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Le migliori 5 apps (e non solo): Apple Rewind

Dicembre 11th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Apple ha pubblicato le sue Rewind Charts annuali, dedicate alle opere più vendute su iTunes: musica, film, apps, programmi televisivi etc.

Mentre il team editoriale di Cupertino ha nominato Adele “Artista dell’anno” sia in USA sia in UK, i Foo Fighters e Laura Marling hanno conquistato la palma dell’album dell’anno rispettivamente con ‘ Wasting light’ negli Stati Uniti e con ‘A creature I don’t know. Nuovi artisti dell’anno: Nicki Minaj (USA) e Ed Sheeran (UK), canzoni dell’anno ‘Pumped up kicks’ dei Foster The People (USA) e ‘Someone like you’ di Adele (UK).  Per quanto riguarda le graduatorie di vendita, sempre Adele al top negli album sia in USA sia in UK con ‘21′, in vetta anche con il singolo ‘Rolling in the deep’ in USA seguita da ‘Party rock anthem’ (LMFAO); i due brani si sono scambiati le prime due posizioni nella classifica britannica. Le migliori 5 applicazioni musicali per iTunes:  GarageBand, Magic Piano, SoundTracking, Songkick Concerts e Cleartune.

Il business delle licenze, le licenze del business

Novembre 27th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

In settimana sono emerse alcune preoccupanti statistiche su Turntable.fm, una delle piattaforme di musica digitale più in evidenza dell’anno. In buona sostanza, un deciso calo del traffico: quello riguardante gli utenti unici e anche quello derivato dal search.

Turntable.fm: il traffico

Turntable.fm: il traffico (Fonte: Digital News)

Turntable racconta una di quelle storie che, come quella di Spotify, noi addetti ai lavori vorremmo con un lieto fine. Le vorremmo di successo. Ma le loro vicende ricordano da vicino la politica italiana e il suo congenito tafazzismo: non appena qualcuno si libra in volo, apparentemente sospinto da tutto l’ambiente, eccolo impallinato. Nel caso di Turntable, riscontro due problemi. Il primo è la comunicazione mendace, che fino a pochi giorni fa narrava di un andamento diverso, sottolineando come il servizio avesse superato la soglia di un milione di utenti registrati e di un piccolo esercito compreso tra le 20 e le 40mila unità di utenti ‘core’ quotidiani, dediti al suo uso per oltre 10 ore al mese. L’industria avrebbe bisogno di meno bugie. Il secondo problema è quello che spiega in buona parte perchè il soufflé si è sgonfiato: Turntable dispone di licenze solo negli Stati Uniti ed ha subito chiuso l’accesso fuori da quei confini, uccidendo sul nascere l’hype che doveva essere la sua benzina.

turntable.fmLa questione del licensing è diventata dirimente per tutto il business. Prima le licenze mancavano. Ora ci sono ma costano molto, direi troppo, per potere immaginare un ritorno sui costi (e intenzionalmente dico costi e non investimenti) in un tempo accettabile. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano: implicano dosi massicce di capitale e, quindi, assomigliano tanto a una barriera all’ingresso. Mi chiedo se sia normale ragionare ancora in questi termini, anzichè promuovere una propagazione legale e capillare dell’accesso attraverso una pletora di servizi legali, considerato quello che la stessa discografia sta promuovendo a parole come un modello viabile. Ma quello che accade oggi è:  sputo sangue per attrarre investitori –> ne utilizzo il capitale per acquisire le licenze –> la situazione si complica –> vado male e/o fallisco. Dietro questo scenario, nel contempo:  i titolari delle licenze hanno preso molti soldi, benedetti e subito. Gli investitori iniziano a tenersi alla larga da un modello che sembra fare di tutto per dimostrarsi inaffidabile. Mah.

MUSIC techpitch 4.5, ecco le finaliste

Novembre 18th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo


Il prossimo 22 novembre avrà luogo a Londra, presso il quartier generale di EMI e con l’organizzazione di 2Pears (società ideatrice del format e delle session che vanno sotto il marchio di Music 4.5) l’evento dedicato alle startup dei comparti tecnologico, musicale e media intitolato MUSIC techpitch 4.5”. All’evento, che vedrà otto aziende presentarsi ed esporre il proprio modello di business al cospetto di una giuria specializzata di alto profilo, parteciperanno:

  • Dizzyjam<br>
  • Hitlantis<br>
  • Hooolp<br>
  • Isophonics<br>
  • 5.Mobile Backstage<br>
  • Seevl<br>
  • Webdocs<br>
  • Xylyx

Quoque tu, Pete? Del rincoglionimento, o dell’ignoranza di una rockstar

Novembre 2nd, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Questo è l’anno in cui devo scendere a patti con la persona, e non il personaggio, di alcuni dei miei favoriti del rock.

A luglio John Mellencamp, del quale avevo appena visto il concerto di Lodi e che migliaia di fans avevano atteso in Italia per interi decenni, supportandone la carriera e l’immagine, si è comportato come un moccioso di serie B, prima suonando per meno di un’ora a Roma e suscitando prevedibili critiche dai suoi stessi fans e poi punendoli per la sua colpa con la cancellazione della data di Udine, senza troppe spiegazioni. Continuo ad adorare alcuni dei suoi album, ma ormai accostarlo a Neil Young, a Willie Nelson o a Bruce Springsteen mi sembra fuori luogo; la tentazione, semmai, è di bollarlo una volta per tutte come un ottuso redneck fuori dal tempo, anche perché voltarsi da un’altra parte di fronte a certi comportamenti mi pare un’opzione peggiore.

Se si parla di Pete Townshend, poi, si parla di uno dei miei eroi. Un’icona, un chitarrista fantastico e originale senza essere un mostro di tecnica, il leader di una band fondamentale, un interprete ante litteram delle istanze dei più giovani, l’autore di due rock-opere ineguagliate – per quanto mi concerne, anche un poeta. Le sue interviste, i suoi interventi, le sue dichiarazioni: mai banali. Arguzia e acume in quantità industriali.

Pete Townshend

Fino a ieri sera, quando è sbottato in uno sproloquio contro iTunes, da lui definito un “vampiro digitale”. Di più: considerando le “enormi commissioni” che trattiene, dovrebbe offrire agli artisti “del cui sangue gronda” alcuni servizi che prima venivano offerti dalle case discografiche.

Ma no, Pete, no. Le enormi commissioni le trattengono i discografici. E’ vero che iTunes vive una posizione dominante nell’industria, ma è anche vero che ha sdoganato il download a pagamento contribuendo a ricostruire un concetto della musica come qualcosa con un proprio valore intrinseco in un’epoca in cui le major non facevano che lamentarsi della pirateria come unica causa di un modello di business andato in frantumi. Lo fa per contribuire al proprio “i” business, ovvio. E allora? Perché, i suoi concorrenti che fanno di diverso? Non perché non riescono laddove Jobs & Co. sono riusciti a proliferare, disponendo delle stesse risorse (i cataloghi licenziati) ma utilizzandole in modi finora non remunerativi (soprattutto per gli artisti, oltre che per se stessi) dovrebbero essere immuni dai tuoi strali. E infine, e soprattutto: ma perché mai un retailer dovrebbe sostituirsi a una casa discografica in funzioni come A&R e marketing? Ma lo pensi veramente? Oppure, come è comprensibile ma inaccettabile, fatichi a superare un dualismo che è nella testa della tua generazione, quello tra analogico e digitale, ma che nella realtà è un’eco del passato?

Gli artisti devono potere trovare un nuovo percorso di carriera che li remuneri, e ci mancherebbe altro. Ma tu che hai fatto i soldi veri non mi risulta che li abbia presi da HMV, Best Buy, Virgin – o sbaglio? Hai mirato e sparato contro il bersaglio grosso e facile, vecchio mio, ma non quello giusto, e hai fatto una figura di merda. Pensa alle montagne di royalties non distribuite ai “piccoli” artisti, una enorme grana irrisolta che avrebbe bisogno del patrocinio di gente importante come te. E pensa pure ai precedenti tentativi osceni e ridicoli delle major di affermare piattaforme come quella di Apple (ricordi PressPlay o The MusicNet?), salvo arrendersi all’evidenza della loro incapacità di funzionare e attrarre gli appassionati di musica. E invece ti scagli sull’unico retailer sano del mondo, e mi tocca difenderlo come se ne avesse bisogno. Non so se sia meglio sperare di non avere capito il tuo sfogo o che qualcuno ti abbia usato – o se, più semplicemente, debba rassegnarmi al tuo rincoglionimento. Won’t get fooled again una fava.

I Coldplay, Tom Waits etc: perchè via da Spotify?

Ottobre 28th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

E se diventasse una valanga? Non c’è stato solo il gran rifiuto da parte dei Coldplay di passare il loro “Mylo Xyloto” in streaming su Spotify, Rhapsody etc; in loro compagnia troviamo anche Arcade Fire, Tom Waits, Adele…

Perchè? Perchè lo streaming attualmente riesce a generare per gli aventi diritto meno del 5% dei ricavi da digitale su una torta che vede il download a pagamento prevalere con oltre il 90%. Piccolo problema, però: quanto alla quota di utilizzo e di penetrazione, la prospettiva è ribaltata. L’utenza mondiale tutta dimostra di avere abbracciato il modello ‘on demand’, basato sull’accesso, e di fruire della musica online specialmente attraverso YouTube e i suoi emuli, ormai consolidati come strumenti di ‘music discovery’ che vantano anche il pregio collaterale di avere minimizzato il ruolo del P2P. I Coldplay sanno che 3-5 download valgono in termini economici 93-95 views, alle quali quindi rinunciano volentieri perchè per un marchio noto come loro il trade-off non mette in imbarazzo nemmeno per un secondo. Nella loro posizione, meglio l’esclusività della diffusione a macchia d’olio; la prima porta denaro a fronte di (relativamente) poco pubblico, la seconda porta visibilità a fronte di (relativamente) bassi ricavi. E poi:quante views servirebbero per impattare il compenso di un evento in esclusiva pagato da YouTube?

E’ possibile che l’approccio possa essere diverso per band non note, che gradiscono beneficiare di un meccanismo di visibilità virale su cui poi capitalizzare in termini di ingaggi live (e, in una fase di carriera diversa, anche sul piano dei download a pagamento). Ma resta il fatto che il ‘pay per’ non cresce e che il modello è viziato da due difetti importanti: funziona bene solo su iTunes, che è un loss leader che lavora per l’invece profittevolissimo ecosistema “i” (pod, phone, cloud), un’anomalia che fa terra bruciata intorno, soprattutto in realtà come quella italiana dove le alternative finora hanno fallito e dove Amazon resta un player ancora esotico; e replica la metafora commerciale dell’era fisica e analogica, che è in caduta libera e frena la nascita di una nuova generazione di prodotti musicali interamente basati sul digitale.

Sul banco degli imputati è finito il freemium, ma ciò che veramente non trova soluzione è l’equazione che contiene label, artisti, provider, società di collecting. Ciascuno si lamenta di non generare abbastanza introiti. Forse nessuno è ancora sceso veramente a patti con un ‘new normal’ che non può più tollerare che la sfera del licensing – un tempo collaterale – viva in una bolla, come se abitasse una zona franca dentro una realtà virtuale. Però ciò che manca veramente all’appello di modelli definiti ‘ad-funded’ è il prefisso ad. E’ il contributo degli inserzionisti. YouTube sta bene in piedi perchè è Google, quindi oltre che disporre di una forza contrattuale con i brand beneficia della raccolta parcellizzata della long tail dei piccoli inserzionisti, e disintermedia tutti. Mentre, che so, Pandora non riesce a portare i conti in nero nonostante un IPO decorosissimo e ricavi in continua ascesa.

C’è un mondo di clienti, marchi e aziende che non stanno investendo in media tradizionali e vorrebbero lavorare su progetti digitali. La musica è attraente come non mai. Qualcuno faccia uno squillo anche ai centri media a questo punto.

Il mercato secondario della musica, non solo concerti: ecco i brani digitali usati con ReDigi

Ottobre 17th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Tutti abbiamo in mente siti come Viagogo e Seatwave, due tra i vari protagonisti del cosiddetto ‘secondary market’ della musica dal vivo. Le loro piattaforme sono le eBay dei biglietti per gli eventi: per alcuni si tratta di bagarini d’alto bordo già oltre i limiti della legalità, ma resta il fatto che hanno inciso sui meccanismi di pricing di un mercato bloccato per anni e oggi più incline a recepire la legge della domanda e dell’offerta per effetto di piattaforme tecnologiche affermatesi con il web 2.0 e i suoi meccanismi partecipativi. Spostando il punto di vista dai biglietti alle canzoni, ecco affacciarsi sulla scena ReDigi, il primo (o quasi…) mercato dell’usato digitale musicale: storage, cloud e piattaforma di compravendita con tanto di “Forensic Verification Engine”. Suona molto C.S.I.. Ma non basterà a soffocare le polemiche e le controversie legali, che sono appena cominciate…

Brands & social: la lezione di Vasco Rossi

Ottobre 3rd, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Nella musica, il brand è l’artista.

Nel social networking, l’attività più ostica per un brand è costruire un’interazione proficua con il pubblico sostenendo una conversazione nel tempo, nella consapevolezza che:

a. in quest’epoca il consumatore (l’utente, l’individuo) ha usurpato all’azienda il controllo della comunicazione sul marchio e che

b. per ottenere promozione e riscontri positivi dovrà concedere oltre che chiedere: la chiave, generalmente, è l’erogazione di contenuto e valore aggiunto, quale che sia il comparto di cui parliamo; infine che

c. il social marketing non è una scienza, tutt’al più un esperimento molto serio in cui a turno tutti fungiamo da cavie e commettiamo errori.

Nella comunicazione, l’aggettivo più abusato ad essa riferito è ‘integrata’: la comunicazione integrata è quel concetto (che a volte si concretizza) che esprime la coordinazione tra tutte le divisioni di un’organizzazione intorno a un unico obiettivo di comunicazione che sia declinato su più canali e piattaforme.Vasco Rossi

Se un brand, o un artista, si tuffa a capofitto nel social networking, costruendo per sè in soli tre mesi l’immagine di un’erudita rockstar illuminata e accessibile, dovrebbe avvertire i suoi collaboratori del suo sforzo di comunicazione. Oppure i suoi collaboratori dovrebbero avvertirlo di una qualche azione intrapresa che potrebbe stridere con quell’immagine. Oppure, infine, dovrebbero essere semplicemente coerenti.

Quando invece la mano destra non sa cosa fa la sinistra, possono succedere casini come questo. Le conseguenze sono misurabili in tempo reale su Facebook, dove l’artista è sepolto da una valanga di merda.

Musica digitale: gli utenti preferiscono ancora il possesso

Settembre 18th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Interessante studio pubblicato nei giorni scorsi da eMusic insieme a Insight Research Group, che ha focalizzato l’analisi sulle preferenze degli utenti quanto a soluzioni per la fruizione della musica digitale. L’analisi, condotta su un campione rappresentativo di 1.000 individui sia maschi che femmine e compresi tra i 18 e i 64 anni nei mesi di agosto e settembre 2011, ha prodotto un ‘key finding’ su tutti: il 92% degli utenti preferisce affidarsi al possesso dei file anziché allo streaming, desidera detenere i brani sul proprio hard drive o lettore anziché accedervi tramite una piattaforma o un servizio. Le ragioni-chiave citate dagli intervistati per questa spiccata preferenza sono la sicurezza e la possibilità di playback illimitato.

Lo streaming si conferma una fonte essenziale per la scoperta della musica, e non solo: il 71% degli utenti vi si affida per decidere, dopo qualche ascolto o view, se procedere poi all’acquisto definitivo della musica appena conosciuta online. Meno liete le note per lo streaming a pagamento, accettabile solo per il 13% della popolazione che è in grado di accedere a internet e per il 20% dei music fans.

Infine, solo il 40% dei fans musicali si dichiara pronto a utilizzare le music cloud, in particolare trasferendovi le proprie librerie musicali.

Adv based model: il ritorno di Qtrax (???)

Settembre 7th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Era gennaio a Cannes, e il Midem pareva monopolizzato da questo marchio, Qtrax. Sponsorizzava pranzi e convegni, affittava suites per presentazioni, LL Cool J e Don Henley suonavano concerti privati per celebrarne il lancio. L’annuncio: 25 milioni di brani musicali legali e gratuiti, supportati dalla pubblicità, grazie a sontuosi contratti stipulati con le 4 major. In pochi giorni i media andarono a vedere il bluff: una major dopo l’altra, ecco le smentite. Nel giro di poche settimane, uno dei lanci più sontuosi delle recente sotria dell’industria musicale si dissolveva per lasciare spazio a una pletora di cause legali, con discografici e non (anche Oracle e qualche istituzione finanziaria si aggiunsero, tra i molti altri, alla coda dei creditori e dei querelanti).

Quasi quattro anni dopo, con Spotify, Vevo, Pandora ormai realtà di mercato importanti che però durano ancora qualche fatica di troppo nel pareggiare i costi delle licenze con le entrate pubblicitarie, riecco i nostri eroi. I brani sono un decimo, le major firmatarie sono 3, le licenze sono a breve termine, i soci sono sempre loro, le cause sono più o meno in fase di transazione extra giudiziale, la pubblicità arriva da Google e Yahoo (i marchi e i loro progetti molto più lucrosi dovranno attendere che Qtrax abbia gonfiato i muscoli, prevedibilmente entro il 2012).

Tutto raccontato in una interessante intervista sul New York Times, nella quale i due soci Allan Klepfisz e Lance Ford sono messi alle strette quando sostengono che le cose andarono storte non perchè i contratti non erano stati effettivamente perfezionati, o firmati, bensì perchè furono naif. I due soci hanno 53 e 55 anni e sognano di affermare Qtrax come il rimedio al download illegale.  Come? Chiedendo agli utenti  di scaricare un software proprietario per ascoltare la musica gratuitamente sul pc (mobile? attendere, prego).

Ma dico io.

La ricerca più frequente: sesso? No, testi…

Agosto 24th, 2011 in Uncategorized by Giampiero Di Carlo

Quante volte tra la metà degli anni Novanta e il 2005 circa ci siamo chiesti come mai un filone d’oro come quello dei testi delle canzoni online fosse completamente trascurato dalla discografia e dai publisher, perennemente occupati a vessare per poi valorizzare il download mentre centinaia di siti pirata, indisturbati, generavano un traffico da portale. Da allora le cose sono cambiate: il tardivo giro di vite all’insegna della regolamentazione si è accompagnato, nell’ultimo paio d’anni, alla diffusione di metadata e API che hanno reso la distribuzione delle lyrics agile e potenzialmente legale. Lato utente, nel frattempo, l’interesse si è mantenuto elevatissimo se è vero che la ricerca di “lyrics” è pari o superiore a “sex”.

Ecco il grafico….

lyrics VS sex

lyrics VS sex

Bluto’s Music Barbecue
(chi la vuole cotta, chi la vuole cruda)