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Sunset Strip Music Festival 18-08-2012

Agosto 29th, 2012 in Reports by Michele Traversa

“Siamo finalmente arrivati sul Sunset Strip”.
Le parole pronunciate da Noodles, il carismatico chitarrista degli Offspring fanno trasparire tutta l’euforia e la gratitudine della band di partecipare al festival associato al tratto di strada più celebre al mondo. “Mi ricordo quando venivamo fin qui da Orange County per vedere i Ramones al Palladium o i Clash al Whiskey o al Roxy” continua Noodles. E infatti i locali Whiskey a Go Go e Roxy presso i quali, negli anni settanta, si sono svolti concerti dei Doors e dei Police ritenuti leggendari, hanno contributo nel tempo a rendere celebre questo tratto di Sunset Boulevard racchiuso tra Doheny e San Vicente. E ora, una volta l’anno, lo Strip viene chiuso al traffico per ospitare uno dei festival musicali più importanti per l’hard rock moderno.

Giunto alla quinta edizione, il festival affida agli Offspring e alla star maledetta Marilyn Manson il compito di chiudere le festività.

Gli Offspring ci danno subito dentro con All I want seguita da Come Out and Play, un uno due che scuote il pubblico sin da subito. Il loro è un set tiratissimo e compatto, che alterna le hit più popolari ai brani dell’ultimo album Days go by, di recente pubblicazione. La band è in splendida forma, al massimo delle proprie capacità, il leader Dexter Holland scherza con il pubblico e invita a cantare insieme i cori, mentre alla chitarra il fidato Noodles salta da una parte all’altra del palco. Il pogo non tarda ad arrivare, ma le canzoni degli Offspring, con i tipici coretti di ya-ya e oh-oh, sono soprattutto goduriose e tutti sembrano divertirsi alla grande, su e giù dal palco.
La gente perde la testa per le veloci Bad Habit, Want You Bad, The Kids Aren’t Alright, ma sa apprezzare anche le ancora semi-sconosciute Dividing by Zero e Slim Pickens Does the Right Thing and Rides the Bomb to Hell. Non ci sono sbavature, la tecnica c’è, la passione pure. Verso metà Holland calma gli animi, abbracciando la chitarra acustica per la tormentata Kristy, Are You Doing Okay? Poi riporta tutti a ballare con la goliardica Pretty Fly (for a White Guy). È evidente quanto gli Offspring ci tenessero a far bella figura su uno dei luoghi sacri per la musica e la missione è senz’altro riuscita.

È poi la volta di Marilyn Manson. Tra il pubblico il fermento è palpabile, parecchi vengono scortati fuori dalla sicurezza, tra chi non si regge in piedi per chissà quale miscuglio si ritrova in corpo e chi litiga con la vicina franando fuori dalle transenne, per poi scalciare quando gli energumeni della sicurezza tentano di portarla fuori. C’è anche tanta gente venuta a godersi il concerto però, tra i quali l’attore di Twilight Kellan Lutz.

Trova posto in apertura il pezzo più tosto Hey, Cruel World…, tratto dall’ultimo album Born Villain, uscito lo scorso maggio dopo tre anni di silenzio. Poi è un alternarsi tra le più popolari Disposable Teens, The Dope Show e i pezzi nuovi No Reflection, Pistol Whipped. Lo show, a dirla tutta, sembra una versione sobria di quello che è lecito aspettarsi da Manson. Di grandi scenografie e simulazioni di atti violenti sul palco che caratterizzavano i concerti del passato non c’è più traccia. Manson la maggior parte la passa a cantare rivolto ad un gruppetto di ragazzine assiepate nel backstage al lato sinistro del palco. Non perde tuttavia occasione di spendere due parole tra un pezzo e l’altro. Così si ritrova a ricordare la prima volta che ha sentito The End dei Doors nell’incipit di Apocalypse Now, a commentare sulla guerra dove è permesso a tutti sparare, del padre presente con lui al festival. In tono scherzoso, ma neanche troppo, invita a scaricare illegalmente l’album invece che comprarlo, giura di non essersi fatto quella sera e ammonisce il suo pubblico a non farsi di droga, “almeno non le mie droghe” che adeguatamente introduce The Dope Show.

A metà strada lo spettacolo subisce un’inversione di tendenza, Manson pare ricordarsi di essere un animale da palco e, munito di elmetti e un pugnale di plastica, ritorna alle sue movenze sincopate, ma soprattutto si lancia nelle cover di Personal Jesus prima e della celebre Sweet Dreams poi (già un successo su disco), le quali ottengono gli applausi più fragorosi.

Poi succede quello che non ti aspetti che consegna lo show alla storia. Sul palco salgono i rimanenti membri dei Doors Ray Manzarek e Robby Krieger e si uniscono alla band di Manson per suonare non una, ma ben tre pezzi della loro discografia. Manson quasi non riesce a contenere l’entusiasmo. Si vede l’ammirazione che prova e glielo dice anche in faccia “Se non avete inventato voi il Sunset Strip, avete sicuramente contribuito a cementarlo“. Quando chiede al pubblico se desidera un’altra canzone dei Doors si lancia in quella che, a detta sua, è la prima canzone che ha imparato a suonare, Five to One. È evidente che il Marilyn Manson del nuovo millennio è ora una rockstar a tutto tondo e non più lo spauracchio dei moralisti che gridavano allo scandalo ad ogni performance. Il finale però ci riporta al Manson che fu. Su Antichrist Superstar scendono stendardi rossi e neri con al centro il simbolo di un fulmine che tanto ricorda una svastica e viene fatto entrare sul palco un pulpito dal quale il reverendo Manson strappa le pagine della Bibbia, le mette in bocca e le risputa sul pubblico. Segue la canzone più attesa, The Beautiful People, “Gente della California, questa canzone è stata scritta per voi“, che chiude lo spettacolo tra i coriandoli bianchi sparati in aria dai lati del palco.

SETLIST THE OFFSPRING

01. All I Want
02. Come Out and Play
03. Days Go By
04. Have You Ever
05. Staring at the Sun
06. Dividing by Zero
07. Slim Pickens Does the Right Thing and Rides the Bomb to Hell
08. Bad Habit
09. Gotta Get Away
10. You’re Gonna Go Far, Kid
11. Hit That
12. Kristy, Are You Doing Okay?
13. Why Don’t You Get a Job?
14. Americana
15. Want You Bad
16. Pretty Fly (for a White Guy)
17. (Can’t Get My) Head Around You
18. The Kids Aren’t Alright
19. Self Esteem

SETLIST MARILYN MANSON

01 Hey, Cruel World…
02 Disposable Teens
03 The Love Song
04 No Reflection
05 mOBSCENE
06 The Dope Show
07 Rock Is Dead
08 Personal Jesus (Depeche Mode cover)
09 Pistol Whipped
10 Sweet Dreams (Eurythmics cover)
11 People Are Strange (The Doors cover)
12 Love Me Two Times (The Doors cover)
13 Five to One (The Doors cover)
Encore:
14 Antichrist Superstar
15 The Beautiful People

Jovanotti live @ El Rey Los Angeles 17-03-2012

Marzo 19th, 2012 in Reports by Michele Traversa

“Fatemi vedere le ali” urla dal microfono Lorenzo; le ali degli angeli, di coloro i quali vivono e lavorano nella città che non smette mai di sognare.

Sull’onda del successo di Ora, Lorenzo Jovanotti approda a Los Angeles come ultima tappa di un mini tour aldilà dell’oceano. Senza la mega produzione dello spettacolo nei palazzetti italiani, il concerto diventa una sorta di jam session, con la scaletta per la maggior parte improvvisata e le barriere tra cantante e pubblico totalmente abbattute.
Jovanotti a Los Angeles suona ad El Rey, uno dei tanti templi della musica che la città ha da offrire, anche se l’impianto sonoro può lasciare a desiderare (“ma questo non traduceteglielo” dice Lorenzo). Un teatro da circa mille persone, riempito al massimo della capienza da numerosi italiani che vivono all’estero, molti sudamericani e qualche americano. E se nell’Ora tour Lorenzo rappresentava “l’uomo scaraventato sulla Terra”, qui appare da dietro un sipario porpora che si apre come a teatro per rivelare cantante e musicisti.

Come prima cosa Lorenzo saluta tutti i presenti e introduce quel che sarà il filo conduttore della serata, ovvero l’improvvisazione. Lontano dalle regole di una scaletta rigida, ci si può lasciare andare a b-sides raramente suonate (I pesci grossi, Come parli l’Italiano), ad un tributo a Domenico Modugno e ad un ricordo sentito del grande Lucio Dalla, recentemente scomparso. Tutte le canzoni, spogliate da orpelli, trovano una veste nuova, a volte funk, a volte jazz, a volte groove, particolarmente efficaci in questo senso Piove e Amami. Nel mezzo un corposo blocco dedicato al passato (“Dove eravate voi nel ‘94? Io c’ero e voi?”) che scuote il dance floor con un classico dopo l’altro e che trova il suo apice con Penso Positivo.

Ospite sul palco il compositore e pianista Alex Alessandroni, residente a Los Angeles da molti anni, il quale aveva collaborato alla registrazione del disco Safari presso gli Henson Studios. È Alessandroni ad aver suonato sul disco A te e per la prima volta la esegue dal vivo insieme a Lorenzo. Tra il pubblico, invece, c’è l’amico Gabriele Muccino, impegnato a dirigere il suo prossimo film, al quale Lorenzo dedica Baciami Ancora, del quale, però, ricorda solo la strofa iniziale.
Se proprio un appunto va fatto, è quello che spesso le canzoni, fondendosi una con l’altra e inseguendosi in scaletta, risultano troncate nell’esecuzione e Lorenzo si ritrova ad aiutarsi con un leggio per ricordare le parole, il che sorprende dato che poco meno di un mese prima era ancora in tour in Italia (e se le ricordava tutte). I concerti di Jovanotti, però, sono soprattutto sudore ed energia e tutto questo non è di certo mancato al “crooner elettrico”, spinto addirittura a mischiarsi tra la folla. Su L’ombelico del mondo, infatti, Lorenzo salta tra il pubblico e comincia a girare con il microfono tra la gente impazzita che lo circonda per abbracciarlo. L’apoteosi di uno show che lascia tutti estasiati e desiderosi di nuovi concerti (“Vieni a San Diego”, gli grida qualcuno).

Sui saluti, una dedica di cuore a tutti gli italiani presenti che vivono a Los Angeles, “Che sono venuti qui ad inseguire un sogno. E che si avverino i vostri sogni!

SETLIST:
Battiti di ala di farfalla / Megamix
Come parli l’Italiano
I pesci grossi / Come è profondo il mare
Safari
La porta è aperta
Tutto l’amore che ho
L’elemento umano
Serenata Rap / Puttane e spose
Piove
Penso Positivo
Umano
Non m’annoio / Muoviti Muoviti
Tanto3
Amami
A te
Baciami Ancora
Dove ho visto te / L’uomo in frac
La notte dei desideri
L’ombelico del mondo / Attaccami la spina
Bella
Ragazzo Fortunato
Il più grande spettacolo dopo il Big Bang

Busta Rhymes, Maroon 5, Drake Live @Brainwash Studios Los Angeles 16-11-2011

Novembre 19th, 2011 in Reports by Michele Traversa

La compagnia telefonica T-Mobile e Google si uniscono per dare vita a Google Music, una piattaforma digitale che mira ad essere diretto rivale tanto di Spotify quanto di iTunes. Per celebrare l’occasione è stato organizzato un party di lancio di gigantesche proporzioni che ha occupato interamente i Brainwash Sudios, il quartier generale dell’artista di strada Mr Brainwash, reso celebre dal documentario di Banksy, dal titolo Exit Through the Gift Shop. Sul palco sono stati chiamati ad esibirsi il rapper Busta Rhymes, i Maroon 5 e il rapper canadese in ascesa Drake.

Busta Rhymes, look da tamarro, semplice maglia nera adornata da collane, anelli e catene di diamanti, condivide la scena col fidato vocalist e un dj alle sue spalle. Il rapper originario di Brooklyn sciorina una ad una tutte le hit più famose degli anni ’90, da I know what you want a Jump Jump, spesso limitandosi a brevi accenni e lasciandosi andare al freestyle del suo flow rapido. Busta approfitta dell’occasione per annunciare di essere entrato a far parte dell’etichetta Cash Money Records per la quale farà uscire E.L.E. (Extinction Level Event) 2: End Of The World, che sarà disponibile proprio attraverso Google Music.

È poi la volta dei Maroon 5 con un set tiratissimo, che fa seguire una canzone all’altra senza pause, spesso integrando la coda di un brano nell’inizio dell’altro. Apertura affidata a Moves like Jagger, spogliata della produzione pop da album, a favore di un arrangiamento più incalzante. Via ai classici Harder to breathe, Sunday Morning, Wake up call, This Love. Adam Levine è un frontman carismatico che salta, balla, si agita da un lato all’altro del palco come un indemoniato. Il pubblico presente, per la maggior parte inebriato dai fumi dell’alcool, gli va appresso. Certo la location non è delle migliori per un concerto, il rimbombo del capannone oscura un po’ la voce e appiattisce il suono, le precarie travi di legno sulle teste degli artisti lasciano una certa incertezza sulla sicurezza sia sotto che sopra al palco. Al tempo stesso si prova un senso di esibizione ruvida e autentica, come quelle di band agli esordi in piccoli club. Finale a sorpresa per il quale alla più nota She Will Be Loved viene preferita Stereo Hearts, in duetto con Travie McCoy dei Gym Class Heroes.

A chiudere la serata arriva Drake, atterrato a Los Angeles da New York giusto in tempo per esibirsi. Sull’onda del momento favorevole che il rapper attraversa Drake delizia i suoi fan con Show Me a Good Time e un assaggio del nuovo album Take Care di imminente uscita (dalle casse la voce pre-registrata di Rihanna, in tour in Europa, la quale ha collaborato al brano che dà il titolo all’album).
Come prevedibile nella città degli angeli, risulta particolarmente affollato il parterre VIP, tra i quali Paris Hilton, Miley Cyrus con il fidanzato Liam Hemsworth, Jerry Ferrara, Jamie Chung, Chad Michael Murray e Gavin DeGraw.

Elew Live @Staples Center Los Angeles 17-08-2011

Agosto 19th, 2011 in Reports by Michele Traversa

Eric Lewis, meglio noto come Elew, è un talentuoso pianista, creatore del rockjazz. Il suo curriculum include una borsa di studio alla Manhattan School of Music, la vittoria del premio Thelonious Monk nel 2009 a 26 anni, prestigiose collaborazioni con grandi nomi del jazz quali Roy Hargrove e Elvin Jones.
Tutto ciò non era sufficiente al mondo del jazz per accoglierlo a braccia aperte. Il pianista ha, dunque, indirizzato la frustrazione e rabbia verso il suo approccio alla musica, rompendo le regole che vogliono rock e jazz due mondi a parte. Ha creato uno stile unico che lo vede suonare il piano da in piedi, assumendo di volta in volta posizioni diverse, fondendo il suo corpo con il piano in un vero tour de force fisico ed emotivo. Le sue performance consistono di rivisitazioni in chiave jazz di celebri brani rock, dai Nirvana ai Rolling Stones, dai Coldplay ai Foo Fighters. Elew è attualmente in tour con Josh Groban, il cantante statunitense noto per la sua voce da tenore. Prima del concerto allo Staples Center, ci ha raccontato la sua storia.
Sono cresciuto in una casa pervasa dalla musica, con ben quattro pianoforti al primo piano. Mia madre e la mia bisnonna erano insegnanti di musica, le lezioni erano un’appendice della mia vita di normale ragazzino. Dopo aver mostrato una certa predisposizione, sono stato incoraggiato a seguire questa strada. Può sembrare azzardato, ma non c’è stata esitazione, era una scommessa, certo, ma non c’è mai stato un piano di riserva”.
Ad ogni domanda, Elew si prende il suo tempo per cercare le giuste parole ed elaborare la risposta migliore che possa dare. La calma che trasmette di persona si oppone all’energia, al sudore e al trasporto delle sue esibizioni. Nelle sue parole si evince la sofferenza degli esordi, quando l’industria del jazz gli rifiutava ripetutamente un contratto discografico. Poi l’illuminazione: fondere insieme rock e jazz.
Non mi sono mai dato per vinto, nonostante la depressione e gli attacchi di panico nati per non vedere concretizzati i miei sforzi. L’industria del jazz non vedeva un valido motivo per investire in me, allora ho deciso di fare tutto da solo e mi sono immerso nella lettura di libri sul marketing e promozione, sono diventato il capo di me stesso. Ho letto un libro dal titolo 22 Immutable Laws of Branding (Le 22 leggi immutabili per promuovere la propria immagine) nel quale un passaggio afferma ‘se non puoi essere il numero uno in qualcosa, crea tu stesso qualcosa per il quale essere il numero uno.’ La gente pretende sempre il meglio di qualcosa. Mi sono reso conto che non sarei mai stato accettato come il migliore pianista di jazz. Dopo la performance in una scuola, alcuni bambini mi hanno suggerito di ascoltare i Linkin Park. Meteora è stato il primo disco rock che ho comprato e che mi ha indicato la strada. Ho pensato all’ultimo movimento del jazz che ho imparato, chiamato acid jazz, ho pensato alla mia voglia di sperimentare con il rock. A come la parola rock sia slang per cocaina e come la parola acido sia slang per LSD. A come il mio stile crei più dipendenza del jazz normale. Sei il primo a cui spiego questa metafora della droga, normalmente ne sto alla larga perché temo dia una connotazione negativa, ma sono convinto che la gente in Italia possa apprezzare il parallelismo senza pregiudizi. Poi ho cercato on line rock e jazz insieme e non è saltato fuori niente, un chiaro segnale che il termine stesse aspettando solo che me. La combinazione di tutti questi elementi ha portato alla nascita del rockjazz”.
Elew era cosciente di attirarsi la disapprovazione del mondo del jazz, ma la sua missione era quella di distinguersi, di rompere le barriere, di fare il salto nel pop. Uno dei motivi che lo portò da subito ad abbandonare lo sgabello e presentarsi in una posizione quasi di attacco nei confronti dello strumento. “Si tratta di un collage concettuale di motivazioni. L’idea di suonare non da seduto è nata inizialmente come risultato di un cambiamento che stava nascendo nel mio approccio: se il mondo del jazz non mi voleva, mi dovevo in qualche modo distanziare dal quel mondo. Era necessaria una mossa azzardata. Il primo impatto è sempre visivo. Un’altra ragione deriva dalla mia passione per il tae kwon do e per la danza. Stare davanti al piano in quel modo comunica il mio stato d’animo in quel momento. Trasmette l’aggressività, il dolore di una musica rabbiosa, quella propria dell’hard rock, che rappresenta l’anima e corpo di quello che faccio. Abitua anche il pubblico ad una tecnica riconoscibile. Come nei film di karate dove l’eroe sconfigge l’avversario con una tecnica specifica. Poi mi piace ballare e tutte le differenti posizioni che assumo si rifanno alla danza moderna. Suonare così richiede una preparazione fisica maggiore, un impegno superiore perché tutte le tecniche imparate da seduto non vanno più bene. Tutto questo mi spinge a concentrare la mia attenzione sulla musica. Il pubblico mi vede stare in piedi, soffrire e sudare mentre suono, è reale”.
La presenza sul palco di Elew è magnetica. Gli bastano solo pochi attimi per conquistare un pubblico che è lì, allo Staples Center, per un altro artista. Una cosa insolita, in particolar modo per il pubblico americano abituato a snobbare i supporter e ad arrivare a ridosso dell’inizio dello show del proprio beniamino. Elew non suona semplicemente il piano, fa l’amore con il proprio strumento, si lascia andare e si trasforma, le sue mani arrivano fin dentro al pianoforte tirandone le corde con le dita, sul suo volto il sudore si mischia ad espressioni di dolore.
Lo show ha una precisione robusta. Scelgo canzoni che nel testo hanno parole e temi che sento miei. Scelgo brani che raccontano storie di vendetta e rancore. Mr. Brightside, ad esempio, parla di tradimento. Clocks, Believer sono tutte canzoni che sembrano parlare della mia vita, degli ostacoli affrontati nella mia carriera”.
L’esibizione allo Staples Center è troppo breve, così per l’after show ci si trasferisce all’hotel L’Ermitage dove, in una sala raccolta, Elew riprende posto dietro il pianoforte, questa volta per un concerto di quasi due ore. Tra i presenti anche Eriq La Salle noto per la sua lunga partecipazione al serial ER. Ma Elew non è nuovo a suonare davanti a personaggi famosi. Durante la settimana dedicata agli Oscar ha avuto occasione di esibirsi di fronte a star di fama mondiale. Una sensazione che il pianista definisce surreale. “Non avrei mai pensato di dover comprendere alcune delle cose che determinano una celebrità. Essendomi trovato a stretto contatto posso dire di aver visto la loro umanità. A volte percepisco la fragilità della vita umana e per me la cosa che più ha valore è dare una sensazione di gioia, come un moderno Prometeo consegnare il fuoco rubato agli dei, mostrare l’immaginazione, la natura delle cose, dei sogni”.
Tra i progetti futuri di Elew c’è l’uscita, a ridosso del Ringraziamento, del secondo volume dedicato al rockjazz che conterrà anche due composizioni originali, tra le quali una proprio intitolata Thanksgiving. E, in occasione dell’Orange Bowl, l’incontro di football americano universitario che si svolge ogni anno a gennaio, Elew avrà l’opportunità di condividere il palco con i Foo Fighters e per la prima volta eseguire insieme alla band una delle canzoni rielaborate al piano.

Programma Staples Center:
Mr. Brightside
The Diary of Jane
Sweet Home Alabama
Clocks
Paint it Black
Thanksgiving
MIA

Programma L’Ermitage:
Heartbeats
Believe
Human Nature
People Are Strange
Zombie
Clocks
Paint it Black
Thanksgiving
MIA
Complexity
Mr. Brightside
Teenage Dream
Smells Like Teen Spirit

Encore:
Standing on the Shore
Firebreather
I still haven’t found what I’m looking for
Going Under

Coldplay Live @UCLA Los Angeles 03-08-2011

Agosto 4th, 2011 in Reports by Michele Traversa

Dopo due anni e mezzo di assenza da Los Angeles i Coldplay fanno il loro ritorno sul palco introdotti dalle leggendarie note del tema di Ritorno al Futuro. L’occasione è quella di raccogliere fondi per la fondazione Grammy a favore degli studenti di musica nei licei. La cornice è quella del circolo di tennis della UCLA, una location raccolta all’interno del campus universitario perfetta per lo spettacolo all’aperto.

La band inglese ha in preparazione un nuovo album, il quinto, dal titolo ancora sconosciuto (anche se sembra alcuni fan siano riusciti ad indovinarlo) e quest’anno ha deciso di girare un po’ di festival (sono già passati da Glastonbury e da Mestre) facendo ascoltare molti brani nuovi. Every Teardrop is a Waterfall, che già impazza in tutte le radio, è stata eseguita due volte per esigenze televisive. Stessa sorte per Charlie Brown. Le telecamere dello show di Jimmy Kimmel erano presenti, infatti, per immortalare i due brani e rinnovare il sodalizio tra il presentatore e la band, iniziato proprio con il loro esordio sulla tv americana nel 2003.
La scaletta collaudata nelle precedenti date mescola vecchio e nuovo, Yellow, Everything’s not lost, Major Minus, Us Against the World, ripescando gemme nascoste, Life Is For Living, dando però l’impressione di mancare di un filo conduttore che la faccia scivolare via con continuità. Sarà che, appunto, i brani sono nuovi e ancora sconosciuti ai più, sarà che per far spazio agli stessi molti classici sono rimasti fuori, ma la sensazione è quella di un mood che scorre tra alti e bassi.

Arrivati direttamente dall’Australia con fuso orario ancora sulle spalle, i Coldplay non hanno risparmiato tuttavia l’energia che contraddistingue i loro concerti. Una vera e propria forza motrice, tenuta in piedi dalla sezione ritmica guidata dall’impetuoso Will Champion alla batteria e da Guy Berryman al basso. Attenta ed elettrizzante la chitarra di Jonny Buckland. Chris Martin è apparso, invece, leggermente stanco e si è lasciato andare solo sui brani più coinvolgenti, God Put A Smile Upon Your Face e Viva la Vida.
Giochi di luce, laser e il megaschermo alle loro spalle rimandavano immagini della band alternati a contributi video psichedelici. Faceva da sfondo un palco minimalista corredato da alcuni neon concentrici, sfruttati solo occasionalmente, che si collega agli accorgimenti scenici del precedente tour, senza tuttavia pretese di superarli.
Durante i bis Martin ha ricordato la scomparsa di Amy Winehouse per mezzo di un toccante intro della canzone più popolare della cantante, Rehab, seguita da Fix You (chi conosce le parole del testo sa come il brano ben si adatti alla dipartita di una persona cara). Il tributo era stato già sperimentato con successo in Australia ed è qui stato ripetuto tra gli applausi.

L’evento rientrava all’interno della serie di concerti estivi dal titolo Summer Krush, organizzata dai due sponsor Samsung e la compagnia telefonica AT&T. Da lodare l’iniziativa di donare gratuitamente ai fan una buona parte dei biglietti di gradinata, mentre nel parterre VIP prendevano posto Kate Bosworth, Camilla Belle e Lindsay Lohan.

SETLIST
MX / Hurts Like Heaven
Yellow
In My Place
Charlie Brown
Every Teardrop Is A Waterfall
The Scientist
Major Minus
God Put A Smile Upon Your Face
Everything’s Not Lost
Us Against The World
Politik
Viva la Vida
Charlie Brown
Life Is For Living

Bis:
Clocks
Rehab / Fix You
Every Teardrop Is A Waterfall

Photo Credit: Jason DeBord

Hit Week L.A. 13-17 Ottobre 2010

Ottobre 18th, 2010 in Reports by Michele Traversa

L’anno scorso c’era tanta bella gente, quest’anno però vi siete quadruplicati!

Queste le parole di Pau, leader dei Negrita, dal palco di El Rey theatre a Los Angeles per la serie di concerti della musica italiana all’estero denominata Hit Week L.A. E quelle parole confermano una sensazione generale avuta dai presenti.

La manifestazione, nata e organizzata da Francesco Del Maro e Saverio Principini, ha avuto una notevole evoluzione rispetto alla prima edizione del 2009 e si prepara a prendere definitivamente il volo il prossimo anno. Le presenze sono aumentate, il pubblico è sempre più misto: non solo gli italiani all’estero e i fedelissimi arrivati appositamente dall’Italia, ma anche molti americani. Il sogno di Del Maro di far sentire in America il valore dei migliori artisti italiani di oggi è diventato realtà. Al successo ha contribuito anche la scelta di nuove location, tra le quali il suggestivo anfiteatro John Anson Ford sul Cahuenga Pass tra le colline di Hollywood, spesso tappa di artisti sudamericani, che quindi può contare su un pubblico affezionato a culture diverse.

Nella prima serata, proprio al Ford Amphitheatre, si è esibito Ludovico Einaudi, il quale, grazie alle colonne sonore di Dottor Zivago e This is England, gode ormai di fama mondiale. Attingendo in gran parte dalle composizioni degli ultimi due album Nightbook e Divenire, il pianista e compositore torinese ha incantato la platea, attenta e rapita dalla magia della sua musica. Sensibile e alla mano, Einaudi ha persino scherzato sull’interruzione involontaria dovuta al passaggio di un elicottero in volo sull’adiacente 101 freeway, dove, nel frattempo, si stava consumando uno dei consueti inseguimenti della polizia. Il set di un’ora e quarantacinque minuti é letteralmente volato via in un lampo. Una standing ovation ha salutato l’uscita di scena del pianista, tra le lacrime di commozione degli spettatori nelle prime file.

La sera successiva a salire sul palco del Ford è stata Elisa, di ritorno negli Stati Uniti a due anni di distanza dal mini tour promozionale in supporto della compilation di ballate Dancing (un successo oltreoceano grazie ad uno show tv).

A differenza della precedente esibizione, prevalentemente improntata sulle canzoni in inglese con rare eccezioni (Luce), Elisa ha dedicato grande spazio ai successi in italiano, arricchendo la scaletta anche delle canzoni dell’ultimo album, il multiplatino Heart. Ad aprire lo show è stata This Knot, alla quale hanno fatto seguito Stay, Eppure Sentire e Una poesia anche per te (finalmente nella sua versione italiana), Rainbow e Labyrinth in una nuova veste elettrica, fino a Gli ostacoli del cuore cantata in coro dal pubblico. “Che ci senta fino a Reggio Emilia”, ha urlato Elisa, dedicandola a Ligabue, autore del pezzo. In chiusura il natale a Los Angeles è sembrato arrivare in anticipo con la poetica River, in duetto con Terra Naomi.

Prima di Elisa a scaldare il pubblico si sono esibiti i Thank you for the drum machine, vincitori di un concorso indetto da Mtv, accompagnato da qualche polemica in patria da parte degli esclusi alla comunicazione dei vincitori, e il suono etereo di La Blanche Alchimie.

La compagine italiana si è poi trasferita a El Rey theatre, un intimo locale sul Miracle Mile di Wilshire boulevard, dove i Negrita hanno replicato il successo dell’anno precedente, proprio all’interno di Hit Week. Superata l’emozione della prima volta, la band di Arezzo è apparsa molto più a suo agio, con Pau pronto a godersi la serata e il suo pubblico incitando spesso a cantare e saltare. Seppur la scaletta è ancora quella portata in giro da un paio d’anni, con ampio spazio dedicato al bellissimo HELLdorado, la solida performance ha acceso in breve tempo gli animi della platea. Il carismatico frontman ha giocato e scherzato più volte dal palco con il pubblico delle prime file e, introducendo Il libro in una mano, la bomba nell’altra ha ironicamente dedicato la canzone a tre ‘amici’ “Il primo vive ad Arcore, il secondo fino a qualche anno fa stava a Washington, il terzo da secoli vive in Vaticano”. Particolare gioia tra i fan l’ha procurata l’apparizione in scaletta della coinvolgente A modo mio, un pezzo del 1997 tratto da XXX. Finale affidato all’intramontabile Cambio.

Openers per i Negrita sono stati Après la Classe e Roy Paci & Aretuska. Roy Paci coadiuvato da una fidata formazione che comprende fiati e percussioni ha fatto leva sul lato cosmopolita di Los Angeles, riscuotendo enorme successo con brani internazionali quali Toda Joia Toda Beleza e Viva la Vida.

A concludere il festival è stata l’esibizione di Giovanni Allevi, il quale ha finalmente ottenuto tutto lo spazio che merita con una serata a lui dedicata. L’accoglienza per il geniale pianista e compositore è stata a dir poco calorosa, i presenti conquistati sin da subito dalla sua simpatia, umiltà ed enorme talento dietro il pianoforte. La personalità contagiosa e versatilità delle composizioni proposte hanno fatto sì che il pubblico non lo lasciasse andar via, richiamandolo a gran voce sul palco per ben due volte. I due fuori programma sono stati entrambi tratti dall’album No Concept.

Una serata magica ed emozionante, a coronamento di una settimana di successi, con il pensiero già rivolto alla prossima edizione.

SETLIST ELISA
This knot
Anche se non trovi le parole
Stay
Ti vorrei sollevare
Eppure sentire
Luce
Lisert
Dancing
The Waves
Una poesia anche per te
Broken
Prayer
Labyrinth
Rainbow
Gli ostacoli del cuore
Together
River

SETLIST NEGRITA
Radio Conga
Notte Mediterranea
Malavida en Buenos Aires
Che rumore fa la felicita’
Bambole
Il libro in una mano, la bomba nell’altra
Ho imparato a sognare
Rotolando verso Sud
Soy Taranta
Salvation
A modo mio
Gioia infinita
Mama Mae
Cambio

PROGRAMMA GIOVANNI ALLEVI
Secret love
Tokyo station
Close to me
Memory
Downtown
Come sei veramente
Monolocale 7.30am
Aria
L’orologio degli dei
Back to life
Abbracciami
L.A. lullaby
Helena
Piano karate

Bis:
Go with the flow
Prendimi

Jovanotti live @ Viper Room Los Angeles 21-07-2010

Settembre 9th, 2010 in Reports by Michele Traversa

Fuoco, acqua, elettricità canta Lorenzo Jovanotti in Safari. Le stesse parole servono per descrivere un concerto sudatissimo allo storico Viper Room di Los Angeles.

Fuoco come il calore dato dall’energia di duecentocinquanta persone stipate. Acqua come il sudore del cantante che si mischia con quello del suo pubblico. Elettricità come quella che si percepisce nell’aria, data dall’energia e dalle vibrazioni della musica.

Mi fate sentire come a casa” urla Lorenzo ad un pubblico in prevalenza italiano, mischiato a qualche americano curioso. “Non ti ho mai visto da così vicino”gli ribatte un ragazzo dalle prime file.

Lorenzo si concede completamente in uno show tiratissimo (“Sono sudato? Non me ne ero accorto”), già collaudato nei locali di New York la scorsa estate, ma che lascia ampio spazio all’improvvisazione dei musicisti. Le canzoni si fondono una con l’altra, gli arrangiamenti s’inseguono, la musica esplode. Attaccami la spina si mischia con Muoviti muoviti; Safari con Do D’freak, Soleluna e Questa è la mia casa.

Questa vuole essere una prova generale per il concerto di domani a Santa Monica. È la prima volta che le prove sono a pagamento e il concerto vero è gratuito”, scherza Lorenzo, dopo aver aperto lo show con la cover California Love, in celebrazione del palco in cui si ritrova a suonare.

A volte le parole sfuggono la memoria del cantante, ma non importa perché a soccorrere Lorenzo c’è un leggio con i testi e soprattutto un pubblico caloroso che conosce a memoria tutte le canzoni.

Dopo una manciata di pezzi per ballare arriva il momento per quelli romantici: Lorenzo, seduto su uno sgabello, intona Dove ho visto te, L’uomo in frack di Domenico Modugno e Piove.

Poi è nuovamente il momento di scatenarsi. “Te la ricordi?”, chiede Lorenzo a Saturnino e parte l’inconfondibile giro di basso di Penso Positivo. Tra il pubblico è il tripudio. Dal palco dilaga il sound di una band affiatata composta dai fidati Riccardo Onori e Saturnino, due fratelli percussionisti brasiliani, un batterista di Rio de Janeiro, due tastieristi, uno italiano e uno originario del Bronx.

Prima del finale c’è ancora spazio per una parentesi intima con A te (richiesta a gran voce) e Baciami ancora. Quest’ultima è dedicata alla mamma nel giorno del suo compleanno; la signora Cherubini adora la canzone perché le ricorda i tempi di quando era giovane. L’ombelico del mondo è il biglietto da visita per l’energia di Lorenzo sul palco, gli uomini della sicurezza del Viper Room sembrano non aver mai assistito a tanto entusiasmo e si trovano costretti ad aprire le porte ad intervalli di tempo per far respirare una folla caldissima. È la volta, quindi, di Ragazzo Fortunato, a chiusura di un concerto che va ben oltre le due ore programmate e che potrebbe aver posto le basi per un appuntamento fisso all’estero alla fine di ogni tour casalingo.

SETLIST

CALIFORNIA LOVE
ATTACCAMI LA SPINA / MUOVITI MUOVITI / TEMPORALE
SAFARI / DO D FREAK / SOLELUNA / QUESTA E’ LA MIA CASA
CORAGGIO
WANNA BE STARTIN SOMETHING / NON M’ANNOIO
PUNTO
SALATO PARTE 2
DOVE HO VISTO TE
L’UOMO COL FRAC
PIOVE
PENSO POSITIVO
TANTO / FALLA GIRARE / COME PARLI BENE L’ITALIANO
UNA TRIBU’ CHE BALLA
RAPPERS DELIGHT
UMANO
A TE
BACIAMI ANCORA
PARLAMI D’AMORE MARIU’
SERENATA RAP
L’OMBELICO DEL MONDO
BELLA / RAGAZZO FORTUNATO

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