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Archivio per la ‘Concerti’ Categoria

The Lonely Rat @ Museum Café (Busto Arsizio, VA) 10/10/10

Martedì, Ottobre 12th, 2010

Fino a una trentina d’anni fa, qui dentro borbottavano i telai di un cotonificio. Oggi, tra i tavoli di alluminio, si compie il rito dell’aperitivo declinato in musica, tant’è che sul palco, o per meglio dire in fondo alla sala, se ne sta un trio composto da chitarra, contrabbasso e percussioni, in grado persino a catturare l’attenzione di chi è troppo impegnato nelle  proprie relazioni sociali.
The Lonely Rat è il marchio che impacchetta il progetto solista di un tizio tutt’altro che sconosciuto, al secolo il chitarrista dei merci Miss Monroe, in breve uno che sul personale altarino del rock ha messo artisti quali Nick Drake e Brian Setzer, e lo si percepisce reincollando i numerosi tasselli sparpagliati tra le canzoni, dalle costruzioni melodiche alla tecnica sulle sei corde, riferimenti più o meno inconsci di un background sospeso tra i poli di ricerca della perfezione stilistica e immediatezza punk. Un annetto dopo il debutto con il progetto e nel corso di vari concerti, Matteo Griziotti ha plasmato in modo diverso il materiale musicale, approdando nella versione “Acoustic Trio” del progetto. Se nel disco infatti dominano la linea vocale e strumentale, arricchite da lievi interventi elettronici, ora la dimensione live acquisisce profondità con il tappeto sonoro di Enrico Monaco al contrabbasso e Luca Foglia, intento a dividersi tra batteria e ammenicoli percussivi vari. Brani come Gave Up Growing Up, morbida melodia che affronta un rapido crescendo nel finale strumentale, diventano così più profondi e incisivi, mentre gli arrangiamenti acquistano valore, evidenziando le personalità di canzoni tra loro dissimili, dall’incalzare della marcetta di Meet The Orphans all’elegia camporellistica di Late Lover’s Lane. In poco più di tre quarti d’ora, spicca poi Deadweight On Velveteen, omaggio al genio di José González punteggiato limpido sulla Taylor, per giungere poi in finale all’esplosione di The Lonely Rat, coi i suoi versi urlati a scivolare tra passaggi in slide e kazoo.
Il tutto in brani dall’ispirazione estremamente personale, suonati con cura sì, ma col valore aggiunto della leggerezza di chi, senza farsi troppi problemi, si mette la chitarra sulle ginocchia e fa un semplice bel concerto.

A Toys Orchestra @ Twiggy Club (Varese), 9/10/2010

Lunedì, Ottobre 11th, 2010

Le definizioni di genere sono cosa da scaffale di negozi di dischi o, all’opposto, da supponenza latente di chi, un po’ per insicurezza e un po’ per sfoggio culturale, tenta di ingabbiare ciò che non riesce a comprendere, perdendosi nei meandri di un sottobosco musicale più fitto di quanto le parole riescano a definire.
Quando una band riesce a sfuggire a priori da qualunque classificazione, allora può capitare d’incappare in portatori sani di talento e originalità. Ed è ciò che succede al cospetto degli A Toys Orchestra, formazione italiana che, concerto dopo concerto, macina on the road esperienza e una crescita artistica a elevato tasso energetico. Questa volta sono le pareti del Twiggy Club di Varese l’unico freno alle loro esplosioni sonore, ruvide e grezze negli interventi distorti di chitarra, morbide e puntuali nei tocchi elettrici, mentre l’elasticità della formazione viene evidenziaata quando alcuni dei cinque si scambiano ruoli e strumenti senza che la carica espressiva muti.
Dopo un decennio di carriera, la matrice della scuola britannica non manca di emergere in aperture solari e accordi agrodolci, unite a una poderosa sezione ritmica e all’oscurità della componente elettronica, il tutto avvolto in un corpus denso, un muro di suono compatto preso per mano sicura dalla voce di Enrico Moretto. E l’irruenza della matrice rock non manca, basta pensare a quando si scorda una chitarra senza che si pensi a uno stop, o a quando lo stesso cantante e chitarrista domanda al suo pubblico “Come la preferite questa? Con un’intro un po’ indie o un po’ più tamarra?” (e arriva acclamata la scelta: numero due, ovviamente).
Nella galassia del gruppo cilentano, risaltano le finezze, compaiono minute percussioni, tocchi leggeri al pianoforte che s’insinuano negli arrangiameti, lievi arpeggi, tutti con una consistenza tale da non essere scalfitta dall’orda sonora dei colpi alle pelli della batteria o agli accordi irruenti di chitarra elettrica. Si risale così, in un percorso a ritroso, dall’ultimo Midnight Talks sino agli esordi con Job.
Quando la band conquista il palco, la mezzanotte è sempre più vicina e, quando ne scende apprestandosi ad allestire il banchetto, l’ora è indefinita. Eppure, più che dalle tenebre, chi se ne stava impalato a bocca aperta lì davanti è stato inghiottito da un vortice senza freni di semplice bravura.

Grinderman @ Live (Trezzo, MI), 6/10/2010

Giovedì, Ottobre 7th, 2010

Le luci soffuse e l’atmosfera soffocante intorpidiscono e fanno diminuire la vista proprio mentre, per via di questo calo fisiologico e in una sorta di trance, si acuiscono le percezioni di tutti gli altri sensi.
Cosa che serve, visto che la musica dei Grinderman è un urlo primordiale,  raschia i flussi primitivi dell’animo e li traduce in battute rock, cadenze mutuate dal blues, versatilità strumentale, dove c’è posto per interventi elettronici e grezze maracas.
Una dimensione sonora che irrompe con Mickey Mouse And The Goodbye Man, a metter subito le cose in chiaro: che il Nick Cave troneggiante in mezzo al palco, nel suo completo nero, potrà anche mettersi in posa per farsi scattare qualche flash (come fa dopo Warm Tormer) ma qui è l’istinto che domina, il profumo acre di nickel delle sei corde e di birra sul pavimento e “security, fuck off” dello stesso genio, che non esita a interrompere Get It On per far notare il presunto eccessivo zelo delle forze dell’ordine.
In questo universo sonoro parallelo, è la sezione ritmica coi battiti serrati e i colpi profondi di Jim Sclavunos a porre le basi, intrecciata al basso di Martyn Paul Casey e, mentre il frontman si divide tra voce e chitarra, Warren Ellis è armonia, azione, sudore e catarsi, un pupazzo indemoniato che pare doversi schiantare faccia in giù a terra da un momento all’altro o lanciare arti in giro per il locale. Invece se ne sta lì, fucking genius per dirla tecnicamente, a districarsi tra loop e chitarre e il violino di Heathen Child con l’archetto dai crini spettinati.
Lo spirito del Delta, antico e demoniaco e avvolgente, riemerge con brani come When My Baby Comes, per condurre lentamente al finale sull’omonima Grinderman.
Questo è il modo di tradurre in musica l’istinto, ciò che accomuna tutti in ogni dove, che elimina freni culturali e inibizioni stantie, che fa quasi desiderare – a ragion veduta – che una schiera di pretenziosi artistoidi sparisca per autocombustione, lasciando spazio a chi, come maestro Cave e compari, fa della musica estasi pura.

Horse Feathers + Woodpigeons secret show @ Laltalena (Milano), 28/09/2010

Lunedì, Ottobre 4th, 2010
Photo courtesy of Francesco Brezzi

Photo courtesy of Francesco Brezzi

Non che questo accada in ogni parte della galassia conosciuta, ma andare a un concerto nella metropoli milanese, troppo spesso, espone al richio di uno strano fenomeno. Quello del risalire ai tempi dell’opera di un paio di secoli fa, quando a teatro ci si andava per guardare e farsi guardare e ciò che combinavano quei fagotti urlanti sul palco passava in secondo (anche terzo) piano, coperto dallo sbrilluccicare dei gioielli e dal profumo delle cene al sacco servite nei palchetti.
Una storia vecchia, insomma, un acaro nato nel velluto della tradizione borghese e insediatosi nel DNA di generazioni, ma dalla quale è possibile essere esenti.
Perché la città, a volte, si fa adorare.
Come quando si incappa in un secret show, un concerto dalla location ignota sino all’ultimo momento, dove l’happening si crea dando solo qualche dritta sull’artista in scena, solitamente portatore sano di talento, e sulla data. Nella serata in questione, a tentare d’ingabbiare le note è un ex capannone industriale dove oggi si scattano foto, si creano mostre e si elabora arte varia: nessun palco, solo tappeti e qualche cuscino per gli avventori, uno spazio per gli artisti e un buffet creato dagli stessi partecipanti. In poche parole, un intimo paradiso.
Tra le luci soffuse, il concerto è inaugurato dal marchio Woodpigeons, per l’occasione rappresentati solo da Mark Hamilton, accompagnato da chitarra e campionatore. In solitaria, declina in acustico le sue tracce, lasciandosi andare a qualche battuta e riuscendo a far ricordare il motivo di un amore viscerale per il Canada, fucina creativa che riesce a tenere testa al vicino e ingombrante vicino statunitense, nella quale c’è di tutto e i collettivi artistici, basati su collaborazione e scambio, sembrano deflagrare. Tra le tracce, rielaborate per l’occasione e forse per questo un po’ stranianti, ne compaiono almeno un paio dell’ultimo Die Stadt Muzikanten, peccato che la collaborazione tecnica di una cassa venga improvvisamente a mancare. Hamilton è tuttavia raggiunto, sul finire dell’esibizione, da un assaggio della band compagna d’avventura per la notte, e già si assapora la morbidezza del violoncello di Catherine Odell.
È tempo infatti, da Alberta, di fare rotta verso sud, superare il confine statunitense per arrivare nella Portland degli Horse Feathers. Dall’ultimo dei loro tre dischi, Thistled Spring, si fanno notare il singolo Cascades e Starving Robins, a evidenziare un percorso che li ha visti acquisire sempre più profondità, acquisire padronanza di un folk rock caratterizzato da da fluidità melodica e cesello del dettaglio. L’atmosfera è delicata, le pareti bianche dello studio imbrigliano un caldo vellutato, non è nemmeno necessaria l’amplificazione per i melliflui cori, poi Falling Through The Roof, dove Sam Cooper colpisce le casse con tonfi e bacchette imbottite scuote l’atmosfera: un attimo di enpasse, una brusca frenata del brano, poi si riprende con un sorriso. Accanto al violoncello, non manca il violino di Nathan Crockett, ma restano gli arpeggi acustici e nitidi di Justin Ringle a scavare in profondità le atmosfere, così come la sua voce tanto intensa e fluida.
Finisce così la notte, appena dopo l’encore con Finch On Saturday e Vernonia Blues. E si respira a pieni polmoni.

Before I go insane
Dischi, concerti e distorsioni varie