Da Dirty Harry a Jamie Cullum (passando per Starsky & Hutch, Bruce Springsteen e Sean Penn)
L’automobile che fu di Starsky & Hutch si staglia sullo sfondo di un film capolavoro, ed entrambi si chiamano ‘Gran Torino’. Un veterano della guerra di Corea, ostico come solo Dirty Harry e le sue sopracciglia aggrottate, conserva come un tempio la sua vecchia Ford circondato da un vicinato con gli occhi sempre più a mandorla. E’ un oggetto superamericano che fa molto vintage e tradizione, e fa gola alla pericolosa gang di zona. E’ un articolo per collezionisti, sì; ma allora è anche il segno della resa dell’industria statunitense alla concorrenza asiatica. Che doppia beffa per il vecchio ex-soldato che detesta il solo pensiero dell’Estremo Oriente e che mette il patriottismo davanti a tutto, anche a un valore fondante del Sogno Americano come l’integrazione…
Intorno a una metafora così basilare da essere svivolosa per i più, un genio come Clint Eastwood ha costruito un’opera d’arte. Ecco perchè quando guardo un grande film di Clint Eastwood, spesso penso a una grande canzone di Bruce Springsteen. Li separa una generazione. Li unisce la capacità di dipingere personaggi straordinari, di rendere struggenti storie ordinarie, di dosare la retorica e l’ironia così bene; li unisce il coraggio di narrare le piccole e grandi tragedie per esaltare quell’America nella quale, right or wrong, credono in ugual misura.
E a proposito di Springsteen. Sua sorella Pamela (attrice, fotografa etc etc) era fidanzata con una promessa leggenda del cinema americano, e condivise con lui l’ascolto in anteprima di una cassetta di nuovi brani che il fratello le aveva spedito in California. Quella cassetta era il rough di ‘Nebraska’ e quel fidanzato era Sean Penn. Ispirato da “Highway Patrolman”, anni dopo Penn passò per la prima volta alla regia e realizzò “The Indian runner”. Anni dopo avrebbe diretto un video della canzone per la raccolta “Video Anthology / 1978-88″. E, anni dopo ancora, avrebbe interpretato il ruolo di protagonista in “Mystic river” di Clint Eastwood, restando frastornato dalla semplicità e dalla purezza del talento del suo regista (e uscendone con il suo primo Oscar).
Tornando a Clint, egli è un jazzista appassionato, non un rocker. E’ diventato “Maestro” anche facendo “Bird”, biopic dedicato a Charlie Parker. La sua idea di musica è un’altra, assomiglia a quella che scrive e che suona e insieme a un team consolidato, che forma con suo figlio Kyle e Michael Stevens. Non affida mai alla musica le emozioni dei suoi film, semmai cerca un commento sonoro coerente per ogni scena. Un suono minimalista e il mood e la vibrazione più adatti.
Quando canta il tema di “Gran Torino”, roco e consumato da sembrare alle prese con una cover di un brano di ottanta anni fa, è minimalista come quelle poche note al piano con cui si accompagna. E quando il pezzo sembra finito e gli subentra Jamie Cullum, pare più chiaro che quella non è una cover, ma un piccolo classico istantaneo. Che deve tutto al film, certo.
Però che liaison quella tra il vecchio Dirty Harry e il nuovo genietto (inglese) del jazz.
Una grande recensione di “Gran Torino”