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Paolo Gianolio-Tribù di Note

Aprile 26th, 2012 in Reports by Athos Enrile



Tribù di Note” è il secondo album solo di Paolo Gianolio, chitarrista e musicista dal curriculum impressionante, presentato a fine post.
In genere, lo scambio di battute con il musicista acquiscente potrebbe essere esercizio noioso, non per me, ma per chi deve affrontare quesiti  a volte banali, magari già ascoltati in altre occasioni, ma che a ben vedere risulteranno
determinanti per capire al meglio un artista, il suo percorso, il contesto in cui ha vissuto e il suo pensiero oltre la musica.
Le considerazioni di Paolo mi appaiono fondamentali per carpirne il mondo, la filosofia di vita, la visione del sociale e, ovviamente, il reale contenuto del suo lavoro, nello specifico il disco appena citato.
Ogni esperienza di vita, ogni frammento di quotidiano si riversa nella musica, e quando a questa non si accompagna una lirica, il compito di parlare spetta agli strumenti, alle armonie accurate, alle trame, ad una sequenza di note posizionata in un certo ordine, alla tecnica messa al servizio del gusto e della ricerca.
Le linee guida di “Tribù di Note” sono raccontate nel corso dell’intervista direttamente da Gianolio, che presenta ad uno ad uno gli otto episodi che hanno il compito di descrivere, e al contempo comparare, otto differenti culture.
Diverse le cose che personalmente mi hanno affascinato. Innanzitutto la fase creativa, una miscela composta da ispirazione istintiva e concentrazione che può portare alla
trasformazione di un’immagine in suoni e successive emozioni. Guardare un quadro, pensare ad un attimo di vita o, come in questo caso, fare propria l’idea di un popolo, e poi riscrivere il tutto con l’aiuto di uno o più strumenti, credo sia l’essenza vitale a cui tutti, indistintamente, vorrebbero arrivare.
Esiste poi un aspetto, a mio giudizio molto complicato, che è quello del rendere il proprio lavoro accessibile a chiunque. Esprimo sempre il seguente concetto, che è quello che ogni essere umano, in fase di “onesta” creazione, lavori spinto da bisogni personali. Il passo successivo è la condivisione, la necessità di venire allo scoperto e la speranza di una sorta di interattività. Quando si parla di virtuosi dello strumento e di musica obbligatoriamente di nicchia la sfida diventa … riuscire ad essere “leggibili” dal mondo intero, senza distinzione alcuna, e in questo caso il  mio pensiero è riferito alla sola sfera artistica.
Paolo Gianolio trova con semplicità (apparente?)la via della globalizzazione dell’ascolto, e anche se il termine non è tra i più amati, in questo caso significa essere capaci di toccare il cuore – e la mente- di chi non nasce con la chitarra in mano e probabilmente anche di chi è un occasionale fruitore di musica.
Facile cadere nel tecnicismo esasperato, nell’esibizione ad effetto (che in fase live ha sempre la sua buona valenza). Molto meno facile invece –ed è questo a mio giudizio il più grande
successo di Gianolio- è utilizzare un importante know how, frutto del lavoro di lustri, per parlare alla gente, utilizzando un linguaggio che, seppur universale, diventa spesso “per pochi”, quando non esiste un testo di appoggio, o quando non si ha l’umiltà di  livellarsi all’ascoltatore medio.
Ma esiste anche una certa propensione alla didattica, al far apparire raggiungibile ogni tipo di traguardo-se c’è passione vera- dando suggerimenti, attraverso l’esempio, di cosa una chitarra, ma vale in genere per ogni strumento, possa esprimere se “trattata” come un’amante, da un amante … e a quel punto tutto appare possibile! Paolo analizza a seguire le sue otto tracce, ma vorrei sceglierne una che penso possa esemplificare le mie argomentazioni sulla sua musica.
Abraxas è un brano di assoluta atmosfera, capace di smuovere e stimolare reazioni interne, sentimenti forse di tipo differente, ma sollecitati da uno “spillo” che induce a sicura reazione.

Ascoltiamolo…

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La musica… meglio di mille parole e collocazioni in caselle prestabilite.
Jazz, classico, acustico, pop, le esperienze di una vita messe al servizio di chi possiede la giusta sensibilità … una vera fortuna incrociare Paolo Gianolio.


L’INTERVISTA

La  tua biografia inizia con un atto molto comune, un regalo tipico dei primi anni di vita, uno strumento musicale. Non sono però molti quelli che perseverano trasformando quel dono in una passione e, per i più fortunati, anche in  un lavoro. Come si è evoluto nel tempo il tuo amore per la chitarra?

Negli anni 60 e 70 si è sviluppata gran parte della musica rhythm & blues, pop e soprattutto rock, generi basati sulla chitarra che era uno strumento che permetteva di risuonare a “orecchio” brani dei Rolling e dei Beatles o di James Brown seguendo il proprio istinto. L’ispirazione arrivava dalla vita che allora era molto intensa e piena di opportunità, tra le quali imparare ascoltando, e in seguito, studiando su questa musica, una semplice attrazione si è piano piano trasformata in una vera e propria passione: ai primi rudimenti che si imparano con gli amici sono seguiti i primi accordi che mi hanno aperto la strada del mondo-chitarra, strumento che non avrei più lasciato, diventando anche “mezzo professionale” (allora mio padre, violinista mancato, avrebbe preferito per me qualche titolo di studio in più ma poi col tempo si è ricreduto e oggi è trova giusto ciò che ho fatto). Poi arrivarono gli studi seri e l’ascolto si è allargato a musica nuova per me, il jazz. Dalla chitarra elettrica del geniale Charlie Christian all’affascinante fraseggio Gipsy di Django Reinhard, dallo “swing” di Wes Montgomery che faceva ballare le sedie, all’anima di Jim Hall, dal modernissimo Pat Martino a John Abercrombie, ma anche Charlie Parker, John Coltrane, Miles Davis, Charlie Mingus, Gil Evans solo per citarne alcuni. La chitarra è uno strumento che dà molto, ma richiede moltissimo impegno con studi giornalieri di tecnica pura e un grande uso della propria personalità e immaginazione, tenendo conto della direzione dell’evoluzione che dipende dal gusto personale, ed è per questo che, ad un certo punto, anche lo strumento dovrebbe essere costruito ad hoc, e qui, nel mio caso, è intervenuta la Walden che mi ha costruito una bellissima chitarra acustica “signature”, assecondando tutte le mie richieste.


Tra i tanti musicisti che possono aver segnato la tua vita, ne esiste uno che ha rappresentato  e magari ancora rappresenta una linea guida, un esempio da seguire?

Lo strumentista che più mi ha segnato credo – dico credo

perché ne esistono tanti- sia Django Reinhard, per la sua travolgente passionalità e personalità che lo ha trasformato in un grande con il suo fraseggio all’avanguardia per i suoi tempi e, soprattutto, per la volontà di trasformare il suo dolore, dovuto alla disgrazia che lo colpì, in gioia di suonare. Un altro musicista che è entrato nella mia vita è Gil Evans, arrangiatore sopraffino e sofisticato che ha avuto il merito di allargare le sonorità orchestrali delle big band usando in modo ardito soluzioni armoniche
che ancor oggi mi colpiscono. Ma direi che nel corso della mia vita sono molteplici i musicisti che mi hanno segnato, ognuno dei quali mi ha dato l’opportunità di allargare il mio ingegno che ho poi trasformato in impegno.


Quando ero molto giovane era di moda compilare anno per anno le classifiche dei musicisti migliori. Le discussioni da bar  di noi adolescenti immaturi vertevano su tecnica, gusto  e timbrica, e ognuno
parteggiava per il suo mito. Che caratteristiche deve avere, secondo te, il grande chitarrista? Quando hai realizzato di aver fatto un importante salto di qualità?

Sono dell’opinione che esistano grandi musicisti ognuno con le sue caratteristiche; per quanto riguarda la chitarra potrei elencarti, come accenni nella domanda e a mio gusto personale, lo strumentista più tecnico o quello che ha più gusto, ma per me il grande chitarrista deve avere cuore e passione e con la propria personalità deve saper esternare e forgiare, tramite lo strumento, il suo gusto. In definitiva è la mano del musicista che fa il suono dello strumento e credo che la sua caratteristica sia poi valorizzata, man mano che ne acquisisce coscienza, dall’evoluzione del suo carattere e dal bagaglio musicale. Il salto di qualità non rientra nel programma di studio che un musicista intraprende, non credo si possa decidere quando farlo, ma per

rispondere alla tua domanda dico che quando ti ritrovi a suonare con musicisti di grosso calibro allora realizzi quantomeno che sei apprezzato.

Le tue collaborazioni sono importanti ma… esiste qualche rammarico per un treno passato e mai preso per eccesso di cautela?

No, nessun rammarico, certo se esistesse il treno della sapienza e della conoscenza, prenoterei subito un posto! La mia vita nel campo della musica è stata da me scelta con istinto e  passione, due caratteristiche che sono poi state, e sono tuttora, le mie guide spirituali. Nei primi anni del mio percorso musicale ho avuto il privilegio di svezzarmi con la famosa “gavetta”, facendo ballare la gente (allora non esistevano discoteche), e le orchestre lavoravano 4 o 5 giorni alla settimana tutto l’anno, con un repertorio che andava dal Valzer al R&B, dalla canzone italiana a quella americana, insomma un grande apprendistato che riaffiora sempre nel tempo, e che mi da molta sicurezza. Un rammarico l’avrei … avrei voluto imparare a suonare la chitarra! ( eh eh eh ). Col tempo e con gli anni la vita diventa più filosofica e studiare filosofia significa prendere coscienza del “poco che si sa”, in relazione all’assoluto, e quindi, facendo un’attenta riflessione, ho dedotto che non basterebbero due vite per imparare a suonare come dio comanda. Io ci provo.

Mi racconti un aneddoto significativo, positivo o negativo, legato alla tua vita musicale?

Un giorno, preso dalla disperazione per non comprendere i risultati dello studio assiduo che stavo facendo, decisi, per portare a casa la “pagnotta”, di cambiar mestiere e andai a lavorare prima come elettricista, poi come meccanico in seguito come libraio. E’ allora, dopo qualche tempo, che mi sono reso conto dell’importanza dello studio che avevo intrapreso, nel senso che era quello che serviva per il futuro. Ecco perché si dice che non si finisce mai di studiare, perché quello che studi nel presente ti sarà utile solo nel futuro.

Che cosa significa realizzare un album proprio? Può essere assimilabile alla necessità di effettuare un bilancio di spezzoni di vita, come per chi scrive un libro, ad esempio?

La soddisfazione di poter far arrivare lontano il proprio
pensiero, per questo cerco di impressionare i nastri magnetici con le mie note. Certo, è anche  raccontare la propria vita tramite i sentimenti e i sogni, inventando storie che facciano sognare, e credo che questo sia un grande privilegio; credo altrettanto che sia la musica che
chiama nel momento tu sia predisposto ad ascoltarla.


”Tribù di Note” è un album strumentale, ma immagino esista un filo conduttore che lega gli otto brani che lo compongono. Si può considerare un “concept”? Mi puoi descrivere “il cuore” di questo tuo lavoro?

Tribù di Note nasce ispirato dalle diverse etnie del mondo, otto racconti a sostegno di tribù, nel senso di culture diverse. Non amo molto la così detta globalizzazione che tende a non far pensare, sono affascinato invece delle differenti culture etniche che hanno creato il mondo in cui viviamo e che permettono di avere confronti costruttivi per potersi evolvere. Da qui l’ispirazione dei brani contenuti nell’album. Archimede come scienza e conoscenza o come ironia del fumetto di Walt Disney, Aura immaginata come energia pura che scaturisce dalla coscienza, Manusinti come la cultura zingara, Abraxas è la mediazione tra dei e umanità, tra il bene e il male, l’alternativa al tutto. Calypso è l’amore per la danza, arte figurata che valorizza la musica, Tribù di Note è il desiderio di intermediazione tra le culture e ricavarne beneficio per l’universo mondo. Ochethi Sakowin è una vera tribù di indiani d’America che simboleggia la saggezza di quei popoli spazzati via da stupidi potenti. Chiude l’album Pangea che è l’inizio delle culture, cioè da quando l’uomo ha cominciato a pensare. Espressione musicale vuol dire combattere per affermare il proprio pensiero io cerco di farlo abbinando un concetto di vita a un racconto di fantasia.

Come è nata la collaborazione con la Videoradio di Beppe Aleo?

Con la cosa che funziona da sempre al mondo, il tam-tam che esiste dall’era primordiale. Insomma, tramite un musicista che lo conosceva e che mi ha consigliato di rivolgermi a lui. E devo dire che mi ha fatto molto piacere conoscerlo perché è persona capace, precisa e educata (beh… al giorno d’oggi è già molto!). Dopo essermi informato curiosando nel suo sito, ho deciso di rivolgermi a lui per il mio nuovo album, e devo dire che l’incontro ad Alessandria, dove Beppe vive e lavora, è stato molto stimolante; direi che ci siamo trovati sulla stessa frequenza da subito. Poi mi ha fatto piacere appurare che il catalogo della Videoradio è in buona parte dedicato a miei colleghi.


Mi dai una tua visione generale dell’attuale business legato al mondo della musica?

Già la parola business non va d’accordo con la musica intesa come arte, anche se oggi è entrata a farne parte; l’arte e l’ingegno sono preziosi per gli artisti e dovrebbero essere stimolati, non comprati o “scaricati” trasformando qualsiasi opera a un trofeo o a un soprammobile. Io credo che nell’evoluzione della musica, pop in primis, si sia arrivati a un punto fermo, e le priorità dovrebbero essere a favore del nuovo. Una cosa importante sarebbe avere una base culturale musicale più evoluta quindi più scuole di musica, posti costruiti per la musica, scambi culturali e soprattutto serietà nell’insegnamento e nell’apprendimento, insomma, più stimoli per quest’arte impoverita dal suo consumo sfrenato. Altra cosa è attendere che succeda qualcosa… il motto delle case discografiche “non investo nulla se non succede nulla…”; ciò è disarmante per il povero musicante, che ha talento, ma deve aspettare magari vent’anni per potersi esprimere solo perché la sua opera non è stata capita o ancor peggio ascoltata. Io mi definisco contadino della musica perché per raccogliere bisogna seminare e mi pare che in questo momento siamo in netta controtendenza. I talenti ci sono, la voglia di farsi sentire c’è, diamo spazio al valore e non allo stupore. Ovviamente i tempi cambiano, la storia cambia e spero cambierà anche il futuro a favore delle anime che si vogliono distinguere, e questo potrà avvenire solo se cambierà la cultura e il “business” tornerà al suo posto come traino per l’ingegno musicale.

Esiste un chitarrista attuale, o comunque un musicista, che ti ha sorpreso, che è stato per te una rivelazione?

Ribadisco che per me esiste la musica in generale. Certo ci sono musicisti che mi hanno influenzato e stupito più di altri, ma io seguo il mio istinto che mi sussurra e mi guida all’ascolto di quello che colpisce la mia sensibilità, e questo non dipende da chi ma da cosa ascolto; ed ecco che riuscire a captare l’umore di una performance di un musicista, stupirsi per un inaspettato contrappunto anziché una sonorità dissonante, cogliere il messaggio di un assolo, muovere il piede a tempo per un impulso irrefrenabile, tutto ciò
diventa un privilegio un valore e tutto questo fa parte della musica e di ogni strumentista. Io amo l’umore di un musicista non lo stupore.


Apri il libro dei desideri. Cosa trovi alla voce “da realizzarsi  assolutamente entro il 2015”?

Ho in mente molte cose da realizzare, ma in effetti ci sarebbe un desiderio in particolare, un disco in quartetto con i musici miei preferiti:
Gavin Harrison, John Giblin, Danilo Rea e… Paolo Gianolio che arrangia, con interventi orchestrali e alcuni ospiti. Non so se riuscirò a realizzarlo ma ci proverò. Poi il sogno che gli uomini, prima di perdersi completamente, si accorgano del valore della natura che fin qui li  ha guidati, rendendosi conto che in futuro non
la si dovrà combattere, ma convivere con lei, ascoltando i messaggi che a tutti manda. Mi congedo aspettando che la natura e la musica mi chiamino.


Biografia tratta dal comunicato stampa.

Paolo Gianolio, musicista, nasce negli anni 60 ascoltando la musica dei Beatles e dei Rolling Stones. Comincia con una chitarra regalatagli da uno zio, la “strimpella” finché capisce che quello sarà il suo strumento. Da lì ad Hendrix il passo è breve e studia “a orecchio” i suoi soli come quelli di Santana e dei Led Zeppelin che segneranno la sua vita musicale.
In seguito la sua sete di musica lo porta a Django Reinhardt e Charlie Christian. La approfondisce frequentando corsi professionali come la “Scuola Jazz di Parma” negli anni 70” dove, con il grande chitarrista/insegnante Filippo Daccò, impara raffinate tecniche di armonia applicata allo strumento. Contemporaneamente frequenta la scuola di “Nino Donzelli di Cremona” che, con la didattica basata sul metodo Barkley, gli apre l’universo della armonia moderna e dell’orchestrazione per banda. Scopre i “Minus-One” e li utilizza, oltre che all’esercizio tecnico, a fare piccoli concerti. Forma poi un quartetto con il quale farà diverse esperienze in piccoli club con molti riscontri favorevoli. Per guadagnarsi da vivere, crea un’orchestra da ballo (negli anni 70 non esistevano discoteche e DJ) e gira l’Italia nelle balere. Il suo “tirocinio gli da un vantaggio altrimenti difficile da ottenere, cioè il riscontro diretto del pubblico: suonare e far ballare è un’esperienza impagabile. Dopo aver terminato studi al conservatorio, approfitta di un’occasione propostagli da alcuni amici musicisti che conoscono la sua vena compositiva, cioè di fare un disco insieme. Da quella proposta nasce negli anni 80 un gruppo che diverrà famoso soprattutto negli Usa: i Change. Un gruppo fantasma con musicisti veri: Luther Vandross voce solista, Davide Romani basso, Mauro Malavasi keyboard/piano, Paolo Gianolio chitarre, Rudy Trevisi sax. Il gruppo Change ottiene un disco d’oro con l’LP “The Glow of Love”.
La carriera discografica di Paolo con produttori importanti, lo porta a collaborare con artisti rilevanti nel panorama musicale italiano. Collabora con Eros Ramazzotti come session-man sin dal primo disco, “Cuori Agitati”, contenente il brano che lo ha lanciato “Terra promessa”; segue “Musica è”, continuando negli anni fino all’album “In ogni senso”. Conosce poi Massimiliano Pani e comincia una lunga collaborazione con Mina negli studi di Lugano in dischi come “Lochness”, “Canarino Mannaro”, “Mazzini canta Battisti”, “Cremona”, “Leggera”, “Dalla Terra” e tanti altri.
Nell’85 Claudio Baglioni lo “arruola” per il tour “La vita è adesso” e da lì nasce un rapporto di collaborazione e fiducia che lo vede tutt’oggi suo arrangiatore e produttore.
Vasco Rossi lo chiama per l’LP “Stupido Hotel” e “Liberi Liberi” dove si cimenta anche come bassista, e “Cosa succede in città”.
Ha collaborazioni importanti anche con Laura Pausini, Andrea Bocelli, Miguel Bosè, Fiorella Mannoia, Giorgia, Matia Bazar, Ornella Vanoni, Anna Oxa, Patty Pravo e tanti altri. Con questi grandi artisti gli lasciano in eredità un’esperienza impagabile e fondamentale per la sua vita sia musicale che umanistica.
Negli anni 2009 prende forma l’idea di un suo progetto come solista, compositore, bassista, pianista e tastierista, con la partecipazione di un grande musicista, Gavin Harrison, e nasce il suo primo lavoro: ”Pane e Nuvole” distribuito dalla Sony Music e molto apprezzato nell’ambito della musica strumentale e di atmosfera. Nel 2012 ecco il nuovo cd “Tribù
di Note
” pubblicato da Videoradio e Rai Trade Edizioni Musicali, che vuole protagonista la chitarra acustica, strumento che gli permette di esprimere, elaborare e ricercare, temi e armonie particolari e personalizzate.
Suona su alcuni brani l’immancabile  Gavin Harrison.
La sua ricerca continuerà nel tempo costruita sull’esperienza raccolta nella sua vita, che non lo vede mai appagato del proprio operato. Lo studio di strumenti classici d’orchestra, strumenti elettronici e software musicali, lo porteranno presto ad un lavoro che unirà varie sonorità di diverse etnie. Il suo motto è … arrivare dove si comincia.
Produzione e direzione artistica:
Paolo Gianolio www.paologianolio.com
Produzione discografica: Beppe
Aleo
www.videoradio.org

Nordagust-In the Mist of Morning

Aprile 18th, 2012 in Reports by Athos Enrile

Per effetto del solito tam tam di cui siamo protagonisti noi appassionati di musica, sono venuto  in contatto con i Nordagust e con il loro album “In The Mist Of Morning”.
In questo caso il “colpevole “ è Dalse di Yastaradio, che ha ben pensato che il genere potesse incontrare il mio gusto personale.
Non ho avuto la possibilità di utilizzare la “confezione” per farmi un’idea dell’hardware -che in caso di album musicali si mischia spesso col software- ma sapere che la band è norvegese, dopo aver letto i titoli dei brani, e dopo aver preso nota della strumentazione utilizzata, mi ha fornito le prime indicazioni.
La Norvegia ed il suo popolo si identificano spesso con immagini divenute stereotipi, fatte di favole, racconti popolari, tradizione,  folletti e natura misteriosa, a metà strada tra pericolo e serenità.
E la band riprende tutti questi concetti, con un incitamento a ritrovare se stessi tra i boschi, a contatto con la natura, per recuperare tutta quella saggezza che è rimasta intrappolata tra
i sentieri e gli alberi che li popolano, per effetto delle ramificazioni impregnate dagli spiriti del passato; e tale saggezza pian piano si rilascia e contamina i visitatori “convinti”.
Dieci i brani che compongono il disco, dieci le differenti atmosfere che presentano un coinvolgimento immediato.
Una sorta di folk che attinge alla tradizione acustica e utilizza gli strumenti tipici del genere, come flauto, mandolino e dulcimer che si alternano a quelli più tipici del rock.
Ma è un rock che si potrebbe
definire sinfonico, con musiche di forte impatto che alimentano la formazione di immagini personali e rafforzano le idee base che si è soliti abbinare a quelle terre un po’ oscure.
Anche la sofferenza timbrica e vocale di Daniel “Solur” Solheim, molto “hammilliana”, contribuisce nel creare quadri musicali inquietanti, ma di indubbio gusto ed impatto, con momenti di estrema solennità che sconfinano nell’angoscia o nella tristezza.
Non mi è dato di sapere se ciò che per me è novità musicale e curiosità verso un’altra cultura specifica, sia in realtà qualcosa di consolidato nel paese di origine, e comunque, in linea di massima,  si è sempre portati a considerare una band e il suo prodotto, di serie A solo se la carta di identità evidenzia una certificazione DOC relativa alla zona di nascita(Inghilterra o America).
In realtà gruppi come i Nordagust e terre come la Norvegia, andrebbero esplorate maggiormente, alla ricerca de “l’anima della terra”, come  evidenziato nella home page della band.
L’anima della terra, il nostro passato, lo spirito di chi ci ha preceduto, la necessità di condurre una vita nell’amore e nel rispetto di ciò che ti circonda, traendo spunti per una sorta di serenità quotidiana… questo è ciò che i Nordagust, attraverso le loro atmosfere ariose, mi hanno trasmesso.

Da ascoltare.



In The Mist Of Morning

Tracklist

1) In the
mist of morning 5:58

2) Expectations 5:29

3) Mysterious ways 7:05

4) In the woods 3:52

5) Elegy 8:59

6) Forcing 5:00

7) Frozen 6:20

8) The tide 4:45

9) Make me believe 8:31

10)Elegy epilogue 2:51


Line up

Daniel “Solur”Solheim: Vocal, Guitar, Keyboard, Samples, Kantele, Dulcimer, Mandolin, Sallowflute, Mouthharp, Conch, Axe and Hammer.
Ketil Armand “Bergur” Berg: Drums,
Percussion, Kantele, Saw, Accordion, Hammer, Bells, Voices, Grindstone, Kettles and Barrels
Knud Jarle “Strandur” Strand: Bass and business
Jostein Aksel Skjønberg: Keyboard, Voice, Flute
Guro Elvik Strand: guitar, keyboards
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Wegg Andersen ci ha lasciato…

Aprile 2nd, 2012 in Reports by Athos Enrile



Il post di oggi, rivolto al ricordo di Wegg Andersen, appena scomparso, è in realtà la somma di due post differenti, non miscelati appositamente. Perché?
Stavo preparando qualche riga di commento, dopo che ieri avevo assemblato ricordi “vivi” in mio possesso, quando sulla pagina aperta di facebook è comparso Joe Vescovi che ha usato le seguenti testuali parole: “Ciao Athos, hai saputo della scomparsa di Wegg?”.  Ho interpretato la voglia di Joe di lasciare un suo ricordo, e… chi più di lui è autorizzato a farlo?!
Dopo un  paio di ore ecco che  il suo pensiero si è materializzato…

Joe Vescovi  mi scrive e parla di Wegg…

Caro Athos, la notizia della scomparsa di Wegg è stata certamente una mazzata per tutti coloro che l’hanno conosciuto e quelli che avrebbero voluto conoscerlo, però per me e’ qualcosa che va oltre. Ti dico solo che ho vissuto più con lui che con mio fratello, e infatti l’ho sempre considerato e lo considero tuttora ( anche se non c’e’ più), come un fratello maggiore. Quando lo conobbi ero un ragazzino di nemmeno 18 anni e lui, proveniente da una grande capitale mondiale come Londra, fu per me un vero maestro di vita; da lui ho imparato tante cose, non ha livello musicale, ma da come dovevo vestirmi, sino a come dovevo comportarmi, sia sul palco che con la gente, una fonte di consigli… era già saggio a soli 22 anni. Quando nel novembre ’74, tra Cisano sul Neva ed Albenga, fu vittima di quel tragico incidente dove un suo amico D.J. irlandese perse la vita a soli 28 anni, Wegg fu ricoverato all’ospedale di Albenga. La notizia nonostante Internet non esistesse ancora, si diffuse a macchia d’olio… allora i Trip erano i Trip, e fui tempestato di telefonate da tutt’Italia da parte di bassisti che si proponevano come sostituti. Io non ne volli provare nemmeno uno, i Trip erano quelli con Wegg e basta, e volevo aspettare la sua uscita dall’ospedale.
Purtroppo quella degenza si prolungò ( vi rimase circa 3 mesi e mezzo) e fu Wegg a dirmi di proseguire per  la mia strada, in quanto una volta uscito, comunque non avrebbe più potuto suonare il basso avendo i tendini della mano sinistra lesionati.
Fu cosi ‘ che tra le varie proposte che ebbi, scelsi quella degli Acqua Fragile. Oggi però la situazione era diversa, Wegg era entusiasta della reunion ed anche se aveva dei grossi problemi di salute, voleva che il progetto andasse avanti. L’ultima volta lo sentii circa dieci giorni fa mi disse :”Joe io da qui in Svizzera posso far poco, I Trip sono nelle tue mani,mi raccomando non mollare !” Queste sono le ultime parole che ho sentito da lui e quindi devo e voglio rispettarle. Ieri ero sotto adrenalina: sono rimasto al computer con il telefono in mano dalle tre del pomeriggio alle due di notte, e oggi mi sto rendendo conto del vuoto incolmabile che sta lasciando in me, soltanto il pensiero di non poter telefonargli perché non c’e’ più mi riempie d’angoscia. L’unica cosa che mi consola e’ che almeno prima di morire abbia avuto la possibilità di partecipare a due importanti eventi: Prog Exhibition di Roma e Club  Città a Tokyo, che passeranno alla storia.  Ciao Fratello Wegg, spero che avrai già incontrato tutti i vecchi amici: Billy Gray, Roger Peacock, Jay Roberts, Eddie Ponti e tutti gli altri( sono davvero tanti) che hai conosciuto!
Joe
Il mio pensiero…
E così se n’è andato anche Wegg Andersen.
Wegg significa soprattutto “Trip”, ovverola band importante  della mia città, Savona. Sto parlando di un passato lontano, ma non solo, essendo il gruppo ufficialmente in attività.
Nell’entroterra savonese, per
l’esattezza a Cisano sul Neva, Albenga, i Trip ci vivevano e provavano, ed è proprio in quel luogo che partecipai ad un loro concerto. Era un festival, come
era di moda in quei giorni; fu quella la prima volta che vidi Wegg, ovviamente
da lontano, molto più lontano dei pochi metri che mi dividevano  dal palco. Mi disse Joe Vescovi a tal proposito:
… era il 24 luglio 1974, e parteciparono, oltre ai Trip, Edoardo Bennato, i Dedalus, il Biglietto per L’inferno e La Corte dei Miracoli; alla batteria, con i Trip, c’era Cucciolo. Fu un evento particolare, e ricordo che siamo stati la un anno a provare…”
Joe evidenziava così l’importanza di Wegg: “ Quando Bill Grey decise di abbandonare il gruppo per suonare blues, fu Wegg a dire:” perché non proviamo il trio?”, come lui aveva già fatto con Blackmore e Page, anche se non c’era il trio con tastiere, ma con chitarra. Io ero un po’ titubante, perché avevo sempre suonato in un gruppo con la presenza della chitarra, ma i Nice e ELP sembravano aver aperto la via e ci convincemmo. E quindi rimanemmo io, Wegg e Pino (Sinnone). Quando Pino decise di andarsene il posto venne preso da Furio (Chirico)”.
E ancora:” Dico sempre che i Trip non si sono sciolti ma si sono solo interrotti. Quando Wegg Andersen ebbe il primo grave incidente, nel 1974, molta gente si propose per una sostituzione, ma i Trip sono fondamentalmente due persone, Wegg Andersen, il fondatore, e Joe Vescovi, il coordinatore. Il fatto che formalmente il nome “Trip” sia attribuito a me è solo perché avendo la cittadinanza italiana ero l’unico in grado di registrarlo alla Camera del Commercio (di Savona). Proprio per un fatto morale, considerando che per me Wegg era come un fratello, non accettai mai proposte alternative e preferii
buttarmi su altri progetti, lontani dal nome Trip”.

A distanza di trentasei anni ho conosciuto da vicino Wegg Andersen. Era il 2010, 5 novembre per l’esattezza, e l’occasione fu la Prog Exhibition di Roma. Erano all’incirca le 18, e dopo poche ore i Trip sarebbero saliti sul palco, primo gruppo tra i big. Ci fu comunque l’occasione per passare del tempo assie me-cosa che accadde anche dopo il concerto- essendo nello stesso hotel, e fu una sorta di reunion di savonesi, in qualche modo preparata e concordata con Joe.
La mia mania di videoregistrare le occasioni significative, mi ha permesso di fissare per sempre frammenti di serata, e alcune delle immagini che presento a seguire, sono inedite, e propongono un Wegg lontano dal palco, assieme ad alcuni degli amici di sempre.
Qualche mese fa ho chiesto a Joe se, con il mio aiuto, gli sarebbe piaciuto scrivere un’autobiografia, una storia sulla sua vita o su quella dei Trip, perché la sua memoria è un archivio ricco di materiale, ben ordinato e catalogato, direi
quasi sorprendente.
Lui ha declinato l’invito, forse poco interessato, o magari troppo impegnato.
E chissà che la dipartita di un suo “fratello” non gli possa far cambiare idea!
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Qualche nota su Wegg tratta dal sito ufficiale dei Trip
Arvid “Wegg” Andersen, un personaggio straordinario e assolutamente unico, londinese di origini danesi (ma niente a che fare col celebre Andersen delle fiabe, come invece molti hanno scritto…) è un musicista che ha vissuto l’intensità di un Inghilterra in movimento, suonando a fianco di mostri sacri come Jeff Beck, Jimmy Page, era nel primo gruppo di Eric Clapton, amico eterno di Ritchie Blackmore, col quale ha collaborato fin dalla prima metà dei ’60, nei celebri Crusaders di Neil Christian, e poi anche nei mitici Screaming Lord Sutch, e nei
Three Musketeers, fino ad incrociare la loro strada con The Trip, che in realtà è un monicker inventato dallo stesso Wegg durante il “viaggio” verso l’Italia… dove sarebbe rimasto col gruppo per tutto il periodo di attività della band, mentre l’amico Blackmore sarebbe quasi subito ripartito per andare a formare un gruppo che non ha bisogno di presentazioni, i Deep Purple. Lo stile vocale e bassistico di Wegg sono uno dei tratti distintivi del marchio Trip, e cardine attorno al quale, negli anni, la formazione si è consolidata. Nel film “Terzo Canale” lo vediamo suonare con un basso elettrico a forma di violino, sullo stile di quello di Paul McCartney… ma non è in realtà il suo vero basso, poiché difficilmente è riuscito a separarsi dal suo amato Fender…

La mia musica, tra delusione e speranza…

Marzo 8th, 2012 in Reports by Athos Enrile


Utilizzo la fine della rassegna “Oltre la Musica” per esprimere
le mie opinioni sullo stato generale della musica di qualità e … qualcos’altro.
Era forse il mese di ottobre quando mi veniva chiesto, con un
certo entusiasmo, di collaborare alla creazione di qualche evento musicale.
L’opportunità derivava dal fatto di avere disponibile una location prestigiosa, il Teatro di Città di Cairo Montenotte,
che può contare su un’ottima disposizione, una buona acustica e una discreta strumentazione/tecnologia applicata. La proposta mi arrivava da alcuni amici a cui era stato “affidato “ il teatro, in virtù del fatto che erano il service di base, tecnici con cui avevo “lavorato” nel corso dell’estate nel paese in cui vado in montagna. Evidentemente avevo lasciato loro una buona impressione, la stessa che loro avevano lasciato a me. E cosa c’è di meglio della fiducia reciproca?
Enrico mi ha più volte detto: “ … il tuo entusiasmo è contagioso!”.
Col passare del tempo tutto questo è andato un po’ scemando, ma andiamo con ordine.
Quale era lo scopo? Fare musica rock? Jazz? Country? Blues? Prog? Leggera? Pesante? Con ghiaccio? Liscia?
L’obiettivo era disegnare qualcosa che potesse andare bene per una comunità e quindi nel paniere doveva entrare ogni tipo di articolo, con uno solo, inamovibile principio, quello della proposta di qualità, secondo il mio criterio di valutazione. Almeno gli intenti sono da promuovere.
Posso invece  solo immaginare le motivazione che hanno spinto le istituzioni locali a concedere il Teatro, che sarebbe rimasto forse inattivo in alcune date rimaste fuori dalla programmazione teatrale. Sottolineo “ immaginare” perché, a parte una fugace presenza iniziale del grande chitarrista Fierens, nell’occasione con funzione ufficiale, non ho avuto l’opportunità di conoscere altre autorità del posto.
Un bella occasione creativa quindi, con una suddivisione dei compiti che prevedeva da parte mia la ricerca dei musicisti adatti alle differenti serate, il tutto racchiuso in un unico grande evento denominato rassegna “Oltre la Musica”.
Nessuna frase retorica, ma uno slogan che racchiudeva il mio convincimento che era doveroso informare  il pubblico che il tentativo era quello  di creare la vera atmosfera da concerto, quella in cui l’elemento tecnico viene superato dall’alchimia che
musicisti e pubblico, assieme, possono creare, superando il concetto di musica.
Questa grossa motivazione ci ha portato sulla via dell’organizzazione “seria”, con comunicati stampa, annunci e interviste radio, ampie diffusioni ovunque, manifesti, locandine, servizi online, t-shirt dedicate… servizi video e fotografici e persino una diretta radio(web), insomma, una cosa seria.
Cinque serate, nove entità musicali, iniziando con lo swing della big Band dei Max Gallo e i Dinamici, in dicembre, per poi proseguire in gennaio con   il jazz del The Evenig Song, il cantautorato di Aldo Ascolese e Gianluca Origone, “gli anni 30-40” dell’acustico Tin Pan Alley e il prog-pop dei Delirium.
Incidente di percorso a febbraio, quando era previsto il clou, il rock sinfonico dei CCLR, ovvero l’arte di Bernardo Lanzetti e dei suoi illustri compagni di viaggio, ma le condizioni meteorologiche che hanno martoriato l’Italia non hanno risparmiato la Val Bormida, e la data è stata annullata. Nell’occasione era prevista la presentazione di un nuovo progetto folk acustico da parte del chitarrista/cantante Andrea Vercesi e del flautista Giacomo Lelli, The Poet & The Painter.
E arriviamo a quello che è stato l’ultimo atto, il 3 marzo, quando i Nathan sono saliti sul palco per regalare il loro tributo ai Pink Floyd, seguiti dal new progressive dei The Former Life di Venezia. Una serata all’insegna della musica progressiva.
Nel bilancio finale ci sono naturalmente molti motivi di soddisfazione… come l’aver portato il nome di Cairo-abbinato alla musica- al di fuori della Val Bormida, l’aver fatto visitare un fantastico teatro a molta gente che non ne conosceva l’esistenza, l’aver dimostrato agli altri – e a se stessi- che, seppure con estrema fatica, gli eventi si possono creare, l’aver toccato con mano con quale armonia si può lavorare assieme (tecnici, musicisti e collaboratori), e poi, la certezza di aver proposto cose nuove, forse non apprezzate da tutti, ma ricevere consenso unanime è fatto quasi impossibile.
Ma non sono state solo rose e fiori, e come accennavo all’inizio l’entusiasmo è un po’ scemato col passare del tempo.
Se si esclude una serata, le altre hanno avuto un buon riscontro di pubblico, anche se inadeguato al valore degli artisti e soprattutto non proporzionale alla pubblicità realizzata attraverso tutti i mezzi disponibili, in alcuni casi quasi un porta a porta.
Vedo concerti e situazioni di ogni tipo e riempire un luogo deputato alla performance è sempre cosa ardua, nonostante a volte  il nome sia di assoluto prestigio. Mi viene spontaneo chiedere perché… perché abbiamo dovuto sudare per portare pubblico a teatro… perché abbiamo dovuto convincere alcuni che tutto sommato tre ore di musica, di buona musica, fatta da gente che si impegna quotidianamente in questo esercizio, dovevano pur valere 10 €!
Un amico che mi ha aiutato nel cercare adepti, un paio di ore prima del concerto di sabato scorso, ha trovato dei giovani, forse in un bar, e a loro ha proposto la serata. Dopo un iniziale interessamento, una volta saputo che occorreva stare seduti, che non si poteva bere o cazzeggiare, l’invito è stato rifiutato.
Ma come! Che proposta ha fatto il mio amico REVO? Vedere un concerto da seduti? Concentrati? Felici? Insoddisfatti? Delusi? Sprofondati su comode e meravigliose poltrone rosse?
Non è colpa loro, anche se seguendo il mio istinto mi verrebbe da insultarli pesantemente. E poi non sono tutti uguali e ho trovato alcuni adolescenti che  hanno seguito in religioso silenzio ogni passaggio del soundcheck pomeridiano.
Se da un lato ci sono tanti “ineducati al concerto” inteso secondo i sacri crismi (il cazzeggio piace a tutti, ma esiste anche altro), dall’altro potrei raccontare di schiere di artisti giovani che hanno capito tutto, anche se trovano vincoli in ogni dettaglio del quotidiano.
Che cosa si può fare per cambiare la situazione? Se l’obiettivo temporale è domani o dopodomani, beh… non si può fare proprio nulla.
Se invece ci si vuole impegnare in qualcosa di più difficile, ma con un orizzonte visibile, potrei dire che le idee sono moltissime, e la gente, analogamente a quanto accade quando parla della politica entro i nostri confini, avrebbe voglia di vedere qualcosa di diverso, che fosse  magari anche profittevole da molti punti di
vista, ma che avesse realmente cura del bene dei nostri ragazzi.
Restando nel campo della musica, fatto culturale e formativo importantissimo, non ricordo di aver mai sentito dire dai miei figli liceali che sono state spesi degli euro (e sarebbero davvero poca cosa in queste occasioni) per realizzare un evento entro le mura della scuola. Ha meno dignità un concerto di un torneo di bowling o di una gita all’Acquario di Genova?
Cosa costerebbe portare una volta all’anno, in tutte le scuole superiori, uno spettacolo dal vivo che presentasse delle situazioni differenti da quelle di cui i nostri figli fruiscono normalmente?
Pochi giorni fa-era un sabato pomeriggio- ho “costretto” i miei figli a sedersi sul divano per tutta la durata di “The Dark Side of the Moon”. Mi sarebbe andato bene anche un “che schifoooooo!!!”, sarebbe stata una reazione a qualcosa che non si era mai sentito prima e il non gradimento è ovviamente accettabile. Inutile dire che sono rimasti colpiti positivamente, perché solo persone insensibili non apprezzano la bella musica, al di là del genere.
Ce la possiamo fare a cambiare qualcosa? Non lo so. Mi è
stato di molto conforto il mio amico Angelo, che assieme a me, Revo, Marta e Max ha dato vita alla neonata MusicArTeam.
Le sue illuminate parole sono state:” siamo in tanti…. siamo solo sparpagliati!”.
Non vorrei fare il Celentano della situazione, ma per chi la
pensa un po’ come noi, la porta è aperta, e se ogni tanto un colpo di vento la farà sbattere, esisterà sempre una chiave di accesso che regaleremo a tutti i nostri amici.
Un ultima nota, ho utilizzato il colore verde per evidenziare
il titolo “Oltre
la Musica
”. La politica non c’entra, ma la speranza sì!

Nora Dei-”One I Love”

Ffebbraio 26th, 2012 in Reports by Athos Enrile


Esce per l’etichetta alternativa Musik Research il singolo “One I Love della cantante-pianista Nora Dei. Il brano è un rifacimento della mitica “Blacklady Kiss” presente nell’album ”Pre Viam” prodotto dal chitarrista Antonio Bartoccetti che per l’occasione, oltre la sua inseparabile Gibson, ha inserito nella nuova versione anche un’ulteriore parte melodica costruita appositamente per la giovane vocalist. Particolarissimo, devastante ma sognante e deliziosamente dark, il suono di Nora Dei si segnala come una mistura gotico-magica, unica fra background classicistico messo a bollire in una vecchia pentola stracolma di emozioni celtiche e sensazioni tipicamente gotiche e malinconiche, piene di lacrime e pioggia. Il brano (come tutti gli ultimi brani di Bartoccetti), prima di essere stato inciso, ha goduto di una sua propria sceneggiatura flmografica e di una ben definita fonte di ispirazione…. per questo è stato realizzato il video omonimo. Il segreto dell’artista è il senso di mistero che riesce a trasmettere con la sua particolarissima voce, è l’alone di tristezza-amore che avvolge la sua musica, per indurre nell’ascoltatore un irrazionale stato di trance… l’album si chiamerà “Gothic Trance”.
E’ un lavoro anche “visivo” che, grazie al pianoforte con “fermo immagine”, entra nella mente e basta un ascolto “coinvolto” per calarsi in un doom frammentato, visionario, esoterico, oscuro, della giovanissima artista. “
One I Love“, grazie alle joint venture in area digitale della Musik Research, è presente naturalmente su iTunes e nella maggior parte dei portali musicali internazionali. Annunciamo che il prossimo singolo di Nora Dei è una scelta più che coraggiosa che emozionerà tutti i sostenitori sine die del “progressive” più puro.
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Male di Grace-”tutto è come sembra”

Ffebbraio 14th, 2012 in Reports by Athos Enrile


Ascolto sempre con  grande interesse “lavori “ di musicisti che non conosco, meglio ancora se rappresentano novità-anche anagrafiche- della scena musicale. Tra le ovvie pieghe dell’inesperienza e dell’immaturità, è bello ricercare le potenzialità, le idee nuove, l’impegno ed il talento. Il mondo della musica è cambiato ed emergere risulta ormai  impresa titanica, ma spesso gli sforzi prolungati, accompagnati da corrette skills, portano a toccare l’obiettivo.
Undici sono i brani che compongono “tutto è come sembra”, primo album del “Male di Grace”.
Titolo amaro, realista, “deluso”, che si riversa sulle liriche, rigorosamente in lingua italiana.
Dovendo obbligatoriamente dare una collocazione stilistica direi che “l’aera di competenza” è il rock, un rock d’autore che spazia da una certa durezza zeppeliniana ad una psichedelica che appartiene a situazioni più remote.
L’elemento che caratterizza  “Male di Grace” è la ricercatezza dei testi, la necessità e preoccupazione che siano ben compresi, il tutto condito con ritmi e riff oscillanti tra l’hard e il soft, ma con un buon denominatore comune che è l’energia.
Le ospitate d’autore -vedere intervista a seguire- hanno giovato a questi ragazzi, sia dal punto di vista della motivazione che da quello del apprendimento tecnico.
Non resta che vederli da vivo per completare un quadro che, già da ora, appare degno di nota.



L’INTERVISTA

Domanda apparentemente banale, ma esiste quasi sempre un motivo serio che lega il nome della band alla musica che si decide di proporre. Perché “Il Male di Grace?”.
In realtà non c’è stato un motivo particolare. Stavamo lavorando sulle primissime idee, e tra queste c’era un pezzo con un riff che ci ricordava “Precious and Grace” degli ZZTop, mentre la linea vocale riportava a “Male di miele” degli Afterhours. Scherzando, intitolammo il brano “Male di Grace”.  In seguito abbiamo abbandonato il pezzo, ma il titolo è diventato il nome del gruppo. “Male di Grace” suonava bene alle nostre orecchie, e ci sembrava potesse racchiudere in sé la rabbia e il malessere che traspare nella maggior parte delle nostre canzoni.
Detto questo però, ci teniamo a dire che non vogliamo risultare necessariamente un gruppo triste o serioso, semplicemente esterniamo le nostre emozioni in base alle esperienze che la vita ci ha dato fino ad oggi.

Come e quando avete incontrato la musica? Che tipo di cultura musicale avete alle spalle?
Bene o male da ragazzini, a parte Henrico che ha iniziato a suonare già da piccolo. Come tanti altri nostri coetanei, abbiamo cominciato a rapportarci con la musica ascoltando un sacco di gruppi rock degli anni 90’. Comunque amiamo la musica in tutte le sue forme, dal rock alla psichedelica, dal folk all’elettronica, basta che ci emozioni. Se ci mettessimo a fare nomi non finiremmo più. Possiamo dirti che un gruppo che tutti e quattro stimiamo molto, sono i Jesus Lizard. Abbiamo avuto anche la fortuna di vederli a Torino due anni fa, ed è stato davvero un concerto pazzesco.

Ogni nuovo gruppo che decide di intraprendere un progetto legato alla musica rock si trova di fronte al dilemma della lingua da utilizzare. La vostra scelta di cantare in italiano è legata all’esigenza di far capire perfettamente i testi? Quanto sono importanti per voi le liriche?
L’italiano è stato scelto per arrivare diretti alle orecchie dell’ascoltatore; non si può nascondere che sia più dura far entrare nella metrica rock la nostra lingua rispetto all’inglese, ma dopotutto siamo in Italia, e visto che si suona in Italia davanti a ragazzi italiani mi sembra giusto che la gente capisca al volo quello che si vuole esprimere. I testi sono importanti, ma devono comunque essere visti all’interno del pezzo, non abbiamo velleità poetiche per cui uno scritto estrapolato dal brano può perdere quell’ impatto che gli dona la parte sonora, spesso i nostri testi nascono insieme alla musica, quindi è insieme che si reggono l’un l’altro.

Autoprodursi, nel vostro caso, è una scelta o una necessità?
Una via di mezzo. Se avessimo trovato qualcuno che ci avesse dato seriamente una mano, l’avremmo accettata volentieri. Purtroppo le poche proposte ricevute non ci hanno convinto e alla fine abbiamo preferito autoprodurci in tutto e per tutto. La cosa che ci ha veramente amareggiato è che solo poche etichette si sono dimostrate veramente interessate alla musica e all’ascolto. Comunque sia, siamo contenti di essercela cavata da soli.
Come è avvenuto l’incontro con Mario Lalli?
Qualche mese dopo aver registrato la prima demo, abbiamo ricevuto un messaggio su myspace dai Fatso Jetson. Era Mario Lalli che si complimentava con noi per i pezzi. Siamo rimasti a dir poco increduli! Dopo aver seguito e ascoltato tutti e quattro un sacco di gruppi di quella scena musicale, come Kyuss, Yawning Man, Fatso Jetson, QOTSA, Brant Bjork e molti altri ancora, ricevere un complimento da una persona che è uno dei tuoi riferimenti musicali è stata davvero una bellissima sorpresa. Probabilmente la più bella da quando suoniamo.  Quando poi è giunto il momento di registrare il disco, abbiamo provato a contattarlo chiedendogli se era disposto a collaborare su un paio di brani strumentali. Sinceramente non avevamo alcuna aspettativa, anzi. Invece dopo poco tempo ci ha risposto entusiasta. Non ci credevamo, siamo stati felicissimi di averlo avuto come ospite nel nostro primo disco. Ci ha anche scritto che in futuro vorrebbe fare qualche data insieme, non crediamo accadrà, ma a questo punto, mai dire mai!

Cosa amate delle performance live e quanto della situazione”studio”?
Registrare in studio è sicuramente una gran bella esperienza, dopo tanto tempo ed energie dedicate a produrre musica, finalmente si possono sentire le proprie idee concretizzate su nastro. Questo però per quanto ci riguarda non può competere con l’adrenalina e l’impatto che si incontrano presentando il tuo lavoro davanti ad un pubblico, una performance live è uno scambio di energia tra chi è sopra e sotto il palco, e non c’è soddisfazione più grande per un musicista che vedere i ragazzi sotto il palco divertirsi grazie a qualcosa che hai creato tu.

Vivere di sola musica è per voi un obiettivo, un’utopia, un sogno o cos’altro?
Quando abbiamo iniziato a suonare assieme nei Male di Grace, per un breve periodo dopo la prima demo (accolta da buone recensioni), il sogno di riuscire ad ottenere qualcosa di concreto a livello monetario non ti nascondo che ce l’abbiamo avuto. Purtroppo in poco tempo il sogno si è trasformato in utopia, perché ci siamo scontrati subito con il sistema in uso qui in Italia per quanto riguarda la musica rock; anche nel circuito “indipendente” e nei locali cosiddetti “indipendenti” regna una lobby ristretta di amici che si sostengono a vicenda, se sei fuori, sei fuori. Questo, sommato al fatto che qui gli spazi per concerti rock sono sempre meno e non ci sono soldi per sponsorizzare e pubblicizzare le band, ci ha fatto prendere la decisione di usare la vecchia filosofia punk, D.I.Y.

Che idea avete del mondo dei Talent show  e dei protagonisti- da entrambi i lati della barricata- che lo popolano?
No comment.

Non vi spaventa avere scoperto che “Tutto è come sembra”?
Hai colto nel segno, perché “Tutto è come sembra” lo si può interpretare come una disillusione, il passaggio obbligato che a un certo punto ti porta nel mondo reale, mondo che oggi, senza retorica, non ti da più nulla per cui sperare. Non è comunque da ritenersi una sconfitta, anzi deve essere la spinta per darsi da fare e migliorare quello che ancora per fortuna di buono c’è.

Ed ora un sogno musicale… cosa vorreste realizzare nell’arco dei prossimi tre anni?
Principalmente due cose. Cercare di suonare in giro il più possibile, e riuscire a fare un secondo disco che ci convinca. Non è facile visto che tutti e quattro lavoriamo, e il tempo da dedicare alla musica purtroppo non è quello che servirebbe per comporre nel migliore dei modi. Però se siamo ancora insieme dopo quattro anni un motivo c’è. Amiamo la musica, e suonare ci diverte e ci fa stare bene. Come vedi non abbiamo chissà quali aspettative. Invece, parlando di un vero e proprio sogno musicale, diciamo che se un giorno dovessimo suonare insieme ai  Fatso Jetson, magari nel deserto californiano, non sarebbe affatto male!

Biografia

“Male di Grace” è un progetto nato nel 2007 dalla volontà di quattro persone che si sono unite spinte da un’esigenza comune, fare musica. Il gruppo in breve tempo ha iniziato a lavorare ad un proprio repertorio di inediti che poi si è trasformato nella prima demo, bene accolta dagli addetti ai lavori. Questo ha dato la spinta e l’entusiasmo per proseguire negli intenti, dopo un bel po’ di tempo dedicato alla composizione nel gennaio 2012 è uscito il primo lavoro sulla lunga distanza.
L’album si intitola “tutto è come sembra”, è totalmente autoprodotto e composto da undici tracce che proseguono la strada aperta dalla demo, un rock alternativo che spazia da pezzi tirati a dilatate escursioni psichedeliche. Il tutto è cantato in italiano per arrivare diretti all’ascoltatore e condito dalla particolare alternanza dei componenti al basso e alle voci. “Male di Grace” inoltre ha avuto l’onore di avere come ospite in una traccia l’artista americano Mario Lalli, musicista che milita e ha collaborato con band della scena desert californiana che il gruppo ama e stima da tempo.”


Line up

Henry (Batteria, Voce)
Dave (Chitarra,Voce,Basso)
Vale “The Badass” (Chitarra,Basso)
Dott. Dado (Chitarra,Basso).
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Caravan Spleen-Fucking Journey

Ggennaio 30th, 2012 in Reports by Athos Enrile



“Fucking Journey” è l’EP dei Caravan Spleen.

Un contatto fugace via mail può favorire scoperte interessanti, e anche pochi minuti di musica possono raccontare storie e intenti.
Non ho molti elementi, oltre a pochi brani e allo scambio di parole che segue, ma mi è sufficiente per pensare di avere davanti talento, coraggio e idee chiare, con qualche influenza naturale, come capita a tutti.
E i “condizionamenti” sono dichiarati nelle note biografiche, ma mi pare grande lo sforzo di produrre originalità, che non deve essere fatto imperativo, ma è solitamente il segno di chi vuole affermare le proprie idee oltre le “meraviglie” che già esistono.
Elettronica e ritmo ottantiano, accostato ad elementi psichedelici che in questo stato di fusione rappresentano la sperimentazione e la ricerca del nuovo.
Susseguirsi di immagini musicali che portano indietro nel tempo, con spruzzate di nuova tecnologia che non può lasciare indifferenti.
Arrivati alla fine dei brani-fatto importante-si vorrebbe avere un atto a seguire, e sembra che qualcosa manchi… forse un EP, a questo punto, non basta più!

Scambio di battute…

Domanda apparentemente banale, ma esiste spesso un nesso-magari inconscio-tra il nome scelto e la filosofia musicale del gruppo. Perché Caravan Spleen?
Lo spleen per tirarsela, negli anni 90 essere depressi era cool… “Caravan” per i Caravan.

Che tipo di cultura musicale avete alle spalle? Che cosa vi ha “fulminato” indirizzandovi sulla via della musica?
In prima battuta il grunge americano dei ’90, poi un po’ di tutto dal blues all’ industrial.

Vi esibite regolarmente dal vivo? Se sì, che tipo di interazione riuscite a realizzare con il pubblico?
Ci stiamo riorganizzando. Stiamo preparando uno spettacolo un pò diverso, tra Dj set ed uno “spettacolo di fumi e raggi laser”.

Nella vostra presentazione è indicata una frase significativa che semplifico… “… sembrano i Joy Division ad una festa… “. Vi ritrovate in questa definizione?
Diciamo che è una definizione di qualche tempo fa, che ha dato qualcuno che non ricordo; sicuramente aveva a che fare con l’ approccio “semplice” ed intuitivo e a qualche suono punk-elettro che poteva ricordare i JD. Per la “festa” credo fosse perché bevevamo sempre molto.

I brani che proponete sono di vostra composizione. Come vi ponete di fronte alla sperimentazione di nuove strade e all’utilizzo di differenti tecnologie?
Sicuramente favorevoli; in generale è importante cercare il cambiamento continuo.

Che idea vi siete fatti del businnes che gira attualmente attorno alla musica?
No comment, un trionfo di zozze, weirdo e poco gusto, vedi il ritorno dei Litfiba in vetta alle classifiche (ma chi ci crede!).

Mi dite un nome di un gruppo guida che vi mette tutti d’accordo?
Pere Ubu.

Cosa fate nella vita, oltre che suonare?
Un po’ di tutto… quello che possiamo.

Siete stati incoraggiati nel perseguire il vostro sogno o qualcuno vi ha messo di fronte alle ovvie difficoltà e possibili frustrazioni?
Assolutamente scoraggiati da bollette, tasse etc etc etc…

Provate a sognare… cosa vorreste realizzare, musicalmente parlando, nei prossimi cinque anni?
Uccidere Madonna.

BIOGRAFIA
Il gruppo nasce qualche anno fa con una formazione un po’ particolare, un suono molto dissonante e tendente alla psichedelia. Dopo varie vicissitudini, nuovi elementi e rimpiazzi di lusso la band giunge all’attuale quartetto.
I quattro, pur mantenendo un sottile filo conduttore con il vecchio gruppo, si sono evoluti e il sound proposto si discosta completamente da quello precedente. Questo è stato per i CS un vero e proprio New order, accolto in maniera molto positiva dal pubblico. Le influenze sono innumerevoli dai Pere Ubu ai Cure dai Devo ai Franz Ferdinand dai Daft Punk agli Smiths.
Nonostante ciò, i Caravan Spleen propongono uno stile completamente originale, fatto di pezzi propri provati e riprovati. Il genere proposto risulta quindi difficilmente catalogabile.
I Caravan Spleen sono come qualcuno li ha definiti…i “Joy Division ad una festa…”.
http://www.myspace.com/caravanspleen
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Gioaccardo-”Charles”

Ggennaio 19th, 2012 in Reports by Athos Enrile

“Charles” è un album dei Gioaccardo, giovane band che presenta un rock fresco e accattivante. Anche lo scambio di battute a seguire, seppur stringato- e concreto- lascia trasparire l’energia di chi  può e deve avere obiettivi di vita importanti, nonostante lo scenario non sia dei più tranquillizzanti. E attraverso gli occhi di questo quintetto riviviamo la quotidianità, le illusioni e delusioni condite da attimi di serenità che sembrano trovare quiete nella musica, in quel ritmo tra il punk e il rock che-paradosso- sembra calmare il disagio di “Charles”, simbolo di una gioventù che vive tra difficoltà e speranza.
Non c’è soluzione certa, ma come sempre accade la musica indica alcune strade, magari non risolutive, ma sicuramente piene di luce che facilita il percorso.
I Gioaccardo sembra abbiano le idee chiare, e mi pare lontano il pericolo che si possano “perdere” nel sentiero del “facile”, o presunto tale.
Un bel gruppo da seguire e verificare in fase live.

Rapido scambio di battute….

Come arrivate alla musica? Chi o che cosa ha scatenato la vostra passione musicale?
Personalmente mi sono avvicinato alla musica quando ho visto dei miei amici farlo, e mi sono chiesto se ci fosse qualcosa di male nel provarci. Ggli altri non so (o forse non ho capito bene la domanda, in questo caso mi scuso).

“Charles” è una sorta di concept album… è fatto casuale o fortemente cercato?
Secondo me non è una sorta di concept album e devo ammettere che è nato un pò casualmente.. .o sicuramente non è fortemente cercato.
Intendo dire che i pezzi sono venuti fuori abbastanza naturalmente e per quanto mi riguarda, una volta individuata la direzione della band ho mutato il mio approccio alla musica, soprattutto negli arrangiamenti.
I pezzi mi sembrano bene o male coesi e legati  l’un l’altro ma non è voluto, secondo me.
Se non fosse stata una intervista di questo tipo mi sarebbe piaciuto chiederti perché hai ritenuto che fosse una sorta di concept album…

Che cosa è per voi la fase live? Quanto amate trovarvi di fronte ad un pubblico di varia natura?
La fase live è fondamentale è necessaria per molti aspetti (come migliorare il feeling, andare in giro a suonare e tutte queste cose) per quanto mi riguarda mi piace suonare molto di fronte ad un pubblico… che sia di varia natura o tutti della stessa estrazione.
Mi piace fino ad un certo punto.. .molti pensano alla fase live come ad un momento dove i sensi si liberano e le emozioni prendono il sopravvento sul corpo
ecc ecc… beh quando suono dal vivo io invece sono molto teso, sto attento a tutto quello a cui posso essere attento per non sbagliare e per dare la giusta attenzione… cerco di non lasciarmi andare e di tenere conto di tutti gli errori che faccio e che vengono fatti.

Come nasce la collaborazione con Paola Fraschini?
il contatto ci è arrivato da Sara Ferraris, cioè la regista del nostro videoclip.

”Farfalla” è la canzone dell’album fruibile sotto forma video. Che cosa pensate della visibilità che può derivare da internet? Quali gli aspetti negativi?
internet è una figata.

Come giudicate il businnes legato alla musica?
Imprescindibile.

Esiste una band che potete considerare fonte principale di ispirazione e che stimate particolarmente?
Probabilmente no. Ammetto che può sembrare buffo se si ritorna alla seconda domanda; comunque sia non abbiamo molti punti in comune e non saprei dirti qualè la principale fonte di ispirazione.
I pezzi partono per la maggior parte da Ale…beh…posso risponderti che la principale fonte di ispirazione è proprio Ale.

Oltre ad essere una band… siete anche un gruppo in cui regna l’amicizia? Si può essere professionali e professionisti senza avere un forte legame che unisce?
Sì, siamo tutti amici e… sì, si può essere professionali anche senza amicizia.

Quanto è importante per voi seguire l’evoluzione della tecnologia?
Non saprei, non ci facciamo caso, ma non se ne può fare a meno; non amo il vintage.

Sognate ad occhi aperti, per un attimo…. Cosa vorreste vi accadesse da qui al 2015?
Una reunion dei Rosolina Mar.



GIOACCARDO – “CHARLES”
Biografia:
2008: in quel freddo inverno nascono i Gioaccardo e trovano  subito l’alchimia giusta suonando i primi riff a ripetizione fra le quattro mura di una soffitta di un negozio di antiquariato di Candia Lomellina.
2009: i live si fanno più intensi e frequenti in tutta Italia. La band registra un EP  di 5 tracce,  “De Rebus Mundi”. Alla consolle Diego Galeri dei Miura e storico batterista dei Timoria. Il risultato sono canzoni malinconiche, che strizzano l’occhio a tutte le influenze post-adolescenziali che possano venire in mente. Il seguito del pubblico cresce.
2011: “Charles”è il nuovo disco dei Gioaccardo. Registrato tra Vigevano e Busto Arsizio, e mixato A  l’Abnegat di Vicenza dal “guru” Jean Charles Carbone (già al lavoro con Il Genio e Vanillina), coadiuvato in tutto e per tutto da Dave Venco (Klaxons, Futurheads) da Londra.
“Charles” è prodotto da Gioaccardo e Abnegat Records, edizioni Niegazowana/Picane, mentre il management/booking è curato da Officina Concerti. Nel singolo “Farfalla”, registrato e montato da Sara Ferraris, si può ammirare la grazia infinita e la poesia di Paola Fraschini, campionessa mondiale di pattinaggio a rotelle.
Line up:
Marco Mossi – chitarra & voce
Mattia Frison – batteria
Guido Ghilardi – basso
Alessandro Carnevale – chitarra
Giovanni Graziano – piano/synth/chitarra acustica e slide
Contatti:
HYPERLINK “http://www.gioaccardo.com” www.gioaccardo.com
HYPERLINK “http://www.myspace.com/gioaccardo” www.myspace.com/gioaccardo
HYPERLINK “http://www.reverbnation.com/gioaccardo” www.reverbnation.com/gioaccardo
HYPERLINK “http://www.facebook.com/gioaccardo” www.facebook.com/gioaccardo
HYPERLINK “http://www.officinaconcerti.com” www.officinaconcerti.com
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HUNO-”Spessi muri di plastica”

Dicembre 24th, 2011 in Reports by Athos Enrile



Spessi Muri di Plastica” è un EP  di HUNO.
Propongo a seguire un’interessante intervista ed un po’ di biografia del
gruppo.
Sei tracce di qualità con un grande sforzo teso a  trovare una propria strada, senza cercare il facile, con la consapevolezza che i veri valori di cui è intrisa la musica vanno compresi con gradualità, senza cercare quelle  scorciatoie che molto spesso conducono a vicoli ciechi.
Il gusto per il testo raffinato e pieno di significato, si sposa con una musica che vorrei solo definire rock, senza andare alla ricerca di uno dei tanti  sottogeneri teorici che riempiono pagine e … bocche.
L’idea che ci si fa leggendo qualche nota oggettiva, e “chiacchierando”
via mail, è quella di trovarsi al cospetto di persone intelligenti, intraprendenti,
con le idee chiare, e sono questi presupposti fondamentali per pianificare un progetto che abbia fondamenta solide su cui costruire.
Ragazzi che, nonostante la giovane età, pare abbiano una buona cultura musicale (perché il passato lo si deve conoscere!), musicisti che provano a fondere la storia con le esigenze attuali, evidenziando ancora una volta la necessità primaria che ritrovo in tutti i nuovi gruppi, quella di non limitarsi ad una espressione settoriale, tentando invece una strada multiespressiva, magari con differenti forme d’arte.
HUNO parte bene… molto bene, e come spesso mi capita in queste occasioni trattengo uno spicchio di giudizio per valutare la fase live che, sono certo, prima  o poi arriverà.


L’INTERVISTA

Domanda classica… esiste un legame tra  il nome
della band e la vostra filosofia musicale?

In qualche modo si. Il nome HUNO indica una singola unità composta a sua volta da 4 lettere quanti sono i membri della band: tutto ciò, traslato nella nostra filosofia musicale, sta ad indicare quattro individui diversi  che mirano ad un sound compatto e unico.

Qual è la scintilla che, scoccando, vi ha portato sulla via della musica?

Ciascuno di noi ha vissuto esperienze personali che l’hanno indirizzato verso questo mondo: alcuni ascoltando i vecchi dischi che ascoltavano i genitori, altri influenzati da parenti o amici che già si dilettavano con qualche strumento. Ad ogni modo possiamo ritenerci fortunati di essere stati stimolati continuamente da questa passione che ci ha fatti proseguire su questa strada favorendo l’incontro e lo scontro con altre realtà e situazioni, talvolta magari molto difficili, che però ci hanno fatto crescere.

Esistono band o album che potete considerare un comune modello ideale da seguire?

Tutti e nessuno. Nel senso che i nostri ascolti non sono mai legati a qualche artista in particolare. È chiaro che le diverse esperienze coltivate da ognuno di noi hanno dato vita a personali gusti musicali più o meno condivisi, ma cerchiamo di essere aperti il più possibile a tutto, estrapolando da ogni artista ciò che di buono e di  nuovo può offrirci. Così facendo ci sentiamo più svincolati, soprattutto  per quanto concerne le nostre produzioni.

Cosa significa per voi una performance live?

Per noi il live è sinonimo di opportunità: opportunità di dire
qualcosa, opportunità per lasciare un segno in chi ci ascolta. Sembra scontato, ma salire su un palco è una possibilità che non viene data a tutti. Va in qualche modo conquistata. Ed è per questo che crediamo sia importante avere rispetto di questa esperienza; la affrontiamo come se fosse un esame sempre diverso per situazioni, stati mentali e fisici, sostenendolo non in maniera fredda e distaccata, ma cercando di comunicare con chi abbiamo di fronte.  È ciò di cui un musicista dovrebbe cibarsi in abbondanza.

Provate ad immaginare la vostra musica senza testi… esistono casi in cui non sentite l’esigenza di aggiungere liriche?

Come accennato prima, siamo aperti a qualsiasi cosa. Abbiamo
creato in passato brani interamente strumentali. Tutt’ora utilizziamo per i nostri live un intro strumentale e alcuni brani lasciano spazio a sperimentazioni che per lunghi tratti non richiedono l’utilizzo della voce (come in “In Duello Libero”). Il nostro appoggio alla musica esclusivamente suonata è dato, inoltre, dal fatto che due di noi sono impegnati in un progetto parallelo che si chiama “Il Muro Di Anthony”, basato esclusivamente sulla musica strumentale. Riteniamo infatti che la comunicazione sia la cosa più importante, ma questa può avvenire con o senza testi. Quindi ben vengano parti strumentali o qualsiasi tipo di sperimentazione, purché finalizzate a penetrare l’ascoltatore.

Avete mai pensato di introdurre strumenti “poco tradizionali” per arricchire le vostre possibilità espressive o ritenete che la ricerca di nuovi suoni sia cosa da vedere solo in prospettiva futura?

“Paletti” di questo genere tendiamo ad evitarli.  Le nostre produzioni non si sviluppano a tavolino, ma cerchiamo sempre le sonorità giuste per il pezzo, a prescindere dallo strumento che ciascuno di noi suona. Lo strumento, in quanto tale, è un mezzo per giungere ad un risultato;  è il fine ciò che conta, non il mezzo. Nel nostro ultimo lavoro “Spessi Muri Di Plastica” abbiamo sperimentato molto in studio, andando alla ricerca di colori che contribuissero ad esaltare le tinte di ciascun pezzo. In questo senso abbiamo adoperato strumenti “poco tradizionali” se contestualizzati in chiave rock, quali glockenspiel, vibrafono, contrabbasso, marimba e vari tipi di percussioni utilizzate anche in modo non convenzionale.

Che tipi di fermenti musicali esistono nella vostra regione?

È difficile delineare la varietà e gli stili che si alternano nella nostra regione. Già solo nella provincia di Cuneo si può ascoltare qualsiasi genere musicale, dal folk al rock, dal metal alla musica sperimentale. È davvero difficile riuscire a seguire tutto e tutti, nascono e si dissolvono progetti musicali di ogni tipo. Questo può essere un bene perché sintomo di fermento, ma bisogna forse domandarsi se la quantità non precluda la qualità.

Perché, secondo voi,  il talento musicale dei giovani fa così fatica
ad emergere?

Il problema è che quello della musica è un mondo saturo, anche se forse lo è sempre stato e sempre lo sarà. Il discorso del “do it yourself”, suggerito dai discografici e da chi si occupa del settore, rasenta l’utopia. Si trovano molti ostacoli nell’organizzare le date “fuori casa”: a meno che non si abbiano conoscenze o contatti è improbabile che il locale accetti il “pacchetto” a scatola chiusa e, in un momento come questo di crisi discografica (ma anche di crisi assoluta), vengono seppellite le possibilità di esibirsi e quindi di farsi conoscere.
Altri sbocchi sono difficili da individuare: concorsi e audizioni rappresentano spesso un grosso dispendio di tempo e di energie (e talvolta anche di soldi).
La maggior parte delle volte “il gioco non vale la candela” e raramente portano a qualcosa di concreto. Anche qui forse il punto sta nella comunicazione: manca uno spirito di aggregazione e di condivisione fra i giovani musicisti e non solo. Non è cosa nuova affermare che questo momento storico necessita di aggregazione: creando una rete di musicisti validi che girano in una rete di locali organizzati fra di loro, si potrebbero favorire scambi nei quali tutti gli attori facenti parte della comunità possano trarne profitto. Questa “politica” basata sull’unione potrebbe avere un senso se fatta con intelligenza
e se basata su un progetto lungimirante. Qualche anno fa, a Cuneo, abbiamo creato con altre due band della provincia (Diverba e Schneeflock)il “Condominio Rock”, un collettivo di musicisti col proposito di darsi una mano a vicenda e di organizzare eventi, ricercando una continua comunicazione e collaborazione con l’esterno. La cosa ha funzionato e sta funzionando tuttora!

Se poteste scegliere un ospite per un prossimo album, su chi puntereste?

Abbiamo già avuto la fortuna di avere come ospite nella realizzazione di “Spessi Muri Di Plastica” Davide Arneodo dei Marlene Kuntz. Per il prossimo album sarebbe bello riaverlo di nuovo in studio con noi, e sarebbe altrettanto bello allargare la collaborazione ad altri musicisti, non per forza personaggi di spicco del panorama italiano.
In ogni caso sarebbe gratificante e ben accolto un eventuale interesse proveniente dall’esterno.

Aprite il libro dei sogni.
Cosa vorreste vedere realizzato, musicalmente parlando, da qui al 2015?

Da qui al 2015 puntiamo come minimo ad un paio di dischi di platino! Scherzi a parte, il libro dei sogni lo apriamo raramente e di nascosto perché il tempo di sognare è davvero poco! Ci piace lavorare tanto ai nostri progetti, preparare i live, continuare a collaborare con altri artisti. Se potessimo scegliere, vorremmo continuare a
fare quello che già stiamo facendo, con la possibilità però di farlo a tempo pieno. Sarebbe importante trovare gli sbocchi per portare in giro la nostra musica, essere supportati da chi lavora nel mestiere o da quella rete di cui ho accennato prima. Musicalmente parlando crediamo di avere delle cose da dire, e sarebbe bello perlomeno avere la possibilità di dirle.
Biografia HUNO
Dalle ceneri di Hacienda nasce HUNO.
Il gruppo appare in pubblico per la prima volta il 21 giugno 2O11, in occasione di un concerto al Nuvolari Libera Tribù di Cuneo.
L’obiettivo è rappresentare attraverso musica e parole i pensieri, le sensazioni, i sentimenti e le intenzioni che agiscono durante la composizione, vivendo situazioni musicali connesse alla propria sfera personale e alle proprie inclinazioni emotive.
Cantare in italiano è una scelta consapevole
per esprimersi al meglio.
Ottobre 2OO7: nasce a Cuneo Hacienda.
Primavera 2OO8: il trio vince il concorso Saluzzo Underground promosso dal circolo ARCI Ratatoj di Saluzzo (CN); da questo momento s’impegna in concerti distribuiti per tutto il territorio
piemontese, partecipando ai maggiori concorsi nazionali e in apertura artisti quali Banshee, Lombroso, Alibìa e Paolo Benvegnù.
Estate 2OO8: crea insieme ad altri due gruppi cuneesi (Diverba e Schneeflock) il collettivo Condominio Rock, impegnato nell’organizzazione di diversi eventi/concerti nella provincia di Cuneo per promuovere e valorizzare l’arte emergente; intanto auto produce il primo demo dal titolo Ucronia, registrato presso il TRStudio (Saluzzo).
Novembre 2OO9: suona sul palco del MEI di Faenza per GMP/KEEP ON.
Agosto 2O1O: la formazione vive un primo cambiamento vedendosi costretta ad allontanarsi dal bassista Giacomo Sansoldo .
Nell’autunno dello stesso anno iniziano i lavori dell’EP Spessi Muri di Plastica, registrato da Massimiliano “Mano” Moccia al Blue Records Studio e con la partecipazione di Mattia Bonifacino
(basso e contrabbasso) e del polistrumentista dei Marlene Kuntz Davide Arneodo (pianoforte elettrico, sintetizzatore), Il mastering è di Carl Saff per Saffmastering di Chicago (USA).
Dicembre 2O1O – Marzo 2O11: il gruppo prosegue nelle performance live presentando i nuovi pezzi in alcuni locali del nord Italia tra i quali il Ratatoj con “Iosonouncane”, il Lapsus con
“Serpenti”, il C.P.G., l’ArciBlob.
Gennaio 2O11 – Aprile 2O11: si unisce al gruppo Andrea Ceraso (chitarra, voce e synth) e il gruppo viene invitato all’MJC di Manosque (Francia) dove riarrangia in versione acustica i propri pezzi presentati alla Fiera Internazionale del Libro di Torino.
Maggio 2O11: l’ingresso di Alessandra Barbero al basso ed il concerto al Nuvolari Liberà Tribù di Cuneo (in apertura di “A Classic Education”) il 21 giugno 2O11, sanciscono ufficialmente la nascita di HUNO.

Formazione

Giacomo Oro: voce, chitarre, pianoforte.
Armando De Angelis: batteria, percussioni, voce.
Andrea Ceraso: chitarre, sintetizzatori, voce.
Alessandra Barbero: basso.

“Spessi Muri di Plastica”  è un EP autoprodotto.
Immagine anteprima YouTube

Il Balletto di Bronzo in Giappone

Dicembre 11th, 2011 in Reports by Athos Enrile

Ad inizio novembre è stato realizzato in Giappone il Prog Exhibition Festival, una sorta di proseguimento di ciò che accade a Roma da un paio di anni, che nell’occasione ha visto la partecipazione di PFM, Osanna, Arti & Mestieri, Trip, Goblin. Il successo è stato grande, tanto che si è pensato ad una seconda puntata nella prossima primavera.
Non ho trovato notizie sul web, e nessuna delle mie conoscenze musicali mi ha inviato reportage. Insomma, se non sono presente io la documentazione latita!!!
Ma un minimo di notizia, un frammento dell’intera kermesse, l’ho recuperato, attraverso Gianni Leone, mister “Balletto di Bronzo”, che mi ha inviato un articolo scritto da Takeshi Mitsuwa e tradotto da Yoshiko Kase ( con Gianni nella foto).
Ho chiesto a Gianni chi sia Yoshiko.

Yoshiko è una fan gentilissima che si è offerta di tradurre articoli, interviste etc. ballerine e leonine in giapponese. Forse tradurrà anche l’intero libro di Gianmaria Consiglio “Il Balletto di Bronzo e l’idea del delirio organizzato”. Sta creando un sito specifico destinato al Giappone con tutto questo materiale tradotto e tante foto che le ho inviato.”
Ed ecco come ha vissuto l’esperienza Takeshi Mitsuwa.

Prog Exhibition Festival
Club Città, Kawasaki (Tokyo), 5 novembre 2011.
Recensione sul Balletto di Bronzo
Uno strano ”oggetto”, una “cosa” avanza lentamente, strisciando dal lato destro del palco. LUI è arrivato! LUI è apparso! Un copricapo borchiato emerge da dietro il drappo nero che funge da paravento, su cui è stampata la maschera riprodotta sulla copertina del DVD del Balletto di Bronzo. Ecco Gianni Leone con un ricco make-up! Applicati sul lato anteriore della sua giacca, diversi oggetti argentati dalla forma rotonda emanano bagliori e scintille. Guardando da vicino, ci si accorge che sono dei cd. Gianni progetta e realizza da sé i suoi costumi e gli accessori di scena. La temperatura è molto alta, e Gianni cerca di togliersi la giacca fra un brano e l’altro. Quando lo fa, non è in modo casuale: a un tratto assume una posa che mi ricorda in qualche modo Michael Jackson, e poi se la sfila di colpo. Avrebbe potuto essere famoso prima di lui con questo gesto, anticipando
le movenze di “Thriller”. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Mentre suonava selvaggiamente il suo Hammond con la mano destra, con la sinistra disegnava nell’aria forme geometriche immaginarie. Segnalava ai suoi compagni i vari cambi musicali e i passaggi obbligati utilizzando l’intero suo corpo, per poi fermarsi immobile, con atteggiamento marziale, alla fine dei brani. Il clou della serata? Quando Gianni si lancia giù dal palco e va a timbrare mani, braccia, viso di persone del pubblico con un timbro a inchiostro che riporta la scritta “Balletto di Bronzo” e la data del concerto. Un volta tornato alla sua postazione, alle tastiere, un oggetto - forse una bottiglia di plastica -  cade rumorosamente a terra. Gianni ne approfitta per improvvisare una gag. Si gira di scatto ed esclama:
” Oh! Che succede?”. Ed io mi sono convinto che è un vero genio.
In scaletta alcuni brani
recenti e degli estratti dal capolavoro  ”YS”, rinvigorito dall’apporto dei due nuovi musicisti entrati nel gruppo, gli eccellenti Adolfo Ramundo alla batteria (a due casse) e Ivano Salvatori al basso. Il grande Gianni ha presentato al pubblico il nuovo bassista come “il più bello del gruppo”, ma su questo preferisco non commentare ulteriormente. Sul grande schermo a fondo palco venivano proiettate sequenze e foto rare di tutti i periodi, e gli occhi del pubblico erano inchiodati alle immagini. Il suono, assolutamente intatto dallo scorrere del tempo, era basato sulle tastiere come protagoniste assolute. L’impatto generale era molto coinvolgente, ma gli occhi del pubblico erano tutti incollati al grande Gianni. Alla fine dell’esibizione ero un po’ preoccupat0: non sarebbe stato facile, per il gruppo successivo, suonare dopo il Balletto di Bronzo!

La mia musica…
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