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Superbowl, vincono gli Who e Google (e i Saints)

Dopo il Boss, gli Who.

La tradizione dell’halftime show è ormai solida e, se colta in un contesto che molti descrivono come una collezione di spot interrotta da alcune azioni di football, ha il suo perché.  E pochi artisti possono essere più idonei degli Who per esibirsi all’intervallo della partita, dato che ci sono solo 12 minuti di tempo e Townshend e Daltrey (c’era anche Zack Starkey, il figlio di Ringo, alla batteria) in 25 anni hanno pubblicato un solo album: chi meglio di loro può avere affinato, quindi, l’arte di confezionare un greatest hits dal vivo?

Potremmo ribattezzarlo quasi “That Seventies Show”.  Si parte con  ”Pinball wizard” (1969), il più celebre saggio dalla rock opera “Tommy”, per passare a  ”Baba O’Riley” (1971), tratta da “Who’s next”,  il loro migliore album di sempre.  Non avendo album o tour da promuovere, c’era una sola chance per la band di riposizionarsi anche presso  fasce di pubblico esterne ai baby boomers che li adorano,  ed era rendere omaggio a quella che per gli Who è stata la cash-cow del decennio,  ”Who are you? (1978), tratta dall’omonimo album che,  prima di diventare la sigla di C.S.I., era famoso soprattutto per essere stato l’ultimo in cui suonò Keith Moon. Gli Who non si sono fatti pregare, esplodendo i power chords di un Pete Townshend ringalluzzito e agghindato con bombetta e occhiali da sole, abbastanza in forma per  mulinare come solo lui sa; sì, qualche problemino sulle armonie con Roger Daltrey (occhiali azzurrati e giacca mod a strisce verticali, pareva l’arbitro), ma che fa.

La chiusura: un accenno a “See me, feel me”  (sempre da “Tommy”, 1969) e finalmente l’esplosione con  ”Won’t get fooled again” (sempre da “Who’s next”, 1971), con Roger feroce e potente come ai bei tempi, diolobenedica.

La partita finiva con la vittoria dei Saints di New Orleans sui Colt di Indianapolis, a sancire una prima epocale vittoria e il presumibile dolore di David Letterman, che ha visto perdere il suo stato.

Ma a rubare lo show per gli addetti ai lavori (media) è stato Google, protagonista di una altrettanto storica prima volta. Nel terzo quarto, come Eric Schmidt aveva twitterato, si è palesato il primo spot TV del motore di ricerca cannibale che, per una volta, restituisce all’old media ciò che ha metodicamente sottratto negli ultimi anni. E lo fa con grandissima classe, senza effetti speciali, proprio come gli Who qualche minuto prima. “Parisian love” è una semplice storia d’amore che nasce e si completa dentro una search-bar: qualcuno cerca lumi sui programmi di studio a Parigi e, search dopo search, lo ritroviamo a chiedere istruzioni su come assemblare una culla.

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