Kiss – Sonic boom su www.impattosonoro.it
Novembre 11th, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
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Novembre 2nd, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
death metal in grande stile. recensito per voi su www.undergroundattack.it
Novembre 2nd, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
i portabandiera dell’indie nostrano. recensito per voi su www.sickgirl.it
Ottobre 22nd, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
dalla Finlandia, la terra giovane del rock! recensito per voi su www.sickgirl.it
Ottobre 17th, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
GENERE: Death-metal
| USCITA: 2009 | |
| ETICHETTA: Vomit Arcanus Production | |
| RECENSORE: Lorenzo Durden | |
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SITO WEB: www.myspace.com/exm93
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VOTO: 40
Ottobre 17th, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
Essere Squarepusher, ed esserlo dal vivo è una cosa fighissima! Stare davanti ad una consolle e ad uno schermo di un pc, mentre si ha a tracollo si ha un Music Man, Fender, Warwick, Rickenbacker 4001 o uno Zoot completamente personalizzato, e produrre suoni che ti portano in una specie di anfiteatro da installazioni sonore. La situazione che si viene a creare è quella di una sala s’aspetto di un aeroporto totalmente invasa da beat a tratti frenetici equilibrati dalle grandi capacità tecniche del signor Thomas Jenkinson, questo il vero nome di Mr. Squarepusher.
Il territorio è quello, da lui ancor più estremizzato, della fusion e dell’acid-jazz posto verso il ventunesimo secolo. Questo stakanovista delle 4 corde produce sensazioni sonore dal lontano 1995, e riconoscergli una incredibile, qua nto reale, dote tecnica e il minimo che si possa fare, dalle basi estrapolate da un computer sulle quali muovere i solchi che producono le sue dita sulle corde del basso. 14 uscite tutte improntate alla commistione di elettronica e muta selezione sonora delle tonalità di basso, il tutto molto diverso da quanto approntato in questo Solo electric bass 1, una visione live contrastante nella quale spariscono le connotazioni elettroniche per fare posto ad una chitarra acustica che arpeggiando ritmi spagnoli sparge in controluce lo sfondo adatto alle rare costruzioni di Mr. Jenkinson. Ammetto che non è affatto facile spendere più di qualche parola su questo prodotto, è evidente che non siamo di fronte ad un lavoro di facile comprensione, eppure il tutto è più che funzionale alle tematiche che Squarepusher è solito imprimere ai suoi lavori. Ogni tanto qualche “innocente evasione” si può concedere a chi mostra di sapere quello che suona.
Oltre ogni considerazione tecnica, che solitamente non attira ascoltatori più di quanto possa farlo il canto di un pavone, arriva la grande curiosità su quanto in là si può spingere questo tipo di commistione di sonorità. Un disco che gode della creatività e della libertà espressiva di un grande artista che oggi è una punta di diamante nel suo genere. Lunga vita a tutto quanto possa essergli di ispirazione!
http://www.impattosonoro.it/2009/10/16/recensioni/squarepusher-solo-electric-bass-1/
Ottobre 9th, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
Ottobre 6th, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
Sembra di essere tornati indietro nel tempo, in quei fantastici anni delle piogge glitterate, dei lampi colorati di rosso, giallo, verde, blu. Sembra di essere un ragno da Marte, o ancora meglio, una venere in pelliccia, è una cosa assai introspettiva sapete? Chiudete gli occhi e mettete un sottofondo che vi piace, alla fine vi ritroverete a dondolare tra la voglia di schiudere le palpebre o rimanere ciechi per sempre. Se non funziona significa che non avete scelto “Further complications” di Jarvis Cocker come sottofondo. Questo è un lavoro che per essere giudicato richiede ironia a primo impatto e una sana dose di cinismo all’ennesimo ascolto!
A dirla tutta non abbiamo a che fare con un disco dalle pure tematiche glam, e possiamo anche affermare tranquillamente che Cocker non è certo un personaggio accostabile al glam, eppure questo “Further complications” richiama tantissimo que lle sonorità. La scelta era tra il fare un album che ricordasse in un qualche modo i Pulp, oppure farne uno che ricordasse qualcosa che ormai più nessuno sa fare, o che nessuno ha voglia di fare. Cocker ha scelto la seconda, era ispirato da una sana voglia di scoprire cose che sono lontane dai nostri giorni. Qualcuno dirà che Jarvis si è portato dietro qualcosa dei Pulp in questo lavoro, ma per il sottoscritto è difficilissimo riconoscere il cantante dei sopra citati Pulp in questo lavoro.
La storia vuole che Cocker costruisca il suo futuro da musicista in tenera età, a quindici anni fondò gli Arabacus pulp, successivamente ribattezzati semplicemente Pulp, portandoli al successo a metà anni ’90 con His ‘n’ here, del 1994 e Different class uscito giusto un anno dopo, che gli valse l’ammirazione di Noel Gallagher degli Oasis, siamo nel 1996 e in quello stesso anno riesce a cadere dalle stelle alle stalle durante i Brit Awards, quando, nel corso dell’esibizione di Michael Jackson, salì sul palco accusando la pop-star di volersi sentire come un Cristo dai poteri curativi. Lo stesso Cocker liquidò il tutto dicendo di “non aver fatto male a nessuno” dicendo quelle parole. La storia di Jarvis con i Pulp finisce nel 2002 con un greatest hits, da allora non se ne è saputo più niente di loro.
Qualcosa si muove nel 2006 quando il cantante chitarrista dei Pulp se ne esce con un disco da solista semplicemente intitolato Jarvis e a tre anni di distanza questo “Further complications” forse è il risultato della noia che monta in alcune notti inglesi o è il calcolo accurato e preciso secondo il quale è da “esseri umani capaci di intendere e di volere” tir are fuori un album ogni 2-3 anni. Qui siamo al compitino svolto con criterio, per fare contenti i colletti blu delle case discografiche. Un paio di acuti e niente più, Fuckingsong, Left overs, quanto basta per non sentirsi inutile insomma.
Taste: Left overs, Fuckingsong
http://www.impattosonoro.it/2009/10/06/recensioni/jarvis-cocker-further-complications/
Settembre 23rd, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
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Settembre 23rd, 2009 in Reports by Lorenzo tagliaferri
A partorire questo prodotto non è un “discotecaro” qualunque. Laurent Garnier è da considerarsi, a merito, come colui che ha portato i ritmi house dagli Stati Uniti al vecchio continente, tutti quelli che fanno i fighi e che ascoltano musica house, o presumono di fare ciò, dovrebbero saperlo.
Ma si potrebbe continuare all’infinito, mettendo l’accento sulla sua carriera da produttore discografico sempre in prima linea, vedi le collaborazioni con gente come Carl Cox e Tiga.
La carriera di Laurent comincia nel 1980, per affrontare una salita vertiginosa che oggi lo vuole nei club più importanti e affermati nel mondo. Essere il “padre” di qualcosa è un ruolo assai impegnativo, ogni giorno devi fare i conti con qualcuno che alla fine è giudicato più bravo di te, in ogni caso. Laurent non corre questo rischio, non nell’immediato almeno, si è costruito una reputazione così inattaccabile sin dai tempi dell’Hacyenda che oggi potrebbe permettersi di vivere di rendita. Invece il Dj creatore delle compilation “The king of…”, nella quale suoi emuli si divertivano a remixare la musica e la sua vecchia storia, ha preparato il terreno per un altro tappeto musicale che mette in bella evidenza la grande varietà dei suoni che poggiano, tuttavia, soprattutto sulle tendenze house, riviste e corrette e sui beat minimal che sono il doppio asso nella manica di Garnier. Trovare aggettivi, per le ritmiche tribal, che ben si connettono con la grande fluidità e scioltezza delle tonalità electro è cosa non facile, ma se ascoltate gnanmankoudji sarete indirizzati sulla strada giusta per definire il tutto.
È certo che sono lontani i tempi di The man with the red face, ma se voglia mo qui i loop sono molto più adattabili tra di loro, anche se privati di quelle rumorosità acid che sembravano uscite dal sax di Pullman in Strade perdute di Lynch. La mancanza di uniformità assoluta in questo lavoro fa si che le varie sue colorazioni si mettano ben in nota tonalità minimal, come nel caso di Dealing with the man e Food for thought nella quale compare anche Winston Mc Anuff, e la finale piece, dal background tribal, From deep within. Il tutto funzionale per poter permettere a Garnier di muovere le notti delle discoteche newyorkesi o londinesi, e allo stesso tempo di girare nelle casse dei club lounge o dei pub più IN delle metropoli europee ed americane. Un lavoro da furbi, che però rimane comunque un gran bel lavoro.
Taste: Gnanmankoudji, Desirless, Food for thought, From deep within
http://www.impattosonoro.it/2009/09/23/recensioni/laurent-garnier-tales-of-a-kleptomaniac/
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