I Numero6, ospiti della rubrica Rockol The Observer, hanno regalato a Rockol delle immagini esclusive: Michele Bitossi e compagni come non li avete mai visti (o come non li vorreste mai vedere…) alle prese un’allegra canzoncina, con un travestimento in autogrill e con un karaoke (vi diciamo solo “Carry” e Europe…).
Buona visione e buona lettura, sotto il filmato troverete le parole di Michele Bitossi, una sorta di lettera aperta scritta per The Observer, nella quale ci racconta chi sono i Numero6.
“Lasciamo qualche pillola-video presa on the road. Ritengo sia superfluo commentarne i contenuti.
Baci
Michele”

“Una volta uscito ‘I love you fortissimo’ tutto è stato chiaro: avevamo una voglia incontenibile di salire nuovamente su un palco e di suonare le nostre canzoni. Tra impegni di lavoro “altro”, musica scritta e suonata conto terzi, discrete dosi di scoramento, estemporanee esaltazioni, figli nati e immenso sbattimento per realizzare il nuovo album, non abbiamo suonato dal vivo per tantissimo tempo.
E’ stato quindi naturale alzare il telefono e comunicare a Salvatore, che ci cerca e ci organizza i concerti, le nostre ferme e incoscienti intenzioni. Avremmo voluto suonare in qualsiasi situazione si fosse presentata, senza far calcoli, senza puzza sotto il naso, evitando di pensare troppo al come, al quando e, soprattutto, al perché ci stavamo per imbarcare in un delirio del genere.
Troppo grande era il desiderio di infilarsi nello stomaco della Nissan Navara di terza mano, tutti e cinque insieme quando la contingenza lo avesse permesso, ma anche in quattro, in tre, in due, facendo di necessità virtù, provando a essere modulari, elastici, pronti a fronteggiare gli imprevisti traendo da essi, se possibile, linfa per sfoderare nuove formule per esporre in pubblico la nostra roba.
È probabile che se avessimo convocato una riunione e ci fossimo seduti a un tavolo davanti a bevande analcoliche (se no è troppo facile, con 3-4 bicchieri di prosecco alle spalle, perdere la bussola e razionalizzare pericolosamente) ci saremmo posti troppe domande intelligenti, I rimasugli di saggezza di qualcuno avrebbero recuperato un insperato salvagente e sarebbe venuta a galla l’oggettiva opportunità di non fare cazzate.
Non è stato così. Abbiamo deciso di non analizzare le nostre pulsioni. Chi era meno convinto si è fatto convincere da chi era più o meno convinto e di convinzione ne ha dovuta dispensare. Siamo partiti in tour senza aver messo a punto un vero e proprio show. Prove ne abbiamo fatte, questo è ovvio, ma anche dal punto di vista strettamente tecnico non c’è stata una preparazione meticolosa della scaletta da proporre, dei momenti “ad effetto” con cui stupire la platea, dell’abbigliamento su cui puntare. Non che I Numero6 siano mai stati una band troppo “professionale” se si parla di logistica e di preparazione strumentale. Questa volta però, ancor di più rispetto al passato, si è avvertita la necessità di “andare e fare”, abbandonandosi all’istinto, a dosi generose di improvvisazione, pronti a osservare con curiosità e passione che cosa minchia sarebbe successo.
È probabile che se ci fossimo chiusi per due mesi in sala avremmo ceffato molti meno accordi, io sarei stato più intonato e non mi sarei dimenticato puntualmente valanghe di parole dei testi nuovi, i suoni sarebbero usciti più opportuni, le canzoni in generale avrebbero goduto di arrangiamenti migliori in funzione del live. Di contro saremmo entrati a piè pari in un vortice di incertezza, di insoddisfazione, di maniacale ricerca di una perfezione che non fa parte del nostro sgangherato dna.
Siamo una buona band con ottime canzoni. So di non essere una persona modesta e non sarà questo frangente a palesare il contrario. So anche che la nostra migliore essenza viene fuori quando siamo davvero uniti e spensierati. Per catturare l’unione e la spensieratezza si cui c’era bisogno eravamo chiamati a fare una sola cosa: partire. Farlo così come eravamo, buttando velocemente in valigia le prime cose che trovavamo.
Il tempo sarebbe stato galantuomo soltanto se non fatto scivolare via. Ne eravamo sicuri. Ne abbiamo viste di tutti colori, abbiamo fatto un numero demenziale di chilometri, in barba a ogni parvenza di buon senso logistico. Un giorno a Trieste, il giorno dopo a Macerata per salire poi allegramente in quel di Torino. Tenendo a bada il più possibile le vocine, sia quelle immaginarie che quelle ultra reali del compagno di banda quell giorno più lucido di te, di fidanzate che iniziavano a scocciarsi pesantemente di essere lasciate da sole o, ancora peggio,
in compagnia di gelosie più o meno poderose.
Abbiamo fatto un mucchio di date. Alcune sono andate benissimo, altre discretamente, altre ancora sono state un disastro. Ma fa parte di un gioco al quale abbiamo deciso di giocare, senza che nessun medico ce lo ordinasse. Ci siamo divertiti assai; ora siamo un po’ stanchi anche perché i vent’anni ce li siamo lasciati alle spalle da un pochetto (per il “geriatric rock” vero e proprio c’è ancora tempo ma, personalmente, più di 2-3 salti sul palco in stile Pete Townshend dei tempi migliori inizio ad accusarli..).
Ci sono ancora una manciata di date da fare e siamo piuttosto carichi. Quest’estate registreremo il prossimo disco. Da luglio saremo chiusi al Greenfog studio di Genova per giocare, litigare, comporre, scomporre, fare pace, litigare ancora tanto…Abbiamo deciso di fare in fretta questa volta evitando di non abbandonare a sè stessi quattro anni tra un disco e l’altro. Io poi sono in procinto di uscire col mio primo album solista, a settembre. Ma questa è un’altra storia, ne parlerò nelle prossime puntate insieme ad altro e altro ancora…”