Sale a 80.000$ a brano il costo del download. E’ ufficiale.
Espresso in dollari americani: 1.920.000.
Espresso in euro: solo 1.391.000, al cambio attuale.
Questo l’ammontare dei danni sancito dal giudice a carico di Jammie Thomas-Rasset, rea di violazione del copyright per avere condiviso in file-sharing 24 brani protetti da diritti di pubblicazione. Come dire, $80.000 a canzone – o, per amore di calcolo, circa 228.571 volte il prezzo medio di mercato di un brano in download digitale.
La sentenza del processo-simbolo che vedeva la trentaduenne mamma di quattro figli e disoccupata Jammie Thomas-Rasset opposta alle major discografiche è giunta nel più spettacolare, grottesco e strampalato dei modi, dopo che l’accusata aveva già perso un round nell’ottobre 2007: a Duluth, in Minnesota, patria sua e del bardo Dylan nonchè luogo di ispirazione di uno dei più corrosivi romanzi di Gore Vidal, era infatti stata condannata al carcere e a pagare una multa di $222.000.
Ma poi il giudice David ha rimesso tutto in discussione, ammettendo di avere fornito istruzioni errate e fuorvianti alla giuria. Ed ha ricelebrato il processo. E così ieri, dopo che aveva inizialmente rifiutato di accordarsi con la RIAA per il pagamento di un’ammenda di circa 5.000 dollari per sanare la sua violazione e avere deciso di andare a processo e assurgere a simbolo dei perseguitati all’epoca del download, Jammie (alla quale è letteralmente mancato il fiato al momento della pronuncia dell’ammenda in tribunale e che poi, con molto fair play, ha ringraziato la giuria e ha augurato a tutti buona fortuna, aggiungendo che non si può spremere succo da una rapa) si prepara, ragionevolmente, per il prossimo round.
80.000 dollari a canzone. Una cifra demenziale sotto il profilo del buon senso e del mercato, ma addirittura generosa in punta di diritto. Si pensi che per queste violazioni il codice prevede multe variabili tra i 750 e i 30.000 dollari nei casi di violazioni cosidde
tte “non-willful” (cioè: involontarie; è la tesi di mamma Jammie, che non nega di avere avuto i 24 brani sull pc ma nega strenuamente di averli scaricati, ammettendo che avrebbero potuto farlo i suoi bambini o il suo ex). Ma, in caso di violazioni “wilful”, la pena è di $150.000 a violazione.
La storia di Jammie, nelle sue stesse parole, “è cominciata quando [la RIAA] ha cercato di estorcermi $5.000. E’ stato un incubo. Non voglio che succeda a nessun altro quello che è capitato a me”.
Perchè ci sarà un terzo processo? A parte l’ovvietà di una sentenza sostanzialmente irreale, è ragionevole immaginare che i querelanti siano chiamati a dimostrare qualche dettaglio, quale l’effettiva distribuzione di copie di quei brani in pubblico e una qualche forma di guadagno personale a favore della condannata. Non basterà, si presume, sostenere (come ha fatto l’avvocato dei querelanti Tim Reynolds, con ottimo effetto su una giuria evidentemente poco usa all’ambiente digitale) che la signora Thomas-Rasset stava offrendo copie di quei 24 brani a “milions di utenti di KaZaA”.
