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Finanza e startup musicali: ecco dove sono finiti 459 milioni di dollari nel 2011

Ggennaio 10th, 2012 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Sono stati 458,8 i milioni di dollari che la finanza americana ha investito nel 2011 in nuove intraprese dell’industria musicale, o comunque a cavallo tra musica e high tech.

Gli interventi, disparati per natura ed ammontare, sono stati censiti da Digital Music News e commentati su Rockol.

Di seguito la tabella completa: appuntamento tra 12 mesi per individuare successi, flop e stalli all’interno di questa istantanea.

startup e venture capital 2011

startup e venture capital 2011

Il business delle licenze, le licenze del business

Novembre 27th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

In settimana sono emerse alcune preoccupanti statistiche su Turntable.fm, una delle piattaforme di musica digitale più in evidenza dell’anno. In buona sostanza, un deciso calo del traffico: quello riguardante gli utenti unici e anche quello derivato dal search.

Turntable.fm: il traffico

Turntable.fm: il traffico (Fonte: Digital News)

Turntable racconta una di quelle storie che, come quella di Spotify, noi addetti ai lavori vorremmo con un lieto fine. Le vorremmo di successo. Ma le loro vicende ricordano da vicino la politica italiana e il suo congenito tafazzismo: non appena qualcuno si libra in volo, apparentemente sospinto da tutto l’ambiente, eccolo impallinato. Nel caso di Turntable, riscontro due problemi. Il primo è la comunicazione mendace, che fino a pochi giorni fa narrava di un andamento diverso, sottolineando come il servizio avesse superato la soglia di un milione di utenti registrati e di un piccolo esercito compreso tra le 20 e le 40mila unità di utenti ‘core’ quotidiani, dediti al suo uso per oltre 10 ore al mese. L’industria avrebbe bisogno di meno bugie. Il secondo problema è quello che spiega in buona parte perchè il soufflé si è sgonfiato: Turntable dispone di licenze solo negli Stati Uniti ed ha subito chiuso l’accesso fuori da quei confini, uccidendo sul nascere l’hype che doveva essere la sua benzina.

turntable.fmLa questione del licensing è diventata dirimente per tutto il business. Prima le licenze mancavano. Ora ci sono ma costano molto, direi troppo, per potere immaginare un ritorno sui costi (e intenzionalmente dico costi e non investimenti) in un tempo accettabile. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano: implicano dosi massicce di capitale e, quindi, assomigliano tanto a una barriera all’ingresso. Mi chiedo se sia normale ragionare ancora in questi termini, anzichè promuovere una propagazione legale e capillare dell’accesso attraverso una pletora di servizi legali, considerato quello che la stessa discografia sta promuovendo a parole come un modello viabile. Ma quello che accade oggi è:  sputo sangue per attrarre investitori –> ne utilizzo il capitale per acquisire le licenze –> la situazione si complica –> vado male e/o fallisco. Dietro questo scenario, nel contempo:  i titolari delle licenze hanno preso molti soldi, benedetti e subito. Gli investitori iniziano a tenersi alla larga da un modello che sembra fare di tutto per dimostrarsi inaffidabile. Mah.

I Coldplay, Tom Waits etc: perchè via da Spotify?

Ottobre 28th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

E se diventasse una valanga? Non c’è stato solo il gran rifiuto da parte dei Coldplay di passare il loro “Mylo Xyloto” in streaming su Spotify, Rhapsody etc; in loro compagnia troviamo anche Arcade Fire, Tom Waits, Adele…

Perchè? Perchè lo streaming attualmente riesce a generare per gli aventi diritto meno del 5% dei ricavi da digitale su una torta che vede il download a pagamento prevalere con oltre il 90%. Piccolo problema, però: quanto alla quota di utilizzo e di penetrazione, la prospettiva è ribaltata. L’utenza mondiale tutta dimostra di avere abbracciato il modello ‘on demand’, basato sull’accesso, e di fruire della musica online specialmente attraverso YouTube e i suoi emuli, ormai consolidati come strumenti di ‘music discovery’ che vantano anche il pregio collaterale di avere minimizzato il ruolo del P2P. I Coldplay sanno che 3-5 download valgono in termini economici 93-95 views, alle quali quindi rinunciano volentieri perchè per un marchio noto come loro il trade-off non mette in imbarazzo nemmeno per un secondo. Nella loro posizione, meglio l’esclusività della diffusione a macchia d’olio; la prima porta denaro a fronte di (relativamente) poco pubblico, la seconda porta visibilità a fronte di (relativamente) bassi ricavi. E poi:quante views servirebbero per impattare il compenso di un evento in esclusiva pagato da YouTube?

E’ possibile che l’approccio possa essere diverso per band non note, che gradiscono beneficiare di un meccanismo di visibilità virale su cui poi capitalizzare in termini di ingaggi live (e, in una fase di carriera diversa, anche sul piano dei download a pagamento). Ma resta il fatto che il ‘pay per’ non cresce e che il modello è viziato da due difetti importanti: funziona bene solo su iTunes, che è un loss leader che lavora per l’invece profittevolissimo ecosistema “i” (pod, phone, cloud), un’anomalia che fa terra bruciata intorno, soprattutto in realtà come quella italiana dove le alternative finora hanno fallito e dove Amazon resta un player ancora esotico; e replica la metafora commerciale dell’era fisica e analogica, che è in caduta libera e frena la nascita di una nuova generazione di prodotti musicali interamente basati sul digitale.

Sul banco degli imputati è finito il freemium, ma ciò che veramente non trova soluzione è l’equazione che contiene label, artisti, provider, società di collecting. Ciascuno si lamenta di non generare abbastanza introiti. Forse nessuno è ancora sceso veramente a patti con un ‘new normal’ che non può più tollerare che la sfera del licensing – un tempo collaterale – viva in una bolla, come se abitasse una zona franca dentro una realtà virtuale. Però ciò che manca veramente all’appello di modelli definiti ‘ad-funded’ è il prefisso ad. E’ il contributo degli inserzionisti. YouTube sta bene in piedi perchè è Google, quindi oltre che disporre di una forza contrattuale con i brand beneficia della raccolta parcellizzata della long tail dei piccoli inserzionisti, e disintermedia tutti. Mentre, che so, Pandora non riesce a portare i conti in nero nonostante un IPO decorosissimo e ricavi in continua ascesa.

C’è un mondo di clienti, marchi e aziende che non stanno investendo in media tradizionali e vorrebbero lavorare su progetti digitali. La musica è attraente come non mai. Qualcuno faccia uno squillo anche ai centri media a questo punto.

Ad supported music: un’equazione di terzo grado

Agosto 26th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Un bollettino di guerra.

Spotify arenata. Playlist.com in bancarotta. Lala fagocitata da Apple. Imeem e iLike svendute. Ruckus e SpiralFrog fallite.

L’idea di fornire musica gratuita e supportata dalla pubblicità non nasce come iniziativa, ma come reazione alla letale combinazione tra software peer to peer, processi di digitalizzazione e pirateria, il mix che ha cambiato le modalità di fruizione, accesso e archiviazione dei brani e delle opere di ingegno.

Una mossa in difesa che avrebbe senso solo se associabile a un modello di business sostenibile ma che, alla prova dei fatti, parrebbe non esserlo.

Le variabili in campo sono il catalogo, il pubblico e le inserzioni pubblicitarie. I protagonisti, pertanto, sono la discografia e i publisher (in grado di licenziare le canzoni), i content provider o editori digitali (i cui siti e servizi generano un traffico di utenti ricorrente) e il comparto della comunicazione (che raggruppa marchi, inserzionisti, centri media e concessionarie). Una situazione che vede editori e startup fungere da interpreti tra due mondi che, storicamente, non sanno parlarsi, pur riuscendo a fare affari insieme quando, pur senza capirsi bene, si imbattono in situazioni win-win. Antitetici i loro codici di linguaggio e le loro consuetudini. I discografici sono informali, improvvisati, creativi e scavezzacollo perché abituati a rischiare in investimenti che già sanno che daranno ritorni incerti e redemption basse (gli artisti: il successo di uno sostiene la ricerca e sviluppo per i 1000 che resteranno ai margini). I rappresentanti del settore media & communication, invece, sono irreggimentati dai parametri, imprescindibili da report e analisi e dipendenti da una spaventosa catena di commissioni a cascata che gonfia i fatturati dei clienti.

Provano attrazione, gli uni per la grisaglia e la rispettabilità degli altri, o gli uni per la visibilità, celebrità e la libertà degli altri. Ma stentano.

Far funzionare la macchina è come risolvere un’equazione di terzo grado. O di quarto…?

Quando si parla di ad-supported music, per sedersi al tavolo un imprenditore terzo si accredita solo portando marchio e audience – ma spesso il progetto non va comunque in porto e, anche a fronte di un’iniziativa interessante e originale e di un pubblico smisurato, il business continua a non succedere.

Perché?

Perché la quarta variabile è quella più indipendente di tutte. E’ il tempo.

Il tempo che intercorre tra la generazione di un pubblico consistente e la generazione di un fatturato pubblicitario che lo premi. Il tempo che intercorre tra la fatturazione e la capacità di remunerare il catalogo licenziato. Il tempo che intercorre tra il pagamento delle royalties e la scadenza della licenza.

In questi intervalli, durante i quali il mercato non riconosce ancora all’iniziativa l’effettivo successo di pubblico, i publisher non accettano lo sfasamento tra fatturazione e cash flow, e l’editore non capisce la logica della trimestrale che strozza i tempi dell’industria musicale, si consumano tragedie e fallimenti.

Eppure, come accade fin dall’antichità (=Napster), rimbomba nella testa un dubbio: come è possibile che l’industria musicale non sappia riconoscere e quindi valorizzare quarantacinque milioni di iscritti e venti milioni di utenti unici mensili, e il mondo della comunicazione non li riconosca…?

Febbre da M&A nell’industria musicale?

Ggennaio 27th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Una nuova frenesia da acquisizioni sembra avere coinvolto l’industria musicale. Dopo che nel biennio 2008-2009 gli IPO americani hanno raschiato il fondo del barile quanto a numerosità, il venture capital è nuovamente in azione. Il ritorno di Frank Quattrone c’entra nulla, beninteso.  Oggi come allora,  invece, il venture capital concentra le proprie attenzioni sul mondo IT e sui suoi immediati confini, entro i quali la musica è tornata ad essere importante: non centrale come la bio-ingegneria e il ‘green’, ma degna di grande attenzione sì.

La causa delle frequenti fusioni e acquisizioni nel settore musicale negli anni ‘90 era squisitamente tecnologica: allora molte startup innovative che tracciavano la strada per creare nuovi business (che oggi sono diventati così maturi da essere diventati componenti o applicazioni) venivano frequentemente assorbite da ‘incumbent’ incapaci di internalizzare altrimenti cultura e innovazione. Oggi a quella ragione se ne aggiunge anche una strategica che si riassume nel tema del ‘cloud computing’.

Nel cloud computing la musica individua il viatico per passare gradualmente e forse definitivamente dalla fruizione legata al possesso a quella legata all’accesso.  Ed allora basta buttare un occhio sugli annunci di M&A ed affini degli ultimi novanta giorni per rendersi conto che l’aria è frizzantina dalle nostre parti…

Il primo botto lo fa MySpace, che dopo avere acquisito iLike, finisce con integrare anche iMeem. Interessante, anche se denuncia scarsa focalizzazione: l’etichetta di MySpace Music praticamente evapora quando pareva fosse centrale nella strategia di News Corp.  Il 7 dicembre, in una pausa tra una causa e l’altra contro Nokia, Apple acquista Lala, integrando il vincente ‘pay per’ con uno streaming 3.0 di qualità e implicitamente ammettendo che il modello che ha fatto da cash cow per un lustro potrebbe essere a fine corsa. Il 9 dicembre Russell Simmons acquisisce CelebrityTweet: un mogul musicale punta forte su una nuova frontiera dei media.  Prima di Natale Friis e Zennstrom lanciano Rdio, sfidando Spotify , e due ex dirigenti di Yahoo Music danno vita a DashBox.

A inizio gennaio 2010, Melodeo si mette ufficialmente in vendita: è sexy, funziona, tanti la vogliono (qualcuno la prenderà?).  Non è diversa la situazione di Jamendo che testimonia come, a volte, pure  in un modello interessante qualche attrito di troppo esaurisce il carburante prima di arrivare da soli alla meta…

Nel frattempo Echo Nest ottiene una piccola ma significativa iniezione di capitale con un round di finanziamento. Pochi giorni dopo fa molto meglio Guvera, che porta a casa 20 milioni di dollari e desta sorpresa sia perchè è australiana, sia perchè possiamo per ora giudicarla solo per sentito dire sia perchè, anch’essa, parrebbe correggere in meglio il tiro di Spotify.  Sul fronte del marketing, vecchi lupi dell’ambiente danno vita a Entertainment 3Sixty, mentre OurStage conclude positivamente un round e Ticket Text lancia ‘Ticket ABC’.

I movimenti intorno a EMI sono notissimi ma, a proposito della ricerca dei way out, è da monitorare anche la situazione che vede eMusic in procinto di acquisire The Orchard per fare massa critica e passare poi all’incasso. Sono invece ormai parte dell’arredamento le questioni riguardanti  TicketMaster-Live Nation e il debutto di Zune per Microsoft:  ineluttabili, non collaterali come potrebbero sembrare e destinate a causare effetto domino sull’indotto di settore.

Il 2010 sarà l’anno delle startup musicali, quindi? I segnali sono concreti e positivi se anche uno come Warren Buffett, a proposito di quanto siamo vicini alla fine di una crisi che ha bloccato l’espansione nell’ultimo biennio, ha dichiarato:  ”Il dopo sbornia è sempre proporzionale alla baldoria fatta…”. Come dire:  visto che l’ultima baldoria nemmeno ce la ricordiamo…

Guvera o Spotify, dopo tutto…?

Ggennaio 20th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

L’advertising-funded music model, che prevede che gli utenti scarichino e/o ascoltino brani (e/o vedano clip) gratuitamente e legalmente grazie al supporto della pubblicità, è indicato da circa 30 mesi come l’Eldorado dell’industria musicale.

La ragione è da ricercarsi nel progressivo passaggio dal possesso all’accesso, nell’inarrestabile affermazione del cloud computing e nella spinta fornita a quest’ultimo dal comparto mobile (che, sinonimo di portatilità e ubiquità, è congenitamente legato all’accesso).

Poi, nel modello, la fantasia e la creatività si scatenano. We7 per prima, Spotify con più clamore, situazioni miste tra “get per” e subscription, jingle anzichè spot e così via. Nel dubbio, purtroppo, che la pubblicità potrebbe benissimo non farcela a cantare e portare la croce per tutti (v. SpiralFrog, r.i.p. …). E nel dubbio che,  tra equo compenso SIAE applicato agli ISP e cluod music (anche Apple compra Lala dopo tutto), la pubblicità possa diventare collaterale prima di affermarsi come necessaria e risolutiva.

ok.

E se in questo bailamme la proposta più funky fosse quella di Guvera…?

2010 e dintorni, music in the cloud

Ggennaio 18th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Con una recessione meno pungente di quella degli ultimi 18 mesi e una fruizione della musica mai così penetrante e diffusa, oltre che profondamente mutata rispetto soltanto all’ultimo lustro, il 2010 e il nuovo decennio presentano all’industria musicale uno scenario interessante e, tante sono le tematiche, le opportunità e le criticità, che verrebbe meglio esprimerlo con i tags.  O quasi.

Certezze: pochissime. Tra queste: i download a pagamento, che spingono la quota di musica digitale prevalere su quella ‘fisica’ entro i prossimi 12 mesi, non compenseranno mai la perdita di ricavi da vendita di supporti fisici.  E allora:

- gli ISP sono convocati d’urgenza: non più convitati di pietra, e/o parassiti della filiera, ma potenziali esattorie (v. normativa sull’equo compenso, SIAE ed affini);

- il modello di business è dettato dal ‘cloud computing’: dal possesso (download ‘a la carte’) all’accesso (streaming, portatilità, apps);

- lo streaming diventa terreno di upselling (tickets, merchandise…) e humus sia per sviluppare nuovi business, sia e  soprattutto per monetizzare le più grandi campagne di marketing che rendono ritorni ancora discutibili (i talent shows).

Convergenza di modelli e funzioni solo temporaneamente separati e distinguibili:  si va verso servizi di offerta digitale globale, dove i brani sono commodities disponibili per tutti e dove il singolo ecosistema di contenuti e editorialità, oltre che il marketing, faranno la differenza. Servizi globali: stream, share, download, lyrics, news, tickets, search, recommend. Un’offerta a 360° nella quale convergono linee di fatturato da advertising, licenza, revenue sharing, e-commerce, e nella quale convergono esperienze e beni diversi.

E non solo Lala e imeem e iLike: una nuova era di M&A pare richiamata da servizi e specializzazioni destinati/e a diventare ingredienti di base (ancora: recommendation, streaming, mobile apps come propellenti e/o corredi di piattaforme/ambienti estese/i dove potere vendere la musica in modi diversi).

Qualche declino? Gli MP3 tenderanno a divenire meno importanti: la maggiore disponibilità di banda larga li rende via via obsoleti.  I lettori musicali migreranno da versioni ‘non connesse’ a device interattivi con le clouds. I “walled garden” dei mobile carrier scompariranno a causa delle apps che li disintermediano, trasformandoli in trasportatori di bit e rendendo autonomi i content owners.  Ma le nuove normative in sede comunitaria hanno anche avvicinato il ruolo dei carrier telefonici a quello delle banche, trasformando i cellulari in potenziali wallet e reintroducendo l’odiato balzello sulle ricariche. E allora le ricariche diventeranno un vecchio-nuovo grande business, anche per la musica (v. tickets…).

Qualche nome, per concludere? Amazon, Apple, BlipFM, Echo Next, Guvera, Jambase, LastFM, Melodeo, MOG, Microsoft, MySpace, Nokia, Pandora, Pledge Music, Project Playlist, Sound Exchange, Shazam, Slacker, Slicethepie, Spotify, TuneWiki, We7, Vevo, Zune…

Bluto’s Music Barbecue
(chi la vuole cotta, chi la vuole cruda)