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Quoque tu, Pete? Del rincoglionimento, o dell’ignoranza di una rockstar

Questo è l’anno in cui devo scendere a patti con la persona, e non il personaggio, di alcuni dei miei favoriti del rock.

A luglio John Mellencamp, del quale avevo appena visto il concerto di Lodi e che migliaia di fans avevano atteso in Italia per interi decenni, supportandone la carriera e l’immagine, si è comportato come un moccioso di serie B, prima suonando per meno di un’ora a Roma e suscitando prevedibili critiche dai suoi stessi fans e poi punendoli per la sua colpa con la cancellazione della data di Udine, senza troppe spiegazioni. Continuo ad adorare alcuni dei suoi album, ma ormai accostarlo a Neil Young, a Willie Nelson o a Bruce Springsteen mi sembra fuori luogo; la tentazione, semmai, è di bollarlo una volta per tutte come un ottuso redneck fuori dal tempo, anche perché voltarsi da un’altra parte di fronte a certi comportamenti mi pare un’opzione peggiore.

Se si parla di Pete Townshend, poi, si parla di uno dei miei eroi. Un’icona, un chitarrista fantastico e originale senza essere un mostro di tecnica, il leader di una band fondamentale, un interprete ante litteram delle istanze dei più giovani, l’autore di due rock-opere ineguagliate – per quanto mi concerne, anche un poeta. Le sue interviste, i suoi interventi, le sue dichiarazioni: mai banali. Arguzia e acume in quantità industriali.

Pete Townshend

Fino a ieri sera, quando è sbottato in uno sproloquio contro iTunes, da lui definito un “vampiro digitale”. Di più: considerando le “enormi commissioni” che trattiene, dovrebbe offrire agli artisti “del cui sangue gronda” alcuni servizi che prima venivano offerti dalle case discografiche.

Ma no, Pete, no. Le enormi commissioni le trattengono i discografici. E’ vero che iTunes vive una posizione dominante nell’industria, ma è anche vero che ha sdoganato il download a pagamento contribuendo a ricostruire un concetto della musica come qualcosa con un proprio valore intrinseco in un’epoca in cui le major non facevano che lamentarsi della pirateria come unica causa di un modello di business andato in frantumi. Lo fa per contribuire al proprio “i” business, ovvio. E allora? Perché, i suoi concorrenti che fanno di diverso? Non perché non riescono laddove Jobs & Co. sono riusciti a proliferare, disponendo delle stesse risorse (i cataloghi licenziati) ma utilizzandole in modi finora non remunerativi (soprattutto per gli artisti, oltre che per se stessi) dovrebbero essere immuni dai tuoi strali. E infine, e soprattutto: ma perché mai un retailer dovrebbe sostituirsi a una casa discografica in funzioni come A&R e marketing? Ma lo pensi veramente? Oppure, come è comprensibile ma inaccettabile, fatichi a superare un dualismo che è nella testa della tua generazione, quello tra analogico e digitale, ma che nella realtà è un’eco del passato?

Gli artisti devono potere trovare un nuovo percorso di carriera che li remuneri, e ci mancherebbe altro. Ma tu che hai fatto i soldi veri non mi risulta che li abbia presi da HMV, Best Buy, Virgin – o sbaglio? Hai mirato e sparato contro il bersaglio grosso e facile, vecchio mio, ma non quello giusto, e hai fatto una figura di merda. Pensa alle montagne di royalties non distribuite ai “piccoli” artisti, una enorme grana irrisolta che avrebbe bisogno del patrocinio di gente importante come te. E pensa pure ai precedenti tentativi osceni e ridicoli delle major di affermare piattaforme come quella di Apple (ricordi PressPlay o The MusicNet?), salvo arrendersi all’evidenza della loro incapacità di funzionare e attrarre gli appassionati di musica. E invece ti scagli sull’unico retailer sano del mondo, e mi tocca difenderlo come se ne avesse bisogno. Non so se sia meglio sperare di non avere capito il tuo sfogo o che qualcuno ti abbia usato – o se, più semplicemente, debba rassegnarmi al tuo rincoglionimento. Won’t get fooled again una fava.

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