni Sibilla
La notizia sarebbe stata di quelle ghiotte: due grandi menti del design assieme su un progetto “rivoluzionario”.
Si, va bene: la parola “rivoluzionario” è abusata, usata spesso a sproposito. Ma se viene accostata al nome Apple nessuno si stupisce. E nessuno si stupisce se viene accostata al nome di Philippe Starck, architetto e designer francese tra i più noti e stimati al mondo (e famoso, come la Apple, per il suo tocco minimalista)
. Starck ha già lavorato su oggetti Apple, anche se indirettamente, come questo supporto che trasforma l’iPad in una lampada, il “De-Light”
In un’intervista ad una radio francese è stato Starck a dire di essere al lavoro su un “prodotto rivoluzionario” con la casa di Cupertino,e che questo prodotto sarebbe in arrivo già tra 8 mesi. Apriti cielo: nei giorni scorsi tutti a pensare cosa potrebbe essere. Blog e fan impazziti, con la supposizione più diffusa è che si trattatasse della nuova TV Apple, il progetto che Steve Jobs avrebbe lasciato in eredità alla sua azienda.
Chi segue le cose Apple sa che la questione è più una bella suggestione che una possibilità concreta. Perché gli oggetti Apple portano una bella scritta “Designed in California”, e perché il designer Jonathan Ive – che pure è inglese – è un vanto, se non IL vanto della Apple, tanto che qualcuno sostiene sia l’erede naturale di Jobs.
Infatti, puntuale è arrivata la smentita della Apple, interpellata da AllThingsD, sezione tecnologica del Wall Street Journal. Che suggerisce quale potrebbe essere il progetto su cui in effetti è (o era) al lavoro Starck, il motivo per cui il designer si è visto regolarmente con Jobs: stava lavorando al suo yacht.
Apple, Philippe Starck, Steve Jobs
16 Aprile, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
La notizia sarebbe stata di quelle ghiotte: due grandi menti del design assieme su un progetto “rivoluzionario”.
Si, va bene: la parola “rivoluzionario” è abusata, usata spesso a sproposito. Ma se viene accostata al nome Apple nessuno si stupisce. E nessuno si stupisce se viene accostata al nome di Philippe Starck, architetto e designer francese tra i più noti e stimati al mondo (e famoso, come la Apple, per il suo tocco minimalista)
. Starck ha già lavorato su oggetti Apple, anche se indirettamente, come questo supporto che trasforma l’iPad in una lampada, il “De-Light”
In un’intervista ad una radio francese è stato Starck a dire di essere al lavoro su un “prodotto rivoluzionario” con la casa di Cupertino,e che questo prodotto sarebbe in arrivo già tra 8 mesi. Apriti cielo: nei giorni scorsi tutti a pensare cosa potrebbe essere. Blog e fan impazziti, con la supposizione più diffusa è che si trattatasse della nuova TV Apple, il progetto che Steve Jobs avrebbe lasciato in eredità alla sua azienda.
Chi segue le cose Apple sa che la questione è più una bella suggestione che una possibilità concreta. Perché gli oggetti Apple portano una bella scritta “Designed in California”, e perché il designer Jonathan Ive – che pure è inglese – è un vanto, se non IL vanto della Apple, tanto che qualcuno sostiene sia l’erede naturale di Jobs.
Infatti, puntuale è arrivata la smentita della Apple, interpellata da AllThingsD, sezione tecnologica del Wall Street Journal. Che suggerisce quale potrebbe essere il progetto su cui in effetti è (o era) al lavoro Starck, il motivo per cui il designer si è visto regolarmente con Jobs: stava lavorando al suo yacht.
Apple, Philippe Starck, Steve Jobs
15 Aprile, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Insomma, dopo tutte le polemiche, la cerimonia della Rock ‘n’ Roll Hall of Fame è stata noiosa, si legge tra le righe dell’articolo del New York Times. I Guns ‘n’ Roses si riformano. No, non si riformano. Forse sì, però. Ma Axl non vuole. Axl non viene ed è incazzato. Axl scrive una lettera e insulta tutti. Almeno lo avesse fatto durante la serata, di fronte alle telecamere…
In realtà, la R ‘n’R Hall of Fame è molto più che un baraccone di gossip e notizie fatte per attirare attenzione. E’ una macchina da soldi, ed arrivarci (ci vogliono 25 anni di carriera dal primo disco, e poi essere scelti da una giuria di 500 addetti ai lavori) vuol dire rilanciare una carriera, o farla decollare, con indotti da manicomio: lo racconta bene questo bellissimo articolo di qualche tempo fa del NYT, che spiega tutti i meccanisimi e i retroscena che si mettono in moto ogni anno. Le cerimonie in sé, poi, sono spettacoloni dove gli artisti suonano, cantano assieme, duettano come se non ci fosse un domani (ne han tratto dischi e DVD con performance davvero memorabili).
Un genere a parte di queste cerimonie sono gli “induction speech”, i discorsi in cui gli artisti ammessi nella Hall of Fame vengono presentati e celebrati da artisti più giovani, che sono loro debitori. E’ in uno degli speech di quest’anno che è venuta fuori una cosa bella, poche parole in grado di dare un senso alla serata. Billie Joe Armstrong ha presentato i Guns ‘N’ Roses, che erano presenti tutti tranne Axl. E ha celebrato Slash, così
“The opening riff of ‘Welcome to the Jungle’ is a descending trip into the underworld of Los Angeles. Misfits, drug addicts, paranoia, sex, violence, love and anger in the cracks of Hollywood.”
“It was a breath of fresh air”.
Ora provate a riascoltarvi quella canzone (andate al 1° minuto di questo video) e ditemi se questa definizione non è bellissima.
Axl Rose, Billie Joe Armstrong, Green Day, Guns n' Roses, Rock 'N' Roll Hall Of Fame, Slash
15 Aprile, 2012 in Reunion, industria musicale da Gianni Sibilla
Insomma, dopo tutte le polemiche, la cerimonia della Rock ‘n’ Roll Hall of Fame è stata noiosa, si legge tra le righe dell’articolo del New York Times. I Guns ‘n’ Roses si riformano. No, non si riformano. Forse sì, però. Ma Axl non vuole. Axl non viene ed è incazzato. Axl scrive una lettera e insulta tutti. Almeno lo avesse fatto durante la serata, di fronte alle telecamere…
In realtà, la R ‘n’R Hall of Fame è molto più che un baraccone di gossip e notizie fatte per attirare attenzione. E’ una macchina da soldi, ed arrivarci (ci vogliono 25 anni di carriera dal primo disco, e poi essere scelti da una giuria di 500 addetti ai lavori) vuol dire rilanciare una carriera, o farla decollare, con indotti da manicomio: lo racconta bene questo bellissimo articolo di qualche tempo fa del NYT, che spiega tutti i meccanisimi e i retroscena che si mettono in moto ogni anno. Le cerimonie in sé, poi, sono spettacoloni dove gli artisti suonano, cantano assieme, duettano come se non ci fosse un domani (ne han tratto dischi e DVD con performance davvero memorabili).
Un genere a parte di queste cerimonie sono gli “induction speech”, i discorsi in cui gli artisti ammessi nella Hall of Fame vengono presentati e celebrati da artisti più giovani, che sono loro debitori. E’ in uno degli speech di quest’anno che è venuta fuori una cosa bella, poche parole in grado di dare un senso alla serata. Billie Joe Armstrong ha presentato i Guns ‘N’ Roses, che erano presenti tutti tranne Axl. E ha celebrato Slash, così
“The opening riff of ‘Welcome to the Jungle’ is a descending trip into the underworld of Los Angeles. Misfits, drug addicts, paranoia, sex, violence, love and anger in the cracks of Hollywood.”
“It was a breath of fresh air”.
Ora provate a riascoltarvi quella canzone (andate al 1° minuto di questo video) e ditemi se questa definizione non è bellissima.
Axl Rose, Billie Joe Armstrong, green day, Guns n' Roses, Rock 'N' Roll Hall Of Fame, Slash
18 Aprile, 2012 in Televisione Musicale da Gianni Sibilla
Cose belle che si scoprono preparando lezioni, in questo caso per un piccolo corso sull’uso della musica nella serie TV che ho appena terminato allo IULM. Una scena che ritratte una band insospettabile nel drama più popolare degli anni ‘90. Da lì si è capito che anche una band “indie” poteva funzionare in TV. Da lì è partito l’uso massiccio di band e musica alternative nelle serie.
Questa scena è del 1995 e una giovane “music supervisor” suggerisce di far suonare i Flaming Lips in “Beverly hils 90210″, nella scena che racconta il “prom”, il ballo di fine anno: “She Don’t Use Jelly”.
Fantastico il dialogo alla fine: “Hey, come sono questi Flaming Lips?” “Di certo non sono Michael Bolton” “Questo è sicuro”. E poi ancora “I’m not really a fan of alternative music, but these guys rock!”
(Michael Bolton?) (Michael Bolton!)
La music supervisor che ha portato i Flaming Lips in Beverely Hills 90210 è Alexanda Patsavas, che poi sarebbe diventata una delle responsabili dell’uso sistematico di band semi-sconosciute nelle serie, e di fatto una delle persone più potenti del music business. Il suo lavoro in The O.C., Grey’s Anatomy, Gossip Girl rimane un esempio, e ha permesso di far conoscere artisti fino ad allora ignorati.
Altra scoperta, scavando su YouTube per queste lezioni: da vecchio appassionato di rock, mi sono intenerito trovando questa scena di Hazard, con un imbarazzatissimo Roy Orbison, che canta “Pretty Woman” mentre la cugina Daisy gli agita le tette sotto il naso:
L’anno scorso avevo fatto un po’ di playlist su YouTube, raccogliendo un po’ di spezzoni musical-seriali e divindole per generi. Le ho aggiornate con un po’ di materiale fresco o recuperato di recente; eccole qua.
L’uso cinematografico della musica (“Lost”/Damien Rice,”Mr. Fantasy” dei Traffic,”Californication”) e alcuni memorabili finali di stagione (West Wing, Brothers & Sisters, Californication):
http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E
Le scene di culto (con un occhio di rigurado a quelle curate da Alexandra Patsavas e della sua Chop Shop Music per The OC e Grey’s Anatomy)
http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150
Le sigle: soprattutto quelle della HBO (il capolavoro “Boardwalk empire, “The wire”, con la stessa canzone in cinque cover diverse, “Games of Thrones”).
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367
Glee e i suo figliocci, soprattutto il The MusicEvent di Grey’s Anatomy, senza dimenticare la bellissima traduzione italiana di cui ho parlato qualche tempo fa.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90FCA2FDD1538547
Flaming Lips, musica, Roy Orbison, Serie, tv
18 Aprile, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Cose belle che si scoprono preparando lezioni, in questo caso per un piccolo corso sull’uso della musica nella serie TV che ho appena terminato allo IULM. Una scena che ritratte una band insospettabile nel drama più popolare degli anni ‘90. Da lì si è capito che anche una band “indie” poteva funzionare in TV. Da lì è partito l’uso massiccio di band e musica alternative nelle serie.
Questa scena è del 1995 e una giovane “music supervisor” suggerisce di far suonare i Flaming Lips in “Beverly hils 90210″, nella scena che racconta il “prom”, il ballo di fine anno: “She Don’t Use Jelly”.
Fantastico il dialogo alla fine: “Hey, come sono questi Flaming Lips?” “Di certo non sono Michael Bolton” “Questo è sicuro”. E poi ancora “I’m not really a fan of alternative music, but these guys rock!”
(Michael Bolton?) (Michael Bolton!)
La music supervisor che ha portato i Flaming Lips in Beverely Hills 90210 è Alexanda Patsavas, che poi sarebbe diventata una delle responsabili dell’uso sistematico di band semi-sconosciute nelle serie, e di fatto una delle persone più potenti del music business. Il suo lavoro in The O.C., Grey’s Anatomy, Gossip Girl rimane un esempio, e ha permesso di far conoscere artisti fino ad allora ignorati.
Altra scoperta, scavando su YouTube per queste lezioni: da vecchio appassionato di rock, mi sono intenerito trovando questa scena di Hazard, con un imbarazzatissimo Roy Orbison, che canta “Pretty Woman” mentre la cugina Daisy gli agita le tette sotto il naso:
L’anno scorso avevo fatto un po’ di playlist su YouTube, raccogliendo un po’ di spezzoni musical-seriali e divindole per generi. Le ho aggiornate con un po’ di materiale fresco o recuperato di recente; eccole qua.
L’uso cinematografico della musica (“Lost”/Damien Rice,”Mr. Fantasy” dei Traffic,”Californication”) e alcuni memorabili finali di stagione (West Wing, Brothers & Sisters, Californication):
http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E
Le scene di culto (con un occhio di rigurado a quelle curate da Alexandra Patsavas e della sua Chop Shop Music per The OC e Grey’s Anatomy)
http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150
Le sigle: soprattutto quelle della HBO (il capolavoro “Boardwalk empire, “The wire”, con la stessa canzone in cinque cover diverse, “Games of Thrones”).
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367
Glee e i suo figliocci, soprattutto il The MusicEvent di Grey’s Anatomy, senza dimenticare la bellissima traduzione italiana di cui ho parlato qualche tempo fa.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90FCA2FDD1538547
Flaming Lips, Musica, Roy Orbison, Serie, TV
10 Aprile, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ogni vero appassionato di musica si sente un po’ più figo degli altri, perché conosce (o crede di conoscere) e scopre (o crede di scoprire) musica e band per primo. E queste “scoperte” spesso vengono tramandate come un segreto, che è meglio non rivelare troppo alle masse.
Oggi, con i social network, l’oscurità musicale non è più un valore. Lo diceva un bell’articolo del New York Times: con la condivisione continua, quelli che “I listen to bands that don’t even exist yet” sono degli sfigati. Per me lo sono sempre stati, anche prima di Twitter e Facebook, ma questa è un’altra storia.
Tutto questo preambolo per tirar fuori una band più o meno oscura che mi è ritornata addosso di questi tempi. E’ di quelle che conosciamo in pochissimi: probabilmente io e qualche amico, tra cui quello che qualche tempo fa ha condiviso su Twitter il loro nuovo singolo, dando a me e a un po’ di altra gente la notizia del loro ritorno.
Sono gli Spain, la band di Josh e Petra Haden, figli di Charlie.
(“Charlie chi?”) (“Il grande contrabbassista jazz, quello della Liberation Music Orchestra”) (“Ahhh”).
Negli anni ‘90 esordirono con un piccolo grande gioiello che è rimasto un grande disco oscuro, “The blue moods of Spain”. Ebbero una piccola botta di notorietà grazie a “Spiritual”, che venne rifatta da Johnny Cash (e anche in versione soft jazz dal padre assieme a Pat Metheny, ahinoi). Ma la mia canzone preferita di quell’album era e rimane “Untitled #1″. Lo intervistai anche, Josh Haden: suona(va) il basso ed era (è) quasi identico al padre. Ma non spiccicava parola tanto era timido. Poi uno dice che avere padri famosi non genera complessi.
Fecero ancora un paio di dischi, che non si filò quasi nessuno, e l’oscurità divenne ancora più fitta. Però gli Spain son tornati, dicevamo. C’è solo Josh, Petra fa una comparsata. Pubblicheranno un disco, “The soul of Spain”, tra qualche settimana. Lo sto ascoltando, ne parlerò a tempo debito: fanno sempre la stessa musica iperrallentata, soffusa e ipnotica. Rimarranno oscuri, probabilmente. Ma se vi piace la musica notturna, in questo caso l’oscurità rimane un valore.
Charlie Haden, Josh Haden, Spain
10 Aprile, 2012 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Ogni vero appassionato di musica si sente un po’ più figo degli altri, perché conosce (o crede di conoscere) e scopre (o crede di scoprire) musica e band per primo. E queste “scoperte” spesso vengono tramandate come un segreto, che è meglio non rivelare troppo alle masse.
Oggi, con i social network, l’oscurità musicale non è più un valore. Lo diceva un bell’articolo del New York Times: con la condivisione continua, quelli che “I listen to bands that don’t even exist yet” sono degli sfigati. Per me lo sono sempre stati, anche prima di Twitter e Facebook, ma questa è un’altra storia.
Tutto questo preambolo per tirar fuori una band più o meno oscura che mi è ritornata addosso di questi tempi. E’ di quelle che conosciamo in pochissimi: probabilmente io e qualche amico, tra cui quello che qualche tempo fa ha condiviso su Twitter il loro nuovo singolo, dando a me e a un po’ di altra gente la notizia del loro ritorno.
Sono gli Spain, la band di Josh e Petra Haden, figli di Charlie.
(“Charlie chi?”) (“Il grande contrabbassista jazz, quello della Liberation Music Orchestra”) (“Ahhh”).
Negli anni ‘90 esordirono con un piccolo grande gioiello che è rimasto un grande disco oscuro, “The blue moods of Spain”. Ebbero una piccola botta di notorietà grazie a “Spiritual”, che venne rifatta da Johnny Cash (e anche in versione soft jazz dal padre assieme a Pat Metheny, ahinoi). Ma la mia canzone preferita di quell’album era e rimane “Untitled #1″. Lo intervistai anche, Josh Haden: suona(va) il basso ed era (è) quasi identico al padre. Ma non spiccicava parola tanto era timido. Poi uno dice che avere padri famosi non genera complessi.
Fecero ancora un paio di dischi, che non si filò quasi nessuno, e l’oscurità divenne ancora più fitta. Però gli Spain son tornati, dicevamo. C’è solo Josh, Petra fa una comparsata. Pubblicheranno un disco, “The soul of Spain”, tra qualche settimana. Lo sto ascoltando, ne parlerò a tempo debito: fanno sempre la stessa musica iperrallentata, soffusa e ipnotica. Rimarranno oscuri, probabilmente. Ma se vi piace la musica notturna, in questo caso l’oscurità rimane un valore.
Charlie Haden, Josh Haden, Spain
5 Aprile, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Volevo fare un’analisi semiotica di quelle che mi hanno insegnato all’università, e che per anni ho inflitto ai miei studenti. Avevo trovato l’oggetto perfetto: il nuovo spot antipirateria. Sai che bello scomporre il tutto, analizzando il ruolo dei tesitmonial, le persone giuste per far capire il problema al target; spiegare perché il linguaggio è quello giusto, perché il concetto è corretto, non mischia cose diverse ma anzi è espresso in maniera coerente e lineare. Sottolineare il ruolo dell’atmosfera e della giusta dose di mistero suscitata dall’arancia che ha in mano una delle protagoniste.
Insomma, mi sarei potuto esercitare in una bella scomposizione linguistica e tutte quelle cose lì, su cui potrei scrivere lenzuolate accademiche.
Ci ha pensato PopTopoi, tirando in ballo pure il diagramma di Venn, per cui mi limito a linkare il suo post ed embeddare l’imperdibile video.
Industria Musicale, Pirateria
5 Aprile, 2012 in industria musicale da Gianni Sibilla
Volevo fare un’analisi semiotica di quelle che mi hanno insegnato all’università, e che per anni ho inflitto ai miei studenti. Avevo trovato l’oggetto perfetto: il nuovo spot antipirateria. Sai che bello scomporre il tutto, analizzando il ruolo dei tesitmonial, le persone giuste per far capire il problema al target; spiegare perché il linguaggio è quello giusto, perché il concetto è corretto, non mischia cose diverse ma anzi è espresso in maniera coerente e lineare. Sottolineare il ruolo dell’atmosfera e della giusta dose di mistero suscitata dall’arancia che ha in mano una delle protagoniste.
Insomma, mi sarei potuto esercitare in una bella scomposizione linguistica e tutte quelle cose lì, su cui potrei scrivere lenzuolate accademiche.
Ci ha pensato PopTopoi, tirando in ballo pure il diagramma di Venn, per cui mi limito a linkare il suo post ed embeddare l’imperdibile video.
industria musicale, Pirateria
20 Marzo, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milani è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.
Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora, dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.
Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).
La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.
La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.
La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.
Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band, eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.
L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.
Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.
E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.
Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.
Ivano Fossati
20 Marzo, 2012 in concerti da Gianni Sibilla
La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milani è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.
Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora, dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.
Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).
La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.
La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.
La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.
Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band, eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.
L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.
Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.
E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.
Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.
Ivano Fossati
13 Marzo, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Usare una canzone degli Snow Patrol su Grey’s Anatomy – una roba banale, forse. Sicuramente un po’ consolatoria, visto quanto la band e la serie devono a quella famosa scena con “Chasing cars”.
Però le due puntate di Grey’s Anatomy andate in onda lunedì scorso e ieri su Sky hanno lavato via le numerose e recenti cadute di stile della serie. Han fatto dimenticare persino il trash (in)volontario di quella puntata-musical dell’anno scorso, quella con le canzoni ricantate dai personaggi (e doppiate terribilmente in Italiano).
Lì stavo per mollare la serie, lo ammetto. Ma aver tenuto duro è stato ripagato dalla tensione e la bellezza di queste due puntate, culminate in un finale di puntata ancora più bello, con “New York” – dal trascurabilissimo “Fallen empires” degli Snow Patrol. Un esempio di come una buona canzone accoppiata ad una bella scena producano un qualcosa che va oltre il valore iniziale degli elementi stessi.
Grey's Anatomy, Snow Patrol, televisione
13 Marzo, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Usare una canzone degli Snow Patrol su Grey’s Anatomy – una roba banale, forse. Sicuramente un po’ consolatoria, visto quanto la band e la serie devono a quella famosa scena con “Chasing cars”.
Però le due puntate di Grey’s Anatomy andate in onda lunedì scorso e ieri su Sky hanno lavato via le numerose e recenti cadute di stile della serie. Han fatto dimenticare persino il trash (in)volontario di quella puntata-musical dell’anno scorso, quella con le canzoni ricantate dai personaggi (e doppiate terribilmente in Italiano).
Lì stavo per mollare la serie, lo ammetto. Ma aver tenuto duro è stato ripagato dalla tensione e la bellezza di queste due puntate, culminate in un finale di puntata ancora più bello, con “New York” – dal trascurabilissimo “Fallen empires” degli Snow Patrol. Un esempio di come una buona canzone accoppiata ad una bella scena producano un qualcosa che va oltre il valore iniziale degli elementi stessi.
Grey's Anatomy, Snow Patrol, televisione
6 Marzo, 2012 in Nuova musica, cd da Gianni Sibilla
Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.
Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.
Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).
Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.
Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.
E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).
Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.
bruce springsteen, iTunes LP, Nuova musica, Wrecking Ball
6 Marzo, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.
Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.
Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).
Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.
Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.
E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).
Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.
Bruce Springsteen, iTunes LP, Nuova musica, Wrecking Ball
19 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Sanremo è quella cosa che finche c’è, sembra la più importante del mondo. O, almeno, sembra che te lo ricorderai. Le canzoni sembrano belle (o almeno memorabili). Le polemiche sembrano importanti, i personaggi sembran persone vere destinate a durare.
Invece, finito Sanremo, ti dimentichi di tutto. Non solo canzoni non le ascolti mai più, la maggior parte le rimuovi proprio, come se non fossero mai esistite. Il 99% dei personaggi che girano attorno al Festival tornano nelle loro celle di ibernazione, pronti ad essere congelati per altre 51 settimane, e scongelati in tempo per la prossima edizione.
Non capita spesso di assistere ad un Festival che produca una cosa memorabile, anche una sola, di quelle che ricorderai finché campi. Come quella volta che Springsteen o Madonna feceri ospitate indimenticabili, quella volta che Vasco rubò il microfono, quella volta che Bono & The Edge cantarono voce e chitarrra.
Beh, questa volta, una cosa del genere abbiamo avuto la fortuna di vederla: il duetto tra Patti Smith e i Marlene Kuntz. Hanno vinto loro, che sono riusciti non solo a portarla in Italia (dove è ogni due per tre, da qualche anno a questa parte), ma a farle fare un doppio duetto davvero emozionante. Riguardatelo, finché potete (la RAI fa sparire in fretta da YouTube i video della trasmissione)
Altri pensieri sparsi:
1)La serata dei duetti internazionali è stata una bella occasione, persa. Due grandi ospiti (memorabile anche Brian May, ovviamente), e tanti ospiti medi, per non dire mediocri. Immaginatevi una serata tutta con gente del livello di Patti Smith e Brian May…
2)Livello delle canzoni bassino. Si, è vero, lo diciamo tutti gli anni… Ma le canzoni-canzoni sono poche: Arisa (bravissima, davvero cresciuta), Noemi, Samuele Bersani, Marlene, Renga…
3)Livello dei giovani. Bah. Ci ricorderemo di “Carlo, Carlo” (gran bel tormentone), forse. Guazzone ha avuto una delle migliori idee del festival: suonare in giro per la città, ovunque, le canzoni degli altri giovani: ha la stoffa. Casillo: tutti a dire che ha vinto grazie ai fan su Facebook. Ma non dimentichiamo che quei fan li ha presi grazie alla cara vecchia TV (“Io canto”).
4)Sul versante televisivo:è stata abbandonata ogni velleità di far qualcosa che assomigli non dico ad un programma ma almeno ad una scaletta. Si è dato carta bianca ad uno che gioca a spararla grossa. Ma a parte tutto questo, vogliamo parlare della regia sulle esibizioni musicali? Sembrava che il regista non avesse mai ascoltato le canzoni, tanto si perdevano spesso passaggi fondamentali, le telecamere si impallavano o andavano su dettagli inutili.
5)La rete. Se non ci fosse Twitter, il Festival sarebbe molto, molto meno divertente.
6)Infine: il momento più divertente di tutta la manifestazione. Comici? Nah. Soliti idioti? Ma figuratevi.. Chi è Siani?
No, lo strepitoso passaggio di venerdì di Gigi D’Alessio e Loredana Berté remixati in versione Unz-Unz da DJ Farggeta. Un momento di grande TV… E chissene se era in playback…
Celeste Gaia, Festival di Sanremo, Gigi D'Alessio, Loredana Berté, Marlene Kuntz, Patti Smith, Sanremo
19 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Sanremo è quella cosa che finche c’è, sembra la più importante del mondo. O, almeno, sembra che te lo ricorderai. Le canzoni sembrano belle (o almeno memorabili). Le polemiche sembrano importanti, i personaggi sembran persone vere destinate a durare.
Invece, finito Sanremo, ti dimentichi di tutto. Non solo canzoni non le ascolti mai più, la maggior parte le rimuovi proprio, come se non fossero mai esistite. Il 99% dei personaggi che girano attorno al Festival tornano nelle loro celle di ibernazione, pronti ad essere congelati per altre 51 settimane, e scongelati in tempo per la prossima edizione.
Non capita spesso di assistere ad un Festival che produca una cosa memorabile, anche una sola, di quelle che ricorderai finché campi. Come quella volta che Springsteen o Madonna feceri ospitate indimenticabili, quella volta che Vasco rubò il microfono, quella volta che Bono & The Edge cantarono voce e chitarrra.
Beh, questa volta, una cosa del genere abbiamo avuto la fortuna di vederla: il duetto tra Patti Smith e i Marlene Kuntz. Hanno vinto loro, che sono riusciti non solo a portarla in Italia (dove è ogni due per tre, da qualche anno a questa parte), ma a farle fare un doppio duetto davvero emozionante. Riguardatelo, finché potete (la RAI fa sparire in fretta da YouTube i video della trasmissione)
Altri pensieri sparsi:
1)La serata dei duetti internazionali è stata una bella occasione, persa. Due grandi ospiti (memorabile anche Brian May, ovviamente), e tanti ospiti medi, per non dire mediocri. Immaginatevi una serata tutta con gente del livello di Patti Smith e Brian May…
2)Livello delle canzoni bassino. Si, è vero, lo diciamo tutti gli anni… Ma le canzoni-canzoni sono poche: Arisa (bravissima, davvero cresciuta), Noemi, Samuele Bersani, Marlene, Renga…
3)Livello dei giovani. Bah. Ci ricorderemo di “Carlo, Carlo” (gran bel tormentone), forse. Guazzone ha avuto una delle migliori idee del festival: suonare in giro per la città, ovunque, le canzoni degli altri giovani: ha la stoffa. Casillo: tutti a dire che ha vinto grazie ai fan su Facebook. Ma non dimentichiamo che quei fan li ha presi grazie alla cara vecchia TV (“Io canto”).
4)Sul versante televisivo:è stata abbandonata ogni velleità di far qualcosa che assomigli non dico ad un programma ma almeno ad una scaletta. Si è dato carta bianca ad uno che gioca a spararla grossa. Ma a parte tutto questo, vogliamo parlare della regia sulle esibizioni musicali? Sembrava che il regista non avesse mai ascoltato le canzoni, tanto si perdevano spesso passaggi fondamentali, le telecamere si impallavano o andavano su dettagli inutili.
5)La rete. Se non ci fosse Twitter, il Festival sarebbe molto, molto meno divertente.
6)Infine: il momento più divertente di tutta la manifestazione. Comici? Nah. Soliti idioti? Ma figuratevi.. Chi è Siani?
No, lo strepitoso passaggio di venerdì di Gigi D’Alessio e Loredana Berté remixati in versione Unz-Unz da DJ Farggeta. Un momento di grande TV… E chissene se era in playback…
Celeste Gaia, festival di sanremo, Gigi D'Alessio, Loredana Berté, marlene kuntz, patti smith, sanremo
15 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Io al Festival di Sanremo ci vado volentieri. Tra commenti di chi un po’ mi invidia (“Vai a Sanremo? Davvero?”) e tra chi mi piglia per pazzo (“Ma che ci vai a fare”?). Quando mi capita, provo a spiegare perché andarci è divertente, interessante, formativo, utile e tutte quelle cose lì.
Quest’anno, poi, c’è in gara una band che seguo dagli esordi, che stimo enormemente, a cui sono molto legato affettivamente e musicalmente, e che sto seguendo per la testata per cui lavoro.
Provo anche a difenderlo, Sanremo, da chi dice che ormai la musica conta poco. E’ televisione, dico, ed è giusto che sia così: le canzoni reggono uno spettacolone.
Però io, a memoria, non mi ricordo uno spettacolo così brutto come quello della prima serata di ieri sera. Non noioso, non scandaloso.
Proprio brutto.
Privo di ritmo, di scaletta, di narrazione, delle parole giuste dette al momento giusto, per presentare chi sta entrando. Insomma, di tutte quelle cose che dovrebbero fare un programma TV.
E’ normale, in TV, costruire un programma su qualcosa che fa discutere e parlare, su qualcosa che punta a generare audience stratosferiche. Però, dai, il fine non giustifica i mezzi. Soprattutto se per arrivare a quel fine si usano mezzi che spianano tutto il resto (le canzoni, gli artisti, gli altri sketch) come un bulldozer. E soprattutto se quei mezzi sono brutti, ma brutti davvero.
Ps: Provo anche a spiegare come funziona la sala stampa dell’Ariston. Ma c’è un bel disegno che Makkox ha fatto per Il Post, che lo spiega meglio di qualunque altra cosa.

Festival di Sanremo, Sanremo
15 Ffebbraio, 2012 in sanremo da Gianni Sibilla
Io al Festival di Sanremo ci vado volentieri. Tra commenti di chi un po’ mi invidia (“Vai a Sanremo? Davvero?”) e tra chi mi piglia per pazzo (“Ma che ci vai a fare”?). Quando mi capita, provo a spiegare perché andarci è divertente, interessante, formativo, utile e tutte quelle cose lì.
Quest’anno, poi, c’è in gara una band che seguo dagli esordi, che stimo enormemente, a cui sono molto legato affettivamente e musicalmente, e che sto seguendo per la testata per cui lavoro.
Provo anche a difenderlo, Sanremo, da chi dice che ormai la musica conta poco. E’ televisione, dico, ed è giusto che sia così: le canzoni reggono uno spettacolone.
Però io, a memoria, non mi ricordo uno spettacolo così brutto come quello della prima serata di ieri sera. Non noioso, non scandaloso.
Proprio brutto.
Privo di ritmo, di scaletta, di narrazione, delle parole giuste dette al momento giusto, per presentare chi sta entrando. Insomma, di tutte quelle cose che dovrebbero fare un programma TV.
E’ normale, in TV, costruire un programma su qualcosa che fa discutere e parlare, su qualcosa che punta a generare audience stratosferiche. Però, dai, il fine non giustifica i mezzi. Soprattutto se per arrivare a quel fine si usano mezzi che spianano tutto il resto (le canzoni, gli artisti, gli altri sketch) come un bulldozer. E soprattutto se quei mezzi sono brutti, ma brutti davvero.
Ps: Provo anche a spiegare come funziona la sala stampa dell’Ariston. Ma c’è un bel disegno che Makkox ha fatto per Il Post, che lo spiega meglio di qualunque altra cosa.

festival di sanremo, sanremo
6 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Io non so se l’indie-jazz esista davvero e il fatto che qualcuno associ queste due parole un po’ mi preoccupa: l’idea di uno snobismo al quadrato mi fa venire l’orticaria.
Però sarà questa preoccupazione, sarà la curiosità: ma quando ho visto un’etichetta con quelle parole su un disco, volevo capire cosa conteneva. E’ così che ho conosciuto i Portico Quartet: sbirciando una fascetta su un disco con una copertina un po’ alla Radiohead, in un negozio iper-snob di Parigi (Harmonia Mundi, dove trovi solo classica e jazz, praticamente).
Ho scoperto che i Portico Quartet sono inglesi, ma devo il loro nome all’Italia, perché una volta si sono rifugiati a suonare sotto un portico per ripararsi dalla pioggia. Sono nati come busker, ma il loro primo disco “Knee-deep in the north sea” è stato addirittura nominato al Mercury Prize nel 2008.
La loro musica, poi, è tutt’altro che snob, anzi persino molto facile per essere “jazz”. Nelle melodie mi ricorda un po’ la Penguin Café Orchestra, con un bell’uso della ritmica e questo strano strumento che si chiama “Hang”, che è una steel drum rovesciata. Il loro nuovo disco, il terzo, non è niente male. C’è un po’ più di elettronica, in alcuni passi è fin troppo melodico, al limite dello stucchevole.
Ma questa “Ruins” da sola vale l’acquisto. Anzi, la potete scaricare aggratis qua.
Jazz, Mercury Prize, Portico Quartet
6 Ffebbraio, 2012 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Io non so se l’indie-jazz esista davvero e il fatto che qualcuno associ queste due parole un po’ mi preoccupa: l’idea di uno snobismo al quadrato mi fa venire l’orticaria.
Però sarà questa preoccupazione, sarà la curiosità: ma quando ho visto un’etichetta con quelle parole su un disco, volevo capire cosa conteneva. E’ così che ho conosciuto i Portico Quartet: sbirciando una fascetta su un disco con una copertina un po’ alla Radiohead, in un negozio iper-snob di Parigi (Harmonia Mundi, dove trovi solo classica e jazz, praticamente).
Ho scoperto che i Portico Quartet sono inglesi, ma devo il loro nome all’Italia, perché una volta si sono rifugiati a suonare sotto un portico per ripararsi dalla pioggia. Sono nati come busker, ma il loro primo disco “Knee-deep in the north sea” è stato addirittura nominato al Mercury Prize nel 2008.
La loro musica, poi, è tutt’altro che snob, anzi persino molto facile per essere “jazz”. Nelle melodie mi ricorda un po’ la Penguin Café Orchestra, con un bell’uso della ritmica e questo strano strumento che si chiama “Hang”, che è una steel drum rovesciata. Il loro nuovo disco, il terzo, non è niente male. C’è un po’ più di elettronica, in alcuni passi è fin troppo melodico, al limite dello stucchevole.
Ma questa “Ruins” da sola vale l’acquisto. Anzi, la potete scaricare aggratis qua.
Jazz, Mercury Prize, Portico Quartet
3 Ffebbraio, 2012 in industria musicale da Gianni Sibilla
Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.
Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.
Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ‘70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.
E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti: Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.
Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free; per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.
Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.
Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.
Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.
Neil Young, Pirateria, Spotify, Steve Jobs, U2
3 Ffebbraio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Quando Neil Young parla, c’è solo da ascoltare. Magari le spara grosse, magari dice cose già dette da altri. Però è talmente credibile e coerente che le sue parole non cadono mai nel vuoto.
Nei giorni scorsi, Young ha fatto parlare di sé per due motivi. Il ritorno con i Crazy Horse, e una chiacchierata con Walt Mossberg – uno dei più importanti giornalisti tecnologici d’America: la potete vedere qua.
Da questa chiacchierata sono emerse soprattutto due cose. La prima è il progetto assieme a Steve Jobs di un lettore digitale che rispettasse la qualità sonora della musica, recuperando quel terreno perso con i terribili MP3. E’ una vecchia ossessione di Young, che già si rifiutò di stampare in CD dischi degli anni ‘70 (tra cui il famoso “On The Beach”) perché il formato digitale non era abbastanza fedele rispetto al vinile. Però ha ragione, Young: il prezzo che paghiamo per la comodità degli MP3 è la perdita di una buona fetta della qualità sonora. Non è detto sapere se il progetto di un lettore digitale ad alta fedeltà fosse una cosa reale o fosse semplicemente una chiacchierata con un’idea comune lanciata lì e mai sviluppata – ma sta di fatto che Jobs ha ascoltato (o fatto finta di ascoltare) Young e il suo punto di vista. Jobs era bravissimo a sedurre e a convincere gli artisti.
E la seconda: ancora più interessante anche se non nuovissima, è che pirateria è la nuova radio. E’ importante che gli artisti riconoscano che il digitale non fa solo danni, ma è un’enorme vetrina. Il problema semmai, è quando il paragone con la radio e con la promozione in genere viene applicato ai servizi legali, quelli che dovrebbero generare soldi anche agli artisti: Trent Reznor ha sostenuto recentemente che Spotify è una grande radio. E ancora più recentemente Paul McGuinnes – il manager degli U2- ha affermato che Spotify è soprattutto un mezzo promozionale.
Già, Spotify. Lo sto usando da qualche tempo nella versione Premium – in Italia non c’è, ma si può attivare con pochi magheggi la versione free; per quella a pagamento, che comprende anche l’app e lo streaming ad alta qualità bisogna attivare un account PayPal americano ed è un po’ più complicato.
Spotify è oggettivamente una figata. Quasi qualsiasi cosa ti passi per la testa è lì, pronta da ascoltare e da condividere con i tuoi amici. Ma è altrettanto oggettivamente poco artist-oriented. E’ un luogo funzionale, che piace all’industria, che viene pagata; e piace ai social network, che vedono aumentare le condivisioni di musica. Ma è un luogo un po’ freddo. Gli artisti ogni tanto non lo capiscono: vedi il caso dei Coldplay e dei Black Keys, che hanno ritirato i loro dischi per paura che lo streaming diminuisse le vendite.

Gli artisti non lo capiscono perché nessuno gliel’ha spiegato: date un’occhiata a questa immagine. E’ il report di pagamenti di Spotify di un artista minore, pubblicato dal Guardian. Vedere queste cifre infintesimali per uno streaming di una canzone fa un po’ effetto.
Una delle grandi differenze tra Spotify e iTunes, e tra Jobs e chi gestisce lo streaming, è che la Apple ha fatto di tutto per portare gli artisti dalla propria parte, seducendoli, ascoltando le loro opinioni. Anche illudendoli, per carità.
Spotify ha basato la sua diplomazia sui rapporti con le case discografiche, delegando il rapporto con gli artisti a queste ultime. Figuratevi. Poi se Paul McGuinnes – che è uno degli uomini più potenti del music biz- dice che Spotify è poco trasparente con gli artisti e dice che persino per una band come gli U2 lo streaming a pagamento è un mezzo promozionale… Beh, allora c’è qualcosa che non quadra.
Neil Young, Pirateria, Spotify, Steve Jobs, U2
31 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ogni volta che vado in Francia mi viene voglia di fare un elenco di quelle piccole banalità che giustificherebbero la supponenza dei francesi nei nostri confronti. I motivi per cui, in fin dei conti, sono davvero una civiltà superiore alla nostra: dal fatto che a Parigi i Taxi costano la metà (e che i tassisti non si sentono in dovere di spiegarti la loro visione del mondo ad ogni corsa), alla presenza delle mezze bottiglie di vino nei menù. Per arrivare a motivi importanti, come l’amore che hanno per la cultura popolare, a partire dal fumetto (a Parigi la band desinée è ovunque). Cose così.
Certo, poi hanno le loro magagne, le loro debolezze. Ma i francesi rimangono superiori a noi, pensavo, e se ce lo fanno pesare è perché ne hanno i motivi.
Finché questo weekend, passato a Parigi, mi sono imbattuto in questi tre videoclip, visti in albergo mentre facevo colazione: talmente brutti da farti andare di traverso anche il miglior pain au chocolat. Al prossimo francese che fa lo snob, glieli faccio vedere in fila. Perché è vero che anche noi italiani abbiamo i nostri scheletri musicali nell’armadio. Ma, mio Dio, questi sono imbattibili.
Partiamo da qua. La diva Mylene Farmer: sarebbe questa la Madonna Francese?
Un balletto. Talmente triste che lo farei meglio io. Senza ironia.
E vogliamo parlare dell’acqua sul pavimento per far scena?
Oppure: Usa for Africa in versione francesce.
Lo. Split. Screen.
Un qualsiasi studente universitario non farebbe una cosa così cheap.
Per arrivare al trash sublime di questo clip.
Donne nude e vernici. Devo dire altro?
31 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ogni volta che vado in Francia mi viene voglia di fare un elenco di quelle piccole banalità che giustificherebbero la supponenza dei francesi nei nostri confronti. I motivi per cui, in fin dei conti, sono davvero una civiltà superiore alla nostra: dal fatto che a Parigi i Taxi costano la metà (e che i tassisti non si sentono in dovere di spiegarti la loro visione del mondo ad ogni corsa), alla presenza delle mezze bottiglie di vino nei menù. Per arrivare a motivi importanti, come l’amore che hanno per la cultura popolare, a partire dal fumetto (a Parigi la band desinée è ovunque). Cose così.
Certo, poi hanno le loro magagne, le loro debolezze. Ma i francesi rimangono superiori a noi, pensavo, e se ce lo fanno pesare è perché ne hanno i motivi.
Finché questo weekend, passato a Parigi, mi sono imbattuto in questi tre videoclip, visti in albergo mentre facevo colazione: talmente brutti da farti andare di traverso anche il miglior pain au chocolat. Al prossimo francese che fa lo snob, glieli faccio vedere in fila. Perché è vero che anche noi italiani abbiamo i nostri scheletri musicali nell’armadio. Ma, mio Dio, questi sono imbattibili.
Partiamo da qua. La diva Mylene Farmer: sarebbe questa la Madonna Francese?
Un balletto. Talmente triste che lo farei meglio io. Senza ironia.
E vogliamo parlare dell’acqua sul pavimento per far scena?
Oppure: Usa for Africa in versione francesce.
Lo. Split. Screen.
Un qualsiasi studente universitario non farebbe una cosa così cheap.
Per arrivare al trash sublime di questo clip.
Donne nude e vernici. Devo dire altro?
23 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Mi è successo di nuovo. Ho lasciato una telecamera accesa alla fine di un’intervista, e l’intervistato si è messo a guardarla senza sapere che stava ancora girando. C’è un qualcosa nelle facce che fanno personaggi famosi quando sono incuriositi dalla tecnologia…
In questo caso, James Taylor (che aveva appena suonato una canzone per Rockol, che pubblicheremo domani), si è avvicinato alla GoPro, piccola ma potente telecamera fissata con una ventosa ad un tavolo, per una ripresa laterale di contorno.
Mi era già successo qualche tempo fa, con David Byrne, incuriosito dall’iPhone, messo su un cavalletto…
Ma il meglio è questo: sempre un iPhone messo di lato. E quell’istrione di Bublè che fa finta di niente per tutta l’intervista, salvo esibirsi in un siparietto ad uso e consumo del telefonino, sempre a fine intervista. Questo video è stato girato nel 2009, l’ho caricato e lasciato lì. Negli ultimi due mesi, improvvisamente, è finito nei raccomandati di YouTube ed ha raccolto 25.000 visioni in qualche settimana
David Byrne, James Taylor, Michael Bublé
23 Ggennaio, 2012 in Interviste da Gianni Sibilla
Mi è successo di nuovo. Ho lasciato una telecamera accesa alla fine di un’intervista, e l’intervistato si è messo a guardarla senza sapere che stava ancora girando. C’è un qualcosa nelle facce che fanno personaggi famosi quando sono incuriositi dalla tecnologia…
In questo caso, James Taylor (che aveva appena suonato una canzone per Rockol, che pubblicheremo domani), si è avvicinato alla GoPro, piccola ma potente telecamera fissata con una ventosa ad un tavolo, per una ripresa laterale di contorno.
Mi era già successo qualche tempo fa, con David Byrne, incuriosito dall’iPhone, messo su un cavalletto…
Ma il meglio è questo: sempre un iPhone messo di lato. E quell’istrione di Bublè che fa finta di niente per tutta l’intervista, salvo esibirsi in un siparietto ad uso e consumo del telefonino, sempre a fine intervista. Questo video è stato girato nel 2009, l’ho caricato e lasciato lì. Negli ultimi due mesi, improvvisamente, è finito nei raccomandati di YouTube ed ha raccolto 25.000 visioni in qualche settimana
David Byrne, james taylor, Michael Bublé
16 Ggennaio, 2012 in Giornalismo musicale da Gianni Sibilla
Gli “haters” musicali sui social media sono sempre in agguato, e in Italia ne sappiamo qualcosa: basta vedere le guerre tra i fan di certi cantanti, talvolta incitate (indirettamente) dagli stessi artisti o dalla stampa, certe certe volte spontanee. Certe volte le “guerre” sono divertenti come sfottò tra tifosi, certe volte sfociano nell’insulto libero e gratuito.
Chissà cosa deve essere passato per la testa di Luke Lewis. Direttore dell’NME. E bella figura di suo: uno che se lo segui su Twitter condivide link, pensieri e cose divertenti.
Chissà cosa deve essergli passato per la testa, sabato scorso, quando ha lanciato l’hashtag #howshitisedsheeran (“ma quanto fa cagare Ed Sheeran”?). Chissà quando si è accorto di aver fatto una cazzata, quando una cosa divertente è diventata odiosa, quando si è accorto di avere stuzzicato quei talebani della musica che non aspettavano altro che poter insultare un cantante troppo “facile” per loro. Figurati se poi a incitarli è il direttore della più blasonata testata inglese. Chissà se e e quando sono arrivate le telefonate delle case discografiche del management dell’artista…
Dice che se ne è accorto da solo, dopo 20 minuti, dopo un po’ di retweet dei primi messaggi. Ma a quel punto era tardi, perché l’hashtag era già decollato.
Luke Lewis oggi ha scritto una lunga ed onesta lettera di scuse. Onore a lui per averlo fatto: ci vuole un bel coraggio. Sia per far partire un hashtag del genere, sia per ammettere di avere sbagliato. E onore anche ad Ed Sheeran per avere accettato le scuse senza colpo ferire (sempre via twitter). Chissà quanti altri avrebbero avuto il coraggio di farlo.
Ps: ho raccontato la cosa ad un mio collega. “Però. Non è male l’idea. Avrei in mente due o tre artisti italiani su cui farlo…”
ed sheeran, NME
16 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Gli “haters” musicali sui social media sono sempre in agguato, e in Italia ne sappiamo qualcosa: basta vedere le guerre tra i fan di certi cantanti, talvolta incitate (indirettamente) dagli stessi artisti o dalla stampa, certe certe volte spontanee. Certe volte le “guerre” sono divertenti come sfottò tra tifosi, certe volte sfociano nell’insulto libero e gratuito.
Chissà cosa deve essere passato per la testa di Luke Lewis. Direttore dell’NME. E bella figura di suo: uno che se lo segui su Twitter condivide link, pensieri e cose divertenti.
Chissà cosa deve essergli passato per la testa, sabato scorso, quando ha lanciato l’hashtag #howshitisedsheeran (“ma quanto fa cagare Ed Sheeran”?). Chissà quando si è accorto di aver fatto una cazzata, quando una cosa divertente è diventata odiosa, quando si è accorto di avere stuzzicato quei talebani della musica che non aspettavano altro che poter insultare un cantante troppo “facile” per loro. Figurati se poi a incitarli è il direttore della più blasonata testata inglese. Chissà se e e quando sono arrivate le telefonate delle case discografiche del management dell’artista…
Dice che se ne è accorto da solo, dopo 20 minuti, dopo un po’ di retweet dei primi messaggi. Ma a quel punto era tardi, perché l’hashtag era già decollato.
Luke Lewis oggi ha scritto una lunga ed onesta lettera di scuse. Onore a lui per averlo fatto: ci vuole un bel coraggio. Sia per far partire un hashtag del genere, sia per ammettere di avere sbagliato. E onore anche ad Ed Sheeran per avere accettato le scuse senza colpo ferire (sempre via twitter). Chissà quanti altri avrebbero avuto il coraggio di farlo.
Ps: ho raccontato la cosa ad un mio collega. “Però. Non è male l’idea. Avrei in mente due o tre artisti italiani su cui farlo…”
Ed Sheeran, NME
6 Ggennaio, 2012 in Uncategorized da Gianni Sibilla
A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.
Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist) o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.
E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.
Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini. Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ‘70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin.
Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.
Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ‘73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ‘60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.
Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.
Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.
Ahmet Ertegun, Atlantic Records, Beatles, CSN&Y, James Taylor, Led Zeppelin, New York, New York Dolls, Patti Smith, Ray Charles, Rolling Stones, Simon & Garfunkel, Talking Heads, Television
6 Ggennaio, 2012 in Libri da Gianni Sibilla
A memoria, sono anni che non vedo uscire storie ambiziose della musica contemporanea: il rock ed il pop sono fenomeni sempre più frammentati, sempre più difficili da riunire e in un unico volume. Meglio allora raccontare le singole storie, piuttosto che una grande narrazione onnicomprensiva.
Accanto alle care vecchie monografie/biografie di e sugli artisti, accanto alla saggistica che ha tentato di raccontare i cambiamenti della musica, negli ultimi anni hanno preso piede due filoni: raccontare le canzoni (l’infinita variazione sul tema della playlist) o i singoli album. E, appunto, le storie minime del rock: non gli artisti, ma personaggi apparentemente laterali, periodi precisi, scene e filoni ristretti.
E’ un filone di racconto della musica interessantissimo: negli ultimi mesi ha prodotto diversi libri che vale la pena consigliare e soprattutto leggere. Libri che difficilmente verranno pubblicati in Italia, ma da recuperare comunque se si vuole leggere storie di rock ‘n’ roll raccontate come si deve, scritte attingendo a fonti di prima mano.
Il primo è “The Last Sultan”, di Robert Greenfield (si trova in digitale su iTunes Book Store e su Amazon, in inglese). L’ultimo sultano è Ahmet Ertegun: figlio di un diplomatico turco talmente potente da bloccare la produzione hollywoodiana di un film sul genocidio degli armeni. Ahmet crebbe assieme al fratello Neshui in un ambiente ultra-aristocratico, ma entrambi avevano una passione per la musica che li portò ad allontanarsi dalle proprie origini. Ertegun – che conservò il suo lignaggio soprattutto nel modo di presentarsi, tanto da venire considerato uno degli uomini più eleganti d’America – divenne il fondatore e l’anima della Atlantic Records, etichetta che ha attraversato più di mezzo secolo di storia della musica, dal jazz e dal blues, al pop e al rock. La sua prima grande scoperta fu Ray Charles, negli anni ‘70 mise sotto contratto i Rolling Stones e lanciò i Led Zeppelin.
Ertegun era una rockstar di suo, un rappresentate perfetto del romanticismo dell’industria musicale degli esordi, basata più sul talento e sul fiuto che sull’imprenditorialità pura. Tanto per dire: è morto nel 2006 a seguito di una caduta nel backstage di un concerto degli Stones (che stavano registrando “Shine a light”, film diretto da Scorsese). E gli Zeppelin, in suo onore, si sono riuniti per il famoso e unico concerto del 2007. Greenfield racconta benissimo questa storia, con precisione maniacale delle fonti (interviste originali, rigorosamente citate in nota), ma mai senza appesantire il racconto, zeppo di imprendibili storie di rock ‘n’ roll.
Altro libro che è un vero e proprio concentrato di leggende è “Love goes to buildings on fire” di Will Hermes (sempre in inglese, si trova su Amazon). Il titolo è quello del primo singolo dei Talking Heads (“Love->Building on fire”), perché il libro racconta la New York del ‘73-’77: un periodo e un luogo interessantissimo: ha visto nascere e crescere una generazione di icone, da Patti Smith a Bruce Springsteen, dai Television agli stessi Talking Heads, dal minimalismo di Philip Glass alla trasgressione di Lou Reed solista. Ma in quel luogo e in quel periodo si costruì soprattutto una reazione all’idealismo degli anni ‘60, del flower power californiano che era terminato in una disillusione totale. A New York, in quegli anni, non ci fu solo il proto-punk, l’art rock a cui quel periodo (e lo storico CBGB’s) sono associati. Succedeva di tutto: dal jazz alla musica latina. Il libro è costruito in 5 macro capitoli, uno per ogni anno, che in realtà sono una serie di racconti intrecciati tra di loro, le storie dei personaggi dei luoghi, degli eventi.
Se poi si vuole capire come si è arrivati a quel periodo, un terzo libro è Fire and Rain, di David Browne (anche questo in inglese, e su Amazon) Una storia ancora più minima, quella di un solo anno, ma un anno cerniera tra due ere: il 1970, raccontato attraverso quattro dischi: “Let it be” dei Beatles, “Sweet baby James” di James Taylor, “Bridge over troubled water” di Simon & Garfunkel e “Deja vu” di CSN&Y. Un consiglio complementare: qualche tempo fa è uscito un particolare “cover album” dedicato a canzoni di quell’anno. Lo ha inciso Marc Cohn (“Walking in Memphis”, ricordate?) e si intitola “Listening booth”.
Se dovessi consigliarne uno, e uno soltanto: “The last sultan”, il mio libro musicale del 2011.
Ahmet Ertegun, Atlantic Records, Beatles, CSN&Y, james taylor, Led Zeppelin, new york, New York Dolls, patti smith, ray charles, Rolling Stones, Simon & Garfunkel, Talking Heads, Television
22 Dicembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:
| STRANIERI
1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”
2. My Morning Jacket – “Circuitail”
3. Tom Waits – “Bad as me”
4. Tinariwen – “Tassili”
5. Wilco – “The whole love” |
ITALIANI:
1. Verdena – “Wow”
2. Jovanotti – “Ora”
3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”
4. Ivano fossati – “Decadancing”
5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice” |
Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.
E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.
Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.
Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.
Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).
Delusione dell’anno: L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…
Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.
Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M. e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una: il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…
Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).
Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.
Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.
E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

2011, Black Crowes, Ivano Fossati, Jonathan Wilson, Jovanotti, Lou Reed, Metallica, My Morning Jacket, Pearl Jam, Roots, Verdena, Wilco
22 Dicembre, 2011 in Nuova musica, Playlist da Gianni Sibilla
…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:
| STRANIERI
1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”
2. My Morning Jacket – “Circuitail”
3. Tom Waits – “Bad as me”
4. Tinariwen – “Tassili”
5. Wilco – “The whole love” |
ITALIANI:
1. Verdena – “Wow”
2. Jovanotti – “Ora”
3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”
4. Ivano fossati – “Decadancing”
5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice” |
Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.
E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.
Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.
Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.
Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).
Delusione dell’anno: L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…
Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.
Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M. e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una: il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…
Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).
Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.
Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.
E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

2011, Black Crowes, Ivano Fossati, Jonathan Wilson, Jovanotti, Lou Reed, Metallica, My Morning Jacket, Pearl Jam, Roots, Verdena, Wilco
18 Novembre, 2011 in Televisione Musicale da Gianni Sibilla
Tanto tuonò che piovve, e alla fine X Factor è tornato.
Dopo una lunga, lunghissima anticipazione durata 4 prime serate dedicate ai provini, ieri sera c’è stata la prima vera puntata della di XF5, su Sky Uno. Com’è andata? Bene, grazie.
Dopo il disastro di Star Academy, tornare a vedere X Factor è come respirare una boccata d’aria fresca. Anche se in realtà questa nuova edizione, la prima sul satellite dopo l’abbandono del format da parte della RAI, non differisce granché dalle precedenti. C’è uno studio grande, anzi enorme. C’è l’HD, per chi ce l’ha: che rende tutto più pulito, ma anche più gelido, con quelle immagini così precise e perfette. C’è un nuovo conduttore, Alessandro Cattelan, cresciuto alla scuola di MTV e poi della Ventura a “Quelli che il calcio”: però è parso molto rigido, forse un po’ bloccato dall’emozione. C’è sicuramente uno sforzo produttivo imponente, che avevamo notato anche nelle diverse conferenze stampa di presentazione.
Ma da queste parti non si fa critica televisiva, quella la lasciamo a chi la fa di mestiere. A Rockol ci si occupa di musica, quindi proviamo a ragionare un po’ su quel versante.
E la prima cosa da dire, che spicca ancora di più in confronto rispetto a Star Academy, è che il livello dei 12 concorrenti è alto, altissimo. Tralasciate il fatto che è stata eliminata una delle cantanti più brave, Rahma (la sosia di Taffy, chi se la ricorda?) a scapito de Le 5, uno dei due o tre nomi che non hanno convinto granché assieme ai Moderni e a Valerio. Lasciate perdere che si continua ad insistere sui gruppi vocali, fardello che ci si tira dietro dalla versione inglese del format: genere che da noi non ha né passato né futuro. Per il resto si è vista una manciata di cantanti molto bravi, di cui una bravissima, Antonella Lo Coco, gran voce e gran personalità esibita su un pezzo anche rischioso perché certamente non popolarissimo (“What else is there?” dei Royksopp).
Però, condivido quello che diceva su Twitter il mio critico televisivo di riferimento, Daniela Cardini: le esibizioni sono sembrate molto, molto brevi, a scapito di chiacchiere molto, molto lunghe della giuria. Certo, c’era l’esigenza tutta televisiva di (ri)costruire la chimica tra i giudici… Il problema (televisivo e musicale) è che c’è stato pochissimo spazio per il racconto dei cantanti, per far capire chi sono, anche e soprattutto attraverso l’esibizione della loro emotività.
E poi, i giudici: bentornato Morgan, come sempre bravo a condensare nei tempi televisivi spiegazioni musicali anche complesse. Brava Arisa, che se l’è cavata bene all’esordio. La Ventura è la Ventura. Ed Eio è Elio.
Personalmente, mi piacerebbe vedere un talent show in cui si cerca davvero l’eccellenza della musica e in cui i giudici siano cattivi quanto quelli di MasterChef, che bastonano i concorrenti se sbagliano anche minimamente la dose di un ingrediente. Hanno ragione, i fondamentali non si possono ignorare, in cucina come in musica. Ma, mi faceva notare un collega, questa logica è forse poco applicabile a X Factor, dove i giudici sono in concorrenza tra di loro e quindi un po’ devono blandirsi e un po’ devono blandire i concorrenti. Ci sono stati momenti in cui si vedevano i giudici dare giudizi musicali troppo buoni, in cui loro stessi non credevano. E’ già successo nelle passate edizioni e succederà in futuro. Tant’è.
Poi, mi sono ricreduto sui Kasabian: li ho sempre visti come un gruppo arrogantello inglese, un po’ sopravvalutato dall’hype dei giornali inglesi. Era un mio pregiudizio, basato anche sul fatto che i dischi precedenti non mi avevano convinto granché. Non sono tutto questo, lo dimostra il successo che sta avendo “Velociraptor”. Però da lì a vederli come ospiti principali in una trasmissione che ha visto passare Katy Perry, Mariah Carey…. Invece ha avuto ragione chi ha deciso di portarli: la canzone funzionava anche in quel contesto, un buon passaggio, parzialmente rovinato dalla regia simil-videoclip (un brutto vezzo nostrano). E vabbé che erano in playback, ma ogni tanto è meglio un buon playback che un brutto live (avete visti Lou Reed e i Metallica da Fabio Fazio?).
Insomma, tutto sommato buona la prima. Commenti sui social network – per quello che possono valere, anche se Twitter in questi casi è un buon gruppo d’ascolto – largamente positivi. Bocciato invece l’Extra Factor, che vorrebbe essere per XF5 quello che il Dopo Festival è stato in diverse occasioni per Sanremo. Invece è sembrato un po’ raffazzonato, soprattutto all’inizio, con i due conduttori che vagavano in studio mentre praticamente non era ancora finito il programma principale. Meglio quando sono entrati Rocco Tanica & Co, e si è iniziato a fare un po’ di talk show anche, sulla musica.
Update: i dati Auditel rilevano una media di circa 750.000 spettatori, con un picco di 808.000.
Arisa, Elio, morgan, simona ventura, X-Factor
18 Novembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Tanto tuonò che piovve, e alla fine X Factor è tornato.
Dopo una lunga, lunghissima anticipazione durata 4 prime serate dedicate ai provini, ieri sera c’è stata la prima vera puntata della di XF5, su Sky Uno. Com’è andata? Bene, grazie.
Dopo il disastro di Star Academy, tornare a vedere X Factor è come respirare una boccata d’aria fresca. Anche se in realtà questa nuova edizione, la prima sul satellite dopo l’abbandono del format da parte della RAI, non differisce granché dalle precedenti. C’è uno studio grande, anzi enorme. C’è l’HD, per chi ce l’ha: che rende tutto più pulito, ma anche più gelido, con quelle immagini così precise e perfette. C’è un nuovo conduttore, Alessandro Cattelan, cresciuto alla scuola di MTV e poi della Ventura a “Quelli che il calcio”: però è parso molto rigido, forse un po’ bloccato dall’emozione. C’è sicuramente uno sforzo produttivo imponente, che avevamo notato anche nelle diverse conferenze stampa di presentazione.
Ma da queste parti non si fa critica televisiva, quella la lasciamo a chi la fa di mestiere. A Rockol ci si occupa di musica, quindi proviamo a ragionare un po’ su quel versante.
E la prima cosa da dire, che spicca ancora di più in confronto rispetto a Star Academy, è che il livello dei 12 concorrenti è alto, altissimo. Tralasciate il fatto che è stata eliminata una delle cantanti più brave, Rahma (la sosia di Taffy, chi se la ricorda?) a scapito de Le 5, uno dei due o tre nomi che non hanno convinto granché assieme ai Moderni e a Valerio. Lasciate perdere che si continua ad insistere sui gruppi vocali, fardello che ci si tira dietro dalla versione inglese del format: genere che da noi non ha né passato né futuro. Per il resto si è vista una manciata di cantanti molto bravi, di cui una bravissima, Antonella Lo Coco, gran voce e gran personalità esibita su un pezzo anche rischioso perché certamente non popolarissimo (“What else is there?” dei Royksopp).
Però, condivido quello che diceva su Twitter il mio critico televisivo di riferimento, Daniela Cardini: le esibizioni sono sembrate molto, molto brevi, a scapito di chiacchiere molto, molto lunghe della giuria. Certo, c’era l’esigenza tutta televisiva di (ri)costruire la chimica tra i giudici… Il problema (televisivo e musicale) è che c’è stato pochissimo spazio per il racconto dei cantanti, per far capire chi sono, anche e soprattutto attraverso l’esibizione della loro emotività.
E poi, i giudici: bentornato Morgan, come sempre bravo a condensare nei tempi televisivi spiegazioni musicali anche complesse. Brava Arisa, che se l’è cavata bene all’esordio. La Ventura è la Ventura. Ed Eio è Elio.
Personalmente, mi piacerebbe vedere un talent show in cui si cerca davvero l’eccellenza della musica e in cui i giudici siano cattivi quanto quelli di MasterChef, che bastonano i concorrenti se sbagliano anche minimamente la dose di un ingrediente. Hanno ragione, i fondamentali non si possono ignorare, in cucina come in musica. Ma, mi faceva notare un collega, questa logica è forse poco applicabile a X Factor, dove i giudici sono in concorrenza tra di loro e quindi un po’ devono blandirsi e un po’ devono blandire i concorrenti. Ci sono stati momenti in cui si vedevano i giudici dare giudizi musicali troppo buoni, in cui loro stessi non credevano. E’ già successo nelle passate edizioni e succederà in futuro. Tant’è.
Poi, mi sono ricreduto sui Kasabian: li ho sempre visti come un gruppo arrogantello inglese, un po’ sopravvalutato dall’hype dei giornali inglesi. Era un mio pregiudizio, basato anche sul fatto che i dischi precedenti non mi avevano convinto granché. Non sono tutto questo, lo dimostra il successo che sta avendo “Velociraptor”. Però da lì a vederli come ospiti principali in una trasmissione che ha visto passare Katy Perry, Mariah Carey…. Invece ha avuto ragione chi ha deciso di portarli: la canzone funzionava anche in quel contesto, un buon passaggio, parzialmente rovinato dalla regia simil-videoclip (un brutto vezzo nostrano). E vabbé che erano in playback, ma ogni tanto è meglio un buon playback che un brutto live (avete visti Lou Reed e i Metallica da Fabio Fazio?).
Insomma, tutto sommato buona la prima. Commenti sui social network – per quello che possono valere, anche se Twitter in questi casi è un buon gruppo d’ascolto – largamente positivi. Bocciato invece l’Extra Factor, che vorrebbe essere per XF5 quello che il Dopo Festival è stato in diverse occasioni per Sanremo. Invece è sembrato un po’ raffazzonato, soprattutto all’inizio, con i due conduttori che vagavano in studio mentre praticamente non era ancora finito il programma principale. Meglio quando sono entrati Rocco Tanica & Co, e si è iniziato a fare un po’ di talk show anche, sulla musica.
Update: i dati Auditel rilevano una media di circa 750.000 spettatori, con un picco di 808.000.
Arisa, Elio, Morgan, Simona Ventura, X-Factor
14 Novembre, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Ci sono concerti a cui vai quasi per caso – e ringrazierai quel caso per il tempo a venire.
Quasi per caso ho scoperto che questa domenica c’era Cyro Baptista a Milano all’Aperitivo In Concerto a Milano. Baptista è brasiliano, ma trapiantato a New York, e fa parte della variopinta banda che gravita attorno a John Zorn. L’Aperitivo in Concerto è una rassegna storica milanese, si svolge la domenica mattina ed ha un cartellone di jazz molto tradizionale – ma ha l’indubbio merito da anni a questa parte di portare con regolarità il giro dell’avanguardia newyorchese: lo stesso Zorn, Marc Ribot, Don Byron… Concerti sempre affollati, con un pubblico strano, un mix di signore della vecchia borghesia milanese che scappano al primo acuto del sax di Zorn e di integralisti del jazz: l’anno scorso, ad una maratona dedicata alla musica di Zorn, ho sentito pronunciare questa frase, che ancora mi fa venire i brividi: “Marc Ribot ormai è diventato troppo pop”.
Baptista è una bestia strana in questo giro, perché unisce la leggerezza delle sue origini sudamericane con la profondità di pensiero e la sperimentazione dell’avanguardia musicale newyorchese. Si è presentato con i Banquet Of Spirits (formazione con cui aveva suonato anche l’anno scorso alla Maratona Zorn, sempre al Manzoni) e il programma prevedeva che suonasse una parte del Book Of Angels, opus magnum di oltre 300 composizioni di Zorn dedicate alle radici dell’ebraismo, che il sassofonista ha affidato all’interpretazione dei suo amici.
Suona pesante? Zorn è un genio, ma la sua musica a volte, lo è, eccome.
Ma Baptista è un onnivoro musicale, fin dal nome della sua formazione e rigurgita tutto in maniera divertente, senza perdere niente in profondità, in pensiero. E’ un percussionista, uno che ha suonato con mezzo mondo. Ma è uno che ti entra in scena, accende una radio, prende un frammento di FM disturbato, lo mette in loop, lo fa diventare musica. Perché nelle sue mani, ogni cosa è musica: si mette a lato, circondato da ogni possibile aggeggio oltre e a quelli più tradizionali. E lo suona, con naturalezza, con divertimento, e con un gusto musicale che non ha pari.
Mentre i suoi colleghi (uno strepitoso Brian Marsella alle tastiere, e Shanira Blumenkranz e Tim Keiper alla sezione ritmica e strumenti vari) producevano l’ossatura delle composizioni, lui le dirigeva, le colorava, ballando con il corpo e con la testa. Nelle quasi due ore di musica c’è stata una fusione di stili, dal rock al jazz, dal klezmer ad ogni possibile forma di world, e ci sono state ironia, profondità, intelligenza e divertimento: caratteristiche difficili da trovare tutte assieme.
Non è difficile capire perché uno come Zorn – esigentissimo, scontroso, iper-intellettuale – si sia musicalmente innamorato di Cyro Baptista, che per certi versi è il suo opposto.
E non è difficile capire perché chiunque dovrebbe innamorarsi della sua musica, e perché dovrebbero farla studiare come esempio: la dimostrazione che la musica può essere intelligente senza essere pesante, leggera senza essere soltanto intrattenimento.
Uno dei concerti dell’anno.
http://www.vimeo.com/20583956
concerti, Cyro Baptista, John Zorn, Marc Ribot
14 Novembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ci sono concerti a cui vai quasi per caso – e ringrazierai quel caso per il tempo a venire.
Quasi per caso ho scoperto che questa domenica c’era Cyro Baptista a Milano all’Aperitivo In Concerto a Milano. Baptista è brasiliano, ma trapiantato a New York, e fa parte della variopinta banda che gravita attorno a John Zorn. L’Aperitivo in Concerto è una rassegna storica milanese, si svolge la domenica mattina ed ha un cartellone di jazz molto tradizionale – ma ha l’indubbio merito da anni a questa parte di portare con regolarità il giro dell’avanguardia newyorchese: lo stesso Zorn, Marc Ribot, Don Byron… Concerti sempre affollati, con un pubblico strano, un mix di signore della vecchia borghesia milanese che scappano al primo acuto del sax di Zorn e di integralisti del jazz: l’anno scorso, ad una maratona dedicata alla musica di Zorn, ho sentito pronunciare questa frase, che ancora mi fa venire i brividi: “Marc Ribot ormai è diventato troppo pop”.
Baptista è una bestia strana in questo giro, perché unisce la leggerezza delle sue origini sudamericane con la profondità di pensiero e la sperimentazione dell’avanguardia musicale newyorchese. Si è presentato con i Banquet Of Spirits (formazione con cui aveva suonato anche l’anno scorso alla Maratona Zorn, sempre al Manzoni) e il programma prevedeva che suonasse una parte del Book Of Angels, opus magnum di oltre 300 composizioni di Zorn dedicate alle radici dell’ebraismo, che il sassofonista ha affidato all’interpretazione dei suo amici.
Suona pesante? Zorn è un genio, ma la sua musica a volte, lo è, eccome.
Ma Baptista è un onnivoro musicale, fin dal nome della sua formazione e rigurgita tutto in maniera divertente, senza perdere niente in profondità, in pensiero. E’ un percussionista, uno che ha suonato con mezzo mondo. Ma è uno che ti entra in scena, accende una radio, prende un frammento di FM disturbato, lo mette in loop, lo fa diventare musica. Perché nelle sue mani, ogni cosa è musica: si mette a lato, circondato da ogni possibile aggeggio oltre e a quelli più tradizionali. E lo suona, con naturalezza, con divertimento, e con un gusto musicale che non ha pari.
Mentre i suoi colleghi (uno strepitoso Brian Marsella alle tastiere, e Shanira Blumenkranz e Tim Keiper alla sezione ritmica e strumenti vari) producevano l’ossatura delle composizioni, lui le dirigeva, le colorava, ballando con il corpo e con la testa. Nelle quasi due ore di musica c’è stata una fusione di stili, dal rock al jazz, dal klezmer ad ogni possibile forma di world, e ci sono state ironia, profondità, intelligenza e divertimento: caratteristiche difficili da trovare tutte assieme.
Non è difficile capire perché uno come Zorn – esigentissimo, scontroso, iper-intellettuale – si sia musicalmente innamorato di Cyro Baptista, che per certi versi è il suo opposto.
E non è difficile capire perché chiunque dovrebbe innamorarsi della sua musica, e perché dovrebbero farla studiare come esempio: la dimostrazione che la musica può essere intelligente senza essere pesante, leggera senza essere soltanto intrattenimento.
Uno dei concerti dell’anno.
http://www.vimeo.com/20583956
Concerti, Cyro Baptista, John Zorn, Marc Ribot
10 Novembre, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
“Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.
L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo il recente annuncio di ritiro dalle scene, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.
A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.
E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo una data zero in toscana mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.
C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.
La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.
Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.
concerti, Ivano Fossati
10 Novembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
“Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.
L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo il recente annuncio di ritiro dalle scene, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.
A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.
E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo una data zero in toscana mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.
C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.
La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.
Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.
Concerti, Ivano Fossati
4 Novembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
“Non è possibile determinare il danno e la compensazione corrispondente dovuta alla perdita di benefici per il detentore dei diritti, per la semplice ragione che quando qualcuno compra copie piratate di musica e film, non pensa alla decisione di non comprare musica o film originali, così non ci sono profitti che si sarebbero potuto ottenere.
In altre parole, questi fruitori o comprano copie piratate a basso prezzo, o non comprano l’originale, a prezzi tra i 15 e i 20 euro.
In ogni caso, invertendo il ragionamento legale, è possibile che, dopo aver visto o ascoltato la copia pirata, il cliente possa decidere di comprare l’originale, apprezzandolo, così che la vendita delle copie pirata non solo non danneggia, ma addirittura incentiva il mercato degli originali.”
Sono le recenti parole di un giudice spagnolo, che con un po’ di buonsenso, dice quello che molti pensano e che i discografici si ostinano a non capire. Le associazioni, da anni combattono la pirateria non facendo causa non solo a chi mette in circolazione fisico e digitale copie pirata – giustissimo – ma anche agli utenti finali. Fare causa al proprio target, che bella trovata intelligente.
Ovviamente la questione è molto più complicata di così, e non tutto è bianco e nero. Ma l’equivalenza “1 copia piratata=1 copia non venduta= soldi persi dall’industria” è una delle più grosse stupidate mai sentite in questo campo. Una scemenza che purtroppo si sente ancora spesso, nonostante la nostra esperienza – quella pre-digitale e quella post-digita – ci insegni che la musica spesso si prova e basta.
(via Tech Dirt e Deathandtaxesmag)
4 Novembre, 2011 in industria musicale da Gianni Sibilla
“Non è possibile determinare il danno e la compensazione corrispondente dovuta alla perdita di benefici per il detentore dei diritti, per la semplice ragione che quando qualcuno compra copie piratate di musica e film, non pensa alla decisione di non comprare musica o film originali, così non ci sono profitti che si sarebbero potuto ottenere.
In altre parole, questi fruitori o comprano copie piratate a basso prezzo, o non comprano l’originale, a prezzi tra i 15 e i 20 euro.
In ogni caso, invertendo il ragionamento legale, è possibile che, dopo aver visto o ascoltato la copia pirata, il cliente possa decidere di comprare l’originale, apprezzandolo, così che la vendita delle copie pirata non solo non danneggia, ma addirittura incentiva il mercato degli originali.”
Sono le recenti parole di un giudice spagnolo, che con un po’ di buonsenso, dice quello che molti pensano e che i discografici si ostinano a non capire. Le associazioni, da anni combattono la pirateria non facendo causa non solo a chi mette in circolazione fisico e digitale copie pirata – giustissimo – ma anche agli utenti finali. Fare causa al proprio target, che bella trovata intelligente.
Ovviamente la questione è molto più complicata di così, e non tutto è bianco e nero. Ma l’equivalenza “1 copia piratata=1 copia non venduta= soldi persi dall’industria” è una delle più grosse stupidate mai sentite in questo campo. Una scemenza che purtroppo si sente ancora spesso, nonostante la nostra esperienza – quella pre-digitale e quella post-digita – ci insegni che la musica spesso si prova e basta.
(via Tech Dirt e Deathandtaxesmag)
25 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.
Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.
Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.
Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.
Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.
Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.
Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.
Beatles, Cameron Crowe, Eddie Vedder, George Harrison, Martin Scorsese, Pearl Jam, Rockumentary
25 Ottobre, 2011 in Cinema da Gianni Sibilla
Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.
Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.
Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.
Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.
Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.
Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.
Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.
Beatles, Cameron Crowe, Eddie Vedder, george harrison, Martin Scorsese, Pearl Jam, Rockumentary
17 Ottobre, 2011 in twitter da Gianni Sibilla
@Discographies è un misterioso personaggio che si nasconde dietro un account twitter e condensa in 140 battute le discografie degli artisti. Da qualche tempo agisce anche sul Daily, il quotidiano solo per iPad, dove sezione gli artisti nelle loro componenti matematiche. Ecco un fantastico uno-due su Bjork, che vale più di qualsiasi recensione.
La discografia di Bjork in un tweet:
Bjork: 1-3 The ones people liked. 4-6 The ones people pretended to like. 7 An app to kill time with while waiting for an Angry Birds update.
E Biork ridotta a percentuali:

Bjork, twitter
17 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
@Discographies è un misterioso personaggio che si nasconde dietro un account twitter e condensa in 140 battute le discografie degli artisti. Da qualche tempo agisce anche sul Daily, il quotidiano solo per iPad, dove sezione gli artisti nelle loro componenti matematiche. Ecco un fantastico uno-due su Bjork, che vale più di qualsiasi recensione.
La discografia di Bjork in un tweet:
Bjork: 1-3 The ones people liked. 4-6 The ones people pretended to like. 7 An app to kill time with while waiting for an Angry Birds update.
E Biork ridotta a percentuali:

Bjork, Twitter
13 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
In rete da qualche tempo è emerso un po’ di materiale inedito e interessante dei R.E.M., pubblicato da questo blog.
1)la primissima cassettina dei R.E.M., che contiene uno strano mix (“Dub”) di “Radio Free Europe”, assieme a quello originario che sarebbe poi finito sul primo 45 giri del gruppo (che ancora oggi è l’oggetto più ricercato da collezionisti)
2)I primissimi demo di “Murmur”. Lì in mezzo tra cui una delle cose più cercate e temute: un famigerato demo di “Catapult” inciso con Stephen Hague (New Order, Pet Shop Boys). Si può capire perché si sia fatto di tutto per nasconderlo in questi anni: i R.E.M. in salsa new wave, con tanto di sintetizzatori. Una roba veramente trash, tanto che Peter Buck ha più volte detto che è la peggior cosa mai incisa dal gruppo. La potete sentire anche qua sotto, e farvi due risate.
In rete, da qualche giorno, si può vedere anche un trailer della raccolta dei R.E.M. Se andate alla fine, poco prima di un bel montaggio con la trasformazione del logo della band negli anni, si sente anche un frammento del nuovo singolo…. L’ho sentita per intero, è una canzone stra-classica, malinconica come solo sanno essere i R.E.M., che inevitabilmente suona come un commiato, con quel titolo e quel tono… Comunque, sarà disponibile da lunedì: andrà in radio dalle 15 e dovrebbe andare in vendita più o meno in contemporeaneamente, per cui c’è poco tempo da aspettare per farsi un’idea.
Anche alla fine i R.E.M. hanno fatto le cose a modo loro. Le altre due canzoni inedite, “Hallelujah” (non è una cover, garantito) e “A month of saturdays” sono due canzoni particolari, strane, inaspettate per una raccolta di fine carriera. Forse solo la prima ricorda altre cose già fatte dalla band, ma non di quelle che ti aspetti in un contesto del genere…
R.E.M.
13 Ottobre, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
In rete da qualche tempo è emerso un po’ di materiale inedito e interessante dei R.E.M., pubblicato da questo blog.
1)la primissima cassettina dei R.E.M., che contiene uno strano mix (“Dub”) di “Radio Free Europe”, assieme a quello originario che sarebbe poi finito sul primo 45 giri del gruppo (che ancora oggi è l’oggetto più ricercato da collezionisti)
2)I primissimi demo di “Murmur”. Lì in mezzo tra cui una delle cose più cercate e temute: un famigerato demo di “Catapult” inciso con Stephen Hague (New Order, Pet Shop Boys). Si può capire perché si sia fatto di tutto per nasconderlo in questi anni: i R.E.M. in salsa new wave, con tanto di sintetizzatori. Una roba veramente trash, tanto che Peter Buck ha più volte detto che è la peggior cosa mai incisa dal gruppo. La potete sentire anche qua sotto, e farvi due risate.
In rete, da qualche giorno, si può vedere anche un trailer della raccolta dei R.E.M. Se andate alla fine, poco prima di un bel montaggio con la trasformazione del logo della band negli anni, si sente anche un frammento del nuovo singolo…. L’ho sentita per intero, è una canzone stra-classica, malinconica come solo sanno essere i R.E.M., che inevitabilmente suona come un commiato, con quel titolo e quel tono… Comunque, sarà disponibile da lunedì: andrà in radio dalle 15 e dovrebbe andare in vendita più o meno in contemporeaneamente, per cui c’è poco tempo da aspettare per farsi un’idea.
Anche alla fine i R.E.M. hanno fatto le cose a modo loro. Le altre due canzoni inedite, “Hallelujah” (non è una cover, garantito) e “A month of saturdays” sono due canzoni particolari, strane, inaspettate per una raccolta di fine carriera. Forse solo la prima ricorda altre cose già fatte dalla band, ma non di quelle che ti aspetti in un contesto del genere…
R.E.M.
10 Ottobre, 2011 in industria musicale da Gianni Sibilla
La FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, oggi ha annunciato che finalmente la classifica di vendita degli album includerà anche le vendite in digitale: meglio tardi che mai.
C’è un’altra cosa interessante che la FIMI fa, da qualche tempo a questa parte: pubblicare le certificazioni dei dati di vendita complessivi dei dischi e delle canzoni, a partire dal gennaio 2009. Non i dati di vendita dei singoli dischi, ma il fatto che siano dischi d’oro, platino, etc. Insomma, che abbiamo superato una certa soglia.
Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa: nel settembre 2009 venne pubblicata la prima lista delle certificazioni. Quella lista da qualche tempo viene aggiornata ogni settimana, con gli stessi meccanismi: i dischi di diamante (oltre 300.000 copie) adesso sono 5 (un anno fa c’era solo Renato Zero), 26 multiplatino (oltre 120.000 copie), 53 platino (60.000 copie) e 114 ori (30.000). Qua sotto trovate l’elenco dei 5 album Diamante e dei Multiplatino (a questi 25 va aggiunta anche Noemi, che non sono riuscito a incollare nell’immagine).
Sotto trovate una parte dell’altra lista di certificazioni che la FIMI compila, quella dei Download delle singole canzoni. In questo caso ho riportato solo i Multiplatino (più di 60.000 download). Le altre certificazioni sono Platino (+ di 30.000) e Oro (Più di 15.000 unità. Entrambi le cassifiche partono da gennaio 2009 e sono aggiornate alla 39° settimane del 2011. Potete trovare le liste complete a questo indirizzo.
Vale la pena darci un’occhiata, perché si vedono cose impensabili. Le prime 5 posizioni non stupiscono, Ma stupisce la presenza tra i dischi d’oro di una raccolta di Julio Iglesias del 1991 (“Da Manuela a Pensami”), per fare un esempio. O il fatto che “My life in the bush of ghosts”, che il mio amico Paolo Madeddu rinviene settimanalmente da mesi nella sua The Classifica su Macchianera, non è neanche disco d’oro. O che ci sono solo due dischi stranieri nelle prime 20 posizioni degli album (Michael Jackson, 8° e gli U2, 15° – Lady Gaga è 21°), mentre nelle canzoni gli stranieri vanno meglio (anche se il secondo brano estero più scaricato è “Danza Kuduro”, dopo “Bad Romance”). O che la canzone più scaricata dei R.E.M. dal 2009 è, indovinate un po’, “Losing my religion” (datata 1991).
Potrei andare avanti all’infinito con questi dettagli che sembrano quasi aneddotti più che dati: è la musica che gira intorno nei canali di vendita tradizionali. Perché poi c’è tutta un’altra musica che in queste classifiche non si vede: è quella che gira sulle radio, sui social network e in generale in rete. Ma questa è un’altra storia.


Classifiche, FIMI, industria musicale, vendite
10 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
La FIMI, la Federazione Industria Musicale Italiana, oggi ha annunciato che finalmente la classifica di vendita degli album includerà anche le vendite in digitale: meglio tardi che mai.
C’è un’altra cosa interessante che la FIMI fa, da qualche tempo a questa parte: pubblicare le certificazioni dei dati di vendita complessivi dei dischi e delle canzoni, a partire dal gennaio 2009. Non i dati di vendita dei singoli dischi, ma il fatto che siano dischi d’oro, platino, etc. Insomma, che abbiamo superato una certa soglia.
Ne abbiamo già parlato qualche tempo fa: nel settembre 2009 venne pubblicata la prima lista delle certificazioni. Quella lista da qualche tempo viene aggiornata ogni settimana, con gli stessi meccanismi: i dischi di diamante (oltre 300.000 copie) adesso sono 5 (un anno fa c’era solo Renato Zero), 26 multiplatino (oltre 120.000 copie), 53 platino (60.000 copie) e 114 ori (30.000). Qua sotto trovate l’elenco dei 5 album Diamante e dei Multiplatino (a questi 25 va aggiunta anche Noemi, che non sono riuscito a incollare nell’immagine).
Sotto trovate una parte dell’altra lista di certificazioni che la FIMI compila, quella dei Download delle singole canzoni. In questo caso ho riportato solo i Multiplatino (più di 60.000 download). Le altre certificazioni sono Platino (+ di 30.000) e Oro (Più di 15.000 unità. Entrambi le cassifiche partono da gennaio 2009 e sono aggiornate alla 39° settimane del 2011. Potete trovare le liste complete a questo indirizzo.
Vale la pena darci un’occhiata, perché si vedono cose impensabili. Le prime 5 posizioni non stupiscono, Ma stupisce la presenza tra i dischi d’oro di una raccolta di Julio Iglesias del 1991 (“Da Manuela a Pensami”), per fare un esempio. O il fatto che “My life in the bush of ghosts”, che il mio amico Paolo Madeddu rinviene settimanalmente da mesi nella sua The Classifica su Macchianera, non è neanche disco d’oro. O che ci sono solo due dischi stranieri nelle prime 20 posizioni degli album (Michael Jackson, 8° e gli U2, 15° – Lady Gaga è 21°), mentre nelle canzoni gli stranieri vanno meglio (anche se il secondo brano estero più scaricato è “Danza Kuduro”, dopo “Bad Romance”). O che la canzone più scaricata dei R.E.M. dal 2009 è, indovinate un po’, “Losing my religion” (datata 1991).
Potrei andare avanti all’infinito con questi dettagli che sembrano quasi aneddotti più che dati: è la musica che gira intorno nei canali di vendita tradizionali. Perché poi c’è tutta un’altra musica che in queste classifiche non si vede: è quella che gira sulle radio, sui social network e in generale in rete. Ma questa è un’altra storia.


Classifiche, FIMI, Industria Musicale, vendite
6 Ottobre, 2011 in Apple, Walkman, iPod, industria musicale, itunes da Gianni Sibilla
Stamattina mi è tornata in mente questa canzone di James Taylor, che forse c’entra poco. Però a me in questo momento spiace per l’uomo, che se n’è andato a 56 anni, gli ultimi 7 convissuti con una terribile malattia.
E mi fa ancora più impressione pensare alle cose che ha fatto non tanto nella sua vita, ma anche solo in quest’ultimo periodo.
Poi, non sono convinto che abbia rivoluzionato la nostra vita, né in generale né quella quella di ascoltatori di musica. L’ha cambiata profondamente, quello sì. Perché senza l’iPod – figlioccio stiloso del walkman – il modo in cui consumiamo le canzoni non sarebbe lo stesso. Si può discutere all’infinito se tutto questo ha fatto bene o no alla musica, sicuramente il processo – che però era stato innestato da Napster, non da Apple – ha fatto tanti danni quante migliorie.
Però Jobs era un appassionato vero di musica. E ci credeva. Andate al minuto 8′47″ di questo video, quello della presentazione del primo iPod, nel 2001. Steve dice “Boom” e c’è qualche attimo di imbarazzo vero. Poi scatta un applauso di circostanza. All’inizio della saga musicale di Apple era l’unico a crederci. Indovinate un po’ chi ha avuto ragione….
Alla fine, i geni dell’industria culturale sono quelli che sanno davvero unire questi due termini, che spesso, soprattutto nella musica, sono un ossimoro: sanno che lavorano su oggetti frutto del talento, lo rispettano, lo valorizzano. Sanno inserirli in un processo di produzione che crei dei profitti e che assicuri la loro sopravvivenza. E tengono sempre in mente chi quegli oggetti li userà. E’ stato l’elemento umano della macchina, parafrasando le parole di Jovanotti.
Apple, iPod, itunes, Steve Jobs
6 Ottobre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Stamattina mi è tornata in mente questa canzone di James Taylor, che forse c’entra poco. Però a me in questo momento spiace per l’uomo, che se n’è andato a 56 anni, gli ultimi 7 convissuti con una terribile malattia.
E mi fa ancora più impressione pensare alle cose che ha fatto non tanto nella sua vita, ma anche solo in quest’ultimo periodo.
Poi, non sono convinto che abbia rivoluzionato la nostra vita, né in generale né quella quella di ascoltatori di musica. L’ha cambiata profondamente, quello sì. Perché senza l’iPod – figlioccio stiloso del walkman – il modo in cui consumiamo le canzoni non sarebbe lo stesso. Si può discutere all’infinito se tutto questo ha fatto bene o no alla musica, sicuramente il processo – che però era stato innestato da Napster, non da Apple – ha fatto tanti danni quante migliorie.
Però Jobs era un appassionato vero di musica. E ci credeva. Andate al minuto 8′47″ di questo video, quello della presentazione del primo iPod, nel 2001. Steve dice “Boom” e c’è qualche attimo di imbarazzo vero. Poi scatta un applauso di circostanza. All’inizio della saga musicale di Apple era l’unico a crederci. Indovinate un po’ chi ha avuto ragione….
Alla fine, i geni dell’industria culturale sono quelli che sanno davvero unire questi due termini, che spesso, soprattutto nella musica, sono un ossimoro: sanno che lavorano su oggetti frutto del talento, lo rispettano, lo valorizzano. Sanno inserirli in un processo di produzione che crei dei profitti e che assicuri la loro sopravvivenza. E tengono sempre in mente chi quegli oggetti li userà. E’ stato l’elemento umano della macchina, parafrasando le parole di Jovanotti.
Apple, iPod, iTunes, Steve Jobs
27 Settembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.
Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.
La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.
E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.
E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.
La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).
Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).
Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.
E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.
La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.
Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.
Concerti, Frames, Glen Hansard, Swell Season
27 Settembre, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.
Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.
La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.
E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.
E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.
La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).
Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).
Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.
E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.
La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.
Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.
concerti, frames, Glen Hansard, Swell Season
22 Settembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ci hanno risparmiato tour d’addio o conferenze stampa strappalacrime. Tra un po’ non ci risparmieranno un nuovo “Best of” (di cui in realtà si parla da tempo). E tra qualche anno non ci risparmieranno neppure una reunion: quella prima o poi tocca a tutti.
Però i R.E.M. si sono sciolti con lo stile che li ha sempre contraddistinti: un annuncio a sorpresa sul sito, un ringraziamento. “Our deepest thanks for listening”.
Potevano fare come fanno in molti: semplicemente smettere di suonare. In parte avevano già smesso, ma potevano starsene zitti. Invece hanno preferito essere onesti con se stessi e con i fan. Se li conosco, questa decisione era presa da mesi, ma l’hanno comunicata solo ora per evitare ogni sospetto di speculazione discografica. Sono certo che quello che hanno scritto sul sito sia vero e non sia un una strategia suggerita dall’ufficio stampa: si lasciano da fratelli, senza coltelli e senza avvocati, contravvenendo allo stereotipo rock della separazione traumatica. Non ne avevano più voglia.
Credo di conoscerli bene, i R.E.M. Li seguo da 25 anni e ho avuto la fortuna di frequentare il loro entourage, di vedere in prima persona come lavorano al di là delle interviste che vengono concesse a noi giornalisti. Sono notoriamente la mia band preferita, e sono stati uno dei motivi per cui faccio questo lavoro.
La notizia del loro scioglimento mi ha intristito e mi ha colto di sorpresa, un po’ come è successo a tutti.
Però.
Però un po’ era prevedibile e un po’ uno poteva aspettarselo – magari faceva finta di non vederlo, ma questa è un’altra storia.
Ecco, con il senno di poi, gli indizi che avevamo sotto gli occhi e che nessuno ha voluto leggere con chiarezza.
- La promozione di “Collapse into now” aveva mostrato una band con poca, pochissima motivazione per il futuro, pur avendo prodotto un disco più che dignitoso, che lasciava ampi spazi di manovra. Una malavoglia evidente da molte dichiarazioni. Io l’avevo percepita, mi aveva fatto tristezza, anche se speravo di sbagliarmi.
- Stipe ormai sempre più preso nei suoi interessi esterni: video, fotografia e quant’altro. Sempre più artista, sempre meno cantante di una rock band.
- Buck sempre più impegnato nelle sue band parallele. Le ha sempre avute, ma negli ultimi anni sembravano importargli decisamente di più dei R.E.M.
- Mills stava facendo la fine di Bill Berry, ormai sempre meno interessato alla musica e sempre più orientato a farsi i fatti propri.
- Una quantità di pubblicazioni secondarie, che toglievano luce ai dischi di studio. Un qualsiasi gruppo poteva tranquillamente convivere con una strategia del genere (l’intera industria discografica ci campa, su live, ristampe, best of…). I R.E.M. erano a disagio, evidentemente.
Insomma, il fatto è che i R.E.M. come li conoscevamo non esistevano già più da qualche tempo. Di fatto, avevano smesso di esistere con la fine del tour di “Accelerate” – trovate il video dei bis dell’ultimo concerto alla fine di questo post. “Collapse into now” – il loro disco più “classico” da decenni – era la loro lapide, anche se non ce l’avevano ancora detto.
I R.E.M. non esistevano più, e l’hanno semplicemente sancito pubblicamente. Lo stile sta anche nell’uscire di scena al momento giusto e prima che qualcuno ti possa rinfacciare cadute di stile, intaccando una carriera basata sulla credibilità. Certo, alcuni avevano avuto giustamente forti dubbi sui loro ultimi dischi di inediti; forse non si sono mai davvero ripresi dall’uscita di Bill Berry, nel ’97. Ma trovatemi un nome di questo livello che abbia avuto così tanto consenso, quasi unanime… Nessuno li ha mai stroncati, neanche nei loro momenti meno fortunati.
Perché – che siate fan o meno - i R.E.M. rimarranno uno dei gruppi più importanti di questi 30 anni: sono stati la prima band a dimostrare che si poteva passare dall’essere “di culto” al successo mainstream senza sputtanarsi, facendo scelte controcorrente, quasi suicide come quella di non andare in tour in momenti topici della loro carriera. Per questo, e per la loro musica, i R.E.M. sono la band che ha fatto da esempio a generazioni di musicisti.
Poi si vedrà. Il futuro? Mi fa un po’ paura, lo ammetto.
Mi fa paura soprattutto pensare a cosa può combinare Michael Stipe da solo, perché difficilmente troverà musicisti come Buck e Mills (con cui aveva musicalmente poco in comune, ormai).
Prima o poi probabilmente finirà, come notava un amico ieri sera su Twitter, a fare un disco di musica elettronica- campo in cui ha già giochicchiato in passato. Buck continuerà a giocare con le sue band parallele; Mills è quello che – se ne avrà voglia – riserverà qualche sorpresa.
A me, personalmente, mancherà l’intreccio unico tra quella voce, quelle chitarre e quelle armonie. E’ il mio suono. E per fortuna è il suono di molte persone.
Comunque sia, grazie. E ancora grazie.
(E grazie anche a tutte le persone che negli ultimi 15 anni mi hanno permesso di avere un accesso privilegiato al gruppo. Bertis Downs, in primis, che con gli anni è diventato un amico vero. E la Warner italiana sia quella presente: Neve, Giordano, Gianni e Massimo; sia quella passata: Anna e Paolo).
Michael Stipe, R.E.M., Reunion
22 Settembre, 2011 in Reunion da Gianni Sibilla
Ci hanno risparmiato tour d’addio o conferenze stampa strappalacrime. Tra un po’ non ci risparmieranno un nuovo “Best of” (di cui in realtà si parla da tempo). E tra qualche anno non ci risparmieranno neppure una reunion: quella prima o poi tocca a tutti.
Però i R.E.M. si sono sciolti con lo stile che li ha sempre contraddistinti: un annuncio a sorpresa sul sito, un ringraziamento. “Our deepest thanks for listening”.
Potevano fare come fanno in molti: semplicemente smettere di suonare. In parte avevano già smesso, ma potevano starsene zitti. Invece hanno preferito essere onesti con se stessi e con i fan. Se li conosco, questa decisione era presa da mesi, ma l’hanno comunicata solo ora per evitare ogni sospetto di speculazione discografica. Sono certo che quello che hanno scritto sul sito sia vero e non sia un una strategia suggerita dall’ufficio stampa: si lasciano da fratelli, senza coltelli e senza avvocati, contravvenendo allo stereotipo rock della separazione traumatica. Non ne avevano più voglia.
Credo di conoscerli bene, i R.E.M. Li seguo da 25 anni e ho avuto la fortuna di frequentare il loro entourage, di vedere in prima persona come lavorano al di là delle interviste che vengono concesse a noi giornalisti. Sono notoriamente la mia band preferita, e sono stati uno dei motivi per cui faccio questo lavoro.
La notizia del loro scioglimento mi ha intristito e mi ha colto di sorpresa, un po’ come è successo a tutti.
Però.
Però un po’ era prevedibile e un po’ uno poteva aspettarselo – magari faceva finta di non vederlo, ma questa è un’altra storia.
Ecco, con il senno di poi, gli indizi che avevamo sotto gli occhi e che nessuno ha voluto leggere con chiarezza.
- La promozione di “Collapse into now” aveva mostrato una band con poca, pochissima motivazione per il futuro, pur avendo prodotto un disco più che dignitoso, che lasciava ampi spazi di manovra. Una malavoglia evidente da molte dichiarazioni. Io l’avevo percepita, mi aveva fatto tristezza, anche se speravo di sbagliarmi.
- Stipe ormai sempre più preso nei suoi interessi esterni: video, fotografia e quant’altro. Sempre più artista, sempre meno cantante di una rock band.
- Buck sempre più impegnato nelle sue band parallele. Le ha sempre avute, ma negli ultimi anni sembravano importargli decisamente di più dei R.E.M.
- Mills stava facendo la fine di Bill Berry, ormai sempre meno interessato alla musica e sempre più orientato a farsi i fatti propri.
- Una quantità di pubblicazioni secondarie, che toglievano luce ai dischi di studio. Un qualsiasi gruppo poteva tranquillamente convivere con una strategia del genere (l’intera industria discografica ci campa, su live, ristampe, best of…). I R.E.M. erano a disagio, evidentemente.
Insomma, il fatto è che i R.E.M. come li conoscevamo non esistevano già più da qualche tempo. Di fatto, avevano smesso di esistere con la fine del tour di “Accelerate” – trovate il video dei bis dell’ultimo concerto alla fine di questo post. “Collapse into now” – il loro disco più “classico” da decenni – era la loro lapide, anche se non ce l’avevano ancora detto.
I R.E.M. non esistevano più, e l’hanno semplicemente sancito pubblicamente. Lo stile sta anche nell’uscire di scena al momento giusto e prima che qualcuno ti possa rinfacciare cadute di stile, intaccando una carriera basata sulla credibilità. Certo, alcuni avevano avuto giustamente forti dubbi sui loro ultimi dischi di inediti; forse non si sono mai davvero ripresi dall’uscita di Bill Berry, nel ’97. Ma trovatemi un nome di questo livello che abbia avuto così tanto consenso, quasi unanime… Nessuno li ha mai stroncati, neanche nei loro momenti meno fortunati.
Perché – che siate fan o meno - i R.E.M. rimarranno uno dei gruppi più importanti di questi 30 anni: sono stati la prima band a dimostrare che si poteva passare dall’essere “di culto” al successo mainstream senza sputtanarsi, facendo scelte controcorrente, quasi suicide come quella di non andare in tour in momenti topici della loro carriera. Per questo, e per la loro musica, i R.E.M. sono la band che ha fatto da esempio a generazioni di musicisti.
Poi si vedrà. Il futuro? Mi fa un po’ paura, lo ammetto.
Mi fa paura soprattutto pensare a cosa può combinare Michael Stipe da solo, perché difficilmente troverà musicisti come Buck e Mills (con cui aveva musicalmente poco in comune, ormai).
Prima o poi probabilmente finirà, come notava un amico ieri sera su Twitter, a fare un disco di musica elettronica- campo in cui ha già giochicchiato in passato. Buck continuerà a giocare con le sue band parallele; Mills è quello che – se ne avrà voglia – riserverà qualche sorpresa.
A me, personalmente, mancherà l’intreccio unico tra quella voce, quelle chitarre e quelle armonie. E’ il mio suono. E per fortuna è il suono di molte persone.
Comunque sia, grazie. E ancora grazie.
(E grazie anche a tutte le persone che negli ultimi 15 anni mi hanno permesso di avere un accesso privilegiato al gruppo. Bertis Downs, in primis, che con gli anni è diventato un amico vero. E la Warner italiana sia quella presente: Neve, Giordano, Gianni e Massimo; sia quella passata: Anna e Paolo).
Michael Stipe, R.E.M., Reunion
2 Settembre, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
(premessa: è un post lungo, probabilmente noioso, che un po’ discute di lana caprina, un po’ fa pseudo polemica, ma davvero pseudo. Per cui, a) potete leggere i primi paragrafi, fino alla pseudo-polemica sugli Arcade Fire b) siete ancora in tempo a fare un “back” per tornare alla pagina da cui siete venuti) (Alllora ci vediamo più avanti) (forse)
Perché noi amanti della musica siamo così ossessionati dalla celebrazione del passato? Perché la musica attuale sembra guardare più indietro che avanti?
C’è un bel libro che prova a dare un senso a tutto questo fiorire di musei, celebrazioni, cover version, cover album, box set, sample, mash-up e quant’altro. E’ un libro di cui si parla parecchio da qualche mese e sta per uscire anche in Italia per ISBN. Si intitola “Retromania”: lo ha scritto Simon Reynolds, stimato “critico” musicale inglese, autore di diversi stimati libri.
Il libro è una cavalcata di ricordi, elenchi e fenomeni legati al “retro”, evoluzione moderna della nostalgia. La nostalgia, ricorda Reynolds, nasce come sentimento spaziale (la mancanza di casa); il “retro” è una sua evoluzione, che però ha a che fare con il tempo, con gli artefatti di ere passate, che nel presente diventano dei feticci da riattualizzare.
La tesi di Reynolds è che il problema della musica dell’ultimo decennio è l’aver smesso di guardare avanti, l’essere conservatrice perché troppo orientata al celebrare la tradizione.
Colpa, secondo Reynolds, delle tecnologie del “tutto e subito”, dall’iPod a YouTube, che hanno appiattito il presente, azzerando le prospettiva di artisti e pubblico. Il “critico” lo dice da estremista della nostalgia, da teorico del “si stava meglio quando si stava peggio”, accusa la musica di essere di non essere più rivoluzionaria, ma reazionaria. Alla fine, però, il più reazionario è proprio Reynolds, che rimpiange i faticosi tempi della accessibilità ridotta della musica (lo nota giustamente anche Matteo Bittanti nella bella ed esaustiva analisi sul suo blog: qui e qui).
L’idea che mi sono fatto leggendo questo libro è che Reynolds ha fatto un bellissimo elenco di fenomeni, ma non ha centrato la questione. Il problema vero non è la tendenza “retro”, come sostiene Reynolds.
Il problema vero è che per la musica nessuno che ha fatto quello che un David Foster Wallace ha fatto per la letteratura: ovvero prendere generi preesistenti – il reportage, la satira, la narrativa nel suo caso – e reinventarli ad un livello talmente alto da renderli una cosa nuova.
Nella musica ci accontentiamo – si fa per dire – degli Arcade Fire. Che sono bravi, bravissimi. Ma sono una band che non (re)inventa nulla; giustappone musica derivata, e lo fa con grande carica e stile. La loro è una musica di frizione, più che di reinvenzione. A me piacciono, e molto; ma concettualmente non sono tanto diversi dai mash-up (che però citano direttamente le fonti).
Se gli Arcade Fire sono la band più importante di questa generazione (e probabilmente lo sono), significa che la musica attuale guarda sì al passato, ed è di ottimo livello. Però non ha ancora avuto un genio vero. Non ha un DFW, ma neanche un J.J. Abrams, che ha dato “Lost” alla televisione, per intenderci.
Ma questo non è un problema causato dalla nostra ossessione per il passato, come cerca di spiegarci Reynolds. Perché Abrams e DFW sono legatissimi al passato ed estremamente immersi nel presente. Però hanno una scintilla in più.
Paradossalmente, la scintilla geniale nella musica non è arrivata nei contenuti, ma nelle tecnologie, quelle che Reynolds aborre (che in un’anticipazione del libro uscita su Wired italiano definisce “catostrofiche” e “tettoniche”).
Il fatto è che passiamo più tempo a discutere di come ci arriva la musica che ad ascoltarla, perché le nuove tecnologie della musica sono spesso più geniali della musica stessa.
(Ok, fine della pseudo-polemica; qua inizia la parte veramente pallosa. Forse è il momento di schiacciare quel tasto “back”) (vi aiuto: qua c’è un link alla homepage di Rockol: ci trovate cose più interessanti e meno pallose) (non l’avete cliccato? buona fortuna, ci vediamo alla fine se siete sopravvissuti ad un po’ di cara vecchia teoria)
Tornando al saggio di Reynolds, è interessante, è da leggere. Ma ritengo che sia da prendere con le molle per la sua chiave interpretativa, figlia di pregiudizi antichi di certa “critica” ancorata al passato.
Ha un paio di seri, serissimi problemi. Uno è culturale, l’altro (forse ancora più grave) è di metodo. Per quello ho messo la parola “critico” tra virgolette: sono convinto che che uno dei problemi culturali del pop è che non sia stato in grado di sviluppare una critica vera, che abbia strumenti, metodo e autorevolezza. Il saggio di Reynolds ne è la dimostrazione.
Partiamo dalla questione culturale. Reynolds ce l’ha a morte con la “museificazione” del rock – tra le pagine più cattive ci sono quelle dedicate all’ “ascesa dei curatori” del rock. Reynolds ricorda che “museo” ha la stessa radice di “mausoleo”. Per fare un esempio, dice che, secondo lui, i box set assomigliano a delle bare che disseppelliscono musica che non avrebbe dovuto vedere la luce.
La ragione della museificazione del rock ha un’altra radice, secondo me. Reynolds la accenna ma non la approfondisce: la musica ha fatto molto più fatica ad avere riconoscimenti istituzionali rispetto ad altri settori della popular culture.
Quello che Reynolds fa finta di non vedere è che la musica usa il “retro” per affermare la propria identità, per ottenere un riconoscimento sociale più ampio. Auto-celebra una tradizione, laddove altri settori della cultura ritengono ancora il rock una questione di solo intrattenimento.
(Ok, la tradizione è in contraddizione con i principi stessi rivoluzionari del rock delle origini – “hope I die before I get old”, etc etc. Ma che la rivoluzione permanente sia un’utopia impraticabile non lo scopriamo oggi. Bisogna crescere, anche rivendicando le proprie radici – ce lo insegnavano già i Clash con la stupenda copertina di di “London Calling” che citava Elvis Presley: quello è il momento in cui il Punk è cresciuto).
Il secondo problema del libro di Reynolds è quello più serio: il metodo. Reynolds è un bravissimo narratore, ha una scrittura fluida ed evocativa anche quando fa solo elenchi di fenomeni – per una buona parte del libro. E’ bravo ad interpretare i fenomeni, a trovare chiavi di lettura pescando in numi tutelari come Benjamin, Derrida, Attali, Barthes, (ma anche i più recenti Lanier e il controverso Nicholas Carr). Ma lo fa in maniera disordinata, senza citare direttamente le fonti, mai.
Ora: per essere rigorosi non bisogna necessariamente scrivere un saggio pallosamente accademico (ve lo dice uno che lo stile pallosamente accademico lo ha usato spesso, talvolta per scelta, talvolta inconsapevolmente).
Però, per dirla in modo oxfordiano, non si può citare definizioni importanti e dati, così, a cazzo, senza uno straccio di riferimento diretto. Non si può riportare virgolettati senza dire da dove arrivano, semplicemente cavandosela con “secondo tizio” o “dice caio”, come Reynolds fa in tutto il libro.
Mettere una bella bibliografia in fondo non basta, perché poi si finisce comunque per scrivere delle citazioni sbagliate nella fonte e nella sostanza (esmpio: la “remediation”, concetto citato in modo sbagliato, attribuito agli autori sbagliati).
Insomma, il metodo è (quasi) tutto.
O si è DFW – ancora lui: si è capaci di parlare di TV, cinema, navi da crociera, tennis, trigonometria e quant’altro con intuizioni talmente geniali ed originali che non hanno bisogno di sostegni esterni. O si è degli scrittori più o meno bravi, ma comunque normali. A diversi livelli, lo siamo tutti: giornalisti, critici, blogger, scrittori di tweet, status e commenti. E tutti dovremmo avere l’umiltà di fare i nani sulle spalle dei giganti, citando a dovere quando peschiamo da idee altrui.
Insomma: questo è il saggio musicale più importante dell’anno. Ma non è necessariamente una bella notizia, perché è vecchio, più vecchio dei fenomeni che cerca di criticare. Ed ecco perché la “critica” musicale finisce spesso per rimanere tra virgolette: spesso ha ottime idee e intuizioni. Me le vende male, finendo per non essere mai davvero autorevole.
“Retromania” ti fa rimpiangere che Lester Bangs sia morto da troppi anni e che non sia mai arrivato un David Foster Wallace a scrivere di musica. Dobbiamo accontentarci di Simon Reynolds, e pazienza se siamo retrò.
(Bonus track: se siete arrivati fin qui, vi meritate un video di David Foster Wallace che legge un suo articolo sulla convention di Majorette. “They can do some serious twirling” è la frase che avrei voluto scrivere io) (Già che ci sono e doverosamente: un ringraziamento a Paolo Madeddu, a cui ho rubato l’uso delle parentesi negli intermezzi di questo post)

Arcade Fire, Clash, David Foster Wallace, J.J. Abrams, Lester Bangs, Libri, Lost, Retromania, Simon Reynolds
2 Settembre, 2011 in Libri da Gianni Sibilla
(premessa: è un post lungo, probabilmente noioso, che un po’ discute di lana caprina, un po’ fa pseudo polemica, ma davvero pseudo. Per cui, a) potete leggere i primi paragrafi, fino alla pseudo-polemica sugli Arcade Fire b) siete ancora in tempo a fare un “back” per tornare alla pagina da cui siete venuti) (Alllora ci vediamo più avanti) (forse)
Perché noi amanti della musica siamo così ossessionati dalla celebrazione del passato? Perché la musica attuale sembra guardare più indietro che avanti?
C’è un bel libro che prova a dare un senso a tutto questo fiorire di musei, celebrazioni, cover version, cover album, box set, sample, mash-up e quant’altro. E’ un libro di cui si parla parecchio da qualche mese e sta per uscire anche in Italia per ISBN. Si intitola “Retromania”: lo ha scritto Simon Reynolds, stimato “critico” musicale inglese, autore di diversi stimati libri.
Il libro è una cavalcata di ricordi, elenchi e fenomeni legati al “retro”, evoluzione moderna della nostalgia. La nostalgia, ricorda Reynolds, nasce come sentimento spaziale (la mancanza di casa); il “retro” è una sua evoluzione, che però ha a che fare con il tempo, con gli artefatti di ere passate, che nel presente diventano dei feticci da riattualizzare.
La tesi di Reynolds è che il problema della musica dell’ultimo decennio è l’aver smesso di guardare avanti, l’essere conservatrice perché troppo orientata al celebrare la tradizione.
Colpa, secondo Reynolds, delle tecnologie del “tutto e subito”, dall’iPod a YouTube, che hanno appiattito il presente, azzerando le prospettiva di artisti e pubblico. Il “critico” lo dice da estremista della nostalgia, da teorico del “si stava meglio quando si stava peggio”, accusa la musica di essere di non essere più rivoluzionaria, ma reazionaria. Alla fine, però, il più reazionario è proprio Reynolds, che rimpiange i faticosi tempi della accessibilità ridotta della musica (lo nota giustamente anche Matteo Bittanti nella bella ed esaustiva analisi sul suo blog: qui e qui).
L’idea che mi sono fatto leggendo questo libro è che Reynolds ha fatto un bellissimo elenco di fenomeni, ma non ha centrato la questione. Il problema vero non è la tendenza “retro”, come sostiene Reynolds.
Il problema vero è che per la musica nessuno che ha fatto quello che un David Foster Wallace ha fatto per la letteratura: ovvero prendere generi preesistenti – il reportage, la satira, la narrativa nel suo caso – e reinventarli ad un livello talmente alto da renderli una cosa nuova.
Nella musica ci accontentiamo – si fa per dire – degli Arcade Fire. Che sono bravi, bravissimi. Ma sono una band che non (re)inventa nulla; giustappone musica derivata, e lo fa con grande carica e stile. La loro è una musica di frizione, più che di reinvenzione. A me piacciono, e molto; ma concettualmente non sono tanto diversi dai mash-up (che però citano direttamente le fonti).
Se gli Arcade Fire sono la band più importante di questa generazione (e probabilmente lo sono), significa che la musica attuale guarda sì al passato, ed è di ottimo livello. Però non ha ancora avuto un genio vero. Non ha un DFW, ma neanche un J.J. Abrams, che ha dato “Lost” alla televisione, per intenderci.
Ma questo non è un problema causato dalla nostra ossessione per il passato, come cerca di spiegarci Reynolds. Perché Abrams e DFW sono legatissimi al passato ed estremamente immersi nel presente. Però hanno una scintilla in più.
Paradossalmente, la scintilla geniale nella musica non è arrivata nei contenuti, ma nelle tecnologie, quelle che Reynolds aborre (che in un’anticipazione del libro uscita su Wired italiano definisce “catostrofiche” e “tettoniche”).
Il fatto è che passiamo più tempo a discutere di come ci arriva la musica che ad ascoltarla, perché le nuove tecnologie della musica sono spesso più geniali della musica stessa.
(Ok, fine della pseudo-polemica; qua inizia la parte veramente pallosa. Forse è il momento di schiacciare quel tasto “back”) (vi aiuto: qua c’è un link alla homepage di Rockol: ci trovate cose più interessanti e meno pallose) (non l’avete cliccato? buona fortuna, ci vediamo alla fine se siete sopravvissuti ad un po’ di cara vecchia teoria)
Tornando al saggio di Reynolds, è interessante, è da leggere. Ma ritengo che sia da prendere con le molle per la sua chiave interpretativa, figlia di pregiudizi antichi di certa “critica” ancorata al passato.
Ha un paio di seri, serissimi problemi. Uno è culturale, l’altro (forse ancora più grave) è di metodo. Per quello ho messo la parola “critico” tra virgolette: sono convinto che che uno dei problemi culturali del pop è che non sia stato in grado di sviluppare una critica vera, che abbia strumenti, metodo e autorevolezza. Il saggio di Reynolds ne è la dimostrazione.
Partiamo dalla questione culturale. Reynolds ce l’ha a morte con la “museificazione” del rock – tra le pagine più cattive ci sono quelle dedicate all’ “ascesa dei curatori” del rock. Reynolds ricorda che “museo” ha la stessa radice di “mausoleo”. Per fare un esempio, dice che, secondo lui, i box set assomigliano a delle bare che disseppelliscono musica che non avrebbe dovuto vedere la luce.
La ragione della museificazione del rock ha un’altra radice, secondo me. Reynolds la accenna ma non la approfondisce: la musica ha fatto molto più fatica ad avere riconoscimenti istituzionali rispetto ad altri settori della popular culture.
Quello che Reynolds fa finta di non vedere è che la musica usa il “retro” per affermare la propria identità, per ottenere un riconoscimento sociale più ampio. Auto-celebra una tradizione, laddove altri settori della cultura ritengono ancora il rock una questione di solo intrattenimento.
(Ok, la tradizione è in contraddizione con i principi stessi rivoluzionari del rock delle origini – “hope I die before I get old”, etc etc. Ma che la rivoluzione permanente sia un’utopia impraticabile non lo scopriamo oggi. Bisogna crescere, anche rivendicando le proprie radici – ce lo insegnavano già i Clash con la stupenda copertina di di “London Calling” che citava Elvis Presley: quello è il momento in cui il Punk è cresciuto).
Il secondo problema del libro di Reynolds è quello più serio: il metodo. Reynolds è un bravissimo narratore, ha una scrittura fluida ed evocativa anche quando fa solo elenchi di fenomeni – per una buona parte del libro. E’ bravo ad interpretare i fenomeni, a trovare chiavi di lettura pescando in numi tutelari come Benjamin, Derrida, Attali, Barthes, (ma anche i più recenti Lanier e il controverso Nicholas Carr). Ma lo fa in maniera disordinata, senza citare direttamente le fonti, mai.
Ora: per essere rigorosi non bisogna necessariamente scrivere un saggio pallosamente accademico (ve lo dice uno che lo stile pallosamente accademico lo ha usato spesso, talvolta per scelta, talvolta inconsapevolmente).
Però, per dirla in modo oxfordiano, non si può citare definizioni importanti e dati, così, a cazzo, senza uno straccio di riferimento diretto. Non si può riportare virgolettati senza dire da dove arrivano, semplicemente cavandosela con “secondo tizio” o “dice caio”, come Reynolds fa in tutto il libro.
Mettere una bella bibliografia in fondo non basta, perché poi si finisce comunque per scrivere delle citazioni sbagliate nella fonte e nella sostanza (esmpio: la “remediation”, concetto citato in modo sbagliato, attribuito agli autori sbagliati).
Insomma, il metodo è (quasi) tutto.
O si è DFW – ancora lui: si è capaci di parlare di TV, cinema, navi da crociera, tennis, trigonometria e quant’altro con intuizioni talmente geniali ed originali che non hanno bisogno di sostegni esterni. O si è degli scrittori più o meno bravi, ma comunque normali. A diversi livelli, lo siamo tutti: giornalisti, critici, blogger, scrittori di tweet, status e commenti. E tutti dovremmo avere l’umiltà di fare i nani sulle spalle dei giganti, citando a dovere quando peschiamo da idee altrui.
Insomma: questo è il saggio musicale più importante dell’anno. Ma non è necessariamente una bella notizia, perché è vecchio, più vecchio dei fenomeni che cerca di criticare. Ed ecco perché la “critica” musicale finisce spesso per rimanere tra virgolette: spesso ha ottime idee e intuizioni. Me le vende male, finendo per non essere mai davvero autorevole.
“Retromania” ti fa rimpiangere che Lester Bangs sia morto da troppi anni e che non sia mai arrivato un David Foster Wallace a scrivere di musica. Dobbiamo accontentarci di Simon Reynolds, e pazienza se siamo retrò.
(Bonus track: se siete arrivati fin qui, vi meritate un video di David Foster Wallace che legge un suo articolo sulla convention di Majorette. “They can do some serious twirling” è la frase che avrei voluto scrivere io) (Già che ci sono e doverosamente: un ringraziamento a Paolo Madeddu, a cui ho rubato l’uso delle parentesi negli intermezzi di questo post)

Arcade Fire, Clash, David Foster Wallace, J.J. Abrams, Lester Bangs, Libri, Lost, Retromania, Simon Reynolds
30 Agosto, 2011 in Nuova musica, concerti da Gianni Sibilla
“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”
Questa canzone è poetica ed intensa quanto “Thunder Road”, per me.
E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.
Da quel DVD Hanno messo in rete il video di “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.
(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?
concerti, Counting Crows, Nuova musica
30 Agosto, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”
Questa canzone è poetica ed intensa quanto “Thunder Road”, per me.
E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.
Da quel DVD Hanno messo in rete il video di “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.
(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?
Concerti, Counting Crows, Nuova musica
24 Agosto, 2011 in industria musicale da Gianni Sibilla
Ogni tanto le gif raccontano meglio di mille parole: questa spiega l’evoluzione del mercato discografico negli ultimi 30 anni, sovrapponendo torte e dati ufficiali della RIAA, l’associazione dei discografici americani. La fonte è Digital Music News (che ha le singole immagini, se qualcuno ha bisogno di vederle con calma), mentre qua c’è una breve ma ben fatta analisi.

(Grazie a PopTopoi per la segnalazione)
discografia, Gif, industria musicale
24 Agosto, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ogni tanto le gif raccontano meglio di mille parole: questa spiega l’evoluzione del mercato discografico negli ultimi 30 anni, sovrapponendo torte e dati ufficiali della RIAA, l’associazione dei discografici americani. La fonte è Digital Music News (che ha le singole immagini, se qualcuno ha bisogno di vederle con calma), mentre qua c’è una breve ma ben fatta analisi.

(Grazie a PopTopoi per la segnalazione)
discografia, Gif, Industria Musicale
16 Agosto, 2011 in Giornalismo musicale da Gianni Sibilla
Non so se questa lista compilata da Flavorwire sia davvero rappresentativa: contiene 30 dei migliori (?!) insulti tra musicisti. Probabilmente non lo è, perché mancano un sacco di notorie lingue lunghe del rock. Però leggendola sono rimasto stupito di come gente brava a scrivere canzoni spesso non sappia trovare una frase originale per sbeffeggiare un rivale e semplicemente ci vada giù piatta, con l’insulto diretto.
Però, insomma, qualche chicca li in mezzo c’è. Tipo queste:
“Morrissey scrive fantastici titoli di canzoni, ma purtroppo spesso si dimentica di scrivere la canzone”. (Elvis Costello)
“Ai giornalisti musicali piace Elvis Costello perchi i giornalisti musicali assomigliano a Elvis Costello.” (David Lee Rooth)
“Quando sono di fianco ad uno stereo e mi chiedo: ‘Che cazzo è questa schifezza?’, la risposta è sempre: i Red Hot Chili Peppers” (Nick Cave)
Nella lista di Flavorwire, però, manca questa.
“Madonna? Un bicchiere di talento in un mare di ambizione” (Mick Jagger)
Sì, non ve lo state sognando: avete sentito un’affermazione simile, recentemente. La somiglianza è stata notata da diverse persone, in rete; un po’ meno dai media che su quella frase hanno costruito paginate e servizi. Il detentore del copyright, Mister Acidità in persona, Mick Jagger, in realtà fu ancora più stronzo nel definire le proporzioni tra talento e ambizione.
E’ difficile ricostruire la versione originale della frase, ma se fate una rapida ricerca in rete noterete che la versione più diffusa della frase è
“A thimble of talent thrown in an ocean of ambition”
ovvero
“Un ditale di talento gettato in un oceano di ambizione”
Che vi piaccia o meno Madonna, che siate d’accordo o meno con Jagger, non potrere negare che l’immagina retorica è davvero bella.
Insomma, insultare è un arte…..
(Grazie a TakeTheSong per la segnlazione via Twitter del pezzo di Flavorwire)
David Lee Rooth, Elvis Cosrello, Madonna, Mick Jagger, Nick Cave, Red Hot Chili Peppers
16 Agosto, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Non so se questa lista compilata da Flavorwire sia davvero rappresentativa: contiene 30 dei migliori (?!) insulti tra musicisti. Probabilmente non lo è, perché mancano un sacco di notorie lingue lunghe del rock. Però leggendola sono rimasto stupito di come gente brava a scrivere canzoni spesso non sappia trovare una frase originale per sbeffeggiare un rivale e semplicemente ci vada giù piatta, con l’insulto diretto.
Però, insomma, qualche chicca li in mezzo c’è. Tipo queste:
“Morrissey scrive fantastici titoli di canzoni, ma purtroppo spesso si dimentica di scrivere la canzone”. (Elvis Costello)
“Ai giornalisti musicali piace Elvis Costello perchi i giornalisti musicali assomigliano a Elvis Costello.” (David Lee Rooth)
“Quando sono di fianco ad uno stereo e mi chiedo: ‘Che cazzo è questa schifezza?’, la risposta è sempre: i Red Hot Chili Peppers” (Nick Cave)
Nella lista di Flavorwire, però, manca questa.
“Madonna? Un bicchiere di talento in un mare di ambizione” (Mick Jagger)
Sì, non ve lo state sognando: avete sentito un’affermazione simile, recentemente. La somiglianza è stata notata da diverse persone, in rete; un po’ meno dai media che su quella frase hanno costruito paginate e servizi. Il detentore del copyright, Mister Acidità in persona, Mick Jagger, in realtà fu ancora più stronzo nel definire le proporzioni tra talento e ambizione.
E’ difficile ricostruire la versione originale della frase, ma se fate una rapida ricerca in rete noterete che la versione più diffusa della frase è
“A thimble of talent thrown in an ocean of ambition”
ovvero
“Un ditale di talento gettato in un oceano di ambizione”
Che vi piaccia o meno Madonna, che siate d’accordo o meno con Jagger, non potrere negare che l’immagina retorica è davvero bella.
Insomma, insultare è un arte…..
(Grazie a TakeTheSong per la segnlazione via Twitter del pezzo di Flavorwire)
David Lee Rooth, Elvis Cosrello, Madonna, Mick Jagger, Nick Cave, Red Hot Chili Peppers
2 Agosto, 2011 in Televisione Musicale, Videoclip da Gianni Sibilla
MTV compie 30 anni in questi giorni: il 1° agosto dell’81 iniziava le trasmissioni con “Video killed the radio star”, dei Buggles. Ricorrenza indubbiamente importante, perché MTV negli anni ‘80 ha cambiato davvero la musica e il costume.
Quella televisione musicale, fatta di un flusso di clip, oggi non esiste quasi più. Aveva già smesso di esitere ben prima di YouTube: la transizione di MTV dal modello tematico a quello generalista è in atto da molti anni. L’aver tolto la parola “music” dal marchio è stata una constatazione più che una dichiarazione.
Comunque, MTV, negli anni ‘80, ha fatto anche tante vittime: in quel periodo tutti si sentivano obbligati a fare videoclip. Anche se molti non capivano come usare lo strumento, e finivano per fare cose imbarazzanti. Un po’ come tutti gli artisti oggi si sentono obbligati a stare sui social network anche se non sanno come funzionano.
Tra le vittime illustri di MTV negli anni ‘80 c’è Bruce Springsteen, serio candidato al titolo di video più brutto della storia con “Dancing in the dark”, diretto da Brian DePalma, con una giovanissima Courtney Cox a fare la parte della ragazzina sgallettata che viene tirata su della platea. Eppure c’è di peggio di quel video, in cui il boss recita male se stesso e fa uno dei balletti più brutti della storia.
Si, c’è di peggio di quel video: c’è la versione originale del video, diretta da Jeff Stein, saltata fuori in questi giorni:
E’ un “literal video” ante-litteram, con il Boss che balla al buio (davvero?). Poi, Springsteen decise che di quelle riprese gli piaceva solo il balletto…. Lo aveva provato a lungo, come dimostra quest’altro video, che circola in rete da tempo.
Così, dopo avere faticato per imparare quei passi di danza affidò delle nuove riprese a Brian DePalma, che girò durante un concerto un clip con la canzone in playback, con l’effetto finale che vedete qua sotto e che molti si ricordano. No comment: anche per i fan più accaniti, qua Springsteen è davvero indifendibile.
Video killed the rock star.
bruce springsteen, mtv, Videoclip
2 Agosto, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
MTV compie 30 anni in questi giorni: il 1° agosto dell’81 iniziava le trasmissioni con “Video killed the radio star”, dei Buggles. Ricorrenza indubbiamente importante, perché MTV negli anni ‘80 ha cambiato davvero la musica e il costume.
Quella televisione musicale, fatta di un flusso di clip, oggi non esiste quasi più. Aveva già smesso di esitere ben prima di YouTube: la transizione di MTV dal modello tematico a quello generalista è in atto da molti anni. L’aver tolto la parola “music” dal marchio è stata una constatazione più che una dichiarazione.
Comunque, MTV, negli anni ‘80, ha fatto anche tante vittime: in quel periodo tutti si sentivano obbligati a fare videoclip. Anche se molti non capivano come usare lo strumento, e finivano per fare cose imbarazzanti. Un po’ come tutti gli artisti oggi si sentono obbligati a stare sui social network anche se non sanno come funzionano.
Tra le vittime illustri di MTV negli anni ‘80 c’è Bruce Springsteen, serio candidato al titolo di video più brutto della storia con “Dancing in the dark”, diretto da Brian DePalma, con una giovanissima Courtney Cox a fare la parte della ragazzina sgallettata che viene tirata su della platea. Eppure c’è di peggio di quel video, in cui il boss recita male se stesso e fa uno dei balletti più brutti della storia.
Si, c’è di peggio di quel video: c’è la versione originale del video, diretta da Jeff Stein, saltata fuori in questi giorni:
E’ un “literal video” ante-litteram, con il Boss che balla al buio (davvero?). Poi, Springsteen decise che di quelle riprese gli piaceva solo il balletto…. Lo aveva provato a lungo, come dimostra quest’altro video, che circola in rete da tempo.
Così, dopo avere faticato per imparare quei passi di danza affidò delle nuove riprese a Brian DePalma, che girò durante un concerto un clip con la canzone in playback, con l’effetto finale che vedete qua sotto e che molti si ricordano. No comment: anche per i fan più accaniti, qua Springsteen è davvero indifendibile.
Video killed the rock star.
Bruce Springsteen, MTV, videoclip
24 Luglio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
“Non c’è nulla di poetico o romantico nel morire giovani. C’è solo dolore e solitudine. A noi, che siamo qui, resta la musica”
(Ernesto Assante, su Twitter)

Amy Winehouse
24 Luglio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
“Non c’è nulla di poetico o romantico nel morire giovani. C’è solo dolore e solitudine. A noi, che siamo qui, resta la musica”
(Ernesto Assante, su Twitter)

Amy Winehouse
22 Luglio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
C’è una cosa che non ho mai capito dei concerti jazz: gli applausi dopo gli assoli. O, meglio, la capisco bene, ma mi infastidisce parecchio, perché nel jazz si tende a esaltare il virtuosismo, io preferisco – ovunque, nella musica – l’intensità.
Al concerto dello Standards Trio di Keith Jarrett agli Arcimboldi il pubblico era così intimorito che il primo applauso ad un assolo è arrivato dopo 5-brani-5.
Erano diversi anni che Jarrett non passava da Milano con Gary Peacock e Jack DeJohnette, con cui si è pero spesso presentato in Italia ultimamente. Entrando agli Arcimboldi l’aria era subito difficile.
Si veniva accolti da minacce contro l’uso dei cellulari in sala, che venivano distribuite su foglietti al pubblico, in maniera ancora più dettagliata (la vedete nella foto qua di fianco). Avvertimenti ripetuti dalla voce di sala, due volte. La prima volta il pubblico ha applaudito (??). La seconda volta, nell’intervallo, è scattato un boato di disapprovazione quando la voce ha avvertito che “Non si possono scattare foto durante il concerto. Se verranno scattate foto, non verranno eseguiti i bis”. Addirittura.
Poi, i bis ci sono stati. Jarrett è entrato, vistosa camicia rossa e pantaloni neri, assieme ai due compari. I tre hanno fatto un inchino (del genere: angolo 90° tra gambe e schiena, braccia distese fino ai piedi, come se fosse un esercizio di stretching), ha inforcato gli occhiali scuri. E’ calato improvvisamente un silenzio irreale – interrotto solo da qualche sparuto colpo di tosse (chi ha osato?). Si è seduto al piano, suonando tutta la sera spalle al pubblico, come al solito, con i suoi ormai famosi balletti e gridolini. Unica concessione, nel secondo tempo, ha accennato un brindisi al pubblico porgendo il bicchiere da cui beveva, sempre rimanendo di schiena.
Insomma, lui è davvero irritante. Ma il pubblico lo adora. E fa bene: perché ha offerto un concerto davvero ipnotico di riletture degli standard jazz, genere che frequenta da decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima. Nessuno come lui e i suoi compari sa rileggere, stravolgere improvvisare sulle melodie del grande canzoniere americano. Ha suonato una versione di “Summertime” di Gershwin che me la ricorderò finché campo. Chi è stato anche al concerto di Napoli dell’altro giorno, dice che quello di Milano è stato più melodico. Sicuramente, un solo brano è stato un po’ più avventuroso nella struttura, l’ultimo prima dei bis, negli altri c’era molto lirismo.
Però una delle cose più belle di questi concerti è sentire i commenti dei puristi. Per dire, una volta ad un concerto di John Zorn ho sentito dire che Marc Ribot ormai era troppo pop…. Ieri sera, c’era anche chi si lamentava sul quel brano finale di Jarrett: “Non so, secondo me prima del bis si è involuto: proprio quando poteva aprirsi è tornato indietro”, dicevano all’uscita due che sembravano saperla lunga.
Sia quel che sia: gran concerto a prescindere. Dicevo che preferisco l’intensità nella musica: ecco, pochi ne hanno come Keith Jarrett. Altro che tutti i suoi presunti epigoni del piano-solo-jazz-classico-pop-etc-etc.
Concerti, Keith Jarrett
22 Luglio, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
C’è una cosa che non ho mai capito dei concerti jazz: gli applausi dopo gli assoli. O, meglio, la capisco bene, ma mi infastidisce parecchio, perché nel jazz si tende a esaltare il virtuosismo, io preferisco – ovunque, nella musica – l’intensità.
Al concerto dello Standards Trio di Keith Jarrett agli Arcimboldi il pubblico era così intimorito che il primo applauso ad un assolo è arrivato dopo 5-brani-5.
Erano diversi anni che Jarrett non passava da Milano con Gary Peacock e Jack DeJohnette, con cui si è pero spesso presentato in Italia ultimamente. Entrando agli Arcimboldi l’aria era subito difficile.
Si veniva accolti da minacce contro l’uso dei cellulari in sala, che venivano distribuite su foglietti al pubblico, in maniera ancora più dettagliata (la vedete nella foto qua di fianco). Avvertimenti ripetuti dalla voce di sala, due volte. La prima volta il pubblico ha applaudito (??). La seconda volta, nell’intervallo, è scattato un boato di disapprovazione quando la voce ha avvertito che “Non si possono scattare foto durante il concerto. Se verranno scattate foto, non verranno eseguiti i bis”. Addirittura.
Poi, i bis ci sono stati. Jarrett è entrato, vistosa camicia rossa e pantaloni neri, assieme ai due compari. I tre hanno fatto un inchino (del genere: angolo 90° tra gambe e schiena, braccia distese fino ai piedi, come se fosse un esercizio di stretching), ha inforcato gli occhiali scuri. E’ calato improvvisamente un silenzio irreale – interrotto solo da qualche sparuto colpo di tosse (chi ha osato?). Si è seduto al piano, suonando tutta la sera spalle al pubblico, come al solito, con i suoi ormai famosi balletti e gridolini. Unica concessione, nel secondo tempo, ha accennato un brindisi al pubblico porgendo il bicchiere da cui beveva, sempre rimanendo di schiena.
Insomma, lui è davvero irritante. Ma il pubblico lo adora. E fa bene: perché ha offerto un concerto davvero ipnotico di riletture degli standard jazz, genere che frequenta da decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima. Nessuno come lui e i suoi compari sa rileggere, stravolgere improvvisare sulle melodie del grande canzoniere americano. Ha suonato una versione di “Summertime” di Gershwin che me la ricorderò finché campo. Chi è stato anche al concerto di Napoli dell’altro giorno, dice che quello di Milano è stato più melodico. Sicuramente, un solo brano è stato un po’ più avventuroso nella struttura, l’ultimo prima dei bis, negli altri c’era molto lirismo.
Però una delle cose più belle di questi concerti è sentire i commenti dei puristi. Per dire, una volta ad un concerto di John Zorn ho sentito dire che Marc Ribot ormai era troppo pop…. Ieri sera, c’era anche chi si lamentava sul quel brano finale di Jarrett: “Non so, secondo me prima del bis si è involuto: proprio quando poteva aprirsi è tornato indietro”, dicevano all’uscita due che sembravano saperla lunga.
Sia quel che sia: gran concerto a prescindere. Dicevo che preferisco l’intensità nella musica: ecco, pochi ne hanno come Keith Jarrett. Altro che tutti i suoi presunti epigoni del piano-solo-jazz-classico-pop-etc-etc.
concerti, Keith Jarrett
10 Luglio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Uno aspetta un artista o una band per anni, va a vederlo, vede un concerto bellissimo. Ma è iniziato tardi ed è durato un’ora e mezza scarsa. E’ successo l’altra sera con i Black Crowes e pare che le lamentele siano state un bel po’; il promoter del concerto, Claudio Trotta di Barley Arts, ha postato una nota su Facebook spiegando cosa era successo.
Il fatto che un artista suoni o abbia suonato in altre parti del mondo o anche in Italia e in altre occasioni set più o meno lunghi non significa in automatico che lo faccia o lo voglia o lo possa fare sempre.
Nel caso specifico dei Black Crowes a Dieci Giorni Suonati io avevo offerto alla band la possibilità di suonare anche 3 ORE,anche i due set acustico e elettrico come faranno in clubs a londra e amsterdam. E’ stata una loro scelta quella di suonare un ora e 30, credo determinata da alcuni fattori anche di itinerario europeo(avevano un aereo per Bilbao la mattina dopo alle 8 …)artistico(prima di questo “run” di date in europa era da sei mesi che non suonavano insieme)vocale(paura di “spezzare la voce alla prima del tour europeo).
Claudio, giustamente, conclude dicendo che quello che conta è l’intensità, e l’intensità c’è stata, eccome.
L’intensità c’è stata anche ieri sera da John Mellencamp, prima data italiana in assoluto. Però anche lì si è ripetuta la storia: prima un documentario di un’ora (annunciato), poi un concerto di 93 minuti, dritto dritto e senza bis. In questo caso, la scaletta era identica a quella di altri concerti europei quindi uno se lo poteva aspettare, ma il pubblico era comunque un po’ innervosito. E anche qua il promoter non c’entra: scelte (discutibili) dell’artista, che peraltro è stato impeccabile musicalmente (qua c’è la recensione del mio collega Alfredo Marziano), regalando un gran concerto, con una grande band e un grande suono: ecco due video…


Black Crowes, Claudio Trotta, Concerti, John Mellencamp
10 Luglio, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Uno aspetta un artista o una band per anni, va a vederlo, vede un concerto bellissimo. Ma è iniziato tardi ed è durato un’ora e mezza scarsa. E’ successo l’altra sera con i Black Crowes e pare che le lamentele siano state un bel po’; il promoter del concerto, Claudio Trotta di Barley Arts, ha postato una nota su Facebook spiegando cosa era successo.
Il fatto che un artista suoni o abbia suonato in altre parti del mondo o anche in Italia e in altre occasioni set più o meno lunghi non significa in automatico che lo faccia o lo voglia o lo possa fare sempre.
Nel caso specifico dei Black Crowes a Dieci Giorni Suonati io avevo offerto alla band la possibilità di suonare anche 3 ORE,anche i due set acustico e elettrico come faranno in clubs a londra e amsterdam. E’ stata una loro scelta quella di suonare un ora e 30, credo determinata da alcuni fattori anche di itinerario europeo(avevano un aereo per Bilbao la mattina dopo alle 8 …)artistico(prima di questo “run” di date in europa era da sei mesi che non suonavano insieme)vocale(paura di “spezzare la voce alla prima del tour europeo).
Claudio, giustamente, conclude dicendo che quello che conta è l’intensità, e l’intensità c’è stata, eccome.
L’intensità c’è stata anche ieri sera da John Mellencamp, prima data italiana in assoluto. Però anche lì si è ripetuta la storia: prima un documentario di un’ora (annunciato), poi un concerto di 93 minuti, dritto dritto e senza bis. In questo caso, la scaletta era identica a quella di altri concerti europei quindi uno se lo poteva aspettare, ma il pubblico era comunque un po’ innervosito. E anche qua il promoter non c’entra: scelte (discutibili) dell’artista, che peraltro è stato impeccabile musicalmente (qua c’è la recensione del mio collega Alfredo Marziano), regalando un gran concerto, con una grande band e un grande suono: ecco due video…


Black Crowes, claudio trotta, concerti, John Mellencamp
9 Luglio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Lou Reed è invecchiato. E neanche troppo bene: ha 69 anni, la faccia solcata dalle rughe. Lo portano sul palco quasi di peso. E beve caffé freddo macchiato (latte freddo, non schiumato), come vedete dalla foto con intruso qua a fianco. Ma cosa volete che beva uno a quell’età, dopo la vita che ha fatto?
E sul palco se la cava ancora egregiamente. Ieri l’ho intervistato, poi sono andato a vederlo all’Arena Civica. L’ho visto un sacco di volte: da solo, con John Cale, nella reunion con i Velvet Underground, in trio con John Zorn e Mark Ribot… Gli ho visto fare concerti così così. Ma ieri sera ha portato a casa la serata con dignità.
Ho letto un po’ di commenti impietosi in giro, scritti da gente che leggo e stimo (qua e qua). Se la prendevano soprattutto con il sax: Lou Reed è in tour con una formazione estesa di 7 elementi, con il fido Rob Wasserman e un po’ di altri musicisti giovani. E sì, c’è anche il sax. Che Lou usò in “The bells”, criticatissimo disco di fine anni ‘70, da cui sono stati ripescati la title tracks e “All through the night”. Che, invece, secondo me sono stati due dei pezzi migliori della serata (la seconda la si può ascoltare qua sotto, nella versione “reharsal” postata sul suo sito). Insomma, dai, non è la prima volta che lo usa, il sax. Non mi sembra una roba così tragica.
Vero, la band funziona solo a sprazzi, ma in almeno un paio di casi (la bella versione di “Ecstasy” e “Small town”, da “Songs for Drella”) girava bene. E, contro ogni aspettativa, la scaletta è stata notevole, dopo che nel pomeriggio aveva raccontato che avrebbe scelto solo pezzi dimenticati.
Insomma, sì: Lou non è più quello di una volta. Ma a 69 anni non ha deciso di dimettersi da rockstar, e fa bene. Con una classe del genere se lo può permettere.
Concerti, Lou Reed
9 Luglio, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Lou Reed è invecchiato. E neanche troppo bene: ha 69 anni, la faccia solcata dalle rughe. Lo portano sul palco quasi di peso. E beve caffé freddo macchiato (latte freddo, non schiumato), come vedete dalla foto con intruso qua a fianco. Ma cosa volete che beva uno a quell’età, dopo la vita che ha fatto?
E sul palco se la cava ancora egregiamente. Ieri l’ho intervistato, poi sono andato a vederlo all’Arena Civica. L’ho visto un sacco di volte: da solo, con John Cale, nella reunion con i Velvet Underground, in trio con John Zorn e Mark Ribot… Gli ho visto fare concerti così così. Ma ieri sera ha portato a casa la serata con dignità.
Ho letto un po’ di commenti impietosi in giro, scritti da gente che leggo e stimo (qua e qua). Se la prendevano soprattutto con il sax: Lou Reed è in tour con una formazione estesa di 7 elementi, con il fido Rob Wasserman e un po’ di altri musicisti giovani. E sì, c’è anche il sax. Che Lou usò in “The bells”, criticatissimo disco di fine anni ‘70, da cui sono stati ripescati la title tracks e “All through the night”. Che, invece, secondo me sono stati due dei pezzi migliori della serata (la seconda la si può ascoltare qua sotto, nella versione “reharsal” postata sul suo sito). Insomma, dai, non è la prima volta che lo usa, il sax. Non mi sembra una roba così tragica.
Vero, la band funziona solo a sprazzi, ma in almeno un paio di casi (la bella versione di “Ecstasy” e “Small town”, da “Songs for Drella”) girava bene. E, contro ogni aspettativa, la scaletta è stata notevole, dopo che nel pomeriggio aveva raccontato che avrebbe scelto solo pezzi dimenticati.
Insomma, sì: Lou non è più quello di una volta. Ma a 69 anni non ha deciso di dimettersi da rockstar, e fa bene. Con una classe del genere se lo può permettere.
concerti, Lou Reed
8 Luglio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
C’è una strana tendenza, quella di fare non solo le classifiche di fine anno, ma quelle di metà anno.
Io, comunque, ho già un’idea abbastanza precisa su quale sarà il concerto dell’anno: quello dei Black Crowes di ieri sera a Vigevano. Sicuramente, la versione di 20 minuti di “Wiser time” è valsa non solo le decine di punture di zanzare, ma molto molto di più. Non l’ho registrata, ma in compenso ho fatto un video di “Sting me”. Enjoy.
Black Crowes, Concerti
8 Luglio, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
C’è una strana tendenza, quella di fare non solo le classifiche di fine anno, ma quelle di metà anno.
Io, comunque, ho già un’idea abbastanza precisa su quale sarà il concerto dell’anno: quello dei Black Crowes di ieri sera a Vigevano. Sicuramente, la versione di 20 minuti di “Wiser time” è valsa non solo le decine di punture di zanzare, ma molto molto di più. Non l’ho registrata, ma in compenso ho fatto un video di “Sting me”. Enjoy.
Black Crowes, concerti
5 Luglio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Se vi piace la musica, dovete andare a questo indirizzo: http://www.radiosoulwax.com/. Se non conoscete già David e Stephen Daewele, in arte Soulwax e/o 2ManyDJs, potreste rimanere ipnotizzati. E anche se li conoscete rimarrete a bocca aperta.
I due hanno messo on line dei mix di un’ora – e altri ne metteranno nelle prossime settimane. ma definirli così è riduttivo: “We call them mixes, but in reality they are more like musical films based on the record sleeves”, dicono loro. Non sono semplici mix e mash-up di canzoni, genere per altro in cui sono bravissimi (i migliori?). Le canzoni sono mixate con le rispettive copertine animate. E vi assicuro che anche detto così non rende l’idea: il risultato è spettacolare, a dir poco.
E infatti è lo spettacolo che i due portano in giro da diversi anni, ormai. E metterlo in rete, così, è una bella scommessa.
Instead of releasing another 2manydjs mix album, we’ve tried to come up with something different, a new way to share music we love with you. Besides, we had too many ideas to put into one compilation and too many records to not do something more, something outrageous!
Il modo migliore per farvi ipnotizzare da questi mix – “Introversy” contiene 420 “incipit” di canzoni!- è scaricare l’app per iPad, che vi permette anche di scaricare il mix e vederlo off-line.
Il mio momento preferito, per ora, è il passaggio in cui mixano i Nirvana con i Sonic Youth (sotto trovate la versione audio, ma quella visiva è un’altra cosa). Ma nei loro mix si trova di tutto, da Celentano a Tullio DePiscopo, dalla musica giapponese, alla disco, al classic rock. A dimostrazione che la musica è una sola, quando si hanno buone orecchie e buone idee. E, in questo caso, buoni occhi.
2ManyDJs, Concerti, Nirvana, RadioSoulwax, Sonic Youth, SoulWax
5 Luglio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Se vi piace la musica, dovete andare a questo indirizzo: http://www.radiosoulwax.com/. Se non conoscete già David e Stephen Daewele, in arte Soulwax e/o 2ManyDJs, potreste rimanere ipnotizzati. E anche se li conoscete rimarrete a bocca aperta.
I due hanno messo on line dei mix di un’ora – e altri ne metteranno nelle prossime settimane. ma definirli così è riduttivo: “We call them mixes, but in reality they are more like musical films based on the record sleeves”, dicono loro. Non sono semplici mix e mash-up di canzoni, genere per altro in cui sono bravissimi (i migliori?). Le canzoni sono mixate con le rispettive copertine animate. E vi assicuro che anche detto così non rende l’idea: il risultato è spettacolare, a dir poco.
E infatti è lo spettacolo che i due portano in giro da diversi anni, ormai. E metterlo in rete, così, è una bella scommessa.
Instead of releasing another 2manydjs mix album, we’ve tried to come up with something different, a new way to share music we love with you. Besides, we had too many ideas to put into one compilation and too many records to not do something more, something outrageous!
Il modo migliore per farvi ipnotizzare da questi mix – “Introversy” contiene 420 “incipit” di canzoni!- è scaricare l’app per iPad, che vi permette anche di scaricare il mix e vederlo off-line.
Il mio momento preferito, per ora, è il passaggio in cui mixano i Nirvana con i Sonic Youth (sotto trovate la versione audio, ma quella visiva è un’altra cosa). Ma nei loro mix si trova di tutto, da Celentano a Tullio DePiscopo, dalla musica giapponese, alla disco, al classic rock. A dimostrazione che la musica è una sola, quando si hanno buone orecchie e buone idee. E, in questo caso, buoni occhi.
2ManyDJs, concerti, Nirvana, RadioSoulwax, Sonic Youth, SoulWax
1 Luglio, 2011 in Giornalismo musicale da Gianni Sibilla
Chi lavora nella comunicazione passa una buona parte del suo tempo a scrivere ricevere leggere tradurre riscrivere rielaborare cestinare comunicati stampa. Che sono un genere letterario, per certi versi. E nel genere, i comunicati stampa musicali sono un genere a sé.
Non ci credete? Seguite su Twitter Folder_Rock:
dietro questo account si cela Tony Beddard, un tale di San Francisco la cui storia è stata raccontata da Boing Boing. Tony cura il booking per un club locale, riceve un sacco di musica da ascoltare da parte di giovani band della Bay Area. Ed ha un hobby: colleziona le cartellette promozionali che accompagnano i CD che riceve.
Da qualche tempo Tony si diverte a spulciare le più improbabili frasi autopromozionali contenute nei comunicati stampa di presentazione. Fate un giro sul suo account e leggerete delle vere perle.
Alcune, così, quasi a caso
- Mathematical drum grooves accented by the Latin conga, keyboards you can dance to, and all topped with one massive hydra melody.
- I describe our sound as progressive, jazzy math ROCK in the vein of Yes and The Smiths.
- Their sound is a general American Rock, not too heavy or hard. Compare them to Chevelle, Papa Roach, Avenged Sevenfold, Godsmack.
- We won’t book a gig two weeks before or after we play your venue, so we can maximize our intensity!!
- 2006 was the year they took the band to a higher level. They released their debut CD, bought a van, and began traveling to cities in Idaho.
- I do a thing where i sing and dance with my computer. I had a pretty good following but i was like “fuck this town” and up & left recently.
- Not really sure what genre we are…indie-folk-dance-funk-rock? Usually we just say socially-conscious disco, or indie erotica.
E si potrebbe continuare, a dimostrazione che ogni tanto scrivere di musica è davvero qualcosa che richiede grande fantasia e molta, moltissima astrazione dalla realtà. E, sicuramente, una buona dose di sfacciataggine: alla fine, là fuori il mondo è pieno di geni incompresi alla ricerca delle parole giuste per convincerti del loro talento,
Se qualcuno avesse voglia e tempo da farlo con i comunicati stampa/presentazioni di band italiane, ci sarebbe da divertirsi…
Comunicati Stampa, concerti, Folder Rock, PR
1 Luglio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Chi lavora nella comunicazione passa una buona parte del suo tempo a scrivere ricevere leggere tradurre riscrivere rielaborare cestinare comunicati stampa. Che sono un genere letterario, per certi versi. E nel genere, i comunicati stampa musicali sono un genere a sé.
Non ci credete? Seguite su Twitter Folder_Rock:
dietro questo account si cela Tony Beddard, un tale di San Francisco la cui storia è stata raccontata da Boing Boing. Tony cura il booking per un club locale, riceve un sacco di musica da ascoltare da parte di giovani band della Bay Area. Ed ha un hobby: colleziona le cartellette promozionali che accompagnano i CD che riceve.
Da qualche tempo Tony si diverte a spulciare le più improbabili frasi autopromozionali contenute nei comunicati stampa di presentazione. Fate un giro sul suo account e leggerete delle vere perle.
Alcune, così, quasi a caso
- Mathematical drum grooves accented by the Latin conga, keyboards you can dance to, and all topped with one massive hydra melody.
- I describe our sound as progressive, jazzy math ROCK in the vein of Yes and The Smiths.
- Their sound is a general American Rock, not too heavy or hard. Compare them to Chevelle, Papa Roach, Avenged Sevenfold, Godsmack.
- We won’t book a gig two weeks before or after we play your venue, so we can maximize our intensity!!
- 2006 was the year they took the band to a higher level. They released their debut CD, bought a van, and began traveling to cities in Idaho.
- I do a thing where i sing and dance with my computer. I had a pretty good following but i was like “fuck this town” and up & left recently.
- Not really sure what genre we are…indie-folk-dance-funk-rock? Usually we just say socially-conscious disco, or indie erotica.
E si potrebbe continuare, a dimostrazione che ogni tanto scrivere di musica è davvero qualcosa che richiede grande fantasia e molta, moltissima astrazione dalla realtà. E, sicuramente, una buona dose di sfacciataggine: alla fine, là fuori il mondo è pieno di geni incompresi alla ricerca delle parole giuste per convincerti del loro talento,
Se qualcuno avesse voglia e tempo da farlo con i comunicati stampa/presentazioni di band italiane, ci sarebbe da divertirsi…
Comunicati Stampa, Concerti, Folder Rock, PR
20 Giugno, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Molto è già stato scritto su di lui, tra ieri e oggi e anche io ho fatto la mia parte, con un po’ di video condivisi su Twitter e su Facebook.
Però volevo che un ricordo rimanesse anche qua. Il primo concerto della mia vita è stato San Siro, giugno 1985: un vero e proprio battesimo rock, anzi più una cresima visto che avevo 14 anni. L’officiante era Bruce Springsteen, ma il vero “priest” era lui, il Big Man.
Da qualche parte ho ancora la videocassetta VHS che girava al tempo, da cui è tratto questo video. Tutti dicono che il suo assolo più bello è “Jungleland”. Per me se la gioca con questo di “Bobby Jean”, che poi è una canzone, LA canzone, sull’amicizia.
Più che triste sono contento di averlo incontrato musicalmente, di avere iniziato la mia “carriera” di ascoltatore musicale con la sua musica, che mi ha accompagnato per un quarto di secolo e mi accompagnerà ancora a lungo. Perché Clarence c’è ancora, poche balle.
Big Man, bruce springsteen, Clarence Clemons
20 Giugno, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Molto è già stato scritto su di lui, tra ieri e oggi e anche io ho fatto la mia parte, con un po’ di video condivisi su Twitter e su Facebook.
Però volevo che un ricordo rimanesse anche qua. Il primo concerto della mia vita è stato San Siro, giugno 1985: un vero e proprio battesimo rock, anzi più una cresima visto che avevo 14 anni. L’officiante era Bruce Springsteen, ma il vero “priest” era lui, il Big Man.
Da qualche parte ho ancora la videocassetta VHS che girava al tempo, da cui è tratto questo video. Tutti dicono che il suo assolo più bello è “Jungleland”. Per me se la gioca con questo di “Bobby Jean”, che poi è una canzone, LA canzone, sull’amicizia.
Più che triste sono contento di averlo incontrato musicalmente, di avere iniziato la mia “carriera” di ascoltatore musicale con la sua musica, che mi ha accompagnato per un quarto di secolo e mi accompagnerà ancora a lungo. Perché Clarence c’è ancora, poche balle.
Big Man, Bruce Springsteen, Clarence Clemons
14 Giugno, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Immaginatevi questa scena – interno giorno, negli uffici della sede italiana di una nota emittente TV internazionale:
- Oh, hai sentito cosa si sono inventati a Grey’s Anatomy?
-Cosa?
- Una puntata tutta musicale!
-Ma scusa, loro non usano già un sacco di canzoni? Non c’è quella music supervisor? come si chiama… Alexandra Patsavas…
-No, questa è una cosa alla Glee: il cast canta le canzoni della serie… Chasing Cars, How To Save Life…
-Si, ma quando lo trasmettiamo noi in Italia, che facciamo? Mettiamo i sottotitoli?
- Ma no, ho già un’idea. Tieniti forte: doppiamo le canzoni! Anzi: le traduciamo, le facciamo cantare da qualcuno. Ho un amico che scrive canzoni, è bravissimo…
Ho troppa stima della Fox Italia, del lavoro enorme che ha fatto nell’importazione nel nostro pasese delle serie TV americane, per pensare che questa scena sia successa davvero. Mi dicono che sia la Disney a curare il doppiaggio italiano di Grey’s Anatomy…
Sia quel che sia, questo è quello che ho pensato vedendo “Una canzone per rinascere”, ovvero 18° puntata della settima serie di Grey’s Anatomy, trasmessa nella versione italiana in questi giorni su SKY. Già l’idea del cosiddetto “Music event” mi convince poco: “Glee’s Anatomy”, l’ha giustamente ribattezzata una persona che ne sa più di me di TV.
Ma l’idea di tradurre e cantare tutto in italiano ha generato uno dei momenti televisivi più trash degli ultimi anni. Al di là dei problemi tecnici: le canzoni ri-cantate erano inevitabilmente fuori sincrono dai labiali degli attori – tranne quando indossavano le mascherine in sala operatoria, ovviamente.
La traduzione delle canzoni, dico. “How to to save a life” diventa “Quando la fiducia non c’è più ti chiedi se hai sbagliato tu” (anzi, la corrispondenza precisa è “Ed io correggerei gli errori miei, ma non so se ci riuscirò”). Perle di saggezza come “Grazie all’amore ho scoperto la felicità” che vincerebbero a mani basse il premio Salame Verderame. Chi ha scritto le canzoni (hanno avuto il pudore o la vergogna di non citarlo nei crediti) ha forzato i testi per legarli alla storia, mentre nella versione originale era la storia che si piegava alle canzoni… Ma chi è che scrive canzoni in questo modo, con questo lessico, con questa metrica? Neanche una band di ragazzini di 12 anni che vogliono imitare qualcuno…
Comunque, giudicate voi…
Ed ora le versioni original (imbarazzanti anche queste, ma almeno sono le canzoni così come sono state scritte)
Grey's Anatomy, Serie TV, televisione
14 Giugno, 2011 in Televisione Musicale da Gianni Sibilla
Immaginatevi questa scena – interno giorno, negli uffici della sede italiana di una nota emittente TV internazionale:
- Oh, hai sentito cosa si sono inventati a Grey’s Anatomy?
-Cosa?
- Una puntata tutta musicale!
-Ma scusa, loro non usano già un sacco di canzoni? Non c’è quella music supervisor? come si chiama… Alexandra Patsavas…
-No, questa è una cosa alla Glee: il cast canta le canzoni della serie… Chasing Cars, How To Save Life…
-Si, ma quando lo trasmettiamo noi in Italia, che facciamo? Mettiamo i sottotitoli?
- Ma no, ho già un’idea. Tieniti forte: doppiamo le canzoni! Anzi: le traduciamo, le facciamo cantare da qualcuno. Ho un amico che scrive canzoni, è bravissimo…
Ho troppa stima della Fox Italia, del lavoro enorme che ha fatto nell’importazione nel nostro pasese delle serie TV americane, per pensare che questa scena sia successa davvero. Mi dicono che sia la Disney a curare il doppiaggio italiano di Grey’s Anatomy…
Sia quel che sia, questo è quello che ho pensato vedendo “Una canzone per rinascere”, ovvero 18° puntata della settima serie di Grey’s Anatomy, trasmessa nella versione italiana in questi giorni su SKY. Già l’idea del cosiddetto “Music event” mi convince poco: “Glee’s Anatomy”, l’ha giustamente ribattezzata una persona che ne sa più di me di TV.
Ma l’idea di tradurre e cantare tutto in italiano ha generato uno dei momenti televisivi più trash degli ultimi anni. Al di là dei problemi tecnici: le canzoni ri-cantate erano inevitabilmente fuori sincrono dai labiali degli attori – tranne quando indossavano le mascherine in sala operatoria, ovviamente.
La traduzione delle canzoni, dico. “How to to save a life” diventa “Quando la fiducia non c’è più ti chiedi se hai sbagliato tu” (anzi, la corrispondenza precisa è “Ed io correggerei gli errori miei, ma non so se ci riuscirò”). Perle di saggezza come “Grazie all’amore ho scoperto la felicità” che vincerebbero a mani basse il premio Salame Verderame. Chi ha scritto le canzoni (hanno avuto il pudore o la vergogna di non citarlo nei crediti) ha forzato i testi per legarli alla storia, mentre nella versione originale era la storia che si piegava alle canzoni… Ma chi è che scrive canzoni in questo modo, con questo lessico, con questa metrica? Neanche una band di ragazzini di 12 anni che vogliono imitare qualcuno…
Comunque, giudicate voi…
Ed ora le versioni original (imbarazzanti anche queste, ma almeno sono le canzoni così come sono state scritte)
Grey's Anatomy, Serie TV, televisione
13 Giugno, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
In questi giorni si è parlato parecchio di festival, a seguito del flop del Jammin’ di Venezia. Repubblica ha scritto un pezzo intervistando diversi promoter che spiegavano perché il modello non funziona da noi (Vorrei conoscere il titolista: “Addio allo spirito di Woodstock”? Ma è mai esistito da noi?). Claudio Trotta di Barley Arts ha continuato la discussione su Facebook, Luca Castelli ha scritto un bel post sul suo blog.
Certe volte le immagini valgono più di mille parole. Così riposto questo video, che gira dall’anno scorso, e racconta una giornata al Coachella. L’avevo visto su Twitter e la didascalia era: “Qual è la differenza tra un festival in Italia e uno in America”. In questo video non si capisce chi stia suonando, ma si percepisce l’atmosfera. La differenza è tutta lì.
http://www.vimeo.com/15596222
Barley Arts, Claudio Trotta, Concerti, Festival, Heinken Jammin' Festival, Industria Musicale
13 Giugno, 2011 in concerti, industria musicale da Gianni Sibilla
In questi giorni si è parlato parecchio di festival, a seguito del flop del Jammin’ di Venezia. Repubblica ha scritto un pezzo intervistando diversi promoter che spiegavano perché il modello non funziona da noi (Vorrei conoscere il titolista: “Addio allo spirito di Woodstock”? Ma è mai esistito da noi?). Claudio Trotta di Barley Arts ha continuato la discussione su Facebook, Luca Castelli ha scritto un bel post sul suo blog.
Certe volte le immagini valgono più di mille parole. Così riposto questo video, che gira dall’anno scorso, e racconta una giornata al Coachella. L’avevo visto su Twitter e la didascalia era: “Qual è la differenza tra un festival in Italia e uno in America”. In questo video non si capisce chi stia suonando, ma si percepisce l’atmosfera. La differenza è tutta lì.
http://www.vimeo.com/15596222
barley arts, claudio trotta, concerti, festival, Heinken Jammin' Festival, industria musicale
1 Giugno, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
La settimana scorsa sono andato a vedere una mia vecchia fissa, Pete Yorn.
Nel pomeriggio prima del concerto, ho girato per Rockol un paio di canzoni in acustico. Questa è venuta particolarmente bene, direi. Una bella cover degli Smiths, “Panic”
E poi c’è anche “Precious stone”:
Concerti, Cover, Pete Yorn, The Smiths
1 Giugno, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
La settimana scorsa sono andato a vedere una mia vecchia fissa, Pete Yorn.
Nel pomeriggio prima del concerto, ho girato per Rockol un paio di canzoni in acustico. Questa è venuta particolarmente bene, direi. Una bella cover degli Smiths, “Panic”
E poi c’è anche “Precious stone”:
concerti, cover, Pete Yorn, The Smiths
30 Maggio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Come tutti quelli che ascoltano musica da tanto tempo, ho una serie di artisti che amo, che consiglio a ripetizione agli amici, certe volte fino alla noia. Anche se sono artisti, per certi versi, “bruciati”. Badate bene, non “bolliti”. Semplicemente bruciati: fanno buona musica ma non sono (più) abbastanza “cool”
Sono artisti che ha anno passato il climax della carriera senza sfondare, artisti che in Italia non hanno mai avuto visibilità e/o hanno suonato poco. Continuano a fare ottimi dischi, ma sono difficili da raccontare, non hanno vere e proprie particolarità, non hanno appigli. Artisti che si fa fatica a trasformare in una “good story” per una recensione o per una chiacchierata con amici.
Del Amitri/Justin Currie, Mark Kozelek, Matthew Sweet…. Potrei andare avanti all’infinito con i miei amati artisti bruciati. Ma in cima alla lista ci sono i James. Li seguo da più di 20 anni, li amo da quando pubblicarono “Laid”, capolavoro di pop elettroacustico prodotto da Brian Eno (1993).
Si sono riformati non molto tempo fa, nel 2007, e hanno fatto un paio di dischi più che dignitosi. Quindi tutto mi aspettavo meno che imbattermi in un disco solista del loro cantante, Tim Booth. L’ho recuperato quasi di malavoglia e per affetto. Aveva già fatto un paio di cose fuori dalla band: Booth and The Bad Angel, un disco con Angelo Badalamenti (quello della musica di “Twin Peaks”) e uno nel 2004, “Bad bone”.
E invece: “Love life” è un piccolo gioiello. Grandi canzoni, grandi melodie. E’ un disco tipico da artista narrativamente bruciato: non ha granché da raccontare. E’ semplicemente bello. Vi pare poco?
Del Amitri, Fuzztones, James, Tim Booth
30 Maggio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Come tutti quelli che ascoltano musica da tanto tempo, ho una serie di artisti che amo, che consiglio a ripetizione agli amici, certe volte fino alla noia. Anche se sono artisti, per certi versi, “bruciati”. Badate bene, non “bolliti”. Semplicemente bruciati: fanno buona musica ma non sono (più) abbastanza “cool”
Sono artisti che ha anno passato il climax della carriera senza sfondare, artisti che in Italia non hanno mai avuto visibilità e/o hanno suonato poco. Continuano a fare ottimi dischi, ma sono difficili da raccontare, non hanno vere e proprie particolarità, non hanno appigli. Artisti che si fa fatica a trasformare in una “good story” per una recensione o per una chiacchierata con amici.
Del Amitri/Justin Currie, Mark Kozelek, Matthew Sweet…. Potrei andare avanti all’infinito con i miei amati artisti bruciati. Ma in cima alla lista ci sono i James. Li seguo da più di 20 anni, li amo da quando pubblicarono “Laid”, capolavoro di pop elettroacustico prodotto da Brian Eno (1993).
Si sono riformati non molto tempo fa, nel 2007, e hanno fatto un paio di dischi più che dignitosi. Quindi tutto mi aspettavo meno che imbattermi in un disco solista del loro cantante, Tim Booth. L’ho recuperato quasi di malavoglia e per affetto. Aveva già fatto un paio di cose fuori dalla band: Booth and The Bad Angel, un disco con Angelo Badalamenti (quello della musica di “Twin Peaks”) e uno nel 2004, “Bad bone”.
E invece: “Love life” è un piccolo gioiello. Grandi canzoni, grandi melodie. E’ un disco tipico da artista narrativamente bruciato: non ha granché da raccontare. E’ semplicemente bello. Vi pare poco?
Del Amitri, Fuzztones, James, Tim Booth
17 Maggio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Neanche a scriverla, sarebbe potuta venire meglio di così. Il cantante più di sinistra degli ultimi decenni, suona in uno dei luoghi storici della sinistra milanese, la sera in cui la sinistra fa vedere di contare ancora qualcosa a Milano e in Italia.
Billy Bragg suona alla Camera del Lavoro la sera in cui Pisapia porta al ballottaggio la Moratti, staccandola di 7 punti.
Non sono un analista politico – e non voglio esserlo. La strada è ancora lunga, ci aspettano due settimane di fuoco. Però un po’ ieri sera al concerto si respirava un’aria di festa. Un po’ contenuta dalla scaramanzia, che Bragg – grande intrattenitore oltre che performer – ha subito smorzato con una battuta in apertura:
“Arriviamo da un weekend di votazioni storiche! Raphael Gualazzi è stato votato secondo all’Eurovision…”
E così via, tra una canzone e una storia, tra un racconto ed un piccolo comizio. A tratti sembrava un “Middle aged Clash Drinking Club”: un ritrovo di 40-50 anni cresciuti a Clash e birre, come ha detto lo stesso Bragg. Ma non c’era nostalgia, solo voglia di ascoltare grande musica, e fare due chiacchiere in una giornata che, comunque vada a finire, ci ricorderemo in molti.
Se volete una cronaca del concerto, leggete quella del collega Alfredo Marziano, che nei giorni scorsi ha raccontato la data di Torino meglio di come io possa mai fare.
Per quello che mi riguarda, tutto questo è una scusa per postare qualche video di ieri, tra cui la canzone con cui ho conosciuto Bragg, una delle mie preferite di sempre, una storia di come la musica – in questo caso quella della Motown – possa aiutarti anche nei momenti più brutti.
“When the world falls apart, something stays in place. She took off the Four Tops tape, and put it back in its case”
Billy Bragg, Clash, Concerti
17 Maggio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Neanche a scriverla, sarebbe potuta venire meglio di così. Il cantante più di sinistra degli ultimi decenni, suona in uno dei luoghi storici della sinistra milanese, la sera in cui la sinistra fa vedere di contare ancora qualcosa a Milano e in Italia.
Billy Bragg suona alla Camera del Lavoro la sera in cui Pisapia porta al ballottaggio la Moratti, staccandola di 7 punti.
Non sono un analista politico – e non voglio esserlo. La strada è ancora lunga, ci aspettano due settimane di fuoco. Però un po’ ieri sera al concerto si respirava un’aria di festa. Un po’ contenuta dalla scaramanzia, che Bragg – grande intrattenitore oltre che performer – ha subito smorzato con una battuta in apertura:
“Arriviamo da un weekend di votazioni storiche! Raphael Gualazzi è stato votato secondo all’Eurovision…”
E così via, tra una canzone e una storia, tra un racconto ed un piccolo comizio. A tratti sembrava un “Middle aged Clash Drinking Club”: un ritrovo di 40-50 anni cresciuti a Clash e birre, come ha detto lo stesso Bragg. Ma non c’era nostalgia, solo voglia di ascoltare grande musica, e fare due chiacchiere in una giornata che, comunque vada a finire, ci ricorderemo in molti.
Se volete una cronaca del concerto, leggete quella del collega Alfredo Marziano, che nei giorni scorsi ha raccontato la data di Torino meglio di come io possa mai fare.
Per quello che mi riguarda, tutto questo è una scusa per postare qualche video di ieri, tra cui la canzone con cui ho conosciuto Bragg, una delle mie preferite di sempre, una storia di come la musica – in questo caso quella della Motown – possa aiutarti anche nei momenti più brutti.
“When the world falls apart, something stays in place. She took off the Four Tops tape, and put it back in its case”
Billy Bragg, Clash, concerti
4 Maggio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Il suo ultimo disco, “9″ è di cinque anni fa. Il suo unico altro disco, “O”, è del 2002. Damien Rice ha un talento enorme. Probabilmente è il miglior cantautore uscito nell’ultimo decennio. Ma quel dubbio, quel “probabilmente” non ci sarebbe neanche se avesse pubblicato un po’ di più, se avesse avuto un po’ di continuità. Per lui vale quella frase che le maestre o lo professoresse dicono ai genitori al ricevimento:”Se solo si impegnasse di più…”.
Si dice che non si sia mai ripreso dalla rottura con la sua metà musicale e di vita, Lisa Hannigan (che ha inciso un disco, e ne sta incidendo un altro niente meno con Joe Henry). Qualche tempo fa aveva annunciato che il suo nuovo disco sarebbe nato in un viaggio di 10 giorni, una canzone al giorno, ma non se ne è fatto niente. Ogni tanto la sua “vecchia musica” riaffiora nelle serie TV.
Ma Damien continua a fare musica nuova, anche se in maniera irregolare… Ogni tanto fa qualche concerto, ogni tanto viene avvistato ai concerti altrui, dove presenta nuove canzoni (l’ultima è questa, “Wild and free”: la si può vedere/sentire questo video, dove Damien è trasandato come al solito, ma anche molto ingrassato).
Ma al di là delle registrazioni amatoriali, Damien ha sparso un po’ di canzoni ufficiali qua e là, negli ultimi tempi. Proviamo a fare un po’ d’ordine.
1)L’uscita più recente è di qualche giorno fa: “En t’attendant”, il disco di Melanie Laurent, l’attrice di “Inglorious basterds”. Damien ha prodotto 5 brani e canta in due, uno più bello dell’altro. (A proposito: domenica il Corriere ha intervistato la Laurent, ma del disco neanche una parola. Ma le attrici cantanti non facevano notizia, una volta?)
2)”The connoseiur of grand excuses”, pezzo uscito alla fine dell’anno scorso su una compilation benefica per il disastro nel golfo del messico:
3) “Under the Tongue”, canzone incisa per un documentario della PBS sulla musica irlandese:
4)Nel 2007 ha pubblicato anche una cover di Creep, che suona(va) spesso dal vivo. Non è una canzone nuova, ma la riporto perché mi sono innamorato della sua musica sentendogli cantare questa canzone ad un concerto nel 2003:
5) “Look at me”, incisa per una compilation argentina di canzoni i cui testi sono stati scritti da bambini e interpretati da cantanti adulti:
6)”What If I’m wrong”, canzone incisa per un documentario sul Tibet. Si trova solo in una versione live, eseguita alla prima del film a Santa Barbara
7)E ci sono molte apparizioni dal vivo, con canzoni nuove riprese in video amatoriali… Questo è un punto di partenza per recuperarne alcune.
Insomma, dai, Damien, fai il bravo scolaro. Applicati e vedrai che sarai il primo della classe degli anni zero. Ammesso che tu ne abbia voglia…
Damien Rice, Lisa Hannigan, Nuova musica
4 Maggio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Il suo ultimo disco, “9″ è di cinque anni fa. Il suo unico altro disco, “O”, è del 2002. Damien Rice ha un talento enorme. Probabilmente è il miglior cantautore uscito nell’ultimo decennio. Ma quel dubbio, quel “probabilmente” non ci sarebbe neanche se avesse pubblicato un po’ di più, se avesse avuto un po’ di continuità. Per lui vale quella frase che le maestre o lo professoresse dicono ai genitori al ricevimento:”Se solo si impegnasse di più…”.
Si dice che non si sia mai ripreso dalla rottura con la sua metà musicale e di vita, Lisa Hannigan (che ha inciso un disco, e ne sta incidendo un altro niente meno con Joe Henry). Qualche tempo fa aveva annunciato che il suo nuovo disco sarebbe nato in un viaggio di 10 giorni, una canzone al giorno, ma non se ne è fatto niente. Ogni tanto la sua “vecchia musica” riaffiora nelle serie TV.
Ma Damien continua a fare musica nuova, anche se in maniera irregolare… Ogni tanto fa qualche concerto, ogni tanto viene avvistato ai concerti altrui, dove presenta nuove canzoni (l’ultima è questa, “Wild and free”: la si può vedere/sentire questo video, dove Damien è trasandato come al solito, ma anche molto ingrassato).
Ma al di là delle registrazioni amatoriali, Damien ha sparso un po’ di canzoni ufficiali qua e là, negli ultimi tempi. Proviamo a fare un po’ d’ordine.
1)L’uscita più recente è di qualche giorno fa: “En t’attendant”, il disco di Melanie Laurent, l’attrice di “Inglorious basterds”. Damien ha prodotto 5 brani e canta in due, uno più bello dell’altro. (A proposito: domenica il Corriere ha intervistato la Laurent, ma del disco neanche una parola. Ma le attrici cantanti non facevano notizia, una volta?)
2)”The connoseiur of grand excuses”, pezzo uscito alla fine dell’anno scorso su una compilation benefica per il disastro nel golfo del messico:
3) “Under the Tongue”, canzone incisa per un documentario della PBS sulla musica irlandese:
4)Nel 2007 ha pubblicato anche una cover di Creep, che suona(va) spesso dal vivo. Non è una canzone nuova, ma la riporto perché mi sono innamorato della sua musica sentendogli cantare questa canzone ad un concerto nel 2003:
5) “Look at me”, incisa per una compilation argentina di canzoni i cui testi sono stati scritti da bambini e interpretati da cantanti adulti:
6)”What If I’m wrong”, canzone incisa per un documentario sul Tibet. Si trova solo in una versione live, eseguita alla prima del film a Santa Barbara
7)E ci sono molte apparizioni dal vivo, con canzoni nuove riprese in video amatoriali… Questo è un punto di partenza per recuperarne alcune.
Insomma, dai, Damien, fai il bravo scolaro. Applicati e vedrai che sarai il primo della classe degli anni zero. Ammesso che tu ne abbia voglia…
damien rice, Lisa Hannigan, Nuova musica
21 Aprile, 2011 in Nuova musica, concerti da Gianni Sibilla
Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.
A me è capitato qualche volta. Per esempio, con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.
E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.
Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.
I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:
The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”
Circuital, concerti, damien rice, My Morning Jacket, Nuova musica
21 Aprile, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.
A me è capitato qualche volta. Per esempio, con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.
E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.
Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.
I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:
The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”
Circuital, Concerti, Damien Rice, My Morning Jacket, Nuova musica
14 Aprile, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
In questi giorni ho fatto un mini ciclo di lezioni allo IULM sull’uso della musica nelle serie TV. Ho provato a ragionare sulle differenze tra le colonne sonore e le sigle dela serialità americana classica (dagli anni ‘70 ai ‘90, per intenderci) a quella dell’ultimo decennio. Ma soprattutto in questi mesi mi sono divertito a collezionare e organizzare citazioni e riferimenti musicali, scene che mi sembrava facessero un uso particolarmente significativo di canzoni “storiche” e nuove.
Il dato di fondo, alla fine, è questo: soprattutto negli Stati Uniti, nell’ultimo decennio le serie TV sono diventate una vetrina fondamentale per la scoperta e ri-scoperta di artisti vecchi e nuovi, colmando almeno in parte un vuoto lasciato dalla progressiva diminuzione di importanza del videoclip “mainstream”. Non è una tesi particolarmente originale, anzi è semplicemente la constatazione di un fatto ormai sotto gli occhi di tutti.
Sia quel che sia, ho raccolto in quattro playlist su YouTube alcune delle scene che ho mostrato in quelle lezioni. Si possono vedere qua sotto, ad uso e consumo di chi quelle lezioni le ha seguite, e per divertimento degli altri.
Un paio di avvertimenti: la scelta non pretende di essere esaustiva, ma almeno un po’ rappresentativa dei diversi stili, quello sì, Ma sarebbe bello e utile se qualcuno avesse voglia di segnalare nei commenti le proprie scene musicali preferite. E attenzione agli spoiler: per dire, il terzo video della prima playlist è il finale di stagione di “Californication” 4….
Partiamo con l’uso più tradizionalme cinematografico della musica e delle canzoni, inserite come colonne sonore, in momenti topici (come nel caso di “Lost”/Damien Rice o nella sequenza che usa “Mr. Fantasy” dei Traffic in uno dei momenti clou dell’ultima stagione di “Californication”) o nei i finali di stagione: ancora “Californication”, ma anche Alexi Murdoch in Brother&Sisters:
http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E
Proseguiamo con alcune scene ormai storiche che hanno lanciato artisti, in The O.C., “Grey’s Anatomy” (il territorio di Alexanda Patsavas e della sua Chop Shop Music, la più quotata societa di Music Supervision). In questi casi l’uso della canzone va oltre l’uso cinematrografico: si integra nella narrazione, fino quasi ad andare in primo piano. Queste scene sono di fatto dei piccoli videoclip.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150
Le sigle, infine: soprattutto quelle della HBO, che sono un genere a parte, dai Sopranos in poi. La sigla di Boardwalk Empire, a mio modo di vedere, è uno dei migliori momenti di televisione degli ultimi anni. Ma anche quella di “The wire”, con la stessa canzone, “Down in the hole”, interpretata ogni anno da artisti diversi (Blind Boys of Alabama, Tom Waits, Neville Brothers…). Un po’ come la serie, che ad ogni stagione racconta Baltimora da un punto di vista diverso.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367
E infine, la rinascita del musical: Glee e il recente The MusicEvent di Grey’s Anatomy, puntata speciale in cui il cast cantva alcune delle canzoni storiche della serie.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90FCA2FDD1538547
Alexi Murdoch, Boardwalk Empire, Brothers & Sisters, Californication, Grey's Anatomy, HBO, Lost, Rolling Stones, Serie TV, The Wire, Tom Waits, Traffic
14 Aprile, 2011 in Televisione Musicale da Gianni Sibilla
In questi giorni ho fatto un mini ciclo di lezioni allo IULM sull’uso della musica nelle serie TV. Ho provato a ragionare sulle differenze tra le colonne sonore e le sigle dela serialità americana classica (dagli anni ‘70 ai ‘90, per intenderci) a quella dell’ultimo decennio. Ma soprattutto in questi mesi mi sono divertito a collezionare e organizzare citazioni e riferimenti musicali, scene che mi sembrava facessero un uso particolarmente significativo di canzoni “storiche” e nuove.
Il dato di fondo, alla fine, è questo: soprattutto negli Stati Uniti, nell’ultimo decennio le serie TV sono diventate una vetrina fondamentale per la scoperta e ri-scoperta di artisti vecchi e nuovi, colmando almeno in parte un vuoto lasciato dalla progressiva diminuzione di importanza del videoclip “mainstream”. Non è una tesi particolarmente originale, anzi è semplicemente la constatazione di un fatto ormai sotto gli occhi di tutti.
Sia quel che sia, ho raccolto in quattro playlist su YouTube alcune delle scene che ho mostrato in quelle lezioni. Si possono vedere qua sotto, ad uso e consumo di chi quelle lezioni le ha seguite, e per divertimento degli altri.
Un paio di avvertimenti: la scelta non pretende di essere esaustiva, ma almeno un po’ rappresentativa dei diversi stili, quello sì, Ma sarebbe bello e utile se qualcuno avesse voglia di segnalare nei commenti le proprie scene musicali preferite. E attenzione agli spoiler: per dire, il terzo video della prima playlist è il finale di stagione di “Californication” 4….
Partiamo con l’uso più tradizionalme cinematografico della musica e delle canzoni, inserite come colonne sonore, in momenti topici (come nel caso di “Lost”/Damien Rice o nella sequenza che usa “Mr. Fantasy” dei Traffic in uno dei momenti clou dell’ultima stagione di “Californication”) o nei i finali di stagione: ancora “Californication”, ma anche Alexi Murdoch in Brother&Sisters:
http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E
Proseguiamo con alcune scene ormai storiche che hanno lanciato artisti, in The O.C., “Grey’s Anatomy” (il territorio di Alexanda Patsavas e della sua Chop Shop Music, la più quotata societa di Music Supervision). In questi casi l’uso della canzone va oltre l’uso cinematrografico: si integra nella narrazione, fino quasi ad andare in primo piano. Queste scene sono di fatto dei piccoli videoclip.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150
Le sigle, infine: soprattutto quelle della HBO, che sono un genere a parte, dai Sopranos in poi. La sigla di Boardwalk Empire, a mio modo di vedere, è uno dei migliori momenti di televisione degli ultimi anni. Ma anche quella di “The wire”, con la stessa canzone, “Down in the hole”, interpretata ogni anno da artisti diversi (Blind Boys of Alabama, Tom Waits, Neville Brothers…). Un po’ come la serie, che ad ogni stagione racconta Baltimora da un punto di vista diverso.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367
E infine, la rinascita del musical: Glee e il recente The MusicEvent di Grey’s Anatomy, puntata speciale in cui il cast cantva alcune delle canzoni storiche della serie.
http://www.youtube.com/view_play_list?p=90FCA2FDD1538547
Alexi Murdoch, Boardwalk Empire, Brothers & Sisters, Californication, Grey's Anatomy, HBO, Lost, Rolling Stones, Serie TV, The Wire, Tom Waits, traffic
11 Aprile, 2011 in Libri, Record Store Day da Gianni Sibilla
Questa settimana si celebra il Record Store Day, la giornata in cui nostalgicamente si cerca di rivitalizzare il negozio di dischi. Ovvero un luogo in fase di estizione, ucciso della grande distribuzione (come è capitato a innumerevoli altri tipi di negozi) e dalla crisi del supporto fisico (come è capitato alla musica e sta capitando al video).
Non ha tutti i torti chi dice che questa festa sa di giornata contro l’estinzione del panda. Una cosa un po’ anacronistica, di cui non si può parlar male. E si può anche capire che ci siano persone (di generazioni più giovani, ma non solo), che non hanno vissuto la magia del negozio di dischi, di trovare quella varia umanità che viveva solo da quelle parti.<br>
Ecco, celebrare i negozi di dischi non significa necessariamente celebrare la qualità sonora del CD o del vinile rispetto all’MP3 (superiore la prima, comodissimo il secondo), né significa necessariamente essere anacronistici o nostalgici. Insomma, il modello non deve essere per forza il Nick Hornby di “Alta fedeltà”. Celebrare i negozi di dischi può semplicemente mirare a ricordare la storia, nostra e altrui, di come la musica ci arrivava, e di come la dimensione sociale abbia sempre fatto parte del consumo dei suoni. I negozi di dischi sono e rimangono una fucina di storia e di storie. Di umanità, appunto.
Lo dimostra un bel libro uscito qualche mese fa, perfetto da rispolverare questa settimana. Ok, il titolo non è felicissimo, la copertina è brutta e lasciano perplessi alcuni altri dettagli di quelle che Genette chiamava le “Soglie” del libro, ovvvero i testi che ci accompagnano alla lettura (tipo la frase in quarta di copertina “L’incredibile? Esiste e vive rock’n'roll”…). Però “L’ultimo disco dei mohicani” racconta bene quel sottobosco umano che solo la musica ha saputo creare. Maurizio Blatto lavora a Backdoor, storico negozio torinese dedicato al collezionismo: in quel luogo ha visto passare gente che voi umani non potreste immaginare… Questo libro le racconta, con piglio da affabulatore consumato, in maniera empatica ma non accondiscendente o nostalgica. Vi imbatterete nel Signor Franco, il collega di Blatto, riverito e temuto, una figura aleggiante in molti negozi di dischi. O nelle storie di dipendenti dal vinile che consumano dischi di nascosto dalle mogli, nascondendoli in garage affittati per l’occasione. Storie bizzarre che in alcuni casi sono così poco verosimili da essere sicuramente vere.
Insomma, celebrate pure i negozi di dischi se volete. O non celebrateli, se non ve ne frega niente e se le vostre modalità di consumo sono già da un’altra parte, come quelle della maggior parte degli ascoltatori. Ma non dimenticate l’importanza che hanno avuto.
(da Rockol)
L'ultimo disco dei Mohicani, Libri, Maurizio Blatto, Record Store Day
11 Aprile, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Questa settimana si celebra il Record Store Day, la giornata in cui nostalgicamente si cerca di rivitalizzare il negozio di dischi. Ovvero un luogo in fase di estizione, ucciso della grande distribuzione (come è capitato a innumerevoli altri tipi di negozi) e dalla crisi del supporto fisico (come è capitato alla musica e sta capitando al video).
Non ha tutti i torti chi dice che questa festa sa di giornata contro l’estinzione del panda. Una cosa un po’ anacronistica, di cui non si può parlar male. E si può anche capire che ci siano persone (di generazioni più giovani, ma non solo), che non hanno vissuto la magia del negozio di dischi, di trovare quella varia umanità che viveva solo da quelle parti.<br>
Ecco, celebrare i negozi di dischi non significa necessariamente celebrare la qualità sonora del CD o del vinile rispetto all’MP3 (superiore la prima, comodissimo il secondo), né significa necessariamente essere anacronistici o nostalgici. Insomma, il modello non deve essere per forza il Nick Hornby di “Alta fedeltà”. Celebrare i negozi di dischi può semplicemente mirare a ricordare la storia, nostra e altrui, di come la musica ci arrivava, e di come la dimensione sociale abbia sempre fatto parte del consumo dei suoni. I negozi di dischi sono e rimangono una fucina di storia e di storie. Di umanità, appunto.
Lo dimostra un bel libro uscito qualche mese fa, perfetto da rispolverare questa settimana. Ok, il titolo non è felicissimo, la copertina è brutta e lasciano perplessi alcuni altri dettagli di quelle che Genette chiamava le “Soglie” del libro, ovvvero i testi che ci accompagnano alla lettura (tipo la frase in quarta di copertina “L’incredibile? Esiste e vive rock’n'roll”…). Però “L’ultimo disco dei mohicani” racconta bene quel sottobosco umano che solo la musica ha saputo creare. Maurizio Blatto lavora a Backdoor, storico negozio torinese dedicato al collezionismo: in quel luogo ha visto passare gente che voi umani non potreste immaginare… Questo libro le racconta, con piglio da affabulatore consumato, in maniera empatica ma non accondiscendente o nostalgica. Vi imbatterete nel Signor Franco, il collega di Blatto, riverito e temuto, una figura aleggiante in molti negozi di dischi. O nelle storie di dipendenti dal vinile che consumano dischi di nascosto dalle mogli, nascondendoli in garage affittati per l’occasione. Storie bizzarre che in alcuni casi sono così poco verosimili da essere sicuramente vere.
Insomma, celebrate pure i negozi di dischi se volete. O non celebrateli, se non ve ne frega niente e se le vostre modalità di consumo sono già da un’altra parte, come quelle della maggior parte degli ascoltatori. Ma non dimenticate l’importanza che hanno avuto.
(da Rockol)
L'ultimo disco dei Mohicani, Libri, Maurizio Blatto, Record Store Day
21 Marzo, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.
In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.
Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.
Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.
Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire. Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.
Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…
Eddie Vedder, Nuova musica, Pearl Jam, Uke Songs
21 Marzo, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
UPDATE: poche ore dopo aver scritto questo post, arriva finalmente la conferma ufficiale, dal sito dei Pearl Jam: nuovo disco e un DVD dal vivo per Eddie Vedder, da cui arriva il video qua sotto. Rimane un po’ di mistero su come canzone e video siano finiti in rete prima del tempo.
In rete circolano notizie incontrollate su Eddie Vedder, che – si dice – dovrebbe avere un disco solista in uscita a giugno. Si dovrebbe intitolare – si dice – “Uke songs”, e dovrebbe contenere solo canzoni incise all’ukulele.
Qualche giorno fa, un blog su Tumblr ha diffuso l’audio di quello che sarebbe il primo singolo, “Longing to belong”.
Qua sotto potete vedere un “Video ufficiale” per “You’re true”, con un magnifico ukulele a forma di mini-telecaster, postato sabato su YouTube.
Le virgolette e i “si dice” che ho messo prima non sono casuali. Perché l’unica confermaa dell’esistenza del disco arriva da Eddie Vedder stesso: durante un suo recente concerto solista in tour solista in Australia, ha detto che è stato il suo amico Kelly Slater a convincerlo a farlo uscire. Per il resto non c’è nessuna comunicazione ufficiale del disco di Eddie Vedder, nessun comunicato stampa e il sito dei Pearl Jam non ne fa menzione. Il singolo e il video sono chiaramente materiale professionale, ma non se ne conosce la provenienza: chi li ha diffusi non la chiarisce, e anche i siti dei fan sembrano abbastanza spiazzati.
Insomma, è abbastanza evidente che il disco esiste, ma delle due l’una: o queste canzoni sono sfuggite ai loro proprietari (come accadde a “Better days”, che poì finì sulla colonna sonora di “Eat pray love” a nome del solo Vedder). O qualcuno le sta facendo sfuggire ad arte per creare un po’ di sintomatico mistero…
Eddie Vedder, Nuova musica, Pearl Jam, Uke Songs
11 Marzo, 2011 in concerti da Gianni Sibilla
Dialogo (realmente accaduto) tra un giornalista italiano e un amico americano che lavora nella musica, oltreoceano.
Esterno notte, Piazzale Cantore, Milano, di fronte alla gigantografia della band inglese che copre un palazzo.

Amico americano: “Chi sono quelli?”
Giornalista Italiano: “Sono i Take That.”
Amico Americano: “Davvero? Ma sono ancora assieme?”
Giornalista Italiano: “Sì, si sono tornati assieme già da un po’”
Amico Americano: “Davvero? Credevo non esistessero più le boy band…E hanno successo?”
Giornalista Italiano: “Beh, in Inghilterra hanno venduto un sacco di dischi. Poi adesso che è rientrato Robbie Williams…”
Amico Americano: “Robbie Williams…. Qual è dei cinque?”
Giornalista Italiano: “Il secondo da destra”
Amico Americano: “Uh, proprio non lo riconoscevo. E suonano in uno stadio in Italia? Non ci posso credere.”
Giornalista Italiano: “….”
concerti, Robbie Williams, Take That
11 Marzo, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Dialogo (realmente accaduto) tra un giornalista italiano e un amico americano che lavora nella musica, oltreoceano.
Esterno notte, Piazzale Cantore, Milano, di fronte alla gigantografia della band inglese che copre un palazzo.

Amico americano: “Chi sono quelli?”
Giornalista Italiano: “Sono i Take That.”
Amico Americano: “Davvero? Ma sono ancora assieme?”
Giornalista Italiano: “Sì, si sono tornati assieme già da un po’”
Amico Americano: “Davvero? Credevo non esistessero più le boy band…E hanno successo?”
Giornalista Italiano: “Beh, in Inghilterra hanno venduto un sacco di dischi. Poi adesso che è rientrato Robbie Williams…”
Amico Americano: “Robbie Williams…. Qual è dei cinque?”
Giornalista Italiano: “Il secondo da destra”
Amico Americano: “Uh, proprio non lo riconoscevo. E suonano in uno stadio in Italia? Non ci posso credere.”
Giornalista Italiano: “….”
Concerti, Robbie Williams, Take That
8 Marzo, 2011 in Nuova musica, Recensioni da Gianni Sibilla
Ho aspettato un po’ a scrivere un po’ in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.
Alla fine, la montagna ha partorito il topolino: su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.
In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:
- Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
- La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
- Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
- A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
- Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
- La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
- Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
- Il crescendo di “It happened today”.
- Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
- La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
- Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
- Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…
Cosa non mi piace tanto:
- Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
- La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
- Non sempre mi piace la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
- La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
- Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
Collapse into now, Nuova musica, R.E.M., Recensioni
8 Marzo, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ho aspettato un po’ a scrivere un po’ in maniera compiuta del disco dei R.E.M., a parte le piccole cose che si dicono cazzeggiando sui social network.
Alla fine, la montagna ha partorito il topolino: su Rockol c’è la mia recensione “seria”. Qua mi accingo a raccogliere qualche appunto più da fan.
In generale, mi piace soprattutto che i R.E.M. continuino a fare la loro musica con grande stile e dignità, con ottimi risultati, senza proclami di voler cambiare il mondo e senza quella sicumera arrogante che vedo in tante altre band, giovani e storiche. Per il resto: ecco, in ordine sparso le cose che mi sono piaciute di più e quelle che mi sono piaciute di meno:
- Le chitarre di “Discoverer”: adoro quel suono, Peter Buck è un genio quando ha quelle idee, e lì e al suo meglio.
- La voce di Patti Smith su “Blue”: quando ho ascoltato il disco per la prima volta alla casa discografica, un mese fa, non mi ricordavo che c’era la Zia Patti. Ho fatto un salto sulla sedia, quando lei entra cantando “Cinderella boy, you lost your shoe” e sotto c’è la voce di Stipe in loop. Mi vengono i brividi ogni volta che risento quel passaggio.
- Il “reprise” di “Discoverer” che arriva dopo la fine di “Blue”: una delle tante raffinatezze del disco (come quella di mettere i testi delle canzoni, ma non dello spoken word di “Blue”. Meglio il mistero…)
- A proposito di finezze: “Just that little bit of finesse/might have made a little less mess”. La trovo una rima meravigliosa, un tocco di classe.
- Il titolo del disco: mi piace l’idea di prendere una legge fisica – quella del collasso gravitazionale, con cui ogni cosa si forma nell’universo, dalle stelle in giù – e umanizzarla applicandola alla quotidianità.
- La grafica del packaging e il packaging in generale: come ogni disco dei R.E.M., è un bell’oggetto fisico.
- Il video di “Uberlin”: ne ho letto molto male in giro, ma lo trovo geniale: dimostra che i R.E.M. con quel mezzo ci sanno ancora fare, inventandosi cose nuove e non banali
- Il crescendo di “It happened today”.
- Il bouzoki di “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”
- La grazia e la delicatezza di “Everyday is yours to win”
- Le note di Jacknife Lee, canzone per canzone, che ci sono nella “deluxe edition” su iTunes
- Le versioni “live in studio” sempre sulla deluxe edition e nei vari video diffusi in rete. Dimostrano che sarebbe stato un disco fantastico dal vivo…
Cosa non mi piace tanto:
- Le troppe anticipazioni, che hanno un po’ rovinato l’attesa. Ne ho già scritto, e ne ho parlato con Bertis Downs, il manager della band, che me le ha spiegate
- La presenza della band in copertina: è solo la seconda volta che capita (l’altra era “Around the sun”), e toglie un po’ di quel mistero che ha sempre fatto parte dell’immagine dei R.E.M.
- Non sempre mi piace la produzione di Jacknife Lee: il suono è troppo compresso in diversi momenti. Preferirei un po’ più di dinamica, renderebbe meno cupo il suono.
- La mancanza di Bill Berry, secondo me, continua a farsi sentire un po’. Bill Rieflin è bravo, più di Joel Waronker. Ma la batteria di Berry, le sue armonie erano un’altra cosa.
- Non mi piace, ovviamente, che i R.E.M. non vadano in tour. Li capisco, hanno fatto moltissima promozione e moltissimi concerti – almeno per i loro standard – per gli ultimi dischi. Però neanche un concertino, dai?
Collapse into now, Nuova musica, R.E.M., Recensioni
3 Marzo, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
C’è un posto, a Milano, dove tutti dovrebbero andare almeno una volta: il Planetario. E’ un posto dove un proiettore ti riproduce le stelle del cielo, cosi come apparirebbero in qualsiasi momento e senza l’inquinamento luminoso che offusca le nostre città.
Ieri sera, mentre il resto del mondo guardava l’ennesima risurrezione di Steve Jobs e la nascita dell’iPad 2, qualche centinaio di persone ha guardato le stelle al Planetario ascoltando la musica di una nuova band, i Deproducers; ovvero Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci, Riccardo Sinigallia.
Non è la prima volta che dei musicisti usano quel luogo: Vinicio Capossela e Jovanotti, negli anni passati, hanno presentato lì dei loro dischi. E anche la connesione tra astronomia e musica non è nuovissima: Joan As Police Woman ha intitolato il nuovo disco “The Deep Field” citando una regione di cielo esplorata dal telescopio Hubble che contiene diverse galassie che ci appaiono giovani. E, anche dal lato astronomico, il legame è forte: consiglio “La musica del big bang” di Amedeo Balbi, astrofisico romano (e divulgatore sul bel blog Keplero). Però nessuno aveva pensato di fare un disco e un tour a partire dai planetari.
Ora, io ho una passione neanche troppo segreta per l’astronomia. Una volta sono andato al Planetario e, superata la cervicale che mi hanno causato le scomodissime sedie (sono le stesse di 80 anni fa, quando Hoepli lo donò alla città), sono tornato talmente incantato da tutto che mi sono messo a leggere un po’ di libri sulla questione, anche se ho sempre avuto un’allergia per la matematica e per la fisica. Quando ho ricevuto l’invito per la serata, ho fatto un salto sulla sedia: musicisti che stimo raccontano il cosmo.
Non sono rimasto deluso: i quattro – con l’aiuto di Howie B – hanno fornito un’anticipazione di quello che sarà un disco che uscirà in estate, e un tour nei teatri e nei planetari: musica tra rock ed elettronica, suonata al buio, guardando il cielo muoversi, le costellazioni apparire sulla volta, filmati che spiegano le dimensioni del Cosmo. La vera sopresa è stata la presenza di quello che loro chiamano frontman: Fabio Peri, astrofisico, direttore del planetario, raccontava storie delle stelle, tra un brano strumentale e l’altro: un bravo affabulatore, con una bella voce, concetti chiari e suggestivi.
Insomma, bello davvero. Ho visto amici che non erano mai stati al planetario uscire dallo spettacolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia. Fate un giro al Planetario, una volta. Se poi ci saranno i Deproducers, lo spettacolo sarà assicurato.
Deproducers, Gianni Maroccolo, Joan As Police Woman, Max Casacci, Nuova musica, Riccardo Sinigallia, Vittorio Cosma
3 Marzo, 2011 in Nuova musica, concerti da Gianni Sibilla
C’è un posto, a Milano, dove tutti dovrebbero andare almeno una volta: il Planetario. E’ un posto dove un proiettore ti riproduce le stelle del cielo, cosi come apparirebbero in qualsiasi momento e senza l’inquinamento luminoso che offusca le nostre città.
Ieri sera, mentre il resto del mondo guardava l’ennesima risurrezione di Steve Jobs e la nascita dell’iPad 2, qualche centinaio di persone ha guardato le stelle al Planetario ascoltando la musica di una nuova band, i Deproducers; ovvero Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci, Riccardo Sinigallia.
Non è la prima volta che dei musicisti usano quel luogo: Vinicio Capossela e Jovanotti, negli anni passati, hanno presentato lì dei loro dischi. E anche la connesione tra astronomia e musica non è nuovissima: Joan As Police Woman ha intitolato il nuovo disco “The Deep Field” citando una regione di cielo esplorata dal telescopio Hubble che contiene diverse galassie che ci appaiono giovani. E, anche dal lato astronomico, il legame è forte: consiglio “La musica del big bang” di Amedeo Balbi, astrofisico romano (e divulgatore sul bel blog Keplero). Però nessuno aveva pensato di fare un disco e un tour a partire dai planetari.
Ora, io ho una passione neanche troppo segreta per l’astronomia. Una volta sono andato al Planetario e, superata la cervicale che mi hanno causato le scomodissime sedie (sono le stesse di 80 anni fa, quando Hoepli lo donò alla città), sono tornato talmente incantato da tutto che mi sono messo a leggere un po’ di libri sulla questione, anche se ho sempre avuto un’allergia per la matematica e per la fisica. Quando ho ricevuto l’invito per la serata, ho fatto un salto sulla sedia: musicisti che stimo raccontano il cosmo.
Non sono rimasto deluso: i quattro – con l’aiuto di Howie B – hanno fornito un’anticipazione di quello che sarà un disco che uscirà in estate, e un tour nei teatri e nei planetari: musica tra rock ed elettronica, suonata al buio, guardando il cielo muoversi, le costellazioni apparire sulla volta, filmati che spiegano le dimensioni del Cosmo. La vera sopresa è stata la presenza di quello che loro chiamano frontman: Fabio Peri, astrofisico, direttore del planetario, raccontava storie delle stelle, tra un brano strumentale e l’altro: un bravo affabulatore, con una bella voce, concetti chiari e suggestivi.
Insomma, bello davvero. Ho visto amici che non erano mai stati al planetario uscire dallo spettacolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia. Fate un giro al Planetario, una volta. Se poi ci saranno i Deproducers, lo spettacolo sarà assicurato.
Deproducers, Gianni Maroccolo, Joan As Police Woman, Max Casacci, Nuova musica, Riccardo Sinigallia, Vittorio Cosma
25 Ffebbraio, 2011 in Libri, industria musicale da Gianni Sibilla
La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.
Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.
Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.
Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.
(da Rockol)
industria musicale, Libri, Pirateria
25 Ffebbraio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.
Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.
Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.
Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.
(da Rockol)
Industria Musicale, Libri, Pirateria
18 Ffebbraio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Oggi tutti parlano dei Radiohead. E tutti ne parlano bene. Ma siamo sicuri che non ci stiamo perdendo dietro più alla forma che alla sostanza?
Oggi è arrivato in rete “The king of limbs” e sui social network è tutto un lodare il gruppo e la sua ennesima rivoluzione. Così mi esercito anche io in qualche considerazione, dopo un primo ascolto del disco in una pausa di Sanremo, seduto su una panchina a godermi il primo raggio di sole della settimana e la prima musica non festivaliera.
Bello è bello, questo disco. Ma non è nulla di nuovo. E’ meno dritto di “In rainbows”, con diverse cose simili alle cose simil-elettroniche alla “idioteque”. Ma la mia personale sensazione è che, quando si tratta dei Radiohead, ci si perda, abbagliati dai loro modi.
Musicalmente i Radiohead hanno “scavallato”: sono un gruppo che, come altri della stessa levatura, ha già raggiunto e superato il punto massimo della propria creatività, e oggi si “limita” a ripetere bene quello che ha già fatto, vivendo anche un po’ di rendita. Come i R.E.M., come Springsteen, come tanti altri.
Ogni mossa dei Radiohead, mi sembra, suscita isterismi di quelli che neanche i Take That dei tempo d’oro. “In rainbows” era un disco bello, onesto, nulla più. Ma diffuso con un’idea forte. Un’idea che non è un modello replicabile, tantomeno una rivoluzione, ma una modalità che andava benissimo per i Radiohead e forse per pochissimi altri; un’idea che capitalizzava la credibilità costruita in anni di duro lavoro.
“In rainbows” è un disco di cui si è parlato più per la forma che per la sostanza. E così avverrà anche per “The king of limbs”, anche se parzialmente segna un’inversione rispetto a quel modello apparentemente rivoluzionario dell’offerta libera, che tanto ha fatto discutere. Il disco è stato annunciato a sorpresa dopo settimane di depistaggi, e messo in download in anticipo sulla data inizialmente comunicata. E questa volta si paga.
Insomma: i Radiohead sono stati dei geni della musica, oggi sono degli ottimi artigiani del genere che loro stessi hanno creato. Oggi, i Radiohead sono soprattutto dei geni della comunicazione. Sono il simbolo di quest’era, in cui passiamo più tempo a scaricare la musica e a cericarla sui nostri ammennicoli che ad ascoltarla, di questo tempo in cui ci occupiamo più della forma e delle scatole che delle sostanze e dei contenuti.
Nuova musica, Radiohead, The King Of LImbs
18 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Oggi tutti parlano dei Radiohead. E tutti ne parlano bene. Ma siamo sicuri che non ci stiamo perdendo dietro più alla forma che alla sostanza?
Oggi è arrivato in rete “The king of limbs” e sui social network è tutto un lodare il gruppo e la sua ennesima rivoluzione. Così mi esercito anche io in qualche considerazione, dopo un primo ascolto del disco in una pausa di Sanremo, seduto su una panchina a godermi il primo raggio di sole della settimana e la prima musica non festivaliera.
Bello è bello, questo disco. Ma non è nulla di nuovo. E’ meno dritto di “In rainbows”, con diverse cose simili alle cose simil-elettroniche alla “idioteque”. Ma la mia personale sensazione è che, quando si tratta dei Radiohead, ci si perda, abbagliati dai loro modi.
Musicalmente i Radiohead hanno “scavallato”: sono un gruppo che, come altri della stessa levatura, ha già raggiunto e superato il punto massimo della propria creatività, e oggi si “limita” a ripetere bene quello che ha già fatto, vivendo anche un po’ di rendita. Come i R.E.M., come Springsteen, come tanti altri.
Ogni mossa dei Radiohead, mi sembra, suscita isterismi di quelli che neanche i Take That dei tempo d’oro. “In rainbows” era un disco bello, onesto, nulla più. Ma diffuso con un’idea forte. Un’idea che non è un modello replicabile, tantomeno una rivoluzione, ma una modalità che andava benissimo per i Radiohead e forse per pochissimi altri; un’idea che capitalizzava la credibilità costruita in anni di duro lavoro.
“In rainbows” è un disco di cui si è parlato più per la forma che per la sostanza. E così avverrà anche per “The king of limbs”, anche se parzialmente segna un’inversione rispetto a quel modello apparentemente rivoluzionario dell’offerta libera, che tanto ha fatto discutere. Il disco è stato annunciato a sorpresa dopo settimane di depistaggi, e messo in download in anticipo sulla data inizialmente comunicata. E questa volta si paga.
Insomma: i Radiohead sono stati dei geni della musica, oggi sono degli ottimi artigiani del genere che loro stessi hanno creato. Oggi, i Radiohead sono soprattutto dei geni della comunicazione. Sono il simbolo di quest’era, in cui passiamo più tempo a scaricare la musica e a cericarla sui nostri ammennicoli che ad ascoltarla, di questo tempo in cui ci occupiamo più della forma e delle scatole che delle sostanze e dei contenuti.
Nuova musica, Radiohead, The King Of LImbs
15 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Non credete a chi snobba Sanremo, a chi dice che non lo guarda, che gli fa schifo. Il festival può essere molto divertente. Può essere divertente anche solo sparlarne. E può essere molto divertente per chi è qua, in sala stampa. E’ il “parco giochi dell’accreditato”, il luna park del giornalsta musicale.
Però la sensazione è che quest’anno ci sia un’aria da “volemose bene” che rischia di ammazzare lo spettacolo. Gianni Morandi è ben voluto da tutti, ha buoni rapporti con chiunque: con i cantanti (che non possono attaccarlo, è uno di loro), con la stampa, con i suoi compagni. Il tormentone di quest’anno è già pronto: “Stiamo uniti!”, continua a ripetere, parlando della sua squadra televisiva.
Ma tutto questo ammazza le polemiche, che sono ciò di cui vive il Festival, sono ciò che genera interesse. Ieri la prima conferenza stampa è stata assai noiosa, con i giornalisti ad arrampicarsi sugli specchi per fare domande che sembrassero un minimo polemiche. Quella di oggi tanto quanto, con un po’ di polemiche sul televoto (sai che novità!). Oggi gli articoli sui quotidiani sono il riflesso di questa mancanza di spunti, con arzigogoli sulla noia.
Magari mi sbaglio, magari tutto si vivacizzerà con l’inizio della serata, magari tutto si vivacizza quando arrivano i primi dati d’ascolto, perché Sanremo oggi è soprattutto un programma TV.
Poi ci sono le canzoni. Già, le canzoni. Ieri alle prove ne ho sentite un paio belle e un paio che gridano vendetta, la dimostrazione che si può sempre iniziare a scavare, anche dopo aver toccato il fondo. Magari con almeno con quelle ci sarà da divertirsi.
Festival di Sanremo, Gianni Morandi, Giornalismo musicale, Sanremo
15 Ffebbraio, 2011 in sanremo da Gianni Sibilla
Non credete a chi snobba Sanremo, a chi dice che non lo guarda, che gli fa schifo. Il festival può essere molto divertente. Può essere divertente anche solo sparlarne. E può essere molto divertente per chi è qua, in sala stampa. E’ il “parco giochi dell’accreditato”, il luna park del giornalsta musicale.
Però la sensazione è che quest’anno ci sia un’aria da “volemose bene” che rischia di ammazzare lo spettacolo. Gianni Morandi è ben voluto da tutti, ha buoni rapporti con chiunque: con i cantanti (che non possono attaccarlo, è uno di loro), con la stampa, con i suoi compagni. Il tormentone di quest’anno è già pronto: “Stiamo uniti!”, continua a ripetere, parlando della sua squadra televisiva.
Ma tutto questo ammazza le polemiche, che sono ciò di cui vive il Festival, sono ciò che genera interesse. Ieri la prima conferenza stampa è stata assai noiosa, con i giornalisti ad arrampicarsi sugli specchi per fare domande che sembrassero un minimo polemiche. Quella di oggi tanto quanto, con un po’ di polemiche sul televoto (sai che novità!). Oggi gli articoli sui quotidiani sono il riflesso di questa mancanza di spunti, con arzigogoli sulla noia.
Magari mi sbaglio, magari tutto si vivacizzerà con l’inizio della serata, magari tutto si vivacizza quando arrivano i primi dati d’ascolto, perché Sanremo oggi è soprattutto un programma TV.
Poi ci sono le canzoni. Già, le canzoni. Ieri alle prove ne ho sentite un paio belle e un paio che gridano vendetta, la dimostrazione che si può sempre iniziare a scavare, anche dopo aver toccato il fondo. Magari con almeno con quelle ci sarà da divertirsi.
festival di sanremo, Gianni Morandi, Giornalismo musicale, sanremo
14 Ffebbraio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.
Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.
Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…
La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…
Adam Duritz, Billy Bragg, Counting Crows, cover, Nuova musica, Tom Waits
14 Ffebbraio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Adesso vedi che tocca rivalutare San Valentino, festa fatta per vendere gadget inutili e riempire tutti i ristoranti almeno per una sera.
Il motivo? Adam Duritz. Mentre i suoi Counting Crows sono in pausa, lui passa le notti a twittare al suo milione e passa di follower, raccontando i fatti suoi. Ogni tanto fa il DJ su blip, condivdendo musica. Ma da qualche giorno a questa parte, e fino a San Valentino, ha deciso di incidere e regalare una canzone al giorno. Una canzone di San Valentino.
Si è messo lì, e ha inciso brani di Steve Earle, Tom Waits, Ryan Adams, Bob Dylan. Sono versioni al piano, un po’ sghembe, reperibili sul suo account SoundCloud. E mi ricordano proprio un po’ Tom Waits: belle, nella loro imperfezione. E arrivano da una delle voci più intense e belle del rock americano degli ultimi 20 anni…
La mia canzone preferita di San Valentino, rimane questa, tutt’altro che romantica, di Billy Bragg…
Adam Duritz, Billy Bragg, Counting Crows, Cover, Nuova musica, Tom Waits
11 Ffebbraio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Fino a poco tempo fa non conoscevo James Blake. Ne avevo letto molto bene da qualche amico e collega di cui mi fido, e tanto mi bastava per interessarmene. Così ho ascoltato il disco, che mi sembra un buon disco d’esordio, forse non il capolavoro di cui ho letto, ma tant’è.
Poi ieri mi sono imbattuto in questa cosa. Blake è andato ad un programma della BBC dove fanno suonare live gli artisti, e gli chiedono di scegliere una cover. Lui cosa ha scelto? “A case of you”, di Joni Mitchell.
Joni Mitchell la cantava con un’intensità ed un pathos che ancora oggi fanno venire i brividi. Tori Amos, un’altra che ad intensità non scherza, ne fece una bella versione per piano e voce. Poi ci furono versioni che ancora oggi gridano vendetta, come quella di Diana Krall, algida, gelida e formale. E adesso arriva lui, con questa versione qua…
Ci sono canzoni che bisognerebbe avere l’umiltà di non toccare. Perché ne esiste una versione inarrivabile, e a rifarle rischia di fare brutte figure. Non ho ancora capito se questo James Blake sia un bravo artista sfrontato o uno che si è montato la testa, ma propendo per la seconda ipotesi.
Cover, James Blake, Joni Mitchell, Nuova musica
11 Ffebbraio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Fino a poco tempo fa non conoscevo James Blake. Ne avevo letto molto bene da qualche amico e collega di cui mi fido, e tanto mi bastava per interessarmene. Così ho ascoltato il disco, che mi sembra un buon disco d’esordio, forse non il capolavoro di cui ho letto, ma tant’è.
Poi ieri mi sono imbattuto in questa cosa. Blake è andato ad un programma della BBC dove fanno suonare live gli artisti, e gli chiedono di scegliere una cover. Lui cosa ha scelto? “A case of you”, di Joni Mitchell.
Joni Mitchell la cantava con un’intensità ed un pathos che ancora oggi fanno venire i brividi. Tori Amos, un’altra che ad intensità non scherza, ne fece una bella versione per piano e voce. Poi ci furono versioni che ancora oggi gridano vendetta, come quella di Diana Krall, algida, gelida e formale. E adesso arriva lui, con questa versione qua…
Ci sono canzoni che bisognerebbe avere l’umiltà di non toccare. Perché ne esiste una versione inarrivabile, e a rifarle rischia di fare brutte figure. Non ho ancora capito se questo James Blake sia un bravo artista sfrontato o uno che si è montato la testa, ma propendo per la seconda ipotesi.
cover, James Blake, Joni Mitchell, Nuova musica
8 Ffebbraio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
I remix hanno un po’ rotto le scatole. Sono un espediente promozionale ormai abusato, nell’era dello User Generated Content: quanti gruppi hanno chiesto ai loro fan di manipolare una canzone, un video o qualcosa del genere?
Però quando puoi mettere le mani sui materiali originali di un oggetto capisci sempre delle cose. Ieri i R.E.M. hanno messo in rete le tracce di “It happened today” in formato GarageBand e AIFF e hanno aperto un gruppo su Soundcloud dove condividere i remix.
Vedere un brano diviso in tracce ti fa capire il grande lavoro in studio che si fa su una canzone, e in questo i R.E.M. sono veramente dei grandi artigiani. Nella versione in download, “It happened today” è divisa in una quindicina di tracce. Quelle reali erano più di cento, ma anche solo vedendo questa versione ridotta intuisci la complessità ed il mondo sonoro che c’è nel crescendo che parte a metà canzone.
Quando ho sentito la canzone per la prima volta ho pensato: “dove diavolo è Eddie Vedder?”. Era nascosto nell’impasto. Non sono un musicista ne un DJ, remixare una canzone non è il mio mestiere e – sinceramente - alcuni remix che ho sentito in rete sono un po’ tamarri. Così ho semplicemente provato a fare un nuovo mix, in cui ho levato più cose possibili – in onore alla teoria che dice che se una canzone è buona, regge anche quando è poco prodotta.
Il risultato del mio esperimento è questo “Stripped brass mix” che potete sentire cliccando qua: la prima parte è un po’ vuota, ma nella seconda ho lasciato solo le voci di Stipe e Vedder, ho messo in primo piano la chitarra elettrica e i fiati (chi li aveva sentiti, nella versione originale?). Ho tolto le tastiere, le altre voci, il mandolino (basta!) e ogni altra roba. L’ho fatto sentire ad un amico, che dice che ha Milano avrebbero definito tutti quei vocalizzi una “sinfonia dell’ungia incarnada”, e forse non ha tutti i torti. Ma tant’è: a me non dispiace, perché c’è quello che voglio sentire in una canzone dei R.E.M….
Qua sotto comunque, c’è la versione originale, per chi volesse fare un (impietoso) confronto.
Eddie Vedder, Michael Stipe, Nuova musica, R.E.M., remix
8 Ffebbraio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
I remix hanno un po’ rotto le scatole. Sono un espediente promozionale ormai abusato, nell’era dello User Generated Content: quanti gruppi hanno chiesto ai loro fan di manipolare una canzone, un video o qualcosa del genere?
Però quando puoi mettere le mani sui materiali originali di un oggetto capisci sempre delle cose. Ieri i R.E.M. hanno messo in rete le tracce di “It happened today” in formato GarageBand e AIFF e hanno aperto un gruppo su Soundcloud dove condividere i remix.
Vedere un brano diviso in tracce ti fa capire il grande lavoro in studio che si fa su una canzone, e in questo i R.E.M. sono veramente dei grandi artigiani. Nella versione in download, “It happened today” è divisa in una quindicina di tracce. Quelle reali erano più di cento, ma anche solo vedendo questa versione ridotta intuisci la complessità ed il mondo sonoro che c’è nel crescendo che parte a metà canzone.
Quando ho sentito la canzone per la prima volta ho pensato: “dove diavolo è Eddie Vedder?”. Era nascosto nell’impasto. Non sono un musicista ne un DJ, remixare una canzone non è il mio mestiere e – sinceramente - alcuni remix che ho sentito in rete sono un po’ tamarri. Così ho semplicemente provato a fare un nuovo mix, in cui ho levato più cose possibili – in onore alla teoria che dice che se una canzone è buona, regge anche quando è poco prodotta.
Il risultato del mio esperimento è questo “Stripped brass mix” che potete sentire cliccando qua: la prima parte è un po’ vuota, ma nella seconda ho lasciato solo le voci di Stipe e Vedder, ho messo in primo piano la chitarra elettrica e i fiati (chi li aveva sentiti, nella versione originale?). Ho tolto le tastiere, le altre voci, il mandolino (basta!) e ogni altra roba. L’ho fatto sentire ad un amico, che dice che ha Milano avrebbero definito tutti quei vocalizzi una “sinfonia dell’ungia incarnada”, e forse non ha tutti i torti. Ma tant’è: a me non dispiace, perché c’è quello che voglio sentire in una canzone dei R.E.M….
Qua sotto comunque, c’è la versione originale, per chi volesse fare un (impietoso) confronto.
Eddie Vedder, Michael Stipe, Nuova musica, R.E.M., remix
3 Ffebbraio, 2011 in Playlist, industria musicale, mixtape da Gianni Sibilla
Periodicamente, in questi anni digitali, salta fuori qualche nostalgico che dice: “si stava meglio quando si stava peggio”. La solfa è più o meno sempre la stessa: questa o quella cosa sta ammazzando la musica. Nulla a che vedere, almeno questa volta, con la pirateria e il suo impatto sull’economia della musica. Questa volta si parla di musica e cultura.
Ad essere sotto accusa è lo shuffle, reo di diminuire il valore culturale della musica. C’è un lungo e a suo modo interessante articolo sul Seattle Weekly, a firma di John Roderick, che sostiene che la fruizione casuale dei lettori MP3 appiatisce il contesto culturale della musica:
The endless playlist has reduced every song to top-40 status, to an equal footing in a shuffle roulette. Songs that once stood for something are interspersed randomly with ones that didn’t, all just a skip button away from oblivion. I’m going to make an effort from now on to try to remember a little bit of the world each song came from
E’ un tema in cui ci si imbatte spesso, chiacchierando con i musicisti come Roderick. L’ultimo con cui mi è capitato di parlarne è Jovanotti, che ostiene che il suo ultimo disco “Ora” non è un album, ma una playlist da consumare come ci pare. Ma, in generale, solitamente questa tesi viene sostenuta con una connotazione negativa. Ovvero: a che servono le “tracklist” quando ci sono le “playlist”? Le playlist rovinano l’intentio autoris.
Però credo che una tesi come quella di Roderick – e in generale quella di chi accusa lo shuffle – , manchi di di prospettiva storica. La canzone è da sempre un oggetto fatto per essere consumato assieme ai suoi simili, che siano le altre tracce di un album, che siano le altre canzoni di un mixtape o quelle del flusso di una radio o la sequenza di un DJ set.
La funzione shuffle ha solo preso questa caratteristica del consumo e l’ha portata alle (estreme) conseguenze. Pensare che lo shuffle diminuisca il valore culturale della musica significa sottovalutare l’intelligenza degli ascoltatori, e signifca negare una delle grandi conquiste del consumo digitale della musica.
La grande conquista non è la libertà di poter scaricare tutto come ci pare. La conquista è quella iniziata con il walkmen nei tempi analogici: la libertà di poterci portare la musica sempre con noi, e di poterla fruire quando e come ci pare, seguendo un’indicazione altrui (una tracklist, o una playist condivisa), mettendole in fila come pare a noi, o delegando il tutto alla scelta casuale di una macchina. Ma la prima scelta, quella della modalità, è sempre la nostra.
Nello scenario digitale, lo shuffle mi sembra sinceramente l’ultimo dei problemi.
Jovanotti, Playlist, Shuffle
3 Ffebbraio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Periodicamente, in questi anni digitali, salta fuori qualche nostalgico che dice: “si stava meglio quando si stava peggio”. La solfa è più o meno sempre la stessa: questa o quella cosa sta ammazzando la musica. Nulla a che vedere, almeno questa volta, con la pirateria e il suo impatto sull’economia della musica. Questa volta si parla di musica e cultura.
Ad essere sotto accusa è lo shuffle, reo di diminuire il valore culturale della musica. C’è un lungo e a suo modo interessante articolo sul Seattle Weekly, a firma di John Roderick, che sostiene che la fruizione casuale dei lettori MP3 appiatisce il contesto culturale della musica:
The endless playlist has reduced every song to top-40 status, to an equal footing in a shuffle roulette. Songs that once stood for something are interspersed randomly with ones that didn’t, all just a skip button away from oblivion. I’m going to make an effort from now on to try to remember a little bit of the world each song came from
E’ un tema in cui ci si imbatte spesso, chiacchierando con i musicisti come Roderick. L’ultimo con cui mi è capitato di parlarne è Jovanotti, che ostiene che il suo ultimo disco “Ora” non è un album, ma una playlist da consumare come ci pare. Ma, in generale, solitamente questa tesi viene sostenuta con una connotazione negativa. Ovvero: a che servono le “tracklist” quando ci sono le “playlist”? Le playlist rovinano l’intentio autoris.
Però credo che una tesi come quella di Roderick – e in generale quella di chi accusa lo shuffle – , manchi di di prospettiva storica. La canzone è da sempre un oggetto fatto per essere consumato assieme ai suoi simili, che siano le altre tracce di un album, che siano le altre canzoni di un mixtape o quelle del flusso di una radio o la sequenza di un DJ set.
La funzione shuffle ha solo preso questa caratteristica del consumo e l’ha portata alle (estreme) conseguenze. Pensare che lo shuffle diminuisca il valore culturale della musica significa sottovalutare l’intelligenza degli ascoltatori, e signifca negare una delle grandi conquiste del consumo digitale della musica.
La grande conquista non è la libertà di poter scaricare tutto come ci pare. La conquista è quella iniziata con il walkmen nei tempi analogici: la libertà di poterci portare la musica sempre con noi, e di poterla fruire quando e come ci pare, seguendo un’indicazione altrui (una tracklist, o una playist condivisa), mettendole in fila come pare a noi, o delegando il tutto alla scelta casuale di una macchina. Ma la prima scelta, quella della modalità, è sempre la nostra.
Nello scenario digitale, lo shuffle mi sembra sinceramente l’ultimo dei problemi.
Jovanotti, Playlist, Shuffle
24 Ggennaio, 2011 in Giornalismo musicale, Libri da Gianni Sibilla
Poi ci lamentiamo che scrivere di musica è come danzare di architettura. Ma le discussioni della “critica” letteraria (ovvero l’ambito in cui l’idea stessa di “critica” è nata) non sono molto meglio di quelle che si fanno in campo musicale
Sul Sole24ore si ragiona sul perché si parli tanto di David Foster Wallace, prendendo spunto da questo articolo del Chronicle, citato incidentalmente e neanche linkato. Si parla dei meccanismi della “santificazione” letteraria, facendo una sequenza di nomi che con DFW non c’entrano veramente nulla, soprattutto quelli italiani.
Ve la immaginate una discussione del genere con qualcuno che si lamenta perché Kurt Cobain e Johnny Cash sono stati “santificati” troppo presto, in cui magari li si paragona a cantanti italiani di medio livello, scomparsi dopo un primo disco di successo?
E poi, a chi fa questi ragionamenti, non viene il sospetto che non si tratti soltanto di marketing, ma di qualcuno che ha fatto, detto, scritto o cantato qualcosa che ha davvero lasciato il segno, qualcosa che ha incarnato lo spirito del tempo?
Nel caso di DFW, basterebbe leggere una sua pagina a caso per capire perché tanta gente lo ama e ha voglia di parlarne…
critica, David Foster Wallace, Giornalismo
24 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Poi ci lamentiamo che scrivere di musica è come danzare di architettura. Ma le discussioni della “critica” letteraria (ovvero l’ambito in cui l’idea stessa di “critica” è nata) non sono molto meglio di quelle che si fanno in campo musicale
Sul Sole24ore si ragiona sul perché si parli tanto di David Foster Wallace, prendendo spunto da questo articolo del Chronicle, citato incidentalmente e neanche linkato. Si parla dei meccanismi della “santificazione” letteraria, facendo una sequenza di nomi che con DFW non c’entrano veramente nulla, soprattutto quelli italiani.
Ve la immaginate una discussione del genere con qualcuno che si lamenta perché Kurt Cobain e Johnny Cash sono stati “santificati” troppo presto, in cui magari li si paragona a cantanti italiani di medio livello, scomparsi dopo un primo disco di successo?
E poi, a chi fa questi ragionamenti, non viene il sospetto che non si tratti soltanto di marketing, ma di qualcuno che ha fatto, detto, scritto o cantato qualcosa che ha davvero lasciato il segno, qualcosa che ha incarnato lo spirito del tempo?
Nel caso di DFW, basterebbe leggere una sua pagina a caso per capire perché tanta gente lo ama e ha voglia di parlarne…
critica, David Foster Wallace, Giornalismo
24 Ggennaio, 2011 in industria musicale da Gianni Sibilla
Le notizie che arrivano da Cannes sono per certi versi confortanti e per certi versi disarmanti.
E’ sconfortante che al Midem – la fiera della musica più importante del mondo – ci sia ancora gente che sostiene che la soluzione ai mail dell’industria sia la logica del controllo totale, come il CEO della Vivendi-Universal Bernard Levy. Come se dieci anni non avessero insegnato niente.
Ma la notizia confortante è che le posizioni di Levy sono sempre più isolate, a giudicare dalle reazioni al suo intervento. Mi dicono che i commenti che arrivavano via Twitter al suo intervento (proiettati in sala) erano impietosi.
Ma, soprattutto, dal Midem arrivano tante storie di artisti e imprenditori che, nel loro piccolo o nel loro grande, cercano nuovi modi di far arrivare la musica alla gente, di fare business e di reinventare un modello. Tra i tanti video che il canale del Midem sta postando in questi giorni per chi, come me, non è stato a Cannes, c’è anche questo.
E’ un po’ lungo, ma c’è la storia di due artisti come gli OK Go e Imogen Heap che a loro modo hanno fatto innovazione.Magari non tanto nella musica in sé, ma nel modo di comunicarla. Perché serve anche questo, oggi: non solo fare buona musica, ma anche buona comunicazione. Comunicazione in spazi diversi dai media tradizionali, quelli che una buona parte dell’industria – la stessa di Levy – continua a ritenere gli unici veramente importanti.
Gerd Leonhard, imogen heap, industria musicale, Midem, OK Go
24 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Le notizie che arrivano da Cannes sono per certi versi confortanti e per certi versi disarmanti.
E’ sconfortante che al Midem – la fiera della musica più importante del mondo – ci sia ancora gente che sostiene che la soluzione ai mail dell’industria sia la logica del controllo totale, come il CEO della Vivendi-Universal Bernard Levy. Come se dieci anni non avessero insegnato niente.
Ma la notizia confortante è che le posizioni di Levy sono sempre più isolate, a giudicare dalle reazioni al suo intervento. Mi dicono che i commenti che arrivavano via Twitter al suo intervento (proiettati in sala) erano impietosi.
Ma, soprattutto, dal Midem arrivano tante storie di artisti e imprenditori che, nel loro piccolo o nel loro grande, cercano nuovi modi di far arrivare la musica alla gente, di fare business e di reinventare un modello. Tra i tanti video che il canale del Midem sta postando in questi giorni per chi, come me, non è stato a Cannes, c’è anche questo.
E’ un po’ lungo, ma c’è la storia di due artisti come gli OK Go e Imogen Heap che a loro modo hanno fatto innovazione.Magari non tanto nella musica in sé, ma nel modo di comunicarla. Perché serve anche questo, oggi: non solo fare buona musica, ma anche buona comunicazione. Comunicazione in spazi diversi dai media tradizionali, quelli che una buona parte dell’industria – la stessa di Levy – continua a ritenere gli unici veramente importanti.
Gerd Leonhard, Imogen Heap, Industria Musicale, Midem, OK Go
20 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Non capisco più Chris Cornell. Adesso ha annunciato un tour acustico in America per la prossima primavera. Intendiamoci: correrei a vederlo in questa veste, e spero che che passi anche dalle nostre parti prima o poi. In rete gira da tempo un suo bootleg acustico registrato a Stoccolma qualche tempo fa, ed è spettacolare.
Ma non capisco cosa voglia fare. La reunion dei Soundgarden è stata annunciata un anno fa. Da allora sono seguiti pochissimi concerti, una raccolta con un (vecchio) inedito. Nei giorni scorsi è stata annunciata la pubblicazione di un (vecchio) disco live. Adesso arriva quest’altra notizia che riporta l’attenzione su Cornell solista.
Se Cornell tenesse questa strada acustica, sarebbe una gran notizia, perché da solista ha fatto un bell’esordio (“Euphoria morning”), un secondo disco così così (“carry on”) e un terzo disco imbarazzante (“Scream”, quello con Timbaland). Probabilmente è quest’ultimo disco che gli è valso un bel piazzamento come delusione straniera del decennio in Dieci!.
Insomma, fatico a vedere una strada qua in mezzo. Vedo un grande cantante che non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande. Speriamo che si decida e che faccia la cosa giusta
Chris Cornell, Reunion, Soundgarden
20 Ggennaio, 2011 in Reunion da Gianni Sibilla
Non capisco più Chris Cornell. Adesso ha annunciato un tour acustico in America per la prossima primavera. Intendiamoci: correrei a vederlo in questa veste, e spero che che passi anche dalle nostre parti prima o poi. In rete gira da tempo un suo bootleg acustico registrato a Stoccolma qualche tempo fa, ed è spettacolare.
Ma non capisco cosa voglia fare. La reunion dei Soundgarden è stata annunciata un anno fa. Da allora sono seguiti pochissimi concerti, una raccolta con un (vecchio) inedito. Nei giorni scorsi è stata annunciata la pubblicazione di un (vecchio) disco live. Adesso arriva quest’altra notizia che riporta l’attenzione su Cornell solista.
Se Cornell tenesse questa strada acustica, sarebbe una gran notizia, perché da solista ha fatto un bell’esordio (“Euphoria morning”), un secondo disco così così (“carry on”) e un terzo disco imbarazzante (“Scream”, quello con Timbaland). Probabilmente è quest’ultimo disco che gli è valso un bel piazzamento come delusione straniera del decennio in Dieci!.
Insomma, fatico a vedere una strada qua in mezzo. Vedo un grande cantante che non ha ancora deciso cosa vuole fare da grande. Speriamo che si decida e che faccia la cosa giusta
chris cornell, Reunion, Soundgarden
19 Ggennaio, 2011 in Nuova musica, industria musicale da Gianni Sibilla
Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.
Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610″… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.
Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.
Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.
Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.
Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.
Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.
Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.
Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi un po’ di attesa.
industria musicale, Nuova musica, R.E.M.
19 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Recentemente un paio di case discografiche inglesi hanno annunciato l’intenzione di mettere in vendita le canzoni lo stesso giorno in cui vengono mandate in radio.
Lo so, il primo commento ad una notizia potrebbe essere quello del famoso Grande Capo indiano di “610″… Perché la musica è ovunque in rete, e metterla in vendita nei negozi digitali lo stesso giorno di un’anteprima radiofonica è semplicemente la constatazione di una pratica già diffusa.
Questa notizia contiene però un dato interessante, ovvero la certificazione della morte dell’attesa: “Per molti dei fan e dei consumatori più giovani la parola ‘aspetta’ non fa più parte del vocabolario”, ha dichiarato un discografico della Universal UK, che ha lanciato l’iniziativa.
Il creare attesa è stata storicamente la strategia di lancio di ogni disco importante: seminare pezzi qua e là, per stuzzicare l’appetito. Ora, chi ha quarant’anni come me – anno più, anno meno – ha sicuramente vissuto quella fase in cui l’uscita del disco del tuo artista preferito era un rito quasi religioso, e il giorno in cui il primo singolo andava in radio, stavi lì attaccato per cercare di sentirlo. E poi aspettavi fino al giorno di arrivo nei negozi.
Oggi siamo abituati fin troppo bene, la musica ci raggiunge e ci insegue ovunque, altro che aspettarla. Non è un male, anzi.
Ma non contiamoci balle: l’industria non ha – giustamente – rinunciato del tutto all’idea del creare attesa. Semina pezzi di dischi ovunque. Però fa ancora fatica a capire che il successo di un disco non si gioca più sul controllo completo: il tono un po’ pomposo con cui le case discografiche inglesi hanno annuciato la contemporaneità della vendita dei singoli radiofonici è ancora figlia del vecchio metodo. Oggi per ottenere visibilità, bisogna rinunciare a qualcosa. Le canzoni che creano attesa si regalano, si mettono in streaming, si fanno girare. E sì, le si mette in vendita, ma è solo una parte del processo.
Poi, questo metodo dei “teaser” digitali ha generato addirittura degli eccessi: per esempio, sinceramente, non condivido molto la strategia dei R.E.M. di mettere in rete quattro canzoni diverse del nuovo disco a ben due mesi dall’uscita: “Discoverer” (regalata sul sito della band), “It happened today” (in vendita su iTunes e regalata chi pre-acquista l’album), “Oh my heart” (streaming e trasmissione radio su NPR) e “Mine smell like honey” (singolo in vendita su iTunes e in radio). Posso capirla, con la necessità di dimostrare che il nuovo disco sarà molto vario. Apprezzo la diversificazione dei canali. Ma per creare attesa si rovina del tutto la sopresa dell’ascoltare il disco nel suo insieme.
Ah, già, i dischi non si ascoltano più così. Non solo non sappiamo più cosa sia l’attesa, non sappiamo quasi più cosa sia un album; e anche questo, sia chiaro, non è necessariamente un male; in alcuni casi – non tutti – è meglio avere poche canzoni ma buone piuttosto che una raccolta piena di riempitivi.
Però, per quello che mi riguarda, ho risolto così la questione: ho ascoltato le canzoni una volta, per sentire come suonavano, e poi basta. Almeno per una band come i R.E.M., che fa ancora dischi-dischi, ho deciso di regalarmi un po’ di attesa.
Industria Musicale, Nuova musica, R.E.M.
17 Ggennaio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
Nel giro di pochi giorni ho visto tre film: una cagata pazzesca, un capolavoro e un bel film, anche se fatto di luoghi comuni. Tutti con Jeff Bridges. Che non è riuscito a salvare “Tron Legacy” (a cui va esteso il giudizio che Fantozzi diede alla “Corazzata Potemkin”, nonostante tutta la stampa che ha avuto e nonostante la colonna sonora dei Daft Punk).
Poi, il ho rivisto “Il grande Lebowsky” e “Crazy heart”, che mi ero perso all’uscita. Nessuno come Bridges riesce a recitare la parte dello sfattone americano. La sua interpretazione di The Dude (“Drugo” in italiano: misteri della traduzione cinematografica) si meritava già al tempo quell’oscar che si è preso un anno fa per la parte di Bad Blake, in un film molto più consolatorio del libro di Thomas Cobb da cui è tratto. Però è incredibile come Bridges riesca a rendere memorabile un personaggio che alla fine è fatto solo di stereotipi – il cantante country con cappello e stivali, un ubriacone a fine carriera in pieno blocco dello scrittore, salvato dall’amore di una donna.
E canta pure bene, nel film. Poi certo, sono tutti bravi se la musica te la produce uno come T Bone Burnett…
Cinema, Crazy Heart, Daft Punk, Jeff Bridges, T-Bone Burnett, Tron
17 Ggennaio, 2011 in Cinema da Gianni Sibilla
Nel giro di pochi giorni ho visto tre film: una cagata pazzesca, un capolavoro e un bel film, anche se fatto di luoghi comuni. Tutti con Jeff Bridges. Che non è riuscito a salvare “Tron Legacy” (a cui va esteso il giudizio che Fantozzi diede alla “Corazzata Potemkin”, nonostante tutta la stampa che ha avuto e nonostante la colonna sonora dei Daft Punk).
Poi, il ho rivisto “Il grande Lebowsky” e “Crazy heart”, che mi ero perso all’uscita. Nessuno come Bridges riesce a recitare la parte dello sfattone americano. La sua interpretazione di The Dude (“Drugo” in italiano: misteri della traduzione cinematografica) si meritava già al tempo quell’oscar che si è preso un anno fa per la parte di Bad Blake, in un film molto più consolatorio del libro di Thomas Cobb da cui è tratto. Però è incredibile come Bridges riesca a rendere memorabile un personaggio che alla fine è fatto solo di stereotipi – il cantante country con cappello e stivali, un ubriacone a fine carriera in pieno blocco dello scrittore, salvato dall’amore di una donna.
E canta pure bene, nel film. Poi certo, sono tutti bravi se la musica te la produce uno come T Bone Burnett…
Cinema, Crazy Heart, Daft Punk, Jeff Bridges, T-Bone Burnett, Tron
12 Ggennaio, 2011 in Nuova musica da Gianni Sibilla
C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ‘90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco
Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.
Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).
Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ‘80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.
A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.
Bill Janovitz, Boston, Buffalo Tom, Dinosaur Jr, Grant Hart, Husker Du, Indie, Pixies
12 Ggennaio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
C’è un blog che gli appassionati di musica rock americana devono assolutamente leggere. Quello di Bill Janovitz: si definisce “Part time man of rock”, perché adesso fa l’agente immobilare. E la sua vita nel rock è part time, appunto. Lui è stato ed è il leader di una delle più sottovalutate band dell’indie rock americano degli anni ‘90, i Buffalo Tom. Bostoniani, arrivano dalla stessa scena di Pixies e Dinosaur Jr. Da qualche tempo sono di nuovo in pista, e a marzo pubblicheranno “Skins”, il loro ottavo disco
Di quel blog mi è già capitato di parlare tempo fa su Rockol, per una bella iniziativa che si chiama “Cover of the week”, e che è arrivata alla 98° puntata: Janovitz suona una cover acustica a settimana, accetando richieste dai settori. Questa settimana, però, ha spolverato una vera e propria chicca, anzi due: due canzoni registrate dal vivo nel 2000, in cui i suoi Buffalo Tom suonano con Grant Hart.
Chi è Graant Haaart? (Se volete, leggete questa frase un po’ come quel “chi è Taatiaaana?” di quel terribile comico di qualche tempo fa).
Hart è la metà oscura degli Husker Du, band storica del rock indipendente americano degli anni ‘80. Il suo amico-nemico Bob Mould ha sfornato dischi con una certa regolarità (passando dall’Italia l’anno scorso: qua c’è l’intervista). Hart, pur avendo al tempo scritto grandi cose ed avendo fatto un paio di dischi solisti niente male (soprattutto “Intolerance”) invece si è un po’ perso per strada. Una bella descrizione del personaggio la trovate su Sterogram, ad opera di Emiliano Colasanti, in un post scritto in occasione dei suoi recenti concerti italiani.
A dire la verità, le due canzoni che i Buffalo Tom e Grant Hart fanno assieme (tra cui la grandissima “Never talking to you again”) sono un po’ sbilenche. Machissenefrega: sentire due piccole grandi leggende che cantano assieme è un piacere a prescindere, come direbbe Totò.
Bill Janovitz, Boston, Buffalo Tom, Dinosaur Jr, Grant Hart, Husker Du, Indie, Pixies
10 Ggennaio, 2011 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Nel gennaio 2001 Steve Jobs presentava un software che non ha rivoluzionato la musica, ma sicuramente ha cambiato il modo in cui molti di noi la ascoltano. Il tutto avveniva con mesi e mesi di anticipo sul lancio dell’iPod, che sarebbe stato presentato solo l’ottobre dello stesso anno
Grazie ad Hypebot ho recuperato i due video della presentazione originale di iTunes. La qualità è quella che è, ma sono da vedere: sono un documento ormai storico, visto quanto è cambiato iTunes, che oggi è molto di più che un semplice music player. La definizione sarebbe media player, che comprende uno store (aperto nel 2003) e tante, forse troppe altre cose. Tra quelle due parole, music e media, c’è un mondo di differenza nel modo in cui si diffondono e si consumano oggi i contenuti culturali, ma questa è un’altra storia, di cui parleremo magari un’altra volta.
Apple, iTunes, Steve Jobs
10 Ggennaio, 2011 in Apple, itunes da Gianni Sibilla
Nel gennaio 2001 Steve Jobs presentava un software che non ha rivoluzionato la musica, ma sicuramente ha cambiato il modo in cui molti di noi la ascoltano. Il tutto avveniva con mesi e mesi di anticipo sul lancio dell’iPod, che sarebbe stato presentato solo l’ottobre dello stesso anno
Grazie ad Hypebot ho recuperato i due video della presentazione originale di iTunes. La qualità è quella che è, ma sono da vedere: sono un documento ormai storico, visto quanto è cambiato iTunes, che oggi è molto di più che un semplice music player. La definizione sarebbe media player, che comprende uno store (aperto nel 2003) e tante, forse troppe altre cose. Tra quelle due parole, music e media, c’è un mondo di differenza nel modo in cui si diffondono e si consumano oggi i contenuti culturali, ma questa è un’altra storia, di cui parleremo magari un’altra volta.
Apple, itunes, Steve Jobs
7 Ggennaio, 2011 in Libri, concerti da Gianni Sibilla
In rete ho letto di molti amici che raccontavano qual era la prima canzone che avevano ascoltato quest’anno. Io ho iniziato l’anno ascoltando l’hully gully. Nel continente nero. Paraponziponzipò.
Sono andato a rilassarmi in un meraviglioso paesino della Val D’Orcia. In un hotel “Wellness & charme”, con una SPA (che vuol dire “Salus per acqua”, ho scoperto), con tanto di piscina termale. Vacanza bellissima, e posto scelto anche per evitare tutta la noiosa liturgia del capodanno. Ma avrei dovuto capire subito che c’era qualcosa che non quadrava in quel’hotel. Qualche trascuratezza nei confronti dei clienti. E poi la musica: alta, in quasi ogni luogo. Soprattutto nel ristorante (ottimo, peraltro).
Jazz di pessima qualità a cena, e pessima musica la mattina a colazione; seriamente: chi, ha voglia di ascoltare “Candle in the wind” o “All by myself” appena alzati? Per non parlare della musica nelle aree relax della sauna, anche se lì te lo aspetti. Diffusa con un avanzatissimo sistema Sonos, era quella banalizzazione della già banale ambient music di Brian Eno, tutta piano e rumori di animali. Una volta ho provato a carpire il titolo di un brano e l’ho messo su iTunes, e ho scoperto che “Balancing” è un’espressione usatissima nella musica new age e da meditazione e compare in almeno 50 titoli diversi.
Poi, eccola lì la conferma del lato trash di quel posto apparentemente raffinato. La sera di capodanno c’è il cenone. Inizia con un aperitivo a bordo piscina. Tutti sono impegnati ad accettare il fatto che passeranno la sera del 31 con una manica di sconosciuti. E per semplificare la situazione, nell’angolo ci sono due tastiere, una cassa e due persone.
Il. Piano. Bar.
In quel momento ho sentito davvero la mancanza di David Foster Wallace (a cui ho immeritatamente rubato il titolo di questo post), che una cosa del genere avrebbe saputo raccontarla, tirando fuori qualche frase come quel “They did some serious twirling” per descrivere un raduno di majorette.
Ecco, quei due “did some serious singing”, o almeno ci provavano: una coppia, anche abbastanza giovane, lei che suona le tastiere e canta – ogni tanto guardando l’orologio, anche durante un acuto, per vedere se sta rispettando i tempi della serata. Lui in piedi a fianco a lei, provando a fare qualche controcanto. L’aperitivo è scivolato via tra un “Paese mio che sei sulla collina” e qualcos’altro che ho rimosso, tutto regolarmente seguito da un applauso. (che poi un applauso al piano bar è come un applauso al cinema o all’atterraggio di un aereo, diciamolo…).
Il piano bar ha anche una sua dignità. Una sua tradizione. Ma non c’è nessuna canzone che resiste ad un piano bar pretenzioso, con assoli stonati, pessime basi che sembrano MIDI da balera degli anni ‘80.
Il meglio è venuto dopo mezzanotte, comunque: l’hully gully o “Mi vendo” hanno aperto le danze. E lì si è vista gente che riusciva a prendere persino sul serio il piano bar: c’è l’inevitabile donna belloccia che si sente super-sexy e si muove come se lo fosse davvero. C’è chi balla come non ci fosse un domani. C’è chi prova a far partire il trenino, sull’immarcescibile sequenza meu-amigo-CharlieBrown-AEIOU-Y e quelle cose lì. Io mi sono consolato vedendo un tipo, che era il sosia di un mio stimatissimo collega rockettaro, che ballava l’hully gully. Pensare al mio collega che ballava il piano bar (secondo me l’avrebbe fatto davvero) mi ha consolato del fatto che io non ce l’ho fatta. Solo qualche passo, giuro. Poi è stato più forte di me.

Per il resto, tra un giro in macchina, una bicchiere di vino e un bagno nelle terme mi sono letto la bellissima autobiografia di Keith Richards: forse mi faceva illudere di essere un po’ più rock ‘n’ roll. Dovrebbero renderlo libro di testo, per tutte le storie che racconta, e per come le racconta. La sera del piano bar, oltre a DFW, sarebbe servito Keef, la sua chitarra e la Malaguena: un paio di accordi ed è fatta.
Ambient Music, brian eno, Capodanno, David Foster Wallace, keith richards, Libri, Piano bar
7 Ggennaio, 2011 in Senza categoria da Gianni Sibilla
In rete ho letto di molti amici che raccontavano qual era la prima canzone che avevano ascoltato quest’anno. Io ho iniziato l’anno ascoltando l’hully gully. Nel continente nero. Paraponziponzipò.
Sono andato a rilassarmi in un meraviglioso paesino della Val D’Orcia. In un hotel “Wellness & charme”, con una SPA (che vuol dire “Salus per acqua”, ho scoperto), con tanto di piscina termale. Vacanza bellissima, e posto scelto anche per evitare tutta la noiosa liturgia del capodanno. Ma avrei dovuto capire subito che c’era qualcosa che non quadrava in quel’hotel. Qualche trascuratezza nei confronti dei clienti. E poi la musica: alta, in quasi ogni luogo. Soprattutto nel ristorante (ottimo, peraltro).
Jazz di pessima qualità a cena, e pessima musica la mattina a colazione; seriamente: chi, ha voglia di ascoltare “Candle in the wind” o “All by myself” appena alzati? Per non parlare della musica nelle aree relax della sauna, anche se lì te lo aspetti. Diffusa con un avanzatissimo sistema Sonos, era quella banalizzazione della già banale ambient music di Brian Eno, tutta piano e rumori di animali. Una volta ho provato a carpire il titolo di un brano e l’ho messo su iTunes, e ho scoperto che “Balancing” è un’espressione usatissima nella musica new age e da meditazione e compare in almeno 50 titoli diversi.
Poi, eccola lì la conferma del lato trash di quel posto apparentemente raffinato. La sera di capodanno c’è il cenone. Inizia con un aperitivo a bordo piscina. Tutti sono impegnati ad accettare il fatto che passeranno la sera del 31 con una manica di sconosciuti. E per semplificare la situazione, nell’angolo ci sono due tastiere, una cassa e due persone.
Il. Piano. Bar.
In quel momento ho sentito davvero la mancanza di David Foster Wallace (a cui ho immeritatamente rubato il titolo di questo post), che una cosa del genere avrebbe saputo raccontarla, tirando fuori qualche frase come quel “They did some serious twirling” per descrivere un raduno di majorette.
Ecco, quei due “did some serious singing”, o almeno ci provavano: una coppia, anche abbastanza giovane, lei che suona le tastiere e canta – ogni tanto guardando l’orologio, anche durante un acuto, per vedere se sta rispettando i tempi della serata. Lui in piedi a fianco a lei, provando a fare qualche controcanto. L’aperitivo è scivolato via tra un “Paese mio che sei sulla collina” e qualcos’altro che ho rimosso, tutto regolarmente seguito da un applauso. (che poi un applauso al piano bar è come un applauso al cinema o all’atterraggio di un aereo, diciamolo…).
Il piano bar ha anche una sua dignità. Una sua tradizione. Ma non c’è nessuna canzone che resiste ad un piano bar pretenzioso, con assoli stonati, pessime basi che sembrano MIDI da balera degli anni ‘80.
Il meglio è venuto dopo mezzanotte, comunque: l’hully gully o “Mi vendo” hanno aperto le danze. E lì si è vista gente che riusciva a prendere persino sul serio il piano bar: c’è l’inevitabile donna belloccia che si sente super-sexy e si muove come se lo fosse davvero. C’è chi balla come non ci fosse un domani. C’è chi prova a far partire il trenino, sull’immarcescibile sequenza meu-amigo-CharlieBrown-AEIOU-Y e quelle cose lì. Io mi sono consolato vedendo un tipo, che era il sosia di un mio stimatissimo collega rockettaro, che ballava l’hully gully. Pensare al mio collega che ballava il piano bar (secondo me l’avrebbe fatto davvero) mi ha consolato del fatto che io non ce l’ho fatta. Solo qualche passo, giuro. Poi è stato più forte di me.

Per il resto, tra un giro in macchina, una bicchiere di vino e un bagno nelle terme mi sono letto la bellissima autobiografia di Keith Richards: forse mi faceva illudere di essere un po’ più rock ‘n’ roll. Dovrebbero renderlo libro di testo, per tutte le storie che racconta, e per come le racconta. La sera del piano bar, oltre a DFW, sarebbe servito Keef, la sua chitarra e la Malaguena: un paio di accordi ed è fatta.
Ambient Music, Brian Eno, Capodanno, David Foster Wallace, Keith Richards, Libri, Piano bar
20 Dicembre, 2010 in Nuova musica, Playlist, Uncategorized da Gianni Sibilla
Tempo di riassunti musicali, tempo di inevitabili playlist: massì, prestiamoci ancora una volta al gioco….
Qua c’è la mia classifica di fine anno per Rockol, qua sotto trovate la playlist con le canzoni più suonate dai miei vari ammeniccoli digitali. Il mio disco dell’anno è quello di Josh Ritter. Dalla classifica di Rockol ho lasciato fuori per qualche strano motivo “Infinite arms” dei Band Of Horses: se i numeri non mentono, “Laredo” è la canzone che ho ascoltato più volte quest’anno.
In questa lista c’è quasi tutto quello che secondo me è uscito di buono quest’anno, tra canzoni, artisti e dischi. Riguardandola, mi viene da pensare che alla fine, il 2010 è stato un buon anno, per la musica almeno.
Alcune cose fuori lista da segnalare: Alexi Murdoch: Time without consequence è un disco del 2006 che ho scoperto di recente, ma che non riesco a smettere di ascoltare. Il nuovo disco di Joan As Police Woman, “Deep field”, che esce a gennaio, così come il nuovo Decemberists, “The king is dead”: “Down by the water” è la canzone più bella di questi ultimi mesi del 2010.
Alexi Murdoch, Band Of Horses, Joan As Police Woman, Josh Ritter, Nuova musica, Playlist
20 Dicembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Tempo di riassunti musicali, tempo di inevitabili playlist: massì, prestiamoci ancora una volta al gioco….
Qua c’è la mia classifica di fine anno per Rockol, qua sotto trovate la playlist con le canzoni più suonate dai miei vari ammeniccoli digitali. Il mio disco dell’anno è quello di Josh Ritter. Dalla classifica di Rockol ho lasciato fuori per qualche strano motivo “Infinite arms” dei Band Of Horses: se i numeri non mentono, “Laredo” è la canzone che ho ascoltato più volte quest’anno.
In questa lista c’è quasi tutto quello che secondo me è uscito di buono quest’anno, tra canzoni, artisti e dischi. Riguardandola, mi viene da pensare che alla fine, il 2010 è stato un buon anno, per la musica almeno.
Alcune cose fuori lista da segnalare: Alexi Murdoch: Time without consequence è un disco del 2006 che ho scoperto di recente, ma che non riesco a smettere di ascoltare. Il nuovo disco di Joan As Police Woman, “Deep field”, che esce a gennaio, così come il nuovo Decemberists, “The king is dead”: “Down by the water” è la canzone più bella di questi ultimi mesi del 2010.
Alexi Murdoch, Band Of Horses, Joan As Police Woman, Josh Ritter, Nuova musica, Playlist
16 Dicembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ieri i R.E.M. hanno pubblicato in rete una nuova canzone, “Discoverer”. Qua c’è anche il video, che poi è una sorta di karaoke su sfondo psichedelico. Memori dei tempi in cui i testi di Stipe erano incomprensibili e introvabili, meglio non lamentarsi…
La canzone ha una bellissima intro di chitarre, e un ritornello che suona molto vicino a certe cose di “Document” e “Green”. Devo ancora capire se mi piace e sto cercando di non ascoltarla troppo, per non rovinarmi il disco. In sostanza, mi sembra un buon biglietto da visita, qualcosa che cerca di fare da transizione tra il suono monolitico di “Accellerate” e quello che sarà “Collapse into now”, che da quello che mi dicono dovrebbe essere un po’ più vario.
Nuova musica, R.E.M., YouTu
16 Dicembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Ieri i R.E.M. hanno pubblicato in rete una nuova canzone, “Discoverer”. Qua c’è anche il video, che poi è una sorta di karaoke su sfondo psichedelico. Memori dei tempi in cui i testi di Stipe erano incomprensibili e introvabili, meglio non lamentarsi…
La canzone ha una bellissima intro di chitarre, e un ritornello che suona molto vicino a certe cose di “Document” e “Green”. Devo ancora capire se mi piace e sto cercando di non ascoltarla troppo, per non rovinarmi il disco. In sostanza, mi sembra un buon biglietto da visita, qualcosa che cerca di fare da transizione tra il suono monolitico di “Accellerate” e quello che sarà “Collapse into now”, che da quello che mi dicono dovrebbe essere un po’ più vario.
Nuova musica, R.E.M., YouTu
14 Dicembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Poi un giorno bisognerà affrontare sul serio la questione delle canzoni di Natale. Che è appunto una tradizione seria, poco radicata nella musica pop italiana, che ma che oltremanica e oltreoceano ha prodotto dei capolavori.
Come que
sto qua di fianco, probabilmente il più bel disco di natale di sempre, prodotto da quel genio maledetto di Phil Spector, con il suo muro del suono e con la sua corte di cantanti. Canzoni che sono belle a prescindere dal fatto che siano natalizie, e che state riprese infinite volte.
Mi è tornato in mente in questi giorni, perché i R.E.M., nel loro consueto singolo natalizio, hanno inciso una divertente versione di “Christmas (Baby please come home)” da quell’album, cantatata da Mike Mills. L’avevano già rifatta gli U2 20 e passa anni fa e l’ha rifatta pure Mariah Carey.
Ecco, Mariah Carey è il lato oscuro del Natale musicale, di come questo periodo ispiri non solo capolavori, ma boiate solenni, robe trash che più trash non si può. Mariah ha appena pubblicato il suo secondo album di canzoni natalizie, lanciato da questo video che mi segnala l’amico e collega Diego Perugini. Un vero capolavoro, a modo suo.
Mariah Carey, Natale, Nuova musica, Phil Spector, R.E.M., U2
14 Dicembre, 2010 in Nuova musica da Gianni Sibilla
Poi un giorno bisognerà affrontare sul serio la questione delle canzoni di Natale. Che è appunto una tradizione seria, poco radicata nella musica pop italiana, che ma che oltremanica e oltreoceano ha prodotto dei capolavori.
Come que
sto qua di fianco, probabilmente il più bel disco di natale di sempre, prodotto da quel genio maledetto di Phil Spector, con il suo muro del suono e con la sua corte di cantanti. Canzoni che sono belle a prescindere dal fatto che siano natalizie, e che state riprese infinite volte.
Mi è tornato in mente in questi giorni, perché i R.E.M., nel loro consueto singolo natalizio, hanno inciso una divertente versione di “Christmas (Baby please come home)” da quell’album, cantatata da Mike Mills. L’avevano già rifatta gli U2 20 e passa anni fa e l’ha rifatta pure Mariah Carey.
Ecco, Mariah Carey è il lato oscuro del Natale musicale, di come questo periodo ispiri non solo capolavori, ma boiate solenni, robe trash che più trash non si può. Mariah ha appena pubblicato il suo secondo album di canzoni natalizie, lanciato da questo video che mi segnala l’amico e collega Diego Perugini. Un vero capolavoro, a modo suo.
Mariah Carey, Natale, Nuova musica, Phil Spector, R.E.M., U2
2 Dicembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Tra un referendum e l’altro si inizia a tirare le somme di questo anno e anche di questo decennio: fatevi un giro su Dieci!, che abbiamo messo in piedi a Rockol con un po’ di amici, oppure se volete una cosa più esterofila guardate questa bella lista di Paste…
Per il momento segnalo la mia canzone preferita dell’anno. Una di quelle canzoni da “something stays in place”, per dirla alla Billy Bragg, che ha tutto quello che dovrebbe avere una grande canzone: grande melodia, grande testo, interpretazione da brividi, e soprattutto qualcosa che ti emoziona, ti rimane adosso in momenti belli e meno belli.
E’ “Lantern”, di Josh Ritter, cantautore di cui ho già parlato parecchio altrove. E’ uscito EP con tre versioni della canzone, di cui due live davvero spettacolari. E’ uscito solo in Irlanda, dove Josh Ritter ha un gran seguito, ma lo si può ascoltare su SoundCloud.
2010, Billy Bragg, Josh Rirtter, Nuova musica, Playlist
2 Dicembre, 2010 in Nuova musica, Playlist da Gianni Sibilla
Tra un referendum e l’altro si inizia a tirare le somme di questo anno e anche di questo decennio: fatevi un giro su Dieci!, che abbiamo messo in piedi a Rockol con un po’ di amici, oppure se volete una cosa più esterofila guardate questa bella lista di Paste…
Per il momento segnalo la mia canzone preferita dell’anno. Una di quelle canzoni da “something stays in place”, per dirla alla Billy Bragg, che ha tutto quello che dovrebbe avere una grande canzone: grande melodia, grande testo, interpretazione da brividi, e soprattutto qualcosa che ti emoziona, ti rimane adosso in momenti belli e meno belli.
E’ “Lantern”, di Josh Ritter, cantautore di cui ho già parlato parecchio altrove. E’ uscito EP con tre versioni della canzone, di cui due live davvero spettacolari. E’ uscito solo in Irlanda, dove Josh Ritter ha un gran seguito, ma lo si può ascoltare su SoundCloud.
2010, Billy Bragg, Josh Rirtter, Nuova musica, Playlist
30 Novembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Un basso a due corde, un sax e una batteria: negli anni ‘90 una band americana riuscì ad ottenere un suono unico da questa strana line-up. Si chiamavano Morphine, e questa è la loro canzone più bella e famosa, si fa per dire.
La storia della band finì malamente, all’improvviso. Il cantante Mark Sandman morì d’infarto sul palco a Palestrina, poco fuori da Roma, nel 1999.
C’è un documentario in lavorazione su quella band “di culto”, come si dovrebbe dire. Ne scrive sul suo blog il giornalista Michael Azzerad - quello di American Indie – che cerca anche di dissolvere i dubbi sulla morte di Sandman, raccogliendo le voci delle persone a lui vicine. Comunque sia, una band da riscoprire.
Mark Sandman, Michael Azzerad, Morphine
30 Novembre, 2010 in Storie da Gianni Sibilla
Un basso a due corde, un sax e una batteria: negli anni ‘90 una band americana riuscì ad ottenere un suono unico da questa strana line-up. Si chiamavano Morphine, e questa è la loro canzone più bella e famosa, si fa per dire.
La storia della band finì malamente, all’improvviso. Il cantante Mark Sandman morì d’infarto sul palco a Palestrina, poco fuori da Roma, nel 1999.
C’è un documentario in lavorazione su quella band “di culto”, come si dovrebbe dire. Ne scrive sul suo blog il giornalista Michael Azzerad - quello di American Indie – che cerca anche di dissolvere i dubbi sulla morte di Sandman, raccogliendo le voci delle persone a lui vicine. Comunque sia, una band da riscoprire.
Mark Sandman, Michael Azzerad, Morphine
25 Novembre, 2010 in Uncategorized da Gianni Sibilla
Cose che succedono alla vecchia maniera, notizie che ti arrivano via posta cartacea in un mondo digitalizzato…
Ieri arrivo a casa e trovo in casella la newsletter deil fanclub R.E.M.. Mi ci sono iscritto più di 20 anni fa (a Natale ti arriva un singolo inedito…). Una volta aveva un senso, ti faceva arrivare notizie ed esclusive sulla band. Notizie ed esclusive che ora circolano abbondantemente in rete. Negl ultimi anni la newsletter non è che la considerassi molto.

Beh, nella newsletter di ieri c’era la tracklist di “Collapse into now”, che non era stata pubblicata da nessuna altra parte. Una reazione alla “fuga di notizie” riguarda al titolo? Pare che Bertis Downs, il manager, se lo fosse lasciato sfuggire con una giornalista della BBC, che lo aveva prontamente twittato.
E comunque, parlando dei titoli, alcuni sono tipicamente R.E.M.: “Walk it back”, “Everyday is yours to win” che sembra il sequel di “Living well’s the best revenge”; “Discoverer”, “All the best”, “Blue” sono titoli normali che non lasciano trapelare granché. “Mine smell like honey” è davvero inquietante. Ma i migliori sono “Alligator aviator autopilot automator” (una canzone rock, a naso?) e “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”. Chissà che gli passava per la testa a Stipe, per scrivere dei titoli del genere…
Nuova musica, R.E.M.