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Black Eyed Peas, un grande show. Eminem e Chrysler, un grande spot.

Ffebbraio 7th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Uno show nello show nello show.

Appaltato da anni alla musica, l’intervallo del Superbowl della scorsa notte è stato appannaggio dei Black Eyed Peas:  scenografia, genio e talento condensati in meno di un quarto d’ora, massima espressione di quello che definisco il miglior corporate pop della storia. Will.I.Am. non conosce le regole:  al contrario,  ha riscritto le regole della musica 2.0, quella ai tempi della crisi dell’industria del disco nel periodo di maggiore fulgore, penetrazione e fruibilità della musica stessa. Il leader dei B.E.P. sa come coniugare con grazia e credibilità la sua arte e la comunicazione, la sua ricerca e la promozione, la sperimentazione e il mainstream, il vintage e la pubblicità. Le accuse di mercificazione del suo prodotto non possono sfiorarlo perchè lo crea direttamente in un contesto commerciale, ed è straordinariamente onesto e trasparente in questo senso.  Più che le ospitate di Usher e Slash (fantastico assolo), mi ha affascinato lo spot-cartoon dei Black Eyed Peas per la Bridgestone, un misto di gusto-Simpsons e sincronizzazione che sfruttava al meglio l’attesa per il mini-concerto.

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E mi è piaciuto ancora di più Eminem, punta di diamante di un ‘commercial’ della Chrysler scritto per vincere premi. La rivendicazione delle radici d’acciaio della Motor City nella capacità di fare immagine e tendenza negli Stati Uniti del 2011, Detroit come matrice della moda usurpata da New York e Las Vegas; e intanto, sulle note di “Lose yourself”,  Slim Shady scende dall’auto cromata e si congiunge a un coro gospel della sua città. Il rap bianco tutt’uno con lo spiritual su cui Barry Gordy rimodellò il soul e costruì la Motown, la colonna sonora ‘cross-race’ degli anni Sessanta americani. “Siamo di Detroit, e questo è ciò che facciamo”.

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Superbowl, vincono gli Who e Google (e i Saints)

Ffebbraio 8th, 2010 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Dopo il Boss, gli Who.

La tradizione dell’halftime show è ormai solida e, se colta in un contesto che molti descrivono come una collezione di spot interrotta da alcune azioni di football, ha il suo perché.  E pochi artisti possono essere più idonei degli Who per esibirsi all’intervallo della partita, dato che ci sono solo 12 minuti di tempo e Townshend e Daltrey (c’era anche Zack Starkey, il figlio di Ringo, alla batteria) in 25 anni hanno pubblicato un solo album: chi meglio di loro può avere affinato, quindi, l’arte di confezionare un greatest hits dal vivo?

Potremmo ribattezzarlo quasi “That Seventies Show”.  Si parte con  ”Pinball wizard” (1969), il più celebre saggio dalla rock opera “Tommy”, per passare a  ”Baba O’Riley” (1971), tratta da “Who’s next”,  il loro migliore album di sempre.  Non avendo album o tour da promuovere, c’era una sola chance per la band di riposizionarsi anche presso  fasce di pubblico esterne ai baby boomers che li adorano,  ed era rendere omaggio a quella che per gli Who è stata la cash-cow del decennio,  ”Who are you? (1978), tratta dall’omonimo album che,  prima di diventare la sigla di C.S.I., era famoso soprattutto per essere stato l’ultimo in cui suonò Keith Moon. Gli Who non si sono fatti pregare, esplodendo i power chords di un Pete Townshend ringalluzzito e agghindato con bombetta e occhiali da sole, abbastanza in forma per  mulinare come solo lui sa; sì, qualche problemino sulle armonie con Roger Daltrey (occhiali azzurrati e giacca mod a strisce verticali, pareva l’arbitro), ma che fa.

La chiusura: un accenno a “See me, feel me”  (sempre da “Tommy”, 1969) e finalmente l’esplosione con  ”Won’t get fooled again” (sempre da “Who’s next”, 1971), con Roger feroce e potente come ai bei tempi, diolobenedica.

La partita finiva con la vittoria dei Saints di New Orleans sui Colt di Indianapolis, a sancire una prima epocale vittoria e il presumibile dolore di David Letterman, che ha visto perdere il suo stato.

Ma a rubare lo show per gli addetti ai lavori (media) è stato Google, protagonista di una altrettanto storica prima volta. Nel terzo quarto, come Eric Schmidt aveva twitterato, si è palesato il primo spot TV del motore di ricerca cannibale che, per una volta, restituisce all’old media ciò che ha metodicamente sottratto negli ultimi anni. E lo fa con grandissima classe, senza effetti speciali, proprio come gli Who qualche minuto prima. “Parisian love” è una semplice storia d’amore che nasce e si completa dentro una search-bar: qualcuno cerca lumi sui programmi di studio a Parigi e, search dopo search, lo ritroviamo a chiedere istruzioni su come assemblare una culla.

Bluto’s Music Barbecue
(chi la vuole cotta, chi la vuole cruda)